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	<title>Carriera internazionale Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
	<lastBuildDate>Sun, 24 Aug 2025 21:05:18 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Carriera internazionale Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>Intervista a Marco Tagliaferri</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 20:41:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Settembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/08/Tagliaferri-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Nel cuore della fisica non ci sono solo formule e teorie: ci sono scelte di vita, passaggi complessi e spesso anche lunghi viaggi. Fare ricerca oggi significa anche questo: inseguire la propria curiosità scientifica oltre i confini geografici, culturali e personali. Giovani ricercatori e ricercatrici si spostano da una città all’altra, da un Paese all’altro,</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/">Intervista a Marco Tagliaferri</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/08/Tagliaferri-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25359"  class="panel-layout" ><div id="pg-25359-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25359-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25359-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Senior Product (non volatile memories) Engineer</h3>
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	<p>Nel cuore della fisica non ci sono solo formule e teorie: ci sono scelte di vita, passaggi complessi e spesso anche lunghi viaggi. Fare ricerca oggi significa anche questo: inseguire la propria curiosità scientifica oltre i confini geografici, culturali e personali. Giovani ricercatori e ricercatrici si spostano da una città all’altra, da un Paese all’altro, mossi dalla passione per la conoscenza, ma spesso a caro prezzo.</p>
<p>Cambiare nazione per proseguire gli studi o lavorare in un laboratorio significa, per molti, ricominciare tutto da capo: nuove abitudini, nuovi ambienti, lontani da casa e dagli affetti. Non è una pratica straordinaria, anzi, è sempre più comune. Ma resta una sfida impegnativa, che richiede adattamento, sacrificio e molta determinazione.</p>
<p>Oggi ne parliamo con Marco Tagliaferri, giovane ricercatore e ingegnere cresciuto in mezzo alla scienza. Fin da bambino ha respirato l’aria dei laboratori e delle sperimentazioni, e oggi continua quel percorso come protagonista, tra studi internazionali, esperienze all’estero e nuove frontiere della fisica. Con lui esploreremo non solo il suo lavoro, ma anche il lato umano della ricerca: cosa significa davvero partire, cambiare, imparare a ricominciare.</p>
<ol>
<li><strong>Ciao Marco, com'è nata la tua passione per la fisica e per la ricerca? Quale iter accademico e professionale hai intrapreso?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non c’è stato un momento preciso, è stato un percorso naturale direi probabilmente coltivato da mio nonno materno che era medico, ma appassionato di scienza. Mio padre è un astrofisico, sono cresciuto all’Osservatorio Astronomico di Brera, sede di Merate, e sin da piccolo vivevo in mezzo a scienziati. Guardare le stelle, intrufolarsi nelle visite guidate… la scienza per me era un gioco. A scuola mi piacevano fisica e matematica, e ho scelto il liceo scientifico quasi senza pensarci troppo.</em></p>
<p><em>All’università ho studiato Fisica alla Bicocca, e per la triennale ho scelto fisica della materia per trovare la mia strada differenziandomi da mio padre<span style="text-decoration: line-through;">.</span> Poi mi sono appassionato alla meccanica quantistica e ai dispositivi quantistici.</em></p>
<p><em>Dalla triennale alla magistrale e poi al dottorato, ho lavorato sempre in quel campo, tra Como e Agrate, soprattutto su tecnologie per il quantum computing. È stato un percorso lineare, più che una scelta improvvisa. Crescere in quell’ambiente, e con la libertà di perseguire ciò che mi piaceva, ha fatto la differenza.</em>»</p>
<ol start="2">
<li><strong>Per approfondire la ricerca hai viaggiato molto. Ci puoi raccontare le tue esperienze nei vari luoghi? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Durante il dottorato era caldamente consigliato trascorrere un periodo all’estero, per chi fa ricerca in Europa il passaggio all’estero è praticamente obbligatorio. </em></p>
