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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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		<title>Fleur Jaeggy “I beati anni del castigo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 15:10:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/fleur-jaeggy-i-beati-anni-del-castigo-collegio-svizzero/">Fleur Jaeggy “I beati anni del castigo”</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/FLEUR-JAEGGY-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-25071"  class="panel-layout" ><div id="pg-25071-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25071-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25071-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Fleur Jaeggy e “I beati anni del castigo”: adolescenza e solitudine in un collegio svizzero</h3>
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	<p>Di Fleur Jaeggy fu facile innamorarmi. Naturalmente mi riferisco alla sua penna e al suo stile. Mi capitò con questo romanzo. Lo acquistai alla sua uscita, sul finire del 1989, e per tre motivi precisi. Si trattava di un’autrice svizzera, di una donna, e di un volume Adelphi. Qualità garantite. E un firmamento tutto da scoprire. Avevo letto qualcosa su una rivista letteraria e mi aveva incuriosito. In seguito avrei letto altre sue opere. Da qui, la difficoltà di scegliere quale libro consigliare in particolare. Per qualche giorno ho pensato di proporre la lettura di <em>La paura del cielo</em> (Adelphi, 1994), sette racconti magistrali da centellinare. Intrisi di cultura mitteleuropea, malinconia e senso della morte, sempre ai margini della tragedia, dello smarrimento di fronte a certe situazioni esistenziali, ai confini del gesto inconsulto, talvolta della follia, anche solo apparente, ma pericolosamente sotterranea, romantica, talvolta decadente.</p>
<p>L’anno successivo alla sua pubblicazione, nel 1990, a “<em>I beati anni del castigo”</em> venne conferito il prestigioso Premio Bagutta. E l’Italia tutta finalmente si accorgeva di Fleur Jaeggy.</p>
<p>L’ambientazione del romanzo è uno dei tanti rinomati collegi privati rossocrociati in cui studiano e crescono ragazze e ragazzi di buona famiglia, facoltose quanto basta per permetterselo.</p>
<p><em>«A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la positura del corpo nella neve. Noi non conoscevamo lo scrittore. E non lo conosceva neppure la nostra insegnante di letteratura.»</em></p>
<p>Siamo solo alla prima pagina e l’autrice già incanta e cattura. Con le prime frasi, con l’argomento, con lo stile. Descrive subito un luogo, un collegamento letterario importante, un evento tragico, un atteggiamento morboso, e infine una pecca dell’osannato sistema educativo elvetico. E prosegue imperterrita.</p>
<p><em>«A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio, a Herisau. È un vero peccato che non sapessimo dell’esistenza di Walser, avremmo colto un fiore per lui. Anche Kant, prima di morire, si commosse quando una sconosciuta gli offrì una rosa.»</em></p>
<p>Di nuovo, riemerge l’attraente morbosità adolescenziale per la morte, anche solo prefigurata, naturalmente stoica. E l’insistenza sul manicomio come prigione esistenziale alla quale sottrarsi, non troppo dissimile dal collegio, vissuto come costrizione parallela, privazione degli affetti familiari e parziale perdita di libertà. Ma il riscatto romantico viene poi offerto con il breve, toccante pensiero del fiore colto per il povero scrittore. Con l’accostamento di un altro nome altisonante, e di un altro fiore.</p>
<p>Strano che l’insegnante di letteratura del collegio femminile di cui si parla non conoscesse Robert Walser, scrittore svizzero assai importante, molto prolifico e attivo in vari campi artistici. E significativo da parte della Jaeggy l’accorato ricordo della sua scomparsa, avvenuta il 25 dicembre 1956, quando l’autrice aveva sedici anni, essendo nata nel 1940. È dunque evidente l’esperienza autobiografica da cui l’autrice trae linfa per la sua trama.</p>
