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	<title>Storia Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<item>
		<title>Il sogno infranto di una Sardegna svizzera a dieci anni dalla nascita</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/canton-marittimo-sardegna-dieci-anni-progetto-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 20:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Dicembre 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/12/sardegna2-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Da provocazione a progetto strutturato, l'idea di annettere la Sardegna alla Confederazione Elvetica compie un decennio. Un viaggio tra la genesi, lo sviluppo e l'eredità di una proposta che ha fatto discutere anche l'Europa, mescolando pragmatismo, identità e un pizzico di utopia. Sono passati più di dieci anni da quando, quasi come una boutade lanciata</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/canton-marittimo-sardegna-dieci-anni-progetto-svizzera/">Il sogno infranto di una Sardegna svizzera a dieci anni dalla nascita</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/12/sardegna2-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-25689"  class="panel-layout" ><div id="pg-25689-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25689-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25689-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">In collaborazione con: TVS tvsvizzera.it</h3>
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	<p><em>Da provocazione a progetto strutturato, l'idea di annettere la Sardegna alla Confederazione Elvetica compie un decennio. Un viaggio tra la genesi, lo sviluppo e l'eredità di una proposta che ha fatto discutere anche l'Europa, mescolando pragmatismo, identità e un pizzico di utopia.</em></p>
<p>Sono passati più di dieci anni da quando, quasi come una boutade lanciata durante una discussione tra amici, prese forma un’idea tanto audace quanto affascinante: trasformare la Sardegna nel 27esimo cantone della Svizzera, il “Canton Marittimo”. Nata dall’iniziativa dei cagliaritani Andrea Caruso, odontoiatra, ed Enrico Napoleone, imprenditore, la proposta non era solo una provocazione, ma la risposta a un profondo senso di frustrazione verso l’inefficienza statale italiana e, al contempo, un’ammirazione per il modello federale, efficiente e rispettoso delle autonomie locali della Svizzera.</p>
<h2>La genesi di un’idea</h2>
<p>L’idea del Canton Marittimo non è rimasta confinata a una chiacchierata. Ha trovato subito un terreno fertile sui social media, dove il gruppo Facebook dedicato ha raccolto in pochi giorni migliaia di iscritti, superando in breve tempo i 14’000 membri. Questo entusiasmo digitale si è presto trasformato in un segnale politico concreto: alle elezioni regionali del 2014, circa 1’800 elettori annullarono la propria scheda scrivendo “Canton Marittimo”, un voto di protesta che diede la prima misura tangibile del sentimento popolare.</p>
<p>La filosofia alla base era chiara: se l’indipendentismo puro sembrava una strada impervia, l’annessione a un modello statale funzionante rappresentava una soluzione pragmatica. I promotori la definirono una forma di “separatismo per annessione”, un’autocritica che ammetteva le difficoltà interne dell’isola e cercava una soluzione “andando con i migliori”, come recitava uno degli slogan. L’interesse fu tale che media internazionali come la BBC, il <em>Wall Street Journal </em>e <em>Der Spiegel </em>dedicarono articoli al fenomeno.</p>
<h2>I passi concreti</h2>
<p>Quella che molti liquidarono come una goliardata iniziò a strutturarsi. Venne creata l’associazione “Canton Marittimo” e, passo dopo passo, l’iniziativa superò i confini nazionali. I promotori organizzarono un “Tour de Suisse” per presentare il progetto non solo alla popolazione ma anche alle istituzioni elvetiche.</p>
<p>Il momento di svolta arrivò con l’accoglienza ricevuta nel Canton Vaud, dove una delegazione sarda fu ricevuta ufficialmente dal presidente del Gran Consiglio. Questo clima favorevole portò, nel settembre 2015, alla fondazione a Losanna della “Societé Sardaigne Canton Maritime”, un’associazione gemella con l’obiettivo di promuovere scambi economici, scientifici e culturali tra la Sardegna e la Svizzera.</p>
<h2>L’impatto e l’eredità a dieci anni di distanza</h2>
