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	<title>Congresso 2024 - Eventi Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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		<title>L’intelligenza artificiale, una sconosciuta da affrontare di petto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 17:22:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/05/7Senza-nome-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Cosa unisce il cioccolato – di cui tutti conosciamo gusti e consistenze – e l’intelligenza artificiale, questo termine sconosciuto pochi anni fa e oggi sulla bocca e (probabilmente) nella tasca di tutti? I due temi che apparentemente hanno poco da condividere hanno dominato le relazioni dell’85° congresso. Raffaele Sermoneta, presidente dell’Unione giovani Svizzeri, ha coordinato</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/lintelligenza-artificiale-una-sconosciuta-da-affrontare-di-petto/">L’intelligenza artificiale, una sconosciuta da affrontare di petto</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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	<p>Cosa unisce il cioccolato – di cui tutti conosciamo gusti e consistenze – e l’intelligenza artificiale, questo termine sconosciuto pochi anni fa e oggi sulla bocca e (probabilmente) nella tasca di tutti? I due temi che apparentemente hanno poco da condividere hanno dominato le relazioni dell’85° congresso. Raffaele Sermoneta, presidente dell’Unione giovani Svizzeri, ha coordinato una tavola rotonda con tre oratori di spicco che hanno provato a fare ordine in termini di definizioni, competenze e limiti dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>Ma cosa è esattamente l’intelligenza artificiale? Per disporre di una premessa per poterne discutere è venuto in soccorso il <strong>prof. Gaetano Affuso</strong> che si è concentrato sulla definizione di questo termine. Per farlo si è avvalso di una presentazione che, ha ammesso, è stata creata proprio attraverso l’intelligenza artificiale. L’IA è una macchina che fa qualcosa che l’uomo non sa o non vuole più fare. Si tratta in ultima analisi di chiedersi per quale motivo l’IA sia esplosa.</p>
<p>L’intelligenza artificiale nasce negli anni ‘50. Non era però facile dimostrare che una macchina fosse in grado di pensare e di apprendere. Eppure nel 1958, il New York Times citava «<em>compare una nuova meraviglia tecnologica </em>(era un computer)<em>. Il cervello elettronico che insegna a sé stesso. Nel giro di un anno sarà in grado di percepire, riconoscere e identificare ciò che lo circonda, senza bisogno di controllo o addestramento da parte dell’uomo</em>». Non è forse questa una buona definizione di intelligenza artificiale? Si pone però la questione a sapere perché per 60 anni questa tecnologia è restata per certi versi “dormiente”. La risposta, secondo Affuso, è chiara e sta nella mancanza delle tecniche e serie di dati. L’intelligenza artificiale è, per definizione, affamata di dati e dagli anni ‘50 ad oggi si è colmata la mancanza di dati, che oggi sono oggetto di vere e proprie lotte. Nel frattempo l’IA è esplosa e nascono programmi nuovi e che fanno nuove cose. Programmi che traspongono testi in video o in immagini, o audio. Oppure programmi come chatgpt con cui si può interloquire e che rispondono direttamente. Cosa aspettarsi dunque da questa tecnologia? L’IA, come paventato da molti, prenderà il posto dell’uomo? Secondo Affuso la risposta è che l’uomo è chiamato ad utilizzare la macchina per far fare quello che non fa o non vuole più fare.</p>
<p><strong>Un albergo sulla luna? «Dobbiamo collaborare con l’IA». </strong></p>