<p>Al Bausler Institut, gestito e diretto dalla signora e dal signor Hofstetter, giunge una nuova allieva, Frédérique. È bella, altera, taciturna, colta, ammaliante. La protagonista se ne sente attratta. La intuisce interessante e controcorrente, per quanto, al contrario di sé, diligente e brava nello studio. La vuole come amica. Cerca in lei complicità. Ecco come la descrive, presentandola al lettore:</p>
<p><em>«Fu un giorno, durante il pranzo. Eravamo tutte sedute. Arrivò una ragazza, una nuova. Aveva quindici anni, i capelli diritti come lame, lucenti, gli occhi severi e fissi, ombrati. Il naso aquilino, i denti, quando rideva, e rideva poco, erano aguzzi. Una bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino. Non parlava con nessuno. Le sembianze erano di un idolo, sprezzante. Forse per questo desiderai conquistarla. Non aveva umanità. Sembrava anche disgustata. La prima cosa che pensai: era andata più in là di me.»</em></p>
<p>Le dinamiche all’interno di un collegio femminile, esclusivo e cosmopolita, sono bizzarre, tese e imprevedibili. E vengono magistralmente descritte dalla Jaeggy, senza remore di nessun genere.</p>
<p><em>«Nelle vite di collegio ciascuna di noi, se ha un po’ di vanità, si costruisce la propria immagine, una specie di doppia vita, si inventa un modo di parlare, di camminare, di guardare.»</em></p>
<p>E ancora, più sottilmente:</p>
<p><em>«Come si vede, non avevo ancora imparato l’arte di mediare, pensavo ancora che per ottenere qualcosa bisognasse andare dritti allo scopo, mentre sono soltanto le distrazioni, la vaghezza, la distanza che ci avvicinano al bersaglio, è il bersaglio che ci colpisce. Eppure con Frédérique usavo una tattica. Avevo una certa esperienza della vita di collegio. Fin dall’età di otto anni ero interna. Ed è nei dormitori che si conoscono le proprie compagne, davanti ai lavabi, nelle ore di ricreazione.»</em></p>
<p>Un mondo a parte, vien da dire. Nel quale entrano in gioco inevitabili tattiche sentimentali e intensi legami affettivi. Anche ambigui. Che con candida e schietta audacia Fleur non evita per niente.</p>
<p><em>«E piano piano cominciai a parlarle di me quando avevo otto anni. Allora giocavo con i ragazzi al pallone e mi fecero entrare in un lugubre collegio. In fondo a un lugubre corridoio c’era la cappella. A sinistra una porta. Dentro, una madre superiora, diafana, delicata, che si prese cura di me. Mi accarezzava con le sue mani sottili e dolci, sedevo accanto a lei come fosse un’amica. Scomparve un giorno. Al suo posto, venne un’opulenta svizzera del cantone di Uri. Si sa, il nuovo potere odia le favorite di prima. Un collegio è come un harem.»</em></p>
<p>La nuova allieva risveglia nella protagonista nuove consapevolezze. La affascina con la sua erudizione, la sua originalità, il suo deciso senso della verità, dell’anticonformismo, di scelte esistenziali alternative.</p>
<p><em>«Frédérique mi disse che ero un esteta. Una parola nuova per me, ma che ebbe subito un senso. Da esteta era la sua calligrafia, questo lo capii. Da esteta era il suo disprezzo per tutto. Frédérique nascondeva il suo disprezzo dietro l’obbedienza, la disciplina, era rispettosa. Io non sapevo ancora fingere.»</em></p>
<p>Fleur Jaeggy scrive con il bisturi. Senza anestesia. Non teme di chiarire i lati più in ombra e finanche oscuri della vita, di un ambiente, di una cultura, specificamente quella svizzera, che nel romanzo ci svela – come a tutti è capitato di osservare in talune circostanze – ordinata, disciplinata, ossessivamente orientata alla precisione. Ma purtroppo, spesso, come suggerisce l’autrice, sotto sotto incline all’apparenza, predominante sulla realtà, talora segreta e sottaciuta, fino a “imparare” a fingere – obbedienza e rispetto – per mascherare – niente meno – disprezzo. E in fondo, non di rado, una connaturata melancolia, un’angosciante solitudine, imposte dal silente e spopolato ambiente naturale alpino o campagnolo, seppur magnifico.</p>