<p>Sebbene la strada per un’annessione reale fosse legalmente e politicamente quasi impossibile – scontrandosi con principi costituzionali come l’indivisibilità della Repubblica Italiana – l’impatto dell’idea è stato innegabile. Il progetto ha acceso un dibattito sulla gestione dell’autonomia, sull’efficienza della pubblica amministrazione e sul rapporto tra centro e periferie.</p>
<p>Oggi, a un decennio di distanza, l’eco del Canton Marittimo non si è spenta. L’idea riemerge ciclicamente, soprattutto sui social media, dove meme e discussioni la mantengono viva, testimoniando come quel sogno di efficienza e autonomia continui a solleticare l’immaginario collettivo. Anche se la Sardegna non è diventata un Cantone svizzero, l’iniziativa ha dimostrato la volontà di una parte della sua popolazione di cercare modelli alternativi e ha creato un ponte culturale ed economico con la Svizzera che persiste ancora oggi.</p>
<h2>Intervista a Enrico Napoleone</h2>
<p><strong>TVS: Enrico Napoleone, l’idea del “Cantone Marittimo” nacque dieci anni fa. Quali furono le motivazioni profonde che vi spinsero a concepire una proposta così singolare per la Sardegna?</strong></p>
<p><strong>Enrico Napoleone</strong>: «<em>L’idea nacque da una profonda riflessione sulla situazione in cui versava la Sardegna dieci anni fa, una condizione che, purtroppo, non è migliorata, anzi, sotto certi aspetti è peggiorata. Ritenemmo che fosse necessaria una rottura con il passato, avviare un vero e proprio cambio di paradigma. Volevamo valorizzare il nostro enorme potenziale, ma sentivamo il bisogno di chi potesse insegnarci come farlo. In questo contesto, abbiamo individuato negli svizzeri un modello di riferimento. Soprattutto quella Svizzera così attenta alle autonomie regionali.</em>»</p>
<p><strong>Inizialmente, l’iniziativa fu definita una “provocazione”. Qual era l’obiettivo di questa provocazione e come si è evoluta nel tempo?</strong></p>
<p>«<em>Sì, inizialmente era una provocazione mirata a smuovere l’animo dei sardi. Le posizioni indipendentiste sarde sono sempre state forti e radicate, ma noi volevamo proporre uno spunto diverso, quasi paradossale, che andasse oltre la semplice indipendenza. L’obiettivo era quello di mirare a un’integrazione nella Confederazione svizzera. Quella che era nata come una provocazione, grazie all’accoglienza e all’interesse riscontrato in Svizzera, è diventata qualcosa di più concreto e ha acquisito una sua dignità progettuale.</em>»</p>
<p><strong>Quali benefici concreti avrebbe potuto portare, e potrebbe ancora portare, un sodalizio tra la Sardegna e la Svizzera?</strong></p>
<p>«<em>I benefici che abbiamo individuato dieci anni fa sono ancora validi oggi. La Sardegna offre alla Svizzera una posizione strategica al centro del Mediterraneo, un luogo apprezzato per il turismo, ma soprattutto una potenziale base per lo sviluppo di attività imprenditoriali e commerciali. Con una superficie di poco più della metà della Svizzera e una bassa densità demografica, l’isola presenta spazi enormi che possono essere sfruttati in modo sostenibile. Inoltre, il clima è decisamente più mite e favorevole rispetto a quello svizzero. Per la Sardegna, l’adesione avrebbe significato l’adozione di un modello di governance basato sul massimo rispetto delle autonomie locali, tipico del sistema cantonale svizzero, garantendo stabilità economica e opportunità di sviluppo.</em>»</p>
<p><strong>Come fu accolta l’iniziativa in Svizzera?</strong></p>
<p>«<em>Con molto interesse ed entusiasmo, il che fu una grande sorpresa per noi. Non avevamo fatto nulla di specifico per far sì che la nostra proposta arrivasse in Svizzera, eppure ottenne una risonanza notevole. Oltre a un interesse generale, ricevemmo l’attenzione di politici e imprenditori che avevano colto il potenziale dell’idea. Al di là dell’aspetto utopistico, vedevano la possibilità di un sodalizio concreto tra Svizzera e Sardegna in ambito imprenditoriale. Abbiamo avuto incontri con organizzazioni imprenditoriali e figure politiche di spicco. Sebbene non si sia concretizzato nulla di formale, i contatti furono significativi.</em>»</p>
<p><strong>Il vostro “sogno” si è arenato. Quali sono state le ragioni principali di questo rallentamento o della sua interruzione?</strong></p>
