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	<title>Scrittori Svizzeri Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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		<title>Pippo Pollina “L’altro”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 10:47:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte e Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/Pippo-Pollina-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />In questi tempi scarni di certezze e saturi di incognite, non è facile offrire alle nuove generazioni contatti memorabili, e soprattutto stimolanti, dal punto di vista esistenziale e umano. In tempi in cui le discipline artistiche sono di solito, se non di norma, precedute da materie ed esigenze molto più pragmatiche e proficue, appare quasi</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/pippo-pollina-incontro-studenti-bergamo-romanzo-laltro/">Pippo Pollina “L’altro”</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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		><h3 class="widget-title">Alla scoperta di un autore. Pippo Pollina incontra gli studenti a Bergamo: musica, romanzo e coscienza civile</h3>
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	<p>In questi tempi scarni di certezze e saturi di incognite, non è facile offrire alle nuove generazioni contatti memorabili, e soprattutto stimolanti, dal punto di vista esistenziale e umano. In tempi in cui le discipline artistiche sono di solito, se non di norma, precedute da materie ed esigenze molto più pragmatiche e proficue, appare quasi utopico, se non addirittura inutile, sforzarsi ancora di provvedere a garantire esperienze istruttive e ispirative a adolescenti ancora in cerca di sé stessi. Ma è essenziale prodigarsi in questo senso. Ed è la spinta propulsiva e educativa che dovrebbe animare un modello di istruzione scolastica, pubblica o privata, che comprenda ancora nella metodologia un incentivo pedagogico e civico che contribuisca veramente alla formazione di cittadini responsabili e non disinformati, preparati ma non stampati in serie, in altre parole liberi e non succubi.</p>
<p>È quello che è accaduto di recente nella città di Bergamo, da sempre e storicamente vicinissima alla cultura elvetica per tante ragioni, non da ultima la storia industriale della sua vasta e varia provincia, nella quale grandi e ben note dinastie e famiglie svizzere per tutto il Novecento hanno contato molto per lo sviluppo, il lavoro, la modernizzazione e le innumerevoli, generose iniziative da attenti mecenati realizzate nelle cooperative, nello sport, nello scoutismo, nelle società benefiche e nelle fondazioni sempre amiche della popolazione locale e del territorio eletto come seconda patria. In un interscambio pacifico e cordiale che ha generato fortissimi legami tra la vicina Svizzera e le valli bergamasche, tra cittadini rossocrociati e tricolori, con matrimoni misti e discendenti di ogni lingua europea, in gran parte fin da piccoli naturalmente bilingui e poliglotti. Con una commistione pluriculturale unica e preziosa, spesso sconosciuta né riconosciuta in Svizzera. Dove spesso gli svizzeri emigrati, o “dell’estero”, o addirittura “di carta” come si usa dire colloquialmente e sprezzantemente, risultano fin troppo trascurati e sminuiti dai connazionali residenti nell’amata confederazione. Ignorando come siano da sempre i laboriosi soldatini “ambasciatori” in prima linea all’estero nella diffusione della tanto decantata “svizzeritudine”, o “swissness”, com’è più <em>à la page</em> citare. Sempre mossi nelle innumerevoli istituzioni da un attivo e idealistico sentimento di puro volontariato non-profit. Cosa sempre più rara, e assai preziosa, ci risulta.</p>
<p>Un incontro, di rilevante importanza con il cantautore Pippo Pollina, molto noto anche in Italia e non solo in Svizzera, Austria, Germania, Francia e resto d’Europa, su iniziativa fortemente voluta e patrocinata dalla nuova direttrice della Scuola Svizzera di Bergamo, l’argoviese signora Rita Sauter, è avvenuto lo scorso marzo nell’ambito degli eventi culturali promossi dalla SSBG. Destinatari del bel momento: gli allievi della scuola secondaria, adolescenti tra i dieci e i tredici anni d’età. L’occasione era la presentazione del romanzo di Pollina, <em>L’altro</em>, edito nel 2023 in italiano per la casa editrice romana Squi[libri] e già alla seconda edizione 2025, un esordio narrativo che, come lui stesso ha spiegato, è nato nel paio d’anni tremendi del Covid 19, quando si era un po’ tutti reclusi in casa, ma soprattutto dall’esigenza impellente di scrivere «<em>qualcosa di più ampio respiro rispetto a una canzone di tre minuti di durata, che mi stava stretta. E il romanzo in questo senso era l’ideale.</em>»</p>
<p>Pollina è un caso emblematico di quanto affermato in apertura. È un esempio “al contrario” di ciò che spesso capita nella vita, specie alle persone di successo. Siciliano d’origine, specificamente palermitano, ha trovato molti anni fa la sua strada, il suo “nuovo mondo” e la sua terra d’adozione in Svizzera, dove ormai ha solide radici ultratrentennali, non solo culturali e lavorative, ma esistenziali. E dove ha costruito laboriosamente e con grande talento e dedizione un’ammirevole carriera artistica che in patria gli sarebbe stata assai più difficoltosa, se non addirittura preclusa. Artisticamente attivo da oltre quattro decenni, autore di ben 24 album, naturalizzato svizzero, gran viaggiatore e gran spirito cosmopolita (parla e canta in tedesco e francese, oltre che in italiano e in siciliano), si è stabilito da oltre trent’anni a Zurigo, ed è padre di un figlio e di una figlia anch’essi musicisti e autori ormai affermati, molto noti in Europa.</p>