<p><em>Inizialmente avrei voluto andare a Grenoble, ma poi un po’ per caso sono finito a Cambridge, nel laboratorio europeo di ricerca di Hitachi, proprio davanti al Cavendish Institute.</em></p>
<p><em>Facevano ricerca su dispositivi quantistici, in collaborazione col mio supervisore in Italia, ed erano parte di un progetto europeo. Lì ho potuto sviluppare competenze nuove, vincere un piccolo progetto indipendente e ampliare la rete di contatti. Alla fine del periodo, mi avevano anche proposto di restare, ma poi l’offerta non si è concretizzata.</em></p>
<p><em>Tornato in Italia, ho concluso il dottorato e dopo qualche mese come assegnista di ricerca nel gruppo del mio ex supervisore, ho avuto l’opportunità di entrare in un nuovo gruppo a Delft nei Paesi Bassi, presso il Qutech uno dei principali centri di ricerca nel campo del Quantum Computing, dove sono rimasto due anni. Terminata quell’esperienza, nonostante la possibilità di entrare al Niels Bohr Institute a Copenaghen, ho scelto di trasferirmi a Grenoble in Francia, dove ho trascorso un altro anno di ricerca nello stesso ambito presso il CEA. Dopodiché ho fatto una scelta abbastanza drastica accettando l’offerta di una multinazionale americana che produce dispositivi elettronici, decidendo di rientrare in Italia e abbandonando la ricerca accademica. Se da un lato questa scelta ha comportato il dover cambiare campo di ricerca, dall’altro mi ha permesso sia di continuare a fare ricerca industriale partecipando allo sviluppo di nuovi prodotti tecnologici che di esplorare nuovi orizzonti.</em>»</p>
<ol start="3">
<li><strong>Lasciare la propria città o il proprio Paese per nuove opportunità è sempre una sfida. Quanto è stato difficile e che consigli sentiresti di dare a chi affronta lo stesso percorso, specialmente ai più giovani? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non è stato troppo difficile per me, forse perché ero già abituato al cambiamento: sono nato nei Paesi Bassi e mi sono trasferito in Italia da piccolo. Uscire dalla comfort zone tutto sommato mi è sempre piaciuto. La fase iniziale di adattamento, rifarsi una rete, imparare come funziona la quotidianità, l’ho vissuta con curiosità.</em></p>
<p><em>È normale, quando si arriva in un posto nuovo, sentirsi soli all’inizio. È una fase che fa parte del percorso. Non c’è una ricetta per uscirne: sta molto alle persone, alla loro voglia di mettersi in gioco. Personalmente, non ho mai seguito uno schema preciso, neanche nelle tre esperienze che ho fatto all’estero. Però una cosa che conta davvero è costruirsi una propria routine: avere dei piccoli punti fermi ogni giorno aiuta tanto a sentirsi a casa.</em>»</p>
<ol start="4">
<li><strong>Quali sono le differenze per quanto riguarda il ruolo e la considerazione dei ricercatori in Italia e all’estero? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Le differenze sono sia economiche che culturali. In Italia, il dottorato può essere finanziato dallo Stato o dai progetti del professore, e spesso, come nel mio caso, si percepisce uno stipendio molto basso. Questo riflette una visione del dottorando come studente più che come lavoratore. All’estero, invece, il dottorato è considerato un vero e proprio lavoro, con stipendi più vicini a quelli di uno junior engineer e con una struttura più chiara e valorizzata.</em></p>
<p><em>In Italia inoltre mancava, e spesso manca ancora, una prospettiva definita dopo il dottorato: non è raro che chi resta troppo a lungo nella ricerca accademica fatichi poi a trovare spazio nell’industria. Questo crea un’incertezza che scoraggia molti giovani talenti.</em></p>
<p><em>Anche la percezione sociale è diversa. All’estero dire che fai il ricercatore o lo scienziato implica prestigio e riconoscimento. In Italia suscita curiosità, ma manca una comprensione diffusa di cosa significhi davvero fare ricerca, e questo si riflette anche nel poco investimento pubblico e privato nel settore.</em>»</p>
<ol start="5">