<p>E dunque, quali sono le premesse per dialogare e dominare questa tecnologia? Quali intelligenze siamo chiamati a sviluppare per collaborare con l’IA? L’interrogativo occupa da tempo il dr. Enrico Tombesi della Fondazione Golinelli. L’IA, così li ha definiti Tombesi, sono nuovi compagni di studi. Attraverso un esperimento concreto con le persone in sala si è presentato un dialogo con uno strumento di IA. Per generare un’immagine mentale che può suscitare un racconto – e che può cambiare da persona – è stato utilizzato un programma (DALL-E). Attraverso il programma si è tentato di creare un’immagine accattivante per pubblicizzare il primo albergo sulla Luna. Per farlo il programma di IA necessita però delle indicazioni, ciò che ha illustrato come, per collaborare con l’IA, sia necessario fornire informazioni: nell’esperimento in sala si trattava di aggettivi, di emozioni che deve suscitare e lo stile con il quale vogliamo rappresentare il futuristico albergo. Fornendo queste informazioni (attraverso un cosiddetto prompt) si ottiene un’immagine, che può variare anche in base alle stesse informazioni. L’immagine sortita può successivamente essere modificata attraverso un’ulteriore collaborazione con il programma, dunque “dialogando”.</p>
<p>Ma se questo è il mondo con cui tutte le professioni a breve dovranno confrontarsi, quali intelligenze è necessario sviluppare? Tombesi ha mostrato che per tutte le tecnologie dopo gli anni ‘50, dalle schede perforate all’IA con i chatbot, la competenza necessaria stava e sta nel dialogo con la macchina. Sono importanti la completezza delle informazioni e oggi i chatbot parlano come noi, per altro in più di 50 lingue. Se vogliamo collaborare occorre dunque cercare di capire chi sono questi particolari compagni di classe. Contrariamente all’umano il chatbot ha emozioni simulate, apprendono attraverso miliardi di testi, e necessitano di informazioni esplicite fornite dall’utente (il chatbot va istruito).</p>
<p>La vera sfida e domanda centrale è dunque: collaborare o delegare? Per dialogare con il chatbot è necessario collaborare. Attraverso la delega – ad esempio farsi fare i compiti dall’IA – il rischio è di essere esclusi e sostituiti da IA ed essere dipendenti dall’IA. Collaborando è possibile svolgere nuovi lavori, aumentando la produttività personale e indirizzando lo sviluppo di nuove soluzioni.</p>
<p><strong>I limiti dell’IA, tra governance e dipendenze</strong></p>
<p>Il dr. Aldo Pisano, della società italiana per l’etica dell’IA, si è in seguito occupato di chiarire i limiti dell’IA, e dunque quale sia il margine tra responsabilità individuale e quella dei produttori? Questa non è sempre chiara, soprattutto quando si vedono i ragazzini completamente dipendenti dai telefonini.</p>
<p>Dunque, quando parliamo di etica dell’intelligenza artificiale, stiamo discutendo le modalità di coabitazione tra essere umano e macchina di modo che siano inclusivi e il più possibile facenti riferimento a strumenti democratici. Devono essere, secondo Pisano, sistemi non invadenti, soprattutto in relazione alla privacy. Vi sono quindi relazioni con la sfera del diritto e con la responsabilità educativa. Un problema alla base di questa coabitazione è la tendenza a considerare la macchina infallibile. Ma l’IA continua a reindirizzare sempre sugli stessi indirizzi, sugli stessi temi, sulle stesse posizioni. Questo, in assenza di un controllo, è fortemente problematico e limitante. È correlato a strumenti di controllo e rafforzato dalla dopamina che aumentano la dipendenza. Questa è una sfida, conclude Pisano.</p>
<p><em>Angelo Geninazzi</em></p>
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	<p><em>L’immagine della pubblicità dell’albergo sulla luna, sortita dal “prompt” del Dr. Tombesi</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<item>
		<title>Svizzera-Italia tra intelligenza artificiale e cioccolato</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/svizzera-italia-tra-intelligenza-artificiale-e-cioccolato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 17:15:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/svizzera-italia-tra-intelligenza-artificiale-e-cioccolato/">Svizzera-Italia tra intelligenza artificiale e cioccolato</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/05/4Senza-nome-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24083"  class="panel-layout" ><div id="pg-24083-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24083-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24083-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">85mo Congresso del Collegamento Svizzero in Italia</h3>