<p>L’occasione era la presentazione della ristampa del suo romanzo, ma da affermato e noto cantautore Pollina ha imbracciato anche la chitarra. Gli allievi lo hanno subissato di domande, poste in buon ordine e a turno, mai banali, invitandolo ad approfondire argomenti assai personali e azzardando talvolta questioni indiscrete – “Perché ha scelto di fare il musicista?”, “Quanti dischi ha venduto?”, “Essere famoso le pesa?”, “Quanto guadagna?”, “Quante copie del suo libro ha venduto finora?” – alle quali Pollina non si è sottratto. Con il garbo che gli è naturale ha spiegato i suoi esordi, le necessità materiali di un giovane girovago con chitarra al seguito, gli incontri importanti in tutta Europa, le collaborazioni artistiche, l’amicizia con il cantautore svizzero Linard Bardill, il senso di una carriera molto diversa dalle classiche professioni a cui i ragazzi d’oggi aspirano.</p>
<p>Sapendolo siciliano d’origine, gli studenti non hanno evitato domande sulla “mafia”, e anche qui Pollina ha spiegato con la paziente pacatezza che gli è propria le attività illegali e gli scopi di “Cosa Nostra” – il termine esatto della criminalità organizzata siciliana – ricordando le sue esperienze personali da ragazzo, sfiorando con sensibilità vicende tragiche che lo videro accanto a conoscenti e amici “scomodi”, assassinati dalle cosche, accennando alle persone coraggiose che si sono prodigate per anni a rischio della vita – e ancora si prodigano – per combattere l’illegalità: dai giornalisti ai giudici, dai sacerdoti ai semplici volontari di intrepide associazioni antimafia. Ha evidenziato come la disinformazione al riguardo agisca da anni da deterrente a una maggiore consapevolezza da parte di tutti, e in special modo delle generazioni più giovani, che poco o nulla sanno delle battaglie civili, dei personaggi coinvolti, della storia e delle circostanze. Naturalmente i nomi di Falcone e Borsellino, troppo noti per passare inosservati, sono emersi spontanei dagli alunni, ma sono in fondo i soli frammenti alla portata di chiunque, senza il doveroso approfondimento che uno Stato, e la scuola in particolare, dovrebbero garantire. L’informazione – la lettura di libri e giornali, la visione di film importanti, l’ascolto di canzoni d’autore e la ricerca dei poeti – come fondamentale banco di crescita. L’accenno alla propria esperienza personale, all’età di tredici anni, quando un professore delle scuole medie mostrò alla sua classe il film <em>Il giorno della civetta</em>, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, ha molto colpito gli alunni, che a giudicare dalle espressioni ben poco sapevano e del film e del grande scrittore siciliano, è solo un esempio di come Pollina abbia saputo suscitare interesse e toccare ignote corde interiori. A sua volta stimolato dalla curiosità sincera dimostrata dai ragazzi.</p>
<p>Altri preziosi pungoli culturali sono scaturiti dalle esibizioni alla chitarra e al canto in due brani scelti per l’occasione, uno in siciliano e l’altro in italiano.</p>
<p>Pollina ha poi presentato il suo romanzo (<em>Der Andere</em>, uscito nel 2022 in tedesco per la Kein &amp; Aber di Zurigo e Berlino, e pubblicato in italiano nel 2023 con il titolo <em>L’altro</em>), dandone in breve una sinossi, raccontando come gli fosse sorta l’idea dei due personaggi protagonisti, Frank Fischer, un giornalista d’inchiesta tedesco e Leonardo Conigliaro, un medico di Camporeale, un paesino dell’entroterra palermitano, e spiegando l’impegno nella scrittura, di come la complessa trama intrecci le storie parallele di due uomini, ignoti l’uno all’altro, così diversi per storia e cultura, e così lontani fisicamente e geograficamente, ambedue protagonisti. E non a caso l’argomento “mafia”, gravosa e inevitabile presenza tradizionale della bella terra di Sicilia, torna nell’intreccio di tanti personaggi, non solo i due principali, ma fa da sfondo ad altre storie di tante altre figure, emigranti italiani e cittadini tedeschi e svizzeri. Di varia umanità e vari sentimenti. Tutti argomenti interessanti per il giovane pubblico.</p>
<p>In effetti, se ci si pensa bene, essere “l’altro” riguarda tutti. In talune circostanze, lo si è per qualcun altro. E lo si dovrebbe ricordare assai più spesso per capire il prossimo, e soprattutto se stessi. Il romanzo di Pollina apre in questo senso prospettive sconosciute ed è una lettura affascinante.</p>
<p>Al termine dell’intervento, mai noioso o prolisso, e dopo gli applausi finali e i complimenti, parecchi allievi hanno circondato l’artista per i saluti e gli autografi. Si è celebrata così una parte memorabile di una mattinata ben diversa dalle solite nelle classi e nei corridoi di una scuola. Che si pone come scuola di vita, e non solo di istruzione basilare, per generici o peggio scialbi protagonisti di domani.</p>
<p><em>Fabrizio Pezzoli</em></p>
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		<title>Fleur Jaeggy “I beati anni del castigo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 15:10:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
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		<category><![CDATA[introspezione]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzi Adelphi]]></category>
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		><h3 class="widget-title">Fleur Jaeggy e “I beati anni del castigo”: adolescenza e solitudine in un collegio svizzero</h3>
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	<p>Di Fleur Jaeggy fu facile innamorarmi. Naturalmente mi riferisco alla sua penna e al suo stile. Mi capitò con questo romanzo. Lo acquistai alla sua uscita, sul finire del 1989, e per tre motivi precisi. Si trattava di un’autrice svizzera, di una donna, e di un volume Adelphi. Qualità garantite. E un firmamento tutto da scoprire. Avevo letto qualcosa su una rivista letteraria e mi aveva incuriosito. In seguito avrei letto altre sue opere. Da qui, la difficoltà di scegliere quale libro consigliare in particolare. Per qualche giorno ho pensato di proporre la lettura di <em>La paura del cielo</em> (Adelphi, 1994), sette racconti magistrali da centellinare. Intrisi di cultura mitteleuropea, malinconia e senso della morte, sempre ai margini della tragedia, dello smarrimento di fronte a certe situazioni esistenziali, ai confini del gesto inconsulto, talvolta della follia, anche solo apparente, ma pericolosamente sotterranea, romantica, talvolta decadente.</p>