<li><strong>Quali sono gli aspetti più gratificanti e quelli più difficili della ricerca? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>La gratificazione più grande è vedere un risultato concreto, sapere che è frutto del tuo lavoro e, ancora di più, contribuire alla crescita delle persone nel tuo team. È un orgoglio che va oltre il singolo progetto: è il senso di fare qualcosa che lascia un segno, anche piccolo, nella comunità scientifica e nelle persone.</em></p>
<p><em>La parte più difficile è che, nonostante l’impegno, i risultati non sempre arrivano. E in ricerca questo pesa: rinnovi, borse di studio, avanzamenti di carriera dipendono spesso da metriche rigide. C’è una forte pressione a pubblicare, talvolta a scapito della qualità. Questo sistema rischia di spingere anche i ricercatori più seri a forzare i tempi o le conclusioni, alimentando la pubblicazione di studi poco accurati. Sarebbe importante ridare valore alla ricerca solida, anche se più lenta.</em>»</p>
<ol start="6">
<li><strong>Cosa ti ha insegnato la ricerca, al di là della scienza?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Sicuramente il mondo della ricerca accademica può essere molto focalizzante ed essere percepito come una attività diversa dal lavoro “vero”. Però non sono da sottovalutare le innumerevoli soft skills che il fare ricerca richiede di sviluppare e che permettono, come nel mio caso, di poter fare scelte abbastanza radicali. Innanzitutto, nel mondo della ricerca è abbastanza normale dover lavorare con persone di culture e nazionalità diverse, spesso in team multidisciplinari. Inoltre, come detto prima, saper fare networking fa parte del fare ricerca, come il saper affrontare e risolvere problemi ed imprevisti, oltre a contribuire alla crescita di nuove generazioni di studenti. Inoltre, dover presentare i propri risultati in modo chiaro ed efficace permette di perfezionare la comunicazione. Da ultimo il senso critico, il voler capire le cose e non accontentarsi di spiegazioni facili.</em></p>
<p><em>Tutte queste conoscenze, unite alla curiosità, permettono ad un ricercatore di reinventarsi e possono facilitare il passaggio dal mondo della ricerca accademica a quello extra-accademico ed imprenditoriale (come dimostrano le innumerevoli nuove startup nel mondo delle tecnologie). Potremmo dire che la ricerca insegna ad imparare.</em>»</p>
<ol start="7">
<li><strong>Che consigli ti sentiresti di dare a una nuova generazione che si vuole affacciare al mondo della fisica e della ricerca?</strong></li>
</ol>
<p><strong>«</strong><em>Chi sceglie la fisica lo fa per passione: è quella il vero motore. Se c’è passione, vale la pena buttarsi nella ricerca. Bisogna però sapere che, in ogni caso, qualcosa si sacrifica. Se si va all’estero per crescere, per appagamento scientifico, personale o anche economico, spesso si rinuncia ai rapporti quotidiani con la famiglia e agli affetti. È un compromesso: da una parte vinci, dall’altra perdi.</em></p>
<p><em>Certo, dipende dalle persone: c’è chi riesce a mantenere forti legami e sente meno il distacco. Ma in ogni caso andare all’estero è utile, se non fondamentale, per allargare il proprio network nella comunità scientifica e anche per allargare la propria mente grazie all’incontro con altre culture e modi di pensare o agire.</em></p>
<p><em>Chi invece sceglie di restare in Italia oggi trova condizioni migliori rispetto al passato: con il pensionamento della generazione dei baby boomers, si stanno aprendo nuove possibilità anche nelle università.</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
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		><h3 class="widget-title">Il consolato del mese</h3>
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	<p><strong><u>CONSOLATO ONORARIO DI SVIZZERA A BERGAMO</u></strong></p>
<p><strong>Sede:</strong> Bergamo<br />
<strong>Console Onorario:</strong> avv. Daniel Vonrufs<br />
<strong>Zona di competenza:</strong> Bergamo e Provincia</p>
<p><strong>Mansionario:</strong> mantenere i contatti con le autorità locali, la promozione dell’immagine della Svizzera in relazione ai suoi interessi economici e commerciali, mantenere contatti stretti con la comunità svizzera locale, assistere i cittadini svizzeri anche di passaggio nella circoscrizione di Bergamo, informativa regolare al Consolato generale su accadimenti di interesse della Confederazione nella circoscrizione di Bergamo.</p>