<p>«<em>Purtroppo, sì. Io e Andrea ci siamo stancati e abbiamo perso un po’ di entusiasmo perché non abbiamo avuto un riscontro locale adeguato rispetto a quanto avevamo seminato. Non c’è stato alcun supporto significativo dalla politica sarda. I due governi regionali che si sono succeduti in questi anni (prima di centrosinistra, poi di centrodestra) non hanno mostrato un interesse concreto. Di conseguenza, i nostri interlocutori svizzeri, constatando la mancanza di risposte da parte sarda, da pragmatici si sono progressivamente ritirati.</em>»</p>
<p><strong>Cosa rimane oggi di quell’esperienza, sia a livello personale che per la Sardegna in generale?</strong></p>
<p>«<em>L’interesse per l’idea continua a esserci. A differenza di quando partimmo, quando ricevemmo una marea di critiche, nel corso del tempo siamo riusciti a convincere molti detrattori che l’idea era valida. Oggi, a distanza di dieci anni, i detrattori sono quasi scomparsi, e rimangono soprattutto gli entusiasti. Nel frattempo, la Sardegna non è migliorata, anzi. La popolazione è diminuita e la situazione economica è tutt’altro che rosea.</em></p>
<p><em>Per fare un esempio. Negli ultimi 3-4 anni, le richieste di installazione di impianti rinnovabili, eolici e fotovoltaici, hanno raggiunto numeri stratosferici, trasformando l’isola in una “terra di conquista” per investitori globali. Il problema è che da tutto questo fermento, i sardi e la Sardegna non hanno tratto alcun beneficio economico.</em></p>
<p><em>Continuiamo a pagare l’energia più degli altri. In Sardegna, di fatto, non resta nulla di questo sfruttamento, e subiamo la volontà statale italiana, a differenza di quanto accadrebbe in Svizzera, dove i Cantoni hanno ampie autonomie decisionali. Siamo alla mercé dei “conquistatori” del nostro sole e del nostro vento, senza alcun vantaggio. In Svizzera questo non sarebbe mai successo. A livello personale, l’esperienza è stata bella e istruttiva, e ha lasciato in eredità rapporti umani duraturi.</em>»</p>
<p><strong>Considerando l’evoluzione del mondo negli ultimi dieci anni, in particolare con fenomeni come il nomadismo digitale, l’idea del “Cantone Marittimo” avrebbe oggi basi ancora più solide?</strong></p>
<p>«<em>Assolutamente sì. Dieci anni fa, fenomeni come il nomadismo digitale non erano così sviluppati o diffusi. Oggi, la possibilità di vivere e lavorare in Sardegna, godendo del suo clima e dei suoi spazi, pur mantenendo connessioni professionali globali, è una realtà concreta. Questo rende l’idea del “Cantone Marittimo” ancora più attuale e con basi ancora più forti. La Sardegna potrebbe attrarre talenti e investimenti, offrendo un modello di vita e di lavoro che combina qualità della vita e opportunità economiche, in un contesto di autonomia e governance efficiente come quello svizzero.</em>»</p>
<p>Riccardo Franciolli</p>
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		<item>
		<title>Maurice Bavaud: lo svizzero che tentò di uccidere Hitler</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/maurice-bavaud-svizzero-che-tento-uccidere-hitler/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 17:42:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Dicembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/maurice-bavaud-svizzero-che-tento-uccidere-hitler/">Maurice Bavaud: lo svizzero che tentò di uccidere Hitler</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/12/Maurice-Bavaud1-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-25670"  class="panel-layout" ><div id="pg-25670-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25670-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25670-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><em>A maggio è stata inaugurata a Neuchâtel (VD) una targa commemorativa dedicata alla memoria di Maurice Bavaud. Il giovane cattolico svizzero fu giustiziato con la ghigliottina nel 1941 in Germania per aver tentato di uccidere Hitler. </em><em>All'epoca, la Svizzera non fece nulla per salvarlo.</em></p>
<p>Cosa si può fare contro una dittatura? Una targa commemorativa inaugurata a maggio a Neuchâtel ci invita a riflettere su questa domanda. Essa ricorda Maurice Bavaud che, all'età di 22 anni, tentò di uccidere Hitler. «<em>Si desidererebbe che al mondo ci fossero più persone come lui, disposte a cercare di uccidere mostri del genere</em>», ha dichiarato durante la cerimonia di inaugurazione il medico in pensione Jean-François Burkhalter (81), uno dei promotori dell'iniziativa commemorativa. Maurice Bavaud proveniva da una semplice famiglia cattolica e voleva fare la differenza. «<em>Ai suoi occhi, il Führer rappresentava una minaccia per l'indipendenza della Svizzera, l'umanità e il cattolicesimo</em>», si legge nei verbali del suo processo del 1939, al quale non era presente alcun diplomatico svizzero.</p>