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	<p>«<em>Un grande abbraccio a voi tutti che avete trovato la via di Perugia</em>»: con queste parole la presidente Irène Beutler Fauguel ha dato il benvenuto ai presenti, e ha aperto l’85° Congresso del Collegamento Svizzero in Italia, ringraziando al contempo Françoise L’Eplattenier, presidente del Circolo Svizzero in Umbria per l’organizzazione del Congresso.</p>
<p>Nel suo saluto ufficiale, Stefano Lazzarotto, Console generale a Milano, ha utilizzato l’esempio di una ferrovia progettata da ingegneri svizzeri, che transitava sui colli dell’Umbria, tra Spoleto e Norcia, tra il 1912 e il 1968. A progettare la linea sono stati 4 ingegneri svizzeri che avevano già ideato la linea tra Tirano e San Moritz e la tratta del Lötschberg. Dal 1968 la linea è stata liberata dai binari e convertita in un percorso ciclopedonale. «<em>Si tratta di un esempio rappresentativo delle relazioni tra Svizzera e Italia, di quanto noi svizzeri abbiamo fatto in Italia ma anche di quanto gli italiani abbiano contribuito alle infrastrutture svizzere</em>» ha affermato Lazzarotto.</p>
<p>Una relazione stretta che le istituzioni si impegnano a sottolineare il più possibile. Ma, ha sottolineato il Console generale, «<em>le istituzioni non si limitano all’Ambasciata e al Consolato, voi tutti siete parte di queste istituzioni</em>», concludendo che «<em>quello che voi fate tutti i giorni per dare onore alla Svizzera in Italia merita un grande plauso, rivolgendosi ai circoli e all’UGS</em>».</p>
<p>A nome dell’OSE, l’Organizzazione degli svizzeri all’estero, Gian Franco Definti ha portato i saluti della direzione. Nel 2023 sono stati 813’4000 gli svizzeri all’estero, quasi un decimo dell’intera popolazione svizzera. Definti ha in seguito illustrato le strutture e gli obiettivi dell’Ose, come i prossimi appuntamenti per gli svizzeri all’estero. Tra i temi principali che (pre)occupano l’OSE vi sono le relazioni con le banche, le casse malati e soprattutto il voto elettronico. In conclusione, Definti ha brevemente presentato il 100° Congresso degli Svizzeri all’estero che si terrà dall’11 al 13 luglio a Lucerna.</p>
<p>Luca Panarese, collaboratore scientifico della Direzione consolare di Berna, ha portato i saluti del direttore Davide Grichting e ha confermato l’importanza che la Direzione attribuisce ai legami tra la Svizzera e i suoi cittadini all’estero. La crescita di questi ultimi è costante ed è aumentata di oltre l’1% tra il 2022 e il 2023. Uno svizzero all’estero su 4 ha più di 65 anni. 52'000 concittadini vivono in Italia, una cifra cresciuta del 16% negli ultimi 20 anni. L’aumento della comunità rossocrociata all’estero, la mobilità accresciuta, la digitalizzazione e il mondo sempre più frammentato hanno portato la Direzione consolare ad alcune riflessioni sortite in una strategia che vede al centro la digitalizzazione dei servizi amministrativi, la conclusione di accordi e partenariati e lo sviluppo della comunicazione. Questo si traduce ad esempio in nuovi strumenti di prevenzione, sportelli online o la semplificazione di procedure amministrative. Le collaborazioni vengono rafforzate con i cantoni, altri uffici federali, altri Stati (accordi consolari), partner privati (per la gestione dei rischi) e con le organizzazioni di svizzeri all’estero.</p>
<p><em>Angelo Geninazzi</em></p>
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		><h3 class="widget-title">educationsuisse: la rete delle scuole svizzere all’estero e punto di contatto per i giovani svizzeri all’estero.</h3>