<p>L’anno successivo alla sua pubblicazione, nel 1990, a “<em>I beati anni del castigo”</em> venne conferito il prestigioso Premio Bagutta. E l’Italia tutta finalmente si accorgeva di Fleur Jaeggy.</p>
<p>L’ambientazione del romanzo è uno dei tanti rinomati collegi privati rossocrociati in cui studiano e crescono ragazze e ragazzi di buona famiglia, facoltose quanto basta per permetterselo.</p>
<p><em>«A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neve. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura.»</em></p>
<p>Siamo solo alla prima pagina e l’autrice già incanta e cattura. Con le prime frasi, con l’argomento, con lo stile. Descrive subito un luogo, un collegamento letterario importante, un evento tragico, un atteggiamento morboso, e infine una pecca dell’osannato sistema educativo elvetico. E prosegue imperterrita.</p>
<p><em>«A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio, a Herisau. È un vero peccato che non sapessimo dell’esistenza di Walser, avremmo colto un fiore per lui. Anche Kant, prima di morire, si commosse quando una sconosciuta gli offrì una rosa.»</em></p>
<p>Di nuovo, riemerge l’attraente morbosità adolescenziale per la morte, anche solo prefigurata, naturalmente stoica. E l’insistenza sul manicomio come prigione esistenziale alla quale sottrarsi, non troppo dissimile dal collegio, vissuto come costrizione parallela, privazione degli affetti familiari e parziale perdita di libertà. Ma il riscatto romantico viene poi offerto con il breve, toccante pensiero del fiore colto per il povero scrittore. Con l’accostamento di un altro nome altisonante, e di un altro fiore.</p>
<p>Strano che l’insegnante di letteratura del collegio femminile di cui si parla non conoscesse Robert Walser, scrittore svizzero assai importante, molto prolifico e attivo in vari campi artistici. E significativo da parte della Jaeggy l’accorato ricordo della sua scomparsa, avvenuta il 25 dicembre 1956, quando l’autrice aveva sedici anni, essendo nata nel 1940. È dunque evidente l’esperienza autobiografica da cui l’autrice trae linfa per la sua trama.</p>
<p>Al Bausler Institut, gestito e diretto dalla signora e dal signor Hofstetter, giunge una nuova allieva, Frédérique. È bella, altera, taciturna, colta, ammaliante. La protagonista se ne sente attratta. La intuisce interessante e controcorrente, per quanto, al contrario di sé, diligente e brava nello studio. La vuole come amica. Cerca in lei complicità. Ecco come la descrive, presentandola al lettore:</p>
<p><em>«Fu un giorno, durante il pranzo. Eravamo tutte sedute. Arrivò una ragazza, una nuova. Aveva quindici anni, i capelli diritti come lame, lucenti, gli occhi severi e fissi, ombrati. Il naso aquilino, i denti, quando rideva, e rideva poco, erano aguzzi. Una bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino. Non parlava con nessuno. Le sembianze erano di un idolo, sprezzante. Forse per questo desiderai conquistarla. Non aveva umanità. Sembrava anche disgustata. La prima cosa che pensai: era andata più in là di me.»</em></p>
<p>Le dinamiche all’interno di un collegio femminile, esclusivo e cosmopolita, sono bizzarre, tese e imprevedibili. E vengono magistralmente descritte dalla Jaeggy, senza remore di nessun genere.</p>
<p><em>«Nelle vite di collegio ciascuna di noi, se ha un po’ di vanità, si costruisce la propria immagine, una specie di doppia vita, si inventa un modo di parlare, di camminare, di guardare.»</em></p>
<p>E ancora, più sottilmente:</p>
<p><em>«Come si vede, non avevo ancora imparato l’arte di mediare, pensavo ancora che per ottenere qualcosa bisognasse andare dritti allo scopo, mentre sono soltanto le distrazioni, la vaghezza, la distanza che ci avvicinano al bersaglio, è il bersaglio che ci colpisce. Eppure con Frédérique usavo una tattica. Avevo una certa esperienza della vita di collegio. Fin dall’età di otto anni ero interna. Ed è nei dormitori che si conoscono le proprie compagne, davanti ai lavabi, nelle ore di ricreazione.»</em></p>
<p>Un mondo a parte, vien da dire. Nel quale entrano in gioco inevitabili tattiche sentimentali e intensi legami affettivi. Anche ambigui. Che con candida e schietta audacia Fleur non evita per niente.</p>
<p><em>«E piano piano cominciai a parlarle di me quando avevo otto anni. Allora giocavo con i ragazzi al pallone e mi fecero entrare in un lugubre collegio. In fondo a un lugubre corridoio c’era la cappella. A sinistra una porta. Dentro, una madre superiora, diafana, delicata, che si prese cura di me. Mi accarezzava con le sue mani sottili e dolci, sedevo accanto a lei come fosse un’amica. Scomparve un giorno. Al suo posto, venne un’opulenta svizzera del cantone di Uri. Si sa, il nuovo potere odia le favorite di prima. Un collegio è come un harem.»</em></p>
<p>La nuova allieva risveglia nella protagonista nuove consapevolezze. La affascina con la sua erudizione, la sua originalità, il suo deciso senso della verità, dell’anticonformismo, di scelte esistenziali alternative.</p>
<p><em>«Frédérique mi disse che ero un esteta. Una parola nuova per me, ma che ebbe subito un senso. Da esteta era la sua calligrafia, questo lo capii. Da esteta era il suo disprezzo per tutto. Frédérique nascondeva il suo disprezzo dietro l’obbedienza, la disciplina, era rispettosa. Io non sapevo ancora fingere.»</em></p>