<p>Quando nel 1938 il giovane tornò da un seminario in Bretagna, che lo aveva preparato alla professione di missionario, si mise in viaggio in treno verso la Germania. All'epoca, il governo del nostro Paese confinante promuoveva gli scambi con la Svizzera. Le visite di cittadini svizzeri nel Reich tedesco erano possibili senza particolari ostacoli, spiega lo storico neocastellano Marc Perrenoud. Maurice Bavaud riuscì ad avvicinarsi a Hitler il 9 novembre, durante una parata a Monaco. Ma davanti a lui numerose braccia si alzarono nel saluto nazista, impedendogli di sparare al dittatore. Poiché viaggiava senza biglietto, fu arrestato più tardi durante il viaggio di ritorno in treno. L'ambasciata svizzera a Berlino, allora guidata da un certo Hans Frölicher, non voleva però «<em>compromettere i buoni rapporti tra la Germania e la Svizzera per quest’uomo</em>», secondo Perrenoud. Su richiesta delle autorità tedesche, la procura avviò un'indagine sul giovane e inviò alle autorità naziste una comunicazione in cui lo riteneva omosessuale.</p>
<p>Il padre di Maurice Bavaud propose di scambiare il figlio con dei prigionieri tedeschi detenuti in Svizzera, per salvarlo dalla pena di morte. Le autorità svizzere, però, non vollero prendere in considerazione questa proposta. Durante il processo, il difensore d'ufficio sottolineò che il giovane Bavaud non aveva sparato nemmeno un colpo. Ma fu tutto inutile. La sua famiglia ricevette un'ultima lettera dalla prigione di Plötzensee. «<em>Vi abbraccio forte, perché è l'ultima volta</em>». Il 14 maggio 1941 Maurice Bavaud fu giustiziato con la ghigliottina. Non ci fu una tomba. Negli anni 50, la famiglia Bavaud ricevette dalla Repubblica Federale Tedesca un risarcimento di 40’000 franchi. Nel 1979, lo scrittore tedesco Rolf Hochhuth dichiarò Bavaud un nuovo Guglielmo Tell e, nel 1980, anche il giornalista Nicolas Meienberg pubblicò un libro in sua memoria.</p>
<p>La Svizzera avrebbe potuto salvare Bavaud? Marc Perrenoud cita il caso di un altro neocastellano, il pastore Roland de Pury, arrestato nel 1943 in una chiesa di Lione. Vicino al movimento di resistenza francese, fu salvato grazie a uno scambio con spie tedesche. De Pury e la sua famiglia disponevano di relazioni e contatti che mancavano alla famiglia Bavaud. I consiglieri federali René Felber e Pascal Couchepin hanno ammesso rispettivamente nel 1989 e nel 2008 che la diplomazia svizzera non ha fatto abbastanza per salvare Bavaud.</p>
<p><em>Stéphane Herzog</em></p>
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	<p><strong>Maurice Bavaud.</strong> Foto: Handout Filmkollektiv Zurigo</p>
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		<title>La nascita della rete consolare svizzera</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-nascita-della-rete-consolare-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 15:14:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Da Palazzo Federale]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[storia della rete consolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/10/Bordeaux-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Una donna svizzera perde i documenti d'identità a Cuba? Contattare il consolato. Una coppia svizzera dà alla luce un bambino in Australia e un cittadino svizzero ha bisogno di aiuto in Kenya? Possono rivolgersi alla rappresentanza svizzera in loco. Tutti possono contare su una rete che ha una lunga storia: il primo consolato svizzero è</p>
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	<p>Una donna svizzera perde i documenti d'identità a Cuba? Contattare il consolato. Una coppia svizzera dà alla luce un bambino in Australia e un cittadino svizzero ha bisogno di aiuto in Kenya? Possono rivolgersi alla rappresentanza svizzera in loco. Tutti possono contare su una rete che ha una lunga storia: il primo consolato svizzero è stato aperto a Bordeaux nel 1789.</p>