<p><strong>Telefono:</strong> +39 035 212915<br />
<strong>Mail:</strong> bergamo@honrep.ch</p>
<p><em>«Bergamo e la Svizzera si assomigliano per serietà, operosità e sobrietà. Lavoro per custodire e rafforzare il legame con la tradizione elvetica, radicata nei profondi rapporti culturali ed economici che uniscono da tempo queste due realtà.»</em></p>
</div>
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	</div>

</div></div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/">Intervista a Marco Tagliaferri</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lavorare per la Svizzera: due testimonianze da Haïti e dal Venezuela</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/lavorare-per-la-svizzera-due-testimonianze-da-haiti-e-dal-venezuela/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 18:34:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/12/Ariela_Kraska-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Con quasi 170 rappresentanze e 250 membri della carriera “Affari consolari, gestione e finanza (KBF)”, la Svizzera è presente in tutto il mondo. La particolarità di questo tipo di impiego è che il posto di lavoro cambia ogni tre o quattro anni. Ariela Kraska (Port-au-Prince) e Pascal Sollberger (Caracas) ci raccontano le loro esperienze e</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/lavorare-per-la-svizzera-due-testimonianze-da-haiti-e-dal-venezuela/">Lavorare per la Svizzera: due testimonianze da Haïti e dal Venezuela</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/12/Ariela_Kraska-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-23413"  class="panel-layout" ><div id="pg-23413-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-23413-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-23413-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Oggi ad Hanoi, forse domani a Londra. I dipendenti delle ambasciate e dei consolati svizzeri sono abituati a navigare tra paesi e culture. Ogni anno il DFAE ricerca specialisti e dirigenti che mettono le loro competenze al servizio della Svizzera.</h3>
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	<p>Con quasi 170 rappresentanze e 250 membri della carriera “Affari consolari, gestione e finanza (KBF)”, la Svizzera è presente in tutto il mondo. La particolarità di questo tipo di impiego è che il posto di lavoro cambia ogni tre o quattro anni. Ariela Kraska (Port-au-Prince) e Pascal Sollberger (Caracas) ci raccontano le loro esperienze e le sfide della carriera alla KBF.</p>
<p>«Per l’intervista sarò disponibile a mezzogiorno, ora svizzera: ad Haiti saranno le sei del mattino». Fissare un appuntamento telefonico non è facile quando un oceano ti separa dalla persona con cui stai parlando. Nel caso di Ariela Kraska è l'Atlantico. È stato il suo interesse per le altre culture a spingerla a intraprendere la carriera della KBF presso il DFAE nell'ambito del programma di cooperazione internazionale. Da luglio 2021 è di stanza a Port-au-Prince dove è responsabile delle finanze, del personale e dell’amministrazione dell’Ufficio di cooperazione svizzero ad Haiti. Resterà lì fino al 2024, dopodiché si unirà ad un'altra rappresentanza svizzera all'estero o ritornerà alla sede centrale di Berna. «<em>Ogni due o quattro anni ho l'opportunità di scoprire un nuovo paese e incontrare persone con origini, tradizioni e modi di pensare diversi. È gratificante e difficile allo stesso tempo. La difficoltà sta nel fatto che più l’ambiente è complesso, meno prevedibile è il corso delle giornate</em>».</p>
<p><strong>Formazione e competenze necessarie</strong></p>