<p>Fleur Jaeggy scrive con il bisturi. Senza anestesia. Non teme di chiarire i lati più in ombra e finanche oscuri della vita, di un ambiente, di una cultura, specificamente quella svizzera, che nel romanzo ci svela – come a tutti è capitato di osservare in talune circostanze – ordinata, disciplinata, ossessivamente orientata alla precisione. Ma purtroppo, spesso, come suggerisce l’autrice, sotto sotto incline all’apparenza, predominante sulla realtà, talora segreta e sottaciuta, fino a “imparare” a fingere – obbedienza e rispetto – per mascherare – niente meno – disprezzo. E in fondo, non di rado, una connaturata melancolia, un’angosciante solitudine, imposte dal silente e spopolato ambiente naturale alpino o campagnolo, seppur magnifico.</p>
<p><em>«È curioso come nei collegi dove sono stata ci fosse una penuria di maschi nei dintorni. O vecchi o pazzi o guardiani. Nell’Appenzell ricordo dei vecchissimi, storpi, una pasticceria e una fontana. Se si voleva un po’ di mondanità, si andava in pasticceria, non c’era mai nessuno, ma per la strada passava un vecchio. A lungo ho creduto che quelle che sono state in collegio, come Frédérique e me, e un giorno ce ne ricorderemo, possano vivere di niente, quando saranno invecchiate e deluse. Suona la campanella, ci alziamo. Suona ancora la campanella, dormiamo. Ci ritiriamo nelle nostre stanze, la vita l’abbiamo vista passare dalle finestre, dai libri, dall’alternarsi delle stagioni, dalle passeggiate. Sempre di riflesso, un riflesso che sembra raggelato sui davanzali.»</em></p>
<p>La scrittura di Fleur è minuziosa ma essenziale, tagliente come un’occhiata. Espressivamente espressionista. Ritrae con poche parole, precise, visuali. E dipinge con frasi rapide, da scatto fotografico. Per esempio, la direttrice del collegio, la signora Hofstetter:</p>
<p><em>«Era larga come un armadio, un tailleur blu, una camicia bianca, una spilla. Mi minacciò.»</em></p>
<p>Non un particolare in più. Due sole righe come pennellate, ma che bastano per suscitare mentalmente un’immagine.</p>
<p>Ci sono altri collegi, le ragazze crescono. L’amicizia tra la protagonista e Frédérique si dirada, ma non muore. Con il passar degli anni le loro storie si intrecciano ancora, come le rispettive vicende personali. Ed è un’inestimabile esperienza emotiva seguir le loro tracce. Anche se il destino di Frédérique da adulta non riserva felicità.</p>
<p>Il romanzo è breve. Poco più di cento pagine. Josif Brodskij, il poeta russo premio Nobel 1987, recensendolo, scolpì in conclusione: «<em>Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’autrice: il resto della vita</em>».</p>
<p>Fabrizio Pezzoli</p>
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		<title>Max Frisch “Homo Faber”</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/max-frisch-homo-faber/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 17:11:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio Febbraio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[cultura svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Homo Faber]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Max Frisch]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa europea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi moderni]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori svizzeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/Max-Frisch-portrait-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Di Max Frisch ci sarebbero innumerevoli libri di cui consigliare caldamente la lettura. Stavolta scegliamo questo romanzo tascabile di poco prezzo e di misurate pagine (176), scritto nel 1959 e ristampato più volte, sia in tedesco originale sia nella traduzione italiana di Aloisio Rendi per Feltrinelli (prima edizione 1959 nella collana “Narrativa” e via via</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/max-frisch-homo-faber/">Max Frisch “Homo Faber”</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/Max-Frisch-portrait-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24738"  class="panel-layout" ><div id="pg-24738-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24738-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24738-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Scrittori svizzeri: Alla scoperta di un libro</h3>
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	<p>Di Max Frisch ci sarebbero innumerevoli libri di cui consigliare caldamente la lettura. Stavolta scegliamo questo romanzo tascabile di poco prezzo e di misurate pagine (176), scritto nel 1959 e ristampato più volte, sia in tedesco originale sia nella traduzione italiana di Aloisio Rendi per Feltrinelli (prima edizione 1959 nella collana “Narrativa” e via via fino alla settima edizione riveduta del 2010 nella “Universale Economica”, ristampato anche di recente nel 2019 in una nuova traduzione di Margherita Carbonaro), e lasciamoci attrarre innanzitutto dalla presentazione in quarta di coperta. Che spiega solo l’essenziale, scopre quanto basta della trama per stimolare l’interesse del lettore, e soprattutto non rivela gli sviluppi più cruciali della storia e i colpi di scena narrativi, sempre più incalzanti verso la conclusione del romanzo. Cosa che farò anch’io.</p>
<p>Tutto inizia con un viaggio. In verità, l’intera storia è un continuo viaggio. Ma non picaresco, bensì iniziatico: per il protagonista che dà il titolo al romanzo e tuttavia anche per il lettore che si lasci accompagnare e avvincere dalle vicende personali di Walter Faber.</p>
<p>Ecco l’incipit (tutte le citazioni sono nella valente traduzione di Aloisio Rendi):</p>