<p>Oggi le rappresentanze svizzere sono presenti in tutto il mondo. In quasi tutti i Paesi, una rappresentanza funge da primo punto di contatto per gli svizzeri all'estero che devono risolvere una questione o un problema. Non è sempre stato così: la rete è stata costruita gradualmente negli ultimi due secoli, con l'apertura del primo consolato a Bordeaux nel 1798.</p>
<p>Prima di quell'anno, diversi cantoni avevano già rappresentanti diplomatici o consolari nei Paesi alleati. Tuttavia, non esisteva ancora un'ambasciata federale, perché fino all'invasione della Svizzera da parte delle truppe francesi di Napoleone, la Confederazione non era altro che un vago insieme di territori legati da pochi interessi comuni.</p>
<p>Alla fine del XVIII secolo, gli ideali della Rivoluzione francese fermentavano in tutta Europa. Questi nuovi valori di libertà, fraternità e uguaglianza circolavano anche in Svizzera, alimentando manifestazioni e crescenti disordini a partire dagli anni 1790. Sulla scia delle campagne napoleoniche, le truppe francesi occuparono l'ex Confederazione nel marzo 1798 e, il 12 aprile, istituirono la Repubblica elvetica centralizzata.</p>
<p>Una volta stabilizzata la situazione politica, la Repubblica Elvetica si pose delle priorità importanti in termini di politica nazionale e internazionale. In un mondo di legami economici sempre più stretti e numerosi, anche con i territori d'oltremare, la difesa degli interessi svizzeri all'estero diventava sempre più importante. Il 25 agosto 1798, l'ex ministro degli Affari esteri della Repubblica Elvetica nominò Marc-Antoine Pellis primo console svizzero a Bordeaux. Nacque così il primo consolato svizzero, il primo polo della rete consolare del nostro Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Chi era Marc-Antoine Pellis, il primo console svizzero?</strong></p>
<p>Marc-Antoine Pellis (1753-1809), originario del Canton Vaud, si fece un nome come senatore e politico elvetico. In un periodo in cui le idee della Rivoluzione francese stavano prendendo piede in Europa, il giovane Pellis tornò in Svizzera dopo diversi viaggi in Europa. Nel Pays de Vaud, allora ancora soggetto a Berna, partecipò a manifestazioni a favore della Rivoluzione e contro la dominazione bernese. Il fallimento dei “banchetti” nel giugno 1791, seguito dall'arresto degli organizzatori e dall'occupazione militare della regione, costrinse Pellis a fuggire. Nel 1793, Marc-Antoine Pellis si stabilì come mercante sulle rive della Garonna nella città francese di Bordeaux. Nel 1798 fu nominato console dal governo della Repubblica Elvetica, fondata sul modello francese. Tre anni dopo, nel 1801, rinunciò all'incarico e tornò in Svizzera, dove divenne membro del Consiglio legislativo e del Senato elvetico e, negli anni successivi, si impegnò nella politica elvetica e vodese.</p>
<p><strong>Per l’economia e la comunità</strong></p>
<p>Dopo Bordeaux, furono aperti altri consolati a Marsiglia, Genova, Nantes e Trieste. La scelta di queste grandi città portuali come sede dei primi consolati svizzeri non fu casuale: furono fondati principalmente per motivi economici. In un'epoca in cui navi, ferrovie e telegrafi non avevano ancora rivoluzionato lo scambio internazionale di merci, le relazioni economiche dirette a livello locale erano particolarmente importanti. Queste città portuali erano centri del commercio internazionale, alla fine delle grandi rotte che collegavano l'Europa all'America e alle colonie europee in Africa e in Asia.</p>
<p>Sebbene la difesa degli interessi economici fosse la ragione principale per la creazione dei primi consolati, non era l'unica: anche la concentrazione delle comunità svizzere in queste città portuali incoraggiò la creazione di rappresentanze federali. Gli uomini d'affari e i commercianti svizzeri vi si erano stabiliti e queste città erano spesso il punto d'incontro per tutti coloro che desideravano emigrare attraverso l'Atlantico. A partire dalla metà del XVI secolo, la Svizzera fu un Paese di emigranti: la pressione demografica, la povertà e la sottoccupazione spinsero gli svizzeri – soprattutto i giovani – a lasciare la loro patria. Oltre ai mercanti, anche mercenari, precettori, artigiani, ricercatori e accademici si stabilirono prima in diverse città europee e poi, a partire dal XIX secolo, oltreoceano. Per rispondere alle loro esigenze, nel 1819 fu fondato il primo consolato svizzero all'estero, nella città costiera brasiliana di Rio de Janeiro. Pochi anni dopo, nel 1822, fu aperto un consolato a New York.</p>