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	<p>Ruth Von Gunten ha portato i saluti e ringraziamenti da parte di educationsuisse, la rete di 17 scuole svizzere nel mondo. educationsuisse è al contempo anche il centro di consulenza per la formazione per tutti i giovani svizzeri all’estero. Il sistema di formazione in Svizzera differisce sensibilmente da quello italiano ed estero in generale. Solo 1/3 dei giovani che conclude le scuole dell’obbligo in Svizzera frequenta il liceo; in Italia questa percentuale è circa il doppio. In Svizzera la formazione duale resta la via scelta maggiormente dai giovani. Von Gunten ha messo l’accento sulla flessibilità e permeabilità del sistema svizzero che permette di cominciare la carriera scolastica post-obbligatoria con un apprendistato e arrivare fino all’Università. Alla luce del sistema di formazione molto diverso rispetto all’estero, educationsuisse supporta i giovani attraverso servizi di informazione, consulenza personalizzata, borse di studio o aiuti finanziari direttamente da educationsuisse e di fondi privati. In quest’ultimo contesto Von Gunten ha ringraziato il Collegamento Svizzero in Italia e la Gazzetta che supportano finanziariamente l’orientamento e la formazione dei giovani svizzeri all’estero.</p>
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	<p><em>Un congresso riuscito, quello di Perugia, organizzato dalla presidente del Circolo Svizzero dell’Umbria, Françoise L’Eplattenier (a sinistra) e il suo team.</em></p>
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	<p><em>L’Ambasciatore Stefano Lazzarotto in occasione del suo saluto ufficiale</em></p>
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	<p><em>Due terzi degli svizzeri all’estero si trova in Europa, di cui 52'000 in Italia. Una comunità in crescita, come ha spiegato Panarese. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Congresso 2024 &#8211; Il cioccolato che unisce, oltre le frontiere e con grandi storie</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/congresso-2024-il-cioccolato-che-unisce-oltre-le-frontiere-e-con-grandi-storie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 17:00:50 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/congresso-2024-il-cioccolato-che-unisce-oltre-le-frontiere-e-con-grandi-storie/">Congresso 2024 &#8211; Il cioccolato che unisce, oltre le frontiere e con grandi storie</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/05/14Senza-nome-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24062"  class="panel-layout" ><div id="pg-24062-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24062-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24062-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Chi non conosce i Baci Perugina? Tutti, anche in Svizzera. Ma nessuno come Cristina Mencaroni, nata a 20 metri dalla fabbrica a Fontivegge e il cui nonno già lavorava per la cioccolateria. Oggi è responsabile del Museo “Casa del Cioccolato Perugina”, che costituisce un grande potere attrattivo. Ma, debutta Mencaroni, quella di Perugia non è la classica storia di impresa. Oggi rappresenta l’immagine di una città e di un’Italia che cambia anche perché è l’unica azienda alimentare che mostra quotidianamente, tutti i giorni dell’anno, la produzione in presa diretta.</p>
<p>L’impresa, dal 1988 condivide un’origine italo-svizzera poiché da allora fa parte della multinazionale elvetica Nestlé. La “Casa del cioccolato Perugina” è stata voluta fortemente da Nestlé, come una dedica al cioccolato italiano. Questa nasce da un ampio archivio di impresa.</p>
