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	<title>storia industriale Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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		<title>La storia della fabbrica di porcellana di Langenthal</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/storia-fabbrica-porcellana-langenthal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 17:20:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/08/storia-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Che la storia aziendale ed economica moderna debba essere anche storia culturale è ciò che dimostra lo storico Oliver Meier nella sua tesi di dottorato, assolutamente da leggere, scritta in modo scorrevole, ricca di spunti teorici, riflessiva e appassionata, dedicata alla storia a volte “fragile” della fabbrica di porcellana di Langenthal nell’Oberaargau bernese – Swiss</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/storia-fabbrica-porcellana-langenthal/">La storia della fabbrica di porcellana di Langenthal</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/08/storia-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-26624"  class="panel-layout" ><div id="pg-26624-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26624-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26624-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Che la storia aziendale ed economica moderna debba essere anche storia culturale è ciò che dimostra lo storico Oliver Meier nella sua tesi di dottorato, assolutamente da leggere, scritta in modo scorrevole, ricca di spunti teorici, riflessiva e appassionata, dedicata alla storia a volte “fragile” della fabbrica di porcellana di Langenthal nell’Oberaargau bernese – Swiss Made, nota bene, in un paese dove mancavano in gran parte materie prime così importanti come il caolino, il mercato interno era piccolo e la concorrenza straniera dalla Baviera, dalla Turingia e anche dalla Boemia era forte.</p>
<p>Arnold Spychiger di Langenthal, uomo ben introdotto, intraprendente e con una mentalità orientata al rischio, Consigliere nazionale, colonnello e membro di numerosi consigli di amministrazione, fondò insieme ad alcuni amici “contro ogni previsione” una fabbrica di porcellana, inizialmente orientata al settore della ristorazione del Lago di Ginevra, presente fin da subito alle esposizioni nazionali, “abile nella propaganda”, soddisfacendo le esigenze della borghesia svizzera, ma anche della classe operaia “imborghesita”. Sotto la guida di Spychiger, Langenthal divenne un centro industriale. Il suo dinamico direttore generale, Adam Klaesi, collaborò con l’associazione per la tutela del patrimonio culturale e con artisti che univano tradizione e modernità, come il pittore e illustratore Rudolf Münger. La <em>Porzi</em> divenne un simbolo nazionale, riforniva sia le FFS che la Swissair, ma produceva anche isolatori per l’elettrificazione della Svizzera, paese pioniere nel settore elettrico. Tuttavia, la porcellana perse in generale il suo fascino come segno di distinzione, come simbolo di solida borghesia. E la concorrenza era più innovativa, o forse addirittura migliore?</p>
<p>Meier descrive anche la dura sorte della manodopera straniera (organizzata), in particolare quella italiana. I cosiddetti lavoratori stranieri arrivarono a partire dagli anni ’50 per lo più dal Mezziogirono, dalla Puglia, da Neviano vicino a Lecce. A Langenthal, la direzione della fabbrica aveva bisogno di manodopera a basso costo e mandava appositamente del personale in Puglia per reclutare lavoratori e lavoratrici. Un medico che li accompagnava ne verificava lo stato di salute. La Svizzera voleva impiegare i lavoratori stranieri come ammortizzatore congiunturale, come stagionali o anche come residenti annuali, assunti con contratti di lavoro a tempo determinato. Ai lavoratori non era permesso cambiare lavoro, dovevano pagare le tasse, ma non potevano ricevere prestazioni sociali né far venire le loro famiglie in Svizzera. Le autorità italiane chiesero alla Svizzera di porre fine a queste condizioni insostenibili.</p>
<p>A partire dal 1955, nella <em>Porzi</em> arrivarono sempre più lavoratrici, la maggior parte delle quali sgobbava come manodopera ausiliaria. Non sapevano il tedesco, ricordava Heinz Ruch, che lavorava a turni, e alcune erano addirittura analfabete. «<em>Spesso erano intere famiglie: padre, fratello, zio ecc.</em>» Provenivano dalla Puglia, dalla Sicilia, da Lecce e dai dintorni di Napoli. «<em>Le donne venivano impiegate nella decorazione e nel reparto di smistamento.</em>»</p>