<p>I consoli incaricati di questo mandato onorario erano principalmente cittadini svizzeri già stabiliti in queste città. I loro compiti non erano definiti con precisione e dovevano informarsi sui loro obblighi tramite corrispondenza o colloqui personali. Ad esempio, erano responsabili del rilascio dei passaporti, di informare il governo sul comportamento dei cittadini svizzeri e di garantire il rispetto degli accordi conclusi tra i due Stati. Nel 1799, Vincent Perdonnet, console svizzero a Marsiglia, scrisse a Louis François Bégoz, ministro degli Esteri della Repubblica Elvetica, di «<em>tendere una mano fraterna a coloro che sono stati precipitati nella sventura per disgrazia o per ingiustizia, e di proteggere gli altri dagli effetti malefici e odiosi dell'odio e dell'impostura</em>».</p>
<p><strong>Al servizio della “Quinta Svizzera” da oltre 225 anni </strong></p>
<p>Dagli anni pionieristici in cui Marc-Antoine Pellis fu nominato console a Bordeaux, la rete consolare svizzera si è notevolmente evoluta. La sua costante espansione è andata di pari passo con una divisione sempre più precisa e regolamentata dei compiti diplomatici, consolari ed economici. Ancora oggi, questa rete continua a svilupparsi per adattarsi alle nuove esigenze dei tempi. Ma la missione principale dei consolati rimane la stessa: fungere da primo punto di contatto per i cittadini svizzeri in tutto il mondo.</p>
<p><em>Luca Panarese, EDA</em></p>
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	<p>La città portuale francese di Bordeaux, con il suo accesso indiretto all'Atlantico, era un importante crocevia per il commercio internazionale e l'emigrazione europea verso destinazioni oltreoceano. Dipinto di Pierre Lacour, 1806. Foto Alamy.</p>
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	<p>Marc-Antoine Pellis, originario di Romainmôtier e nominato console nel 1798, fu il primo a ricoprire tale carica. Fonte: Laboratorio di digitalizzazione della Città di Losanna, Margot Roth.</p>
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	<p>Urs Badertscher, l'ultimo Console generale svizzero a Bordeaux (2005-2008), tiene un discorso in occasione della chiusura del Consolato, Cours Xavier Arnozan. Foto Jean-Michel Begey.</p>
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		<title>Accolti e respinti: ebrei in fuga dall’Italia verso la Svizzera dopo l’annuncio dell’armistizio nel 1943</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/accolti-e-respinti-ebrei-in-fuga-da-italia-verso-la-svizzera-dopo-annuncio-armistizio-1943/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2023 12:47:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Marzo 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/02/IMG_0138-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />«Secondo il Rapporto Bergier la Svizzera, e in particolare i suoi responsabili politici, non risposero ogni volta in maniera adeguata alle esigenze umanitarie. Un dato di fatto che vale in primo luogo per la politica in materia di rifugiati. Se è vero che durante la Seconda guerra mondiale la Svizzera ha offerto rifugio a un</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/accolti-e-respinti-ebrei-in-fuga-da-italia-verso-la-svizzera-dopo-annuncio-armistizio-1943/">Accolti e respinti: ebrei in fuga dall’Italia verso la Svizzera dopo l’annuncio dell’armistizio nel 1943</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/02/IMG_0138-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-22095"  class="panel-layout" ><div id="pg-22095-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-22095-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-22095-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Un importante evento al Centro Svizzero di Milano</h3>
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	<p>«<em>Secondo il Rapporto Bergier la Svizzera, e in particolare i suoi responsabili politici, non risposero ogni volta in maniera adeguata alle esigenze umanitarie. Un dato di fatto che vale in primo luogo per la politica in materia di rifugiati. </em></p>
<p><em>Se è vero che durante la Seconda guerra mondiale la Svizzera ha offerto rifugio a un numero maggiore di persone perseguitate di quante non ne abbia respinte [….] ciò non attenua le responsabilità della Svizzera verso quelle persone che ha rifiutato di accogliere. </em></p>
