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	<title>Chi sono cosa fanno Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>Chi sono cosa fanno Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>Quando mio nonno zurighese scoprì a Milano l’esistenza delle banane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Oct 2023 10:20:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Chi sono cosa fanno]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/10/FOTO-ROBERtO-GASSMANN-CON-IL-FIGLIO-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Cara lettrice, caro lettore online, la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico clicca qui per i</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/10/FOTO-ROBERtO-GASSMANN-CON-IL-FIGLIO-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-23118"  class="panel-layout" ><div id="pg-23118-0"  class="panel-grid panel-has-style" ><div class="panel-row-style panel-row-style-for-23118-0" ><div id="pgc-23118-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-23118-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Roberto Gassmann, un cognome impegnativo e una vita in perfetto connubio tra Italia e Svizzera</h3>
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	<p><strong>Lugano –</strong> Conosciamo <strong>Roberto Gassmann</strong>, svizzero di seconda generazione, e ci facciamo raccontare frammenti di una storia famigliare iniziata nei primi del ‘900 da suo nonno Emil che – un po’ per scommessa ma soprattutto per il puro piacere del viaggiare – <strong>da Zurigo raggiunse a piedi il capoluogo meneghino</strong>… Iniziamo con il cognome “Gassmann” che in Italia è portato da poche famiglie stanziate a Nord.</p>
<p><strong>Può dirci qualche curiosità in merito?</strong></p>
<p>«<em>È di origine tedesca, abbastanza comune nella Germania del sud, nella Svizzera tedesca, in particolar modo nella città di Zurigo. Un cognome che in Italia mi hanno “storpiato” in tutti i modi, ma che in realtà si scrive rigorosamente con due esse e due enne, In origine significa Gasse cioè viuzza e Mann, uomo. È inteso, nel 1400, come “capo-quartiere” che in caso di invasioni organizzava un piccolo esercito, insomma un capitano di ventura per il quale abbiamo anche uno stemma di famiglia</em>».</p>
<p><strong>Immagino che abbiate fatto ricerche araldiche, qual è il suo più lontano antenato? </strong></p>
<p>«<em>Un certo Leopold Florian Gassmann, compositore di corte a Vienna. Fu il predecessore di Antonio Salieri, sostituito poi da Mozart nella ben nota vicenda di rivalità descritta anche nel cinema. Tuttavia, il nostro cognome in Italia non sarebbe conosciuto se non fosse per il grande Vittorio Gassman </em>(l’attore eliminò la seconda enne ndr.)».</p>
<p><strong>Chissà quante volte le avranno chiesto: “è parente?”.</strong></p>
<p>«<em>Succedeva sempre! Gassman era popolarissimo a teatro, nel cinema, in Tv e portare questo cognome non è stato semplice per me, da timido ragazzino quale ero. Quando mi chiedevano le generalità tutti si voltavano a guardarmi e io arrossivo mentre rispondevo alla consueta domanda con un repentino “no!”. Per un certo periodo mi sono presentato con il cognome di mia madre per evitare quella ripetitiva curiosità</em>».</p>
<p><strong>Chi fu il primo Gassmann suo famigliare a venire in Italia, e perché?</strong></p>
<p>«<em>La mia discendenza è dal Canton Zurigo, siamo attinenti di Oberglatt, dove nacque mio nonno Emil alla fine del 1800. Amava viaggiare e così, anche un po’ per scommessa, con un suo amico arrivò a piedi da Zurigo a Milano, in una estate. Bisogna pensare Milano ai primi del ‘900, era una città molto più piccola e socievole dove, tra le altre cose, mio nonno scoprì l’esistenza delle banane</em>».</p>
<p><strong>Davvero? </strong></p>
<p>«<em>Per strano che possa sembrare, a quel tempo le banane non è che fossero conosciute da tutti e quando le portò come dono a sua madre ad Oberglatt, lei gliele tirò dietro poiché, chiuse nello zaino e dopo il lungo viaggio, erano marcite… Comunque sia, lui si era tanto innamorato della città di Milano che vi si trasferì. Quando scoppiò la prima guerra mondiale la Confederazione elvetica lo richiamò</em>».</p>
<p><strong>Questo avvenne malgrado la Svizzera fosse neutrale? </strong></p>
<p>«<em>Sì, vennero richiamati tutti coloro che avevan svolto il servizio reclute, perciò rientrò nella La Suisse armée, come ci raccontò varie volte, trascorrendo quattro anni sul Gottardo nella compagnia Mitrailleur. Questi giovani uomini in uniforme, durante le libere uscite non potevano fare altro che scendere a valle nel paese più vicino che era Airolo, in Alta Leventina, dove c’è l’imbocco dell’odierno tunnel del Gottardo. Nel paese strinse un’amicizia molto forte con la famiglia Ramelli proprietaria di un albergo. L’amicizia tra i Gassmann e i Ramelli dura da oltre 100 anni continuando, da quattro generazioni, tra figli e nipoti delle rispettive famiglie</em>».</p>