<p><em>«È curioso come nei collegi dove sono stata ci fosse una penuria di maschi nei dintorni. O vecchi o pazzi o guardiani. Nell’Appenzell ricordo dei vecchissimi, storpi, una pasticceria e una fontana. Se si voleva un po’ di mondanità, si andava in pasticceria, non c’era mai nessuno, ma per la strada passava un vecchio. A lungo ho creduto che quelle che sono state in collegio, come Frédérique e me, e un giorno ce ne ricorderemo, possano vivere di niente, quando saranno invecchiate e deluse. Suona la campanella, ci alziamo. Suona ancora la campanella, dormiamo. Ci ritiriamo nelle nostre stanze, la vita l’abbiamo vista passare dalle finestre, dai libri, dall’alternarsi delle stagioni, dalle passeggiate. Sempre di riflesso, un riflesso che sembra raggelato sui davanzali.»</em></p>
<p>La scrittura di Fleur è minuziosa ma essenziale, tagliente come un’occhiata. Espressivamente espressionista. Ritrae con poche parole, precise, visuali. E dipinge con frasi rapide, da scatto fotografico. Per esempio, la direttrice del collegio, la signora Hofstetter:</p>
<p><em>«Era larga come un armadio, un tailleur blu, una camicia bianca, una spilla. Mi minacciò.»</em></p>
<p>Non un particolare in più. Due sole righe come pennellate, ma che bastano per suscitare mentalmente un’immagine.</p>
<p>Ci sono altri collegi, le ragazze crescono. L’amicizia tra la protagonista e Frédérique si dirada, ma non muore. Con il passar degli anni le loro storie si intrecciano ancora, come le rispettive vicende personali. Ed è un’inestimabile esperienza emotiva seguir le loro tracce. Anche se il destino di Frédérique da adulta non riserva felicità.</p>
<p>Il romanzo è breve. Poco più di cento pagine. Josif Brodskij, il poeta russo premio Nobel 1987, recensendolo, scolpì in conclusione: «<em>Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’autrice: il resto della vita</em>».</p>
<p>Fabrizio Pezzoli</p>
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		<title>Max Frisch “Homo Faber”</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/max-frisch-homo-faber/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 17:11:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio Febbraio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori Svizzeri]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura svizzera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/Max-Frisch-portrait-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Di Max Frisch ci sarebbero innumerevoli libri di cui consigliare caldamente la lettura. Stavolta scegliamo questo romanzo tascabile di poco prezzo e di misurate pagine (176), scritto nel 1959 e ristampato più volte, sia in tedesco originale sia nella traduzione italiana di Aloisio Rendi per Feltrinelli (prima edizione 1959 nella collana “Narrativa” e via via</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/max-frisch-homo-faber/">Max Frisch “Homo Faber”</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/Max-Frisch-portrait-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24738"  class="panel-layout" ><div id="pg-24738-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24738-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24738-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Scrittori svizzeri: Alla scoperta di un libro</h3>
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	<p>Di Max Frisch ci sarebbero innumerevoli libri di cui consigliare caldamente la lettura. Stavolta scegliamo questo romanzo tascabile di poco prezzo e di misurate pagine (176), scritto nel 1959 e ristampato più volte, sia in tedesco originale sia nella traduzione italiana di Aloisio Rendi per Feltrinelli (prima edizione 1959 nella collana “Narrativa” e via via fino alla settima edizione riveduta del 2010 nella “Universale Economica”, ristampato anche di recente nel 2019 in una nuova traduzione di Margherita Carbonaro), e lasciamoci attrarre innanzitutto dalla presentazione in quarta di coperta. Che spiega solo l’essenziale, scopre quanto basta della trama per stimolare l’interesse del lettore, e soprattutto non rivela gli sviluppi più cruciali della storia e i colpi di scena narrativi, sempre più incalzanti verso la conclusione del romanzo. Cosa che farò anch’io.</p>