<p>Impresa la cui storia parla di una marca-simbolo di un’italianità che si riconosce. Quando nasce Perugina, nel 1907, il cioccolato era un alimento selettivo in un’Italia povera. L’idea nasce da un imprenditore, Giovanni Buitoni – quello delle fette biscottate – che, senza esperienza in materia di dolciumi, si associa a due partner con cui fondano una società “confetti e caramelle” nel centro di Perugia. Il cioccolato arriva qualche anno dopo, mentre soffiano i primi venti di guerra e lo zucchero scarseggiava. Gli avveduti imprenditori acquistano macchinari tedeschi che in Germania nel frattempo costavano poco. L’Italia diventa patria del cioccolato, approfitta delle commesse belliche e compete con i concorrenti dell’Europa del Nord. Negli anni ‘20, i tre cervelli si completano in modo incredibile: Luisa Spagnoli, l’innovatrice, punta sul cacao in polvere, Federico Seneca dà voce al nuovo prodotto attraverso una pubblicità che resterà dirompente lungo tutta la crescita di Perugina. Insieme a Buitoni le tre menti creano il DNA di Perugina in un mercato inizialmente di lusso.</p>
<p>Negli anni ‘30, nelle maggiori città italiane si affermano oltre 50 negozi che determinano l’immagine dell’impresa che nel 1939 apre una boutique anche New York. Attraverso la comunicazione pubblicitaria si conquistano ampi mercati.</p>
<p><strong>Baci Perugina? Una provocazione in guerra</strong></p>
<p>Nel 1922 nasce il cioccolatino conosciuto da tutti, simbolo dell’amore, Baci perugina. Chiamato inizialmente “cazzotto” il termine “Bacio” è da interpretare come una scelta ironica, controcorrente, in un momento di guerra. Si tratta di un primo brand italiano, rafforzato dalle frasi sui bigliettini.</p>
<p>Nel 2024 la Coppa Perugina compie 100 anni, una gara di automobili voluta da Buitoni, dove correvano anche le donne. Era una delle prime sponsorizzazioni.</p>
<p>Durante la guerra la fabbrica viene bombardata, ma negli anni ‘50 il cioccolato diventa un prodotto di massa: la produzione di Perugina quintuplica e si rende necessaria una nuova fabbrica, quella di San Sisto, tuttora in funzione. L’impresa continua a distinguersi per la capacità di dominare i mezzi di comunicazione. Negli anni ‘60 si creano nuove feste che sono state cavalcate pubblicitariamente, tra cui San Valentino o la Festa della mamma. Con l’avvento della TV arriva poi il grande momento delle campagne degli anni ‘70 e ’90, fino alla leggendaria pubblicità sui mezzi di trasporto, in particolare un aereo di Alitalia.</p>
<p>A far da cappello vi è dunque la Casa del cioccolato. Mencaroni conclude coinvolgendo il pubblico elvetico indicando come in Svizzera, a Broc, vi è la casa del cioccolato Cailler che si è ispirata al Museo del Bacio Perugina: due realtà distanti geograficamente che raccontano la passione per il cioccolato. Una passione che unisce. Anche Svizzera e Italia.</p>
<p><strong>Il miglior cioccolato è svizzero? Ecco il perché </strong></p>
<p>Rosa Maria Leggio, ambasciatrice Aeschbach Chocolatier Svizzera, si è posta l’obiettivo di spiegare ai partecipanti perché “si dice” che la cioccolata svizzera sia la migliore al mondo, rispettivamente perché gli svizzeri, ad un certo punto, hanno deciso di investire proprio sul cioccolato.</p>
<p>Ogni svizzero mangia oltre 11 kg di cioccolato all’anno e quest’ultimo fa parte del patrimonio culturale elvetico.</p>
<p><strong>Da dove inizia la lunga storia? </strong></p>
<p>Leggio ha illustrato come, tempo addietro, gli aztechi hanno cominciato a consumare il cacao, chiamato Xocolatl (acqua amaro) e soprannominato “cibo degli dei”. Da allora, in ogni lingua la pronuncia è rimasta praticamente la stessa. Ma il cacao, albero del cioccolato, non cresce in Svizzera e nemmeno in Europa. I primi che hanno lavorato il cacao sono stati gli spagnoli, poi gli italiani, mentre gli svizzeri sono arrivati dopo e hanno imparato da soli. I primi pionieri sono stati la famiglia Suchard e Cailler, negli anni 1825-1880. Quel periodo ha visto uno sviluppo importante del cioccolato svizzero, promosso successivamente anche dalle famiglie Lindt e Tobler. Un primo segreto della ricetta di successo? Dall’inizio tutte queste famiglie hanno lavorato insieme e non si sono combattute.</p>
<p><strong>La Svizzera investe sul cioccolato!</strong></p>