<p>Per ovviare ai problemi di comunicazione, la direzione della fabbrica assunse un interprete, ma nella fiorente cittadina di Langenthal mancava spazio per alloggiare. I piccoli privilegi degli stranieri venivano osservati e commentati con invidia, e il razzismo quotidiano era all’ordine del giorno.</p>
<p>Fino al 1962, il numero dei lavoratori italiani nella fabbrica di porcellana salì a 271, arrivando così a costituire circa un terzo dell’organico. La direzione aziendale si diceva soddisfatta delle loro prestazioni lavorative. L’alloggio in camere, però, rappresentava un problema. La direzione dell’azienda doveva occuparsi maggiormente di trovare alloggi semplici, arrivando persino ad acquistarli o affittarli nei comuni vicini come Roggwil.</p>
<p>Durante la crisi degli anni ’70, dopo lo shock petrolifero del 1973 e sulla scia delle “iniziative di Schwarzenbach”, molti italiani e italiane tornarono in patria. La loro percentuale rimase comunque alta, attestandosi a oltre il 40% dell’organico, che a sua volta si ridusse notevolmente nel complesso. In Svizzera, alla fine degli anni ’70, i partiti di sinistra e i lavoratori italiani sindacalizzati fecero pressione sulla politica degli stranieri. Nel 1981, l’iniziativa popolare “Per una politica degli stranieri più umana” (<em>Iniziativa Mitenand</em>) chiese riforme fondamentali, ma trovò orecchie sorde nel direttore di <em>Porzi</em>, Karl Lenz. Lenz aveva già elogiato in passato la collaborazione tra lavoratori stranieri e locali, e non vedeva alcun motivo di intervenire di fronte a occasionali divergenze di opinione. All’assemblea generale si è espresso a favore del mantenimento della cosiddetta “regolamentazione dei stagionali”. L’iniziativa popolare è stata respinta in modo schiacciante dal popolo e dai cantoni.</p>
<p>Brigitta Spychiger, la nipote del fondatore dell’azienda, ha scritto la sua tesi di laurea sull’assimilazione della manodopera italiana. Secondo lei, gli italiani non possono essere considerati assimilati, vedendo questo anche come una mancanza da parte del paese ospitante. Fabio Buchschacher, studente dell’ultimo anno di liceo, ha parlato con alcuni lavoratori italiani della fabbrica di porcellana. Il trasferimento della produzione in Repubblica Ceca nel 1997 ha colpito duramente molti italiani, tra cui Francesco Oliva di Brindisi, che era riuscito a farsi strada fino a diventare caporeparto e ha deciso di tornare in Italia. Per alcune lavoratrici, come Giuseppina da Masi di Brienza o Maria Imbach-Bernardi di Neviano, gli anni trascorsi alla <em>Porzi</em> sono stati un bel periodo. Non c’erano praticamente difficoltà a conoscere gente nuova in terra straniera. Il rapporto con il personale era rispettoso: «<em>Eravamo più di una semplice comunità di lavoro, eravamo una comunità di vita</em>».</p>
<p>Oggi Neviano è gemellata con Langenthal.</p>
<p><em>Dr. phil. Fabian Brändle, Wil SG, storico e scrittore popolare</em></p>
<p>**************</p>
<p>Meier, Oliver. Splendore e miseria dell’industria della porcellana. Una storia mondiale vista da Langenthal. Zurigo: Chronos Verlag 2026.</p>
<p>Spychiger, Brigitta. L’assimilazione della manodopera italiana. Uno studio empirico sulla Porzellanfabrik Langenthal AG. Tesi di laurea, Università di Berna 1970.</p>
<p>Buchschacher, Fabio. «<em>Abbiamo chiamato lavoratori stranieri e sono arrivate delle persone</em>». La storia movimentata degli operai della porcellana provenienti dal Sud a Langenthal dal 1950 al 1997. Tesi di maturità, Langenthal 2004.</p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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	<p>Copyright Hans Strahm, 25 Jahre Porzellan Langenthal. Langenthal 1931, Anhang, S. 2</p>
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	<p>Copyright Broschüre "Resista", 1924, Archiv Porzellanfabrik Langenthal</p>
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	<p>Copyright Oliver Meier</p>
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		<title>Federigo e Mario Gebendinger: due generazioni di ingegneri di origine Svizzera al lavoro in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 17:11:09 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/federigo-mario-gebendinger-ingegneri-svizzeri-italia/">Federigo e Mario Gebendinger: due generazioni di ingegneri di origine Svizzera al lavoro in Italia</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/08/ingegneri1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-26616"  class="panel-layout" ><div id="pg-26616-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26616-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26616-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>A seguito della firma di un trattato italo-svizzero del 1868, che garantiva ai cittadini svizzeri libertà di domicilio e di commercio, l’emigrazione tradizionale, legata ai cantoni confinanti con l’Italia (Ticino e Grigioni), ovvero quella strettamente militare, venne affiancata – oltre a semplici artigiani e commercianti – da forme più evolute e complesse di migranti. La presenza elvetica diventò rilevante in molti campi e imprenditori svizzeri si assicurarono il controllo d’importanti attività bancarie, nel commercio agroalimentare e nell’alberghiero oltre a quadri tecnici di ogni livello.</p>