<p><strong>Una rara e bella vicenda umana. </strong></p>
<p><em>«È vero, tanto che io sono cresciuto anche un po’ ad Airolo, i miei nonni e i miei genitori sono sepolti nel cimitero locale, e anche se siamo originari di Oberglatt una parte del nostro cuore sente di appartenere ad Airolo, dove continuo a soggiornare con la mia famiglia». </em></p>
<p><strong>Finita la guerra ’15-’18, Emil Gassmann torna a Milano?</strong></p>
<p>«<em>Sì, intende vivere nella città che ama, è assunto al Consolato svizzero, frequenta gli svizzeri di Milano e infine diventerà procuratore generale presso l'azienda svizzera Pellis Spa. Agli inizi, prende una camera in affitto presso una famiglia, come si usava allora, e si innamora della figlia dei proprietari, mia nonna Maria. Mio padre Walter è stato il loro primo figlio a nascere a Milano, prima generazione del mio ceppo Gassmann in Italia</em>».</p>
<p><strong>Non avete mai pensato di tornare in Svizzera?</strong></p>
<p>«<em>Mio padre si sentiva molto svizzero, perciò da giovane si trasferì nel Giura francese e poi per quattro anni in centro a Lugano. Aveva studiato architettura, disegnava palazzi. Però, al termine della seconda guerra mondiale a Milano fervono i lavori della ricostruzione e c’era molta richiesta di geometri e architetti, per questo lasciò l’amata svizzera e tornò in Italia dove, incontrò Wanda mia madre, nacqui io e ci fermammo definitivamente in Italia». </em></p>
<p><strong>Crescendo, le piaceva Milano? </strong></p>
<p><em>«Molto, per un ragazzo una grande città è sempre interessante. Sono stato alla Scuola svizzera di via Appiani e in seguito, benché sarei potuto entrare subito nell’azienda di famiglia dato che mia madre aveva una florida attività commerciale nella profumeria, ho voluto studiare chimica trovando lavoro nel mondo della gomma e divenendo key account manager della Oldrati Guarnizioni Industriali SpA nella bergamasca». </em></p>
<p><strong>Si può dire che la sua vita si è realizzata in un perfetto connubio tra Italia e Svizzera?</strong></p>
<p><em>«Sì, perché sono orgoglioso di essere milanese e al contempo mi sento ticinese e zurighese. Ho imparato da ragazzino ad apprezzare la raclette, il rösti, il pane zopf che si fa in casa la domenica e le altre specialità svizzere. Posso dire che, vista la vicinanza geografica, da sempre vivo felicemente con il piede in due scarpe tra Svizzera e Italia. Cosa volere di più?». </em></p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Roberto Gassmann con il figlio Walter. Il padre di Roberto, l'architetto Walter Gassman fu anche pittore e scrittore, suo il romanzo "Un tango a Lugano" pubblicato solo in Svizzera da Edizioni Virgilio.</p>
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	<p>Emil Gassmann, classe 1892, intorno al 1911 compì per diletto un viaggio a piedi da Zurigo fino a Milano dove si stabilì più tardi definitivamente</p>
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	<p>Stemma araldico della famiglia Gassmann.</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/quando-mio-nonno-zurighese-scopri-a-milano-lesistenza-delle-banane/">Quando mio nonno zurighese scoprì a Milano l’esistenza delle banane</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>«Quei bigliettini stracciati…» Nei ricordi della vita rischiosa di un reporter svizzero</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/quei-bigliettini-stracciati-nei-ricordi-della-vita-rischiosa-di-un-reporter-svizzero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2022 21:10:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Chi sono cosa fanno]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio 2023]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/12/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Come affronta le tragedie che descrive? «Con sangue freddo, è necessario. Si piange dopo» Lugano – Una vita di quelle che si scelgono solo per passione è senz’altro quella del reporter professionista Filippo Rossi. Nato a Lugano, dopo gli studi universitari a Zurigo, si immerge subito nella realtà nuda e cruda di paesi difficili, specializzandosi</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/quei-bigliettini-stracciati-nei-ricordi-della-vita-rischiosa-di-un-reporter-svizzero/">«Quei bigliettini stracciati…» Nei ricordi della vita rischiosa di un reporter svizzero</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/12/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-21755"  class="panel-layout" ><div id="pg-21755-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-21755-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-21755-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Filippo Rossi svolge la sua missione di giornalista in paesi difficili.</h3>