<p><em>“Partimmo dal La Guardia, New York, con tre ore di ritardo, a causa di tempeste di neve. Il nostro apparecchio era un Super-Constellation, come sempre su questa linea. Mi sistemai subito per dormire, era notte. Aspettammo altri quaranta minuti sulla pista, neve davanti ai fari, neve asciutta e leggera, mulinelli sulla pista, ma a rendermi nervoso e ad impedirmi di addormentarmi subito non fu il giornale che distribuiva la hostess, la notizia FIRST PICTURES OF WORLD’S GREATEST CRASH IN NEVADA l’avevo già letta a mezzogiorno, ma semplicemente la vibrazione dell’apparecchio fermo coi motori accesi – e poi il giovane tedesco accanto a me, che mi diede subito nell’occhio, non so perché dava nell’occhio togliendosi il soprabito, sedendosi e tirando su la piega dei pantaloni al ginocchio e anche non facendo niente, semplicemente aspettando come tutti noi la partenza, seduto al suo posto, un biondo di pelle rosea, che subito si presentò, prima ancora che s’allacciassero le cinture. Il nome non l’avevo afferrato, i motori rombavano, uno dopo l’altro, nella prova a tutto gas –  </em><em>Ero stanco morto. </em><em>Ivy m’aveva imbottito la testa per tre ore, mentre aspettavamo l’apparecchio in ritardo, sebbene sapesse che per principio non mi sposo. </em><em>Ero contento di essere solo.”</em></p>
<p>Prima pagina del libro e Frisch si mostra subito mirabile narratore. Presenta uno stile preciso, dettagliato, ricco di constatazioni succinte ma efficacemente visive. Ci coinvolge subito nella situazione, tanto da farci sentire seduti accanto a lui sull’aereo in partenza. Spiega in poche righe chi è il protagonista e qual è la sua indole: un uomo attento, pignolo, pratico, insofferente. E abbozza altri due personaggi importanti della storia che seguirà: un passeggero fastidioso, che si rivelerà fondamentale nel prosieguo delle vicende, e una certa Ivy, di cui parlerà più a lungo in seguito.</p>
<p>Ciò che colpisce <em>tout court</em> è senz’altro il suo carattere, «<em>contento di essere solo</em>». E poi quel drastico «<em>per principio non mi sposo</em>», teso a escludere subito qualsiasi storia d’amore a lieto fine. Un’affermazione che sarà invece sconfessata da un altro, successivo, incontro casuale. Questa volta con una giovane donna, destinata a far crollare inconsapevolmente i dogmi su cui Faber ha costruito e fortificato le proprie scelte esistenziali.</p>
<p><em>“Mi offrì una sigaretta, il mio vicino, ma io presi le mie, sebbene non avessi voglia di fumare, e ringraziai, poi ripresi il giornale, non sentivo bisogno di contatti umani. Ero scortese, può darsi. Avevo dietro di me una settimana faticosa, non un giorno senza riunioni, volevo essere lasciato in pace, gli esseri umani affaticano.”</em></p>
<p>Altri particolari e pochi educati convenevoli, tutto pur di «<em>essere lasciato in pace</em>».</p>
<p>“(…)<em> il tedesco (quando avevo risposto in tedesco al suo inglese scadente, aveva subito capito che sono svizzero) non fu più possibile farlo smettere. Parlò del tempo, quindi del radar, di cui capiva poco; poi attaccò, come tutti i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, con la fratellanza europea.”</em></p>
<p>Nelle pagine seguenti, altri dettagli: precisazioni su chi sia il passeggero molesto accanto a lui, e su chi sia Walter Faber, un (tipico?) svizzero, ordinato, freddo, preciso, riservato, facilmente infastidito, specie dall’approssimazione.</p>
<p><em>“Non so perché mi dava sui nervi, dovevo conoscerla la sua faccia, una faccia molto tedesca. Ci pensai su, ad occhi chiusi, ma inutilmente. Cercai di dimenticare la sua faccia rosea, mi riuscì, e dormii circa sei ore, sovraffaticato com’ero – mi svegliai e tornò a darmi sui nervi.”</em></p>
<p>L’insistenza nella descrizione di uno sconosciuto, apparentemente destinato a essere dimenticato dopo poche pagine, a questo punto dovrebbe destare l’attenzione del lettore. E lo fa benissimo, poiché il puntiglioso osservatore Faber svela una scoperta assai importante ai fini dell’intreccio. Dato che lo sconosciuto, incontrato per caso, non è affatto destinato all’oblio dopo altre pagine.</p>
<p><em>“Nessun tedesco voleva il riarmo, erano i russi che costringevano l’America a farlo, una tragedia, io svizzero (sguizzero, diceva lui) non potevo darne un giudizio perché mai stato nel Caucaso, lui sì, che c’era stato, e li conosceva i russi, che solo con le armi si possono educare. Lui li conosceva i russi! Lo ripeté diverse volte. Che solo con le armi si possono educare! Disse, perché tutto il resto ai russi non gli faceva niente – </em><em>Io sbucciavo la mia mela. </em><em>Distinguere tra razze dominanti e razze inferiori, come faceva la buon’anima di Hitler, naturalmente era assurdo; ma gli asiatici restano asiatici – </em><em>Io mangiavo la mia mela.”</em></p>
<p>Faber non dà giudizi sulle opinioni del compagno di viaggio. Riporta soltanto ciò che dichiara l’intruso. È la mela la cosa più importante in quel momento!</p>
<p><em>“Leggeva il suo romanzo. </em><em>A me i romanzi non dicono niente – neanche i sogni”</em></p>
<p>Un altro squarcio nel ritratto del protagonista. Faber è un materialista disincantato, estremamente concreto, restio alle emozioni, indifferente alle fantasie dei romanzieri e alle vaghezze dei sognatori. Ma non è un superficiale: le sue certezze sono incise a fondo fin nell’animo.</p>
<p><em>“Non credo al destino o alla Provvidenza. Sono un tecnico e perciò abituato a calcolare le probabilità. Perché destino? Ammetto: senza l’atterraggio di fortuna a Tamaulipas (2.IV), tutto sarebbe stato altrimenti; non avrei mai fatto la conoscenza di questo giovane Hencke, non avrei forse mai più sentito parlare di Hanna, non saprei ancor oggi di essere padre. È impossibile immaginare come tutto sarebbe stato diverso senza questo atterraggio forzato a Tamaulipas. Sabeth forse vivrebbe ancora. Non lo nego: che le cose si siano svolte in questo modo, è stato più che una coincidenza, è stata una catena di coincidenze. Ma perché destino? Per accettare l’improbabile come fatto d’esperienza non ho bisogno della mistica; mi basta la matematica.”</em></p>