<p>Tutto inizia con un viaggio. In verità, l’intera storia è un continuo viaggio. Ma non picaresco, bensì iniziatico: per il protagonista che dà il titolo al romanzo e tuttavia anche per il lettore che si lasci accompagnare e avvincere dalle vicende personali di Walter Faber.</p>
<p>Ecco l’incipit (tutte le citazioni sono nella valente traduzione di Aloisio Rendi):</p>
<p><em>“Partimmo dal La Guardia, New York, con tre ore di ritardo, a causa di tempeste di neve. Il nostro apparecchio era un Super-Constellation, come sempre su questa linea. Mi sistemai subito per dormire, era notte. Aspettammo altri quaranta minuti sulla pista, neve davanti ai fari, neve asciutta e leggera, mulinelli sulla pista, ma a rendermi nervoso e ad impedirmi di addormentarmi subito non fu il giornale che distribuiva la hostess, la notizia FIRST PICTURES OF WORLD’S GREATEST CRASH IN NEVADA l’avevo già letta a mezzogiorno, ma semplicemente la vibrazione dell’apparecchio fermo coi motori accesi – e poi il giovane tedesco accanto a me, che mi diede subito nell’occhio, non so perché dava nell’occhio togliendosi il soprabito, sedendosi e tirando su la piega dei pantaloni al ginocchio e anche non facendo niente, semplicemente aspettando come tutti noi la partenza, seduto al suo posto, un biondo di pelle rosea, che subito si presentò, prima ancora che s’allacciassero le cinture. Il nome non l’avevo afferrato, i motori rombavano, uno dopo l’altro, nella prova a tutto gas –  </em><em>Ero stanco morto. </em><em>Ivy m’aveva imbottito la testa per tre ore, mentre aspettavamo l’apparecchio in ritardo, sebbene sapesse che per principio non mi sposo. </em><em>Ero contento di essere solo.”</em></p>
<p>Prima pagina del libro e Frisch si mostra subito mirabile narratore. Presenta uno stile preciso, dettagliato, ricco di constatazioni succinte ma efficacemente visive. Ci coinvolge subito nella situazione, tanto da farci sentire seduti accanto a lui sull’aereo in partenza. Spiega in poche righe chi è il protagonista e qual è la sua indole: un uomo attento, pignolo, pratico, insofferente. E abbozza altri due personaggi importanti della storia che seguirà: un passeggero fastidioso, che si rivelerà fondamentale nel prosieguo delle vicende, e una certa Ivy, di cui parlerà più a lungo in seguito.</p>
<p>Ciò che colpisce <em>tout court</em> è senz’altro il suo carattere, «<em>contento di essere solo</em>». E poi quel drastico «<em>per principio non mi sposo</em>», teso a escludere subito qualsiasi storia d’amore a lieto fine. Un’affermazione che sarà invece sconfessata da un altro, successivo, incontro casuale. Questa volta con una giovane donna, destinata a far crollare inconsapevolmente i dogmi su cui Faber ha costruito e fortificato le proprie scelte esistenziali.</p>
<p><em>“Mi offrì una sigaretta, il mio vicino, ma io presi le mie, sebbene non avessi voglia di fumare, e ringraziai, poi ripresi il giornale, non sentivo bisogno di contatti umani. Ero scortese, può darsi. Avevo dietro di me una settimana faticosa, non un giorno senza riunioni, volevo essere lasciato in pace, gli esseri umani affaticano.”</em></p>
<p>Altri particolari e pochi educati convenevoli, tutto pur di «<em>essere lasciato in pace</em>».</p>
<p>“(…)<em> il tedesco (quando avevo risposto in tedesco al suo inglese scadente, aveva subito capito che sono svizzero) non fu più possibile farlo smettere. Parlò del tempo, quindi del radar, di cui capiva poco; poi attaccò, come tutti i tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, con la fratellanza europea.”</em></p>
<p>Nelle pagine seguenti, altri dettagli: precisazioni su chi sia il passeggero molesto accanto a lui, e su chi sia Walter Faber, un (tipico?) svizzero, ordinato, freddo, preciso, riservato, facilmente infastidito, specie dall’approssimazione.</p>
<p><em>“Non so perché mi dava sui nervi, dovevo conoscerla la sua faccia, una faccia molto tedesca. Ci pensai su, ad occhi chiusi, ma inutilmente. Cercai di dimenticare la sua faccia rosea, mi riuscì, e dormii circa sei ore, sovraffaticato com’ero – mi svegliai e tornò a darmi sui nervi.”</em></p>