<p><em>La paura della Germania nazista, il timore di un'immigrazione di massa e le preoccupazioni per l'impulso politico di un antisemitismo presente anche in Svizzera hanno talvolta prevalso sui nostri valori e sulla nostra tradizione umanitaria. Per questi errori il Consiglio federale si è scusato ripetutamente. </em></p>
<p><em>Stasera io – quale rappresentante ufficiale del mio Paese tanto quanto cittadina svizzera – reitero queste scuse nei confronti della Senatrice Segre. </em></p>
<p><em>Senatrice, le rivolgo le mie scuse per l’accaduto, per quanto subìto, con la consapevolezza che è impossibile correggere pienamente gli errori commessi e porre rimedio a determinate omissioni. </em></p>
<p><em>Tuttavia, spero che il confronto con l’accaduto, nonché i tanti provvedimenti adottati da allora, ci impediscano di ripetere gli stessi errori e possano renderci sensibili ai nostri obblighi almeno verso le vittime di oggi</em>».</p>
<p>Con queste accorate scuse, di certo non facili da pronunciare, la Console Generale Sabrina Dallafior ha aperto l’incontro, che si può definire memorabile, organizzato lo scorso 6 febbraio dal Consolato Generale di Svizzera in collaborazione con la Società Svizzera di Milano, alla presenza della Senatrice Liliana Segre e delle autorità cittadine.</p>
<p>Il Presidente della Società Svizzera di Milano avv. Markus Wiget, in una sala Meili gremita di ospiti, ha sottolineato come questo incontro rispondesse ad un «<em>bisogno di conoscenza, di sapere storico, di nutrire la memoria e di comprensione umana e delle umane vicende, per evitare gli stessi errori</em>», ma avvertendo anche come non possano essere «<em>aridi numeri a mutare il giudizio morale su tali fatti o a dare le risposte che i nostri cuori vorrebbero, e per i quali anche un solo respingimento in quelle circostanze ci appare una immane tragedia, un atto di disumanità, di cui la stessa Senatrice Segre è stata “testimone involontaria” – ed anzi vittima inconsapevole ed innocente</em>». Ha poi introdotto la visione del documentario realizzato dal regista Ruben Rossello della Radio Televisione Svizzera, “Arzo 1943”, in cui è raccontata la vicenda personale della tredicenne Liliana Segre, respinta alla frontiera svizzera l’8 dicembre del 1943 insieme al padre Alberto e a due anziani cugini, Rino e Giulio Ravenna.</p>
<p>Ad Arzo, un piccolo villaggio del Mendrisiotto confinante con le province di Como e Varese, quella mattina dell’8 dicembre 1943 un imperturbabile ufficiale svizzero esegue l’ordine di arresto e a nulla valgono le lacrime versate dall’allora bambina Liliana che si getta ai suoi piedi implorandolo… I Segre sono dunque rimandati indietro, al confine, catturati dalla guardia di finanza della Repubblica di Salò e successivamente deportati dai tedeschi ad Auschwitz, dove, come è noto, soltanto Liliana sarebbe sopravvissuta.</p>
<p>L’arrivo al campo di concentramento è ricordato nel filmato dalla Senatrice con queste precise parole: <strong>“<em>Entrai, senza capire cosa mi stesse succedendo, a Birkenau. Era una città di donne, una situazione talmente incredibile in cui le nuove arrivate sopportavano il tatuaggio sul braccio ed erano rasate a zero …eravamo tutte dei personaggi completamente diversi da quelli scesi dal treno due ore prima! Entrai nella prima baracca e alcune ragazze francesi, che erano lì da 15 giorni, ci dissero di imparare immediatamente il numero in tedesco perché tante sono morte per essere state sorde e mute alla lingua dei nostri padroni. Ubbidite, non guardate mai in faccia i soldati, cercate di essere invisibili, non domandate, fate quello che vi si dice… E queste ragazze che già non piangevano più, perché ci volevano almeno 15 giorni per smettere di piangere, ci dissero: quelli che avete lasciato al treno non li rivedrete più perché sono già passati per il camino, sono già bruciati…</em>!” </strong></p>
<p>78 anni dopo l’orrore di Birkenau, i figli della Senatrice, Alberto e Luciano, ripercorrono il cammino nei boschi del confine tra Italia e Svizzera dove si era riversata una folla in fuga dall’apparato nazista e si era consumato il dramma di molti italiani di origine ebraica. Ma perché - ci domandiamo nel silenzio innaturale della sala - i Segre vennero respinti?</p>