<p>Altre rivelazioni per il lettore attento a cogliere gli indizi della trama: il cognome del tedesco, il collegamento con una certa Hanna, la possibilità di essere <em>padre</em> inconsapevole, una tal Sabeth che risulta morta ma si rivelerà un personaggio fondamentale del romanzo.</p>
<p>Ci sono dunque un prima e un dopo, e il viaggio sull’aereo che effettuerà un atterraggio di fortuna nelle giungle del Centro America è solo il primo. Ce ne saranno infatti molti altri: a New York (dove riemerge la Ivy citata di sfuggita); di nuovo in Centro America con il tedesco conosciuto per caso poiché fratello di un vecchio amico ai tempi dell’ascesa del nazismo; in Europa a bordo di un transatlantico (sul quale fa la conoscenza della giovane Sabeth, che lo attrarrà misteriosamente); in Italia (Toscana, Umbria e Roma) e in Grecia. Il peregrinare del protagonista è incessante: lo ritroviamo a New York, a Caracas, a Düsseldorf, con tappe a Cuba e a Barcellona.</p>
<p>Ma è in Grecia che i fili dell’affascinante ragnatela con cui Frisch ci cattura e avvince si annodano, per poi spezzarsi tragicamente. Svelando una sequela di radicali cambiamenti nell’<em>Homo</em> Faber a causa del terremoto emotivo che lo travolgerà al termine di tanto vagare. Ogni convinzione, anche la più tenace, suggerisce Frisch, non è affatto al riparo da sorprese e rovinose frane. «<em>Le certezze della tecnologia e della ragione non sono certezze. Ci si può perdere</em>».</p>
<p>Lasciamoci sorprendere, e istruire, da questo formidabile romanzo assai moderno, precursore di tempi ancora più confusi.</p>
<p><em>Fabrizio Pezzoli</em></p>
</div>
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		<title>Attraverso il San Gottardo</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/attraverso-il-san-gottardo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Oct 2024 21:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Alexander Grass]]></category>
		<category><![CDATA[costruzione tunnel]]></category>
		<category><![CDATA[Galleria San Gottardo]]></category>
		<category><![CDATA[impatto sociale Ticino]]></category>
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		<category><![CDATA[ingegneria svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[libro San Gottardo]]></category>
		<category><![CDATA[storia San Gottardo]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Scheidegger fotografie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/10/Senza-nome-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />La galleria stradale del San Gottardo è una delle più grandi e importanti infrastrutture del Ticino. La sua costruzione non solo ha impegnato un’intera generazione di politici e progettisti, ma ha anche occupato artisti e operatori culturali. Grazie ad essa, si è aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra il Ticino e le</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/10/Senza-nome-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24495"  class="panel-layout" ><div id="pg-24495-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24495-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24495-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Una nuova pubblicazione propone una ricostruzione completa e oggettiva di un cantiere che ha cambiato il Ticino e la Svizzera.</h3>
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	<p>La galleria stradale del San Gottardo è una delle più grandi e importanti infrastrutture del Ticino. La sua costruzione non solo ha impegnato un’intera generazione di politici e progettisti, ma ha anche occupato artisti e operatori culturali. Grazie ad essa, si è aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra il Ticino e le regioni d’Oltralpe.</p>
<p>Alla sua inaugurazione era il tunnel stradale più lungo del mondo e, per il Ticino, il suo valore è tuttora enorme. Solo oggi, tuttavia, a oltre 40 anni dall’apertura, la storia di questa galleria viene presentata al grande pubblico. Alexander Grass si avvale di un’intensa ricerca d’archivio, di interviste e delle impressionanti fotografie di Walter Scheidegger per dare voce e un volto agli uomini che hanno costruito il tunnel: si tratta di immagini e racconti di un mondo altrimenti nascosto. Il libro descrive la lunga storia della progettazione, ricca di utopie e controversie, e racconta delle crisi che hanno accompagnato la costruzione. Non bisogna però dimenticare, che al San Gottardo è stato scritto anche un pezzo importante della storia sociale svizzera. Il libro affronta perciò anche le condizioni di lavoro dei minatori e gli sforzi per migliorare la sicurezza sul lavoro. Non da ultimo, alla costruzione della galleria si è accompagnato un intenso dibattito politico e culturale. Se da un lato si riteneva che il tunnel avrebbe permesso al Ticino di uscire dal proprio isolamento e di aprire la via ad un rinnovamento morale e culturale, dall’altro la galleria era considerata la principale responsabile della speculazione fondiaria, della cementificazione del Cantone e della perdita dell’identità ticinese.</p>
<p><em>Fonte www.editore.ch</em></p>
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	<p>Alexander Grass vive in Svizzera dal 1968 e nel 1981 si è laureato in economia. Dal 1983 ha lavorato come redattore presso la “WOZ, Die Wochenzeitung” e nel 1988 è passato alla Keystone Press. Dal 1989 ha lavorato presso la Radio Svizzera DRS: dal 1995 come responsabile della redazione esteri e dal 2002 fino al prepensionamento, avvenuto nel 2018, come corrispondente per il Ticino. Ha pubblicato numerosi lavori sulla costruzione della galleria di base del San Gottardo, tra cui “<em>Tre record mondiali al San Gottardo</em>” (2016), insieme a Kilian T. Elsasser, con Hier und Jetzt. Con la stessa casa editrice, nel 2023 è uscito anche il saggio “<em>Grenzland Tessin</em>”.</p>