<p>L’insistenza nella descrizione di uno sconosciuto, apparentemente destinato a essere dimenticato dopo poche pagine, a questo punto dovrebbe destare l’attenzione del lettore. E lo fa benissimo, poiché il puntiglioso osservatore Faber svela una scoperta assai importante ai fini dell’intreccio. Dato che lo sconosciuto, incontrato per caso, non è affatto destinato all’oblio dopo altre pagine.</p>
<p><em>“Nessun tedesco voleva il riarmo, erano i russi che costringevano l’America a farlo, una tragedia, io svizzero (sguizzero, diceva lui) non potevo darne un giudizio perché mai stato nel Caucaso, lui sì, che c’era stato, e li conosceva i russi, che solo con le armi si possono educare. Lui li conosceva i russi! Lo ripeté diverse volte. Che solo con le armi si possono educare! Disse, perché tutto il resto ai russi non gli faceva niente – </em><em>Io sbucciavo la mia mela. </em><em>Distinguere tra razze dominanti e razze inferiori, come faceva la buon’anima di Hitler, naturalmente era assurdo; ma gli asiatici restano asiatici – </em><em>Io mangiavo la mia mela.”</em></p>
<p>Faber non dà giudizi sulle opinioni del compagno di viaggio. Riporta soltanto ciò che dichiara l’intruso. È la mela la cosa più importante in quel momento!</p>
<p><em>“Leggeva il suo romanzo. </em><em>A me i romanzi non dicono niente – neanche i sogni”</em></p>
<p>Un altro squarcio nel ritratto del protagonista. Faber è un materialista disincantato, estremamente concreto, restio alle emozioni, indifferente alle fantasie dei romanzieri e alle vaghezze dei sognatori. Ma non è un superficiale: le sue certezze sono incise a fondo fin nell’animo.</p>
<p><em>“Non credo al destino o alla Provvidenza. Sono un tecnico e perciò abituato a calcolare le probabilità. Perché destino? Ammetto: senza l’atterraggio di fortuna a Tamaulipas (2.IV), tutto sarebbe stato altrimenti; non avrei mai fatto la conoscenza di questo giovane Hencke, non avrei forse mai più sentito parlare di Hanna, non saprei ancor oggi di essere padre. È impossibile immaginare come tutto sarebbe stato diverso senza questo atterraggio forzato a Tamaulipas. Sabeth forse vivrebbe ancora. Non lo nego: che le cose si siano svolte in questo modo, è stato più che una coincidenza, è stata una catena di coincidenze. Ma perché destino? Per accettare l’improbabile come fatto d’esperienza non ho bisogno della mistica; mi basta la matematica.”</em></p>
<p>Altre rivelazioni per il lettore attento a cogliere gli indizi della trama: il cognome del tedesco, il collegamento con una certa Hanna, la possibilità di essere <em>padre</em> inconsapevole, una tal Sabeth che risulta morta ma si rivelerà un personaggio fondamentale del romanzo.</p>
<p>Ci sono dunque un prima e un dopo, e il viaggio sull’aereo che effettuerà un atterraggio di fortuna nelle giungle del Centro America è solo il primo. Ce ne saranno infatti molti altri: a New York (dove riemerge la Ivy citata di sfuggita); di nuovo in Centro America con il tedesco conosciuto per caso poiché fratello di un vecchio amico ai tempi dell’ascesa del nazismo; in Europa a bordo di un transatlantico (sul quale fa la conoscenza della giovane Sabeth, che lo attrarrà misteriosamente); in Italia (Toscana, Umbria e Roma) e in Grecia. Il peregrinare del protagonista è incessante: lo ritroviamo a New York, a Caracas, a Düsseldorf, con tappe a Cuba e a Barcellona.</p>
<p>Ma è in Grecia che i fili dell’affascinante ragnatela con cui Frisch ci cattura e avvince si annodano, per poi spezzarsi tragicamente. Svelando una sequela di radicali cambiamenti nell’<em>Homo</em> Faber a causa del terremoto emotivo che lo travolgerà al termine di tanto vagare. Ogni convinzione, anche la più tenace, suggerisce Frisch, non è affatto al riparo da sorprese e rovinose frane. «<em>Le certezze della tecnologia e della ragione non sono certezze. Ci si può perdere</em>».</p>
<p>Lasciamoci sorprendere, e istruire, da questo formidabile romanzo assai moderno, precursore di tempi ancora più confusi.</p>
<p><em>Fabrizio Pezzoli</em></p>
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