<p>«<em>Non è mai stato chiarito chi abbia deciso il perché di questo respingimento </em>– spiega il regista Rossello –<em> così difficile da spiegare perché la prassi faceva sì che tutti i minori di 14 anni potessero entrare accompagnati dai genitori insieme alle persone oltre i 65 anni</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il cortometraggio ricostruisce filologicamente i dettagli dell’accaduto e racconta le atroci responsabilità che portarono a tale respingimento</strong>, mettendo però anche in luce i dati emersi dalle ricerche più recenti effettuate grazie al ritrovamento dei registri delle dogane che danno conto di un’accoglienza ben maggiore di quanto ipotizzato finora<strong>.</strong></p>
<p><strong>I respinti dalla Svizzera non furono 20'000, come sostenuto dal citato rapporto Bergier, bensì alcune centinaia.</strong> Il Canton Ticino, infatti fece pressioni sul governo di Berna in nome del buon rapporto di amicizia verso l’Italia, ciò permise l’accoglimento di migliaia di rifugiati, tra i quali militari ed ex prigionieri di guerra antifascisti, ma anche importanti esponenti della classe dirigente dell’epoca<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Ce lo hanno ben spiegato nel corso dell’interessante approfondimento gli storici presenti in sala Adriano Bazzocco e Liliana Picciotto, responsabile della ricerca presso il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano CDEC e autorevole storica della Shoah in Italia.</p>
<p>Queste, per certi versi, sconvolgenti novità storiografiche, illustrano chiaramente che ciò che ha portato al tragico epilogo della famiglia Segre fu una sfortunatissima coincidenza di fatti: l’ordine emanato pochi giorni prima dalla Confederazione Elvetica di effettuare una stretta nelle maglie dell’accoglienza e l’arrivo ad Arzo – proprio quel giorno – del Consigliere di Stato Richard Corboz per un’improvvisa ispezione. «<em>Soprattutto quest’ultima circostanza fece sì che quel giorno non vennero rispettate le procedure di accoglimento</em>» precisa lo storico Marino Viganò, presente in sala tra i relatori.</p>
<p>La banalità del male, per dirla con Hannah Arendt, ci ricorda di fare i conti con la nostra storia poiché la libertà non si conquista dimenticando o rimuovendo, ma ricordando, sempre.</p>
<p>L’importanza di tenere viva la memoria è stata ben sottolineata dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi, che ha ricordato la testimonianza della Senatrice resa lo scorso 27 gennaio in una diretta televisiva nella trasmissione di Fabio Fazio al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano. In quell’occasione il sindaco Sala aveva consegnato l’Ambrogino d’Oro alla memoria di Alberto Segre, il più alto riconoscimento della città nell’ambito del progetto “Milano è Memoria”. Questo si compone di molte iniziative in omaggio alle vittime dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, con lo scopo di mantenere il ricordo di questi fatti storici. «<em>Ecco, questa serata</em> – ha dichiarato l’Assessore Sacchi –<em> è un pezzo di “Milano è Memoria”, in cui Milano fa la sua parte e partecipa a quel tessuto connettivo portatore di memoria, che ci impone di continuare a raccontare a noi e soprattutto alle nuove generazioni quello che è accaduto per non dimenticare, mai</em>».</p>
<p>Il doveroso ricordo di questi avvenimenti, dell’indifferenza che allora ha ucciso e che continua a farlo ancora oggi a due passi da casa, così come il riconoscimento dei propri errori sono condizioni fondamentali per apprendere dalle tragedie della guerra per evitare (forse) che si ripetano e difendere i nostri valori: pace, libertà, diritti umani e democrazia.</p>
<p>Il profondo senso di ingiustizia e frustrazione che abbiamo provato stasera ci ha però arricchito del sentimento della consapevolezza. Un lungo applauso, che è anche il nostro, accompagna l’uscita dalla sala Meili della Senatrice Liliana Segre visibilmente emozionata.</p>
<p><em>Antonella Amodio</em><br />
<em>Società Svizzera di Milano</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Segno tangibile della riconoscenza dei servigi resi a tanti fuggitivi italiani durante la guerra civile e la resistenza è la donazione fatta della Repubblica italiana alla Confederazione elvetica del terreno sul quale sorge oggi a Milano il Palazzo Svizzero.</p>
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