<p>Con 39 fotografie originali di Walter Scheidegger scattate durante la costruzione del tunnel. Il racconto avvincente di una monumentale opera ingegneristica.<br />
Prefazione di Marco Marcacci, traduzione di Marisa Sulmoni.</p>
<p><em>Ordinazioni su shop@editore.ch.</em></p>
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		<title>Friedrich Dürrenmatt “La morte della Pizia”</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/friedrich-durrenmatt-la-morte-della-pizia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jun 2024 14:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Luglio-Agosto 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[analisi critica]]></category>
		<category><![CDATA[Friedrich Dürrenmatt]]></category>
		<category><![CDATA[La morte della Pizia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura europea]]></category>
		<category><![CDATA[mitologia greca]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[opere letterarie]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni sociologiche]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/06/i__id2421_mw1000__1x-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24152"  class="panel-layout" ><div id="pg-24152-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24152-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24152-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Alla scoperta di un libro</h3>
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	<p>Prendiamo un classico, Friedrich Dürrenmatt (1921-1990). E mettiamo un momento da parte il drammaturgo e il gran narratore dei romanzi più noti, come <em>Il giudice e il suo boia</em> (1950), <em>La panne</em> (1956) o <em>La valle del caos </em>(1989), quello sottilmente giallista, indagatore degli abissi umani più che delle alte quote da voli pindarici dell’intelletto, ma sempre teso alla riflessione sociologica, quello de <em>Il sospetto</em> (1951), <em>La promessa</em> (1957) o <em>L’incarico</em> (1986), quello dei tanti racconti, romanzi brevi e pamphlet (tutte opere da riscoprire, rileggere, cercare), e dedichiamo qualche minuto di rispettosa attenzione a questo libretto, 68 pagine in tutto, prodigo di stimoli letterari, filosofici, emotivi. E perfino laicamente teologici, o teologicamente laici, se preferite.</p>
<p><em>La morte della Pizia</em> (<em>Das Sterben der Pythia</em>) è un racconto tratto dal <em>Mitmacher</em>, una variegata raccolta di varie opere per così dire “minori” (racconti brevi, riflessioni, appunti di drammaturgia e di vita), del 1976, pubblicato come volumetto singolo nel 1985 dalla Diogenes Verlag di Zurigo, e tradotto in italiano nel 1988 per i tipi della Adelphi di Milano, nella collana Piccola Biblioteca Adelphi, vol. 216 (ormai giunto alla 33ª edizione), nella valente traduzione di Renata Colorni.</p>
<p>Siamo in ambito mitologico. Grecia antica, santuario di Delfi. E la Pizia con cui Dürrenmatt ci intriga è l’ennesimo oracolo che di generazione in generazione si succedette sul noto tripode posto in una rupe a cavernetta davanti al Tempio di Apollo nella famosa località storica, ancor oggi visitabile nella sua suggestiva veste di prezioso sito archeologico.</p>
<p>Ma non si tratta di un’apologia dei miti antichi né un elogio storicista del buon tempo che fu millenni fa, fascinosamente ammantato di incanto e mistero. Tutt’altro. Dürrenmatt stabilisce fin da subito un registro beffardo e insolente da dissacratore spietato par suo. Eccone l’incipit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro».</em></p>
<p>Un solo paragrafo, il primo oltretutto, lunghetto ma scritto magistralmente, e di magnifica scorrevolezza, nel quale l’autore ci cala subito nell’irrisoria realtà ridimensionante di una figura, e di un intero mito, sfatati nella realtà dei fatti. Magari anche solo filosoficamente ipotizzati, e immaginati.</p>
<p>Proseguendo nella lettura, la Pizia, stanca a fine giornata e infastidita dall’atteggiamento del giovane claudicante che viene a farsi vaticinare il futuro, un futuro che lei – per quanto possa sembrare incredibile – crede fermamente impossibile da prevedere, si diletta malignamente lì per lì a fare…</p>
<p>«(…) <em>una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende».</em></p>
<p>È un capovolgimento totale di prospettiva che l’autore chiede, immediatamente, al lettore, con un espediente narrativo pari a un ceffone in faccia.</p>
<p>La complessa vicenda mitologica di Edipo si dipana così sotto i nostri occhi, prefigurata per sommi capi introduttivi dallo stesso protagonista e dettagliata poco dopo da Giocasta, la madre incestuosa, che la ascrive con rassegnato fatalismo a un non meglio precisato decreto degli dèi, alla quale Pannychis XI ribatte senza mezzi termini:</p>
<p>«<em>Carogna»</em> <em>gridò la Pizia con voce roca</em> <em>«sei proprio una carogna a parlare di decreto degli dèi quando sai benissimo che quell’oracolo è tutto un imbroglio inventato da me di sana pianta!</em>»</p>
<p>Vi basta? È abbastanza spiazzante? Ma non finisce qui. Alla Pizia a questo punto compare un’ombra che prende le sembianze di Tiresia, il famoso veggente cieco, che le spiega…</p>
<p><em>«Pannychis,» continuò Tiresia in tono conciliante «anch’io come te sono una persona sensata, come te non ho fede negli dèi e credo invece nella ragione, e proprio perché credo nella ragione sono persuaso che l’insensata fede negli dèi debba essere sfruttata in maniera ragionevole (…).»</em></p>
<p>La razionalità, dunque, è guida suprema per Dürrenmatt, anche a costo di negare la mitologia, senz’altro, e perfino la storia, forse, benché solo temporaneamente. Forse.</p>
<p>Ed emerge anche il pessimismo dürrenmattiano circa la propensione generale degli esseri umani a essere estremamente pratici, quando è il caso, opportunisti, spesso, e arrogantemente incompetenti, sempre più sovente. Specie in campo politico, verrebbe da dire. Poiché Friedrich Dürrenmatt è autore polemico, urticante, cinico, ma gran maestro dell’ironia e dei colpi di scena più sarcastici, sebbene amari.</p>