<p>A fine Ottocento, tantissimi opifici e industrie italiane utilizzavano ancora l’energia dell’acqua come forza motrice per azionare i macchinari impiegati nella produzione manifatturiera. Per secoli, l’energia idraulica era stata sfruttata attraverso ruote idrauliche ad asse orizzontale o verticale, caratterizzate da un’efficienza relativamente modesta. Con l’avvento di profonde trasformazioni tecnologiche, economiche e di mercato che stavano ridefinendo il mondo manifatturiero, molti imprenditori e industriali iniziarono così a far progettare e installare turbine idrauliche moderne, capaci di garantire una maggiore e più costante potenza meccanica, nonché prestazioni più sicure e adeguate alle esigenze dei processi produttivi continui.</p>
<p>Fu così che ai primi del Novecento anche lo zurighese<strong><em> Federigo</em></strong> <strong><em>Gebendinger </em></strong>(nato a <em>Winterthur</em> nel <em>1878 con un diploma professionale </em>dove conseguì la qualifica professionale di “<em>Masch. Techniker</em>”) decise di emigrare in Toscana in cerca di migliori occasioni lavorative. Si inserì immediatamente nel campo degli impianti idro-motori e idro-elettrici con competenza e capacità, lavorando per alcuni anni alle dipendenze di altri due imprenditori svizzeri, anch’essi emigrati in Toscana nella seconda metà dell’Ottocento, che avevano impianto un'officina meccanica per la progettazione, costruzione e installazione di pompe, turbine e altri congegni meccanici. Poco dopo, Gebendinger decise di aprire uno studio tecnico e una sua officina a Firenze, dove svolse la sua attività di progettista, costruttore e installatore di turbine idrauliche e altri macchinari fino ai primi anni ’50 e di cui resta testimonianza in circa 300 faldoni, custoditi presso l’Università di Siena, contenenti tutti i progetti di impianti idro-motori e idro-elettrici realizzati soprattutto in Toscana e nel nord Italia tra il 1907 e il 1950. Federigo Gebendinger muore a Firenze nel 1954.</p>
<p>Il figlio Mario Gebendinger, nato a Firenze nel 1925, seguì le orme del padre, formandosi in Svizzera presso il Politecnico di Zurigo (ETH), e dove ottenne nel 1947 il diploma di “<em>Masch. Ing.</em>”. A cavallo degli anni ’50 ereditò lo studio tecnico e l’officina meccanica del padre. Alla fine degli anni ’60, con lo sfruttamento ormai quasi completo dei bacini idro-elettrici, si specializzò nella parte elettromeccanica e di controllo e automazione degli impianti già esistenti. Le sue attività progettuali e costruttive sono documentate in circa 200 faldoni che riguardano impianti non solo in Italia, ma anche all’estero. Mario Gebendinger muore a Firenze nel 2018.</p>
<p>Nelle loro memorie orali e scritte, padre e figlio raccontano che la famiglia Gebendinger si riuniva volentieri a Firenze e, talvolta, a Winterthur, per mantenere vivo il legame con la patria d’origine. Un legame inevitabilmente indebolito dalla decisione coraggiosa e di successo di Federigo di emigrare per lavoro in Italia. La vicenda italiana di questi due ingegneri di origine svizzera si intrecciò quindi con le grandi trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche del XX secolo, alle quali contribuirono insieme a numerosi altri professionisti, tecnici, ingegneri e imprenditori svizzeri emigrati, protagonisti della modernizzazione delle infrastrutture e dell’industria idro-elettrica e metalmeccanica italiana.</p>
<p>Ing. Ph.D. Vladimiro Pelliciardi<br />
CURATORE DEL FONDO GEBENDINGER</p>
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	<p>F.G. accanto a una turbina Francis appena costruita.</p>
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	<p>Disegno della sezione di una turbina Francis.</p>
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	<p>F.G. con una squadra di operai nella sua officina a Firenze nel 1921.</p>
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	<p>M.G. accanto ad un quadro elettrico.</p>
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