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	<p><strong>Come affronta le tragedie che descrive? «Con sangue freddo, è necessario. Si piange dopo»</strong></p>
<p><strong>Lugano –</strong> Una vita di quelle che si scelgono solo per passione è senz’altro quella del reporter professionista <strong>Filippo Rossi</strong>. Nato a Lugano, dopo gli studi universitari a Zurigo, si immerge subito nella realtà nuda e cruda di paesi difficili, specializzandosi in <strong>politica estera e situazioni di guerra</strong> con reportage soprattutto dall’Africa e dal Medio Oriente di cui scrive anche per testate italiane e svizzere.</p>
<p>Nel 2017 <strong>viene arrestato</strong> in <strong>Venezuela</strong>, insieme ad altri due colleghi tra cui l’italiano <strong>Roberto Di Matteo</strong>, disavventura che per fortuna finisce in fretta e bene, ma che lo ha comunque segnato, come ci racconta.</p>
<p><strong>Ritrovarsi in una delle carceri più inumane al mondo… eri certo di venirne presto fuori o c’era il terrore di trascorrervi molto tempo?</strong></p>
<p>«La mia paura era di trascorrere decenni, magari con un’accusa di spionaggio, in una struttura dove forse mi avrebbero violentato, torturato, minacciato… ho valutato l’ipotesi di uccidermi nel caso fosse stato quello lo scenario. Per fortuna si è risolto tutto velocemente e ho superato quel trauma che però ricordo vividamente a distanza di anni».</p>
<p><strong>Puoi raccontare un particolare episodio dentro quelle mura? </strong></p>
<p>«In mezzo a tante cose negative, non solo le guardie ma anche i detenuti trattarono me e i miei colleghi con molto rispetto perché eravamo giornalisti. Ci trovavamo nel carcere dove si trovavano i prigionieri in attesa di processo. Questi, che si trovavano ammassati in altre celle, cercarono di avvicinarsi per raccontarci le loro storie scritte in bigliettini. Ne raccolsi una ventina. Mi accorsi che erano troppe, le guardie avrebbero potuto usarle contro di noi se le avessero scoperte. I ragazzi erano tutti accusati di aver rubato “materiale strategico” dello Stato… ».</p>
<p><strong>Ossia? </strong></p>
<p>«… il rame, tolto dai cavi dell’elettricità, per poterlo vendere e guadagnare qualcosa. Per salvare almeno qualcuno di quei bigliettini, li piegai e infilai in quel mini taschino posto in angolo nella tasca sinistra dei jeans. Purtroppo, per la sicurezza di tutti, gli altri fui costretto a stracciarli dopo averli letti e a liberarmene nel “tubo” di un improbabile wc della cella. Non scorderò mai quei bigliettini stracciati…».</p>
<p><strong>Un reporter in cosa differisce da un collega giornalista di redazione?</strong></p>
<p>«Il reporter va in un luogo per assistere alle cose che accadono e le descrive. Soprattutto nel passato, ha avuto sempre un ruolo molto importante. Un ruolo fondamentale per quello che io considero il vero giornalismo. Anche i colleghi di redazione sono importanti, ma oggi molti si basano solo sulle agenzie d’informazione, come l’ATS per la Svizzera o l’Ansa per l’Italia. Ora, addirittura, sembra normale far ricorso ad Internet con il copia-incolla. Per me è inconcepibile».</p>
<p><strong>Questo è vero. </strong></p>
<p>«Spesso si lavora in maniera più superficiale rispetto a un tempo. Non riescono ad approfondire perché le notizie devono correre veloci… non ci sono più molti soldi per inviare reporter all’estero. Nemmeno a livello locale, cioè sul proprio piccolo territorio, si riescono ad approfondire i fatti».</p>
<p><strong>Con quali conseguenze?</strong></p>
<p>«Quelle di un’informazione assai poco differenziata, molto omogenea. Tv e stampa riportano la stessa visione. Il reporter dava un valore aggiunto alla notizia. Questa figura che sta venendo sempre meno è per me imprescindibile per un buon giornalismo».</p>
<p><strong>Nei paesi che segui, tra guerre e tragedie sociali, assisti a molte atrocità. Come le affronti psicologicamente? </strong></p>
<p>«È una delle cose che mi fa più ribrezzo della mia professione. Ho dovuto comportarmi come una macchina vedendo gente che soffriva sul serio, disperata, ferita e io dovevo tenere la macchina fotografica fissa davanti a loro e riprenderli. In quel momento sono obbligato a fare così».</p>