<p>Segue una discussione straordinariamente interessante tra la Pizia e Tiresia, alla quale il lettore più attento si può approcciare come a un lauto banchetto non già di banali leccornie materiali bensì di pregnanti riflessioni esistenziali. E Tiresia a un tratto dice:</p>
<p><em>«Perché mai, Pannychis, la gente dice sempre verità approssimative, come se la verità non risiedesse soprattutto nei singoli dettagli? Forse perché gli uomini stessi sono soltanto qualcosa di approssimativo. Maledetta imprecisione. (…).»</em></p>
<p>E qui Dürrenmatt rivela il suo innato senso civico genuinamente elvetico. L’ordine, il dettaglio, la precisione. A servizio della verità, musa ispiratrice e bussola morale dell’autore, che la cerca e persegue spesso nei suoi racconti e romanzi in cui ignoti commissari di polizia o stanchi giudici fatalisti si cimentano nell’affannosa ricerca di un colpevole, spinti da un profondo senso di giustizia, ma altresì da un’interiore aspirazione esistenziale non disgiunta da una profonda, autentica, etica sociale, imparziale e libera da qualsiasi vincolo.</p>
<p>Dopo ulteriori riflessioni e scambi tra l’indovina e il veggente, la Pizia, tra le altre cose, asserisce:</p>
<p><em>«(…) Tutti i tiranni che fondano il loro dominio su grandi princìpi, l’uguaglianza dei cittadini tra loro o l’idea che i beni di ognuno appartengano a tutti, suscitano in coloro sui quali esercitano la loro potestà un sentimento di soggezione incomparabilmente più mortificante di quelli che, anche se assai più ignobili, si accontentano come Laio di fare i tiranni, troppo pigri per addurre una qualsiasi giustificazione al proprio comportamento: essendo la loro dittatura lunatica e capricciosa, i sudditi hanno la sensazione di poter godere di una certa libertà. Non si sentono tiranneggiati da una arbitraria necessità che non consente loro speranza alcuna, ma piuttosto da un arbitrio assolutamente casuale che ancora permette qualche speranza».</em></p>
<p>Ecco l’autore polemista e anticonformista. E quanto sono attuali le sue considerazioni “politicamente corrette”!</p>
<p>Ma per chi ama soprattutto il bello scrivere non mancano di certo gli spunti descrittivi e poetici. Eccone un esempio, dopo tanto discettare. Si è fatto mattino e i due vaticinatori si avviano alla scomparsa, l’uno, e all’annunciata morte, anch’essa per graduale sparizione, l’altra.</p>
<p><em>«La notte aveva ceduto il posto ad un plumbeo mattino, che di colpo aveva fatto irruzione nella caverna oracolare. Eppure, ciò che irresistibilmente stava dilagando non era mattino e non era notte, bensì qualcos’altro, qualcosa di irreale, né luce né buio, senz’ombra, senza colore. Come sempre nelle prime ore dell’alba, i vapori depositandosi sul pavimento di pietra, creavano uno strato di fredda umidità e, appiccicandosi alle pareti, formavano gocce nere che per il peso colavano piano piano e sparivano nella fessura della terra sotto forma di lunghi e sottili filamenti».</em></p>
<p>Sembra di esser presenti; si avverte il freddo e si prova la medesima contrarietà della Pizia e di Tiresia.</p>
<p>Si è ormai giunti alle conclusioni, ma con caparbia per quanto stremata razionalità i due ancora non rinunciano né al dubbio né all’irrisione, né a tentare di far luce sulla verità.</p>
<p><em>«Una cosa soltanto non riesco a capire» disse la Pizia. «Che il mio oracolo si sia avverato, anche se non come Edipo se l’immagina, è frutto di una incredibile coincidenza; ma se Edipo ha creduto all’oracolo fin da principio e se la prima persona che ha ucciso è stato l’auriga Polifonte e la prima donna che ha amato è stata la Sfinge, se questo è vero, come mai non gli è venuto il sospetto che suo padre fosse l’auriga e sua madre la Sfinge?».</em></p>
<p><em>«Perché Edipo preferiva esser il figlio di un re piuttosto che il figlio di un auriga. Il suo destino se lo è scelto da sé» fu la risposta di Tiresia.</em></p>
<p><em>«Noi e il nostro oracolo,» sospirò amareggiata la Pizia «solo grazie alla Sfinge siamo venuti a conoscenza della verità».</em></p>
<p><em>«Non saprei,» fece Tiresia pensieroso «la Sfinge è una sacerdotessa di Hermes, il dio dei ladri e degli impostori».</em></p>
<p>Fino all’ultimo Dürrenmatt proclama il suo, e il nostro, diritto a essere liberi pensatori, affrancati perfino dall’idea del soprannaturale, oltre che dai miti. È Tiresia a delineare la sofferta conclusione, quando afferma:</p>
<p><em>«Dimentica le vecchie storie, Pannychis, non hanno alcuna importanza, in questa grande babilonia siamo noi i veri protagonisti. Noi due ci siamo trovati di fronte alla stessa mostruosa realtà, la quale è impenetrabile non meno dell’essere umano che ne è l’artefice. Forse gli dèi, ammesso che esistano, potrebbero godere dall’alto di una certa visione d’insieme, sia pure superficiale, di questo nodo immane di accadimenti inverosimili che danno luogo, nelle loro intricatissime connessioni, alle coincidenze più scellerate, mentre noi mortali che ci troviamo nel mezzo di un simile tremendo scompiglio brancoliamo disperatamente nel buio. (…)».</em></p>
<p>E solo nelle ultime due pagine l’autore svela il suo pensiero, non più quello della Pizia di Delfi o di Tiresia di Tebe, o di Edipo o della Sfinge. Ossia che la ragione cerca sempre di fare ordine negli avvenimenti, anche i più paradossali, della vita, ma si deve arrendere spesso alla casualità di un mondo in cui regna il caos. Nonostante con l’immaginazione taluni si sforzino di giustificare il caso o prefigurino un destino o uno scopo con inguaribile utopismo, mentre altri si accontentino di un pacato, irrimediabile pessimismo.</p>
<p><em>Fabrizio Pezzoli</em></p>
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