<p>La fava di cacao cresce direttamente al tronco ma può essere raccolta praticamente tutto l’anno. E dunque, afferma scherzosamente l’oratrice, si può tranquillamente affermare che dal momento che il cioccolato cresce sugli alberi è un frutto. Un frutto di cacao ha circa 30-50 fave. Per una barretta di cioccolato di 100 grammi occorrono 2-3 frutti.</p>
<p>Per andare a prendere le fave di cacao gli svizzeri investivano molto. Nel 17° e 18° secolo la Svizzera si caratterizzava per una forte povertà. Il popolo soffriva di depressioni a causa del lungo inverno, soprattutto i bambini e gli anziani. Un medico svedese ha scoperto nel 17° secolo che mangiare cioccolato tirava su il morale, ciò che aveva indotto medici e farmacisti in Svizzera ad impiegare il cioccolato come rimedio per i pazienti che soffrivano di depressione. Il prodotto nasceva quindi come “medicina” che grazie alla teobromina, una sostanza nelle fave di cacao che stimolava la serotonina nel cervello, aveva effetti benefici sulla salute mentale delle persone.</p>
<p>Cailler ha industrializzato poi la produzione del cioccolato, riducendo il prezzo e rendendolo un prodotto di massa. Daniel Peter ha poi inventato il cioccolato al latte, e questo ha di nuovo abbassato il prezzo. Tobler ha inventato Toblerone, ispirato dalle montagne, anche lui pezzo per pezzo.</p>
<p><strong>Perché la Svizzera è considerata la migliore?</strong></p>
<p>Il 1879 fu un anno rivoluzionario per il cioccolato. Fu l'anno in cui Rodolphe Lindt inventò il concaggio. Grazie a questa ingegnosa invenzione si è riusciti ad ottenere quella consistenza liscia e setosa che ha reso famoso il cioccolato svizzero. L’invenzione arrivò per “caso”, perché Lindt – il giorno del compleanno di sua moglie, di venerdì – si è dimenticato di spegnere la macchina per il concaggio che così è stata in funzione per 4 giorni di fila. Al rientro in impresa il lunedì i collaboratori hanno assaggiato la massa di cioccolata che si era creata. «Una bontà infinita».</p>
<p><em>Angelo Geninazzi</em></p>
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		><h3 class="widget-title">Come si mangia la ciocciolata? </h3>
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	<p>Una barretta di cioccolata è composta da 6 righe e ogni riga ha 4 pezzi. L’intento di questo è di mangiare il cioccolato poco alla volta facendo sciogliere un pezzo lentamente in bocca, stimolando la produzione di serotonina nel cervello che da felicità. Questo il consiglio di Leggio.</p>
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	<p><em>Luisa Spagnoli, insieme a Buitoni e Seneca ha plasmato la nascita e crescita del cioccolato Perugina</em></p>
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	<p><em>100° anniversario dalla nascita della Coppa Perugina, festeggiata proprio il giorno del Congresso. </em></p>
<p><em> </em></p>
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	<p><em>Sempre un passo avanti nella promozione e nella pubblicità: i Baci hanno “rivestito” un aereo di Alitalia</em></p>
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	<p><em>Il Bacio più grande del mondo: alla Casa del Cioccolato, il museo del cioccolato Perugina. </em></p>
<p><em> </em></p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">Come funziona il concaggio?</h3>
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	<p>Dopo aver tostato e miscelato le fave di cacao, la massa che ne risulta viene combinata con altri ingredienti, come lo zucchero e il latte, e nuovamente mescolata per essere messa nella conca. In questa un lungo processo di intensa miscelazione, agitazione e di aeraggio per eliminare l'acidità e l'amarezza indesiderate. Questo processo dissolve anche eventuali grumi indesiderati per creare una consistenza liscia di cioccolato. Una volta completato questo passaggio, il cioccolato è pronto per essere trasformato in prodotto finale.</p>
</div>
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