<p><strong>Tuttavia, occorre essere distaccati. </strong></p>
<p>«Per forza. Anche se vengo colpito emotivamente da quello che io vedo, devo mantenere un certo sangue freddo. È importante rimanere attenti in certe situazioni. Se si perde la testa si rischia di mettere in pericolo sé stessi e gli altri. Ciò non vuol dire che non si possa essere empatici. Ma, come dico sempre: si piange dopo. In camera, in auto, quando si può… ».</p>
<p><strong>Come gestisci ciò che vedi ai fini della divulgazione giornalistica? </strong></p>
<p>«Il discorso è complesso. Vengono imposti dei “limiti”, non lo nascondo. Ciò è successo in Francia, in Svizzera e in Italia».</p>
<p><strong>C’è qualcos’altro che proprio non ti piace della tua professione?</strong><br />
«La superficialità dilagante. Devo essere sincero, il giornalismo mi ha molto deluso. Ho lottato per entrare in questa professione, avevo un’idea molto positiva dei giornalisti, quando poi sono entrato nell’ambiente del grande giornalismo, mi sono reso conto di quanta superficialità ci fosse. Quando tutta la popolazione mondiale approfondirà certe verità – e ciò è inevitabile – penso, come molti miei colleghi, che ne rimarrà scioccata».</p>
<p><strong>Pensi di fare il reporter in paesi difficili ancora per molti anni? </strong></p>
<p>«Di sicuro so solo che continuerò a scrivere libri per approfondire e fare investigazioni a tutto campo. Non so per quanto ancora continuerò a mettere a repentaglio la mia vita se non dovesse valerne più la pena».</p>
<p><strong>Che rapporto hai con la morte?</strong></p>
<p>«Molto positivo. Potrebbe accadere di “lasciare il corpo” quando vado in determinate zone. Ma ho una visione molto chiara: non sarebbe la fine, ma un nuovo inizio».</p>
<p><strong>Si parla sempre più spesso del “nuovo mondo che sta per arrivare”, del mondo multipolare, di Stati nazionali. Vedi riscontri concreti? </strong></p>
<p>«Sì. A partire dalla Turchia, uno dei tanti stati che sta esprimendo il suo disagio nei confronti dell’egemonia unipolare Occidentale. Alcuni popoli si stanno ribellando apertamente in massa. L’Occidente ha spesso depredato e distrutto e, come dicono molti analisti, presto dovrà fare i conti con una nuova realtà geopolitica».</p>
<p><strong>Alludi ai “Paesi del BRICS”? </strong></p>
<p>«Il BRICS è una unione commerciale-economica che ultimamente si avvia a diventare un’alternativa al FMI per veicolare altri stati nel nuovo mondo multipolare. È stata fondata da cinque paesi emergenti, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, ai quali si stanno associando altre nazioni tra cui Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Argentina».</p>
<p><strong>È possibile, nonostante tutte le preoccupanti notizie quotidiane, avere uno sguardo fiducioso sul futuro?</strong></p>
<p>«Sì, decisamente. Occorre porre lo sguardo su ciò che di nuovo e positivo sta realmente, concretamente accadendo. Non ci sarà alcuna guerra nucleare, e non sono solo io a crederlo. Teniamo alte le nostre vibrazioni ricercando notizie ed eventi molto belli che avvengono ogni giorno in tutto il mondo!».</p>
<p><strong>Torniamo sul personale, tutte le brutture che vedi e descrivi, è possibile che influenzino negativamente la tua vita?</strong></p>
<p>«No. Perché proprio grazie al “Male” ho conosciuto l’umanità, nel male ho scoperto delle cose incredibili e nel male mi sono accorto che il Bene esiste».</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em><br />
<em>lorefice.annamaria@gmail.com</em></p>
</div>
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	<p>Filippo Rossi, giornalista e reporter svizzero, ha studiato scienze politiche, letteratura e linguistica araba e portoghese all’università di Zurigo. Specializzato in politica internazionale e conflitti, collabora con testate italiane, svizzere e internazionali.</p>
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	<p>Maratoneta pluripremiato, partecipa a competizioni sportive nei paesi in cui si trova per lavoro, in condizioni estreme come quelle dei deserti africani, risultando tra i migliori atleti runner del mondo.</p>
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	<p>Il libro di Filippo Rossi descrive le aspirazioni di un ragazzo camerunese, legittime come quelle di qualsiasi altro ragazzo nel mondo.</p>
</div>
</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/quei-bigliettini-stracciati-nei-ricordi-della-vita-rischiosa-di-un-reporter-svizzero/">«Quei bigliettini stracciati…» Nei ricordi della vita rischiosa di un reporter svizzero</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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