<p>La maggior parte dei dipendenti della carriera KBF lavora fuori dalla Svizzera. Ciò non è sempre evidente, ad esempio quando il coniuge non può lavorare nello stesso luogo, quando la libertà di movimento è limitata o la qualità della vita è scarsa. È un'attività che richiede una grande capacità di adattamento e competenze interculturali in un ambiente che può essere precario. «<em>Le giornate sono lunghe e talvolta molto intense. Bisogna mantenere la calma e tenere d’occhio tutti i settori, come la finanza, le risorse umane e la sicurezza</em>», spiega Ariela Kraska. «<em>Una volta ho dovuto visitare un detenuto in condizioni poco dignitose e ho dovuto occuparmi di casi di rapimento di minori</em>». I candidati passano attraverso una procedura di selezione e seguono 15 mesi di formazione. I primi due mesi sono dedicati ad un corso teorico a Berna. Segue un anno di formazione pratica nella rete esterna del DFAE. Successivamente i candidati frequentano nuovamente un corso teorico di un mese prima di essere sottoposti alla valutazione finale da parte della commissione di ammissione a Berna. La formazione si concentra sugli obiettivi e sulle priorità della politica estera della Svizzera: pace, sicurezza, riduzione della povertà, prosperità, sostenibilità e digitalizzazione.</p>
<p><strong>Obiettivo: rappresentare la Svizzera nel mondo</strong></p>
<p>I collaboratori professionali della KBF sono protagonisti nella rappresentanza della Svizzera all'estero. «<em>Sono entrato nel DFAE nel 2014 e ho svolto missioni in quasi tutti i continenti, ad esempio in Indonesia e Libano. Dal 2021 mi trovo in Venezuela. L’ambasciata svizzera lì si occupa anche delle relazioni con altri sette paesi dei Caraibi, come Barbados e Trinidad e Tobago</em>», spiega il console Pascal Sollberger. I collaboratori delle rappresentanze difendono gli interessi della Svizzera in tutti i settori delle relazioni diplomatiche internazionali. All'interno della rappresentanza estera i collaboratori di carriera della KBF coordinano le attività operative e svolgono un ruolo di interfaccia con tutti i reparti. Ciò si traduce quotidianamente in un mix di attività pianificabili e non pianificabili. «<em>Un'ambasciata è un datore di lavoro che è allo stesso tempo svizzero e locale. Per quanto riguarda l'attualità, la sicurezza e la gestione delle crisi, sono in stretto contatto con collaboratori svizzeri e venezuelani, fornitori di servizi esterni, altre ambasciate e organizzazioni internazionali come il Comitato internazionale della Croce Rossa</em>». Reagire rapidamente alle situazioni critiche fa parte delle responsabilità del personale di carriera KBF. Pascal Sollberger ricorda l'esplosione al porto di Beirut nel 2020, durante la quale l'ambasciata fu gravemente danneggiata. «<em>Quando accadono eventi come questo, i dipendenti svolgono un ruolo fondamentale. Per quanto mi riguarda ero responsabile dell’unità di crisi. Ciò che abbiamo vissuto allora ci ha lasciato un segno indelebile</em>». Un altro compito essenziale è quello di offrire servizi consolari di qualità alla popolazione svizzera all’estero e ai turisti svizzeri (matrimoni interculturali, rilascio di passaporti, rimpatri, ecc.) in stretta collaborazione con il personale consolare specializzato.</p>
<p>DFAE</p>
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		><h3 class="widget-title">Lavori pensati per chi ama il cambiamento</h3>
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	<p>Le Département fédéral des affaires étrangères (DFAE) recherche des Suissesses et des Suisses qui mettent leurs compétences et leur expérience au service de la Suisse. Une «carrière transférable» leur offre cette possibilité. Elle s’appelle ainsi car les employés ont l’obligation de changer de poste tous les trois à quatre ans. Il existe différentes voies possibles: ■ Carrière «Affaires consulaires, gestion et finances (KBF)», ■ Carrière «Coopération internationale», ■ Carrière «Diplomatie», ■ Personnel consulaire spécialisé</p>
<p>Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) cerca svizzeri che mettano le loro competenze ed esperienze al servizio della Svizzera. Una “carriera trasferibile” offre loro questa possibilità. Si chiama così perché i dipendenti sono tenuti a cambiare posizione ogni tre o quattro anni. I percorsi possibili sono diversi:</p>
<p>■ Carriera «Affari consolari, gestione e finanze (KBF)»,</p>
<p>■ Carriera «Cooperazione internazionale»,</p>
<p>■ Carriera «Diplomazia»,</p>
<p>■ Personale consolare specializzato</p>
<p>Desiderate mettere le vostre competenze e la vostra esperienza al servizio della Svizzera? Troverete maggiori informazioni su www.dfae.admin.ch/carriere</p>
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	<p>Ariela Kraska ha iniziato la sua carriera nel settore alberghiero prima di studiare gestione aziendale. Foto DR, Charly Amazan, Getty Images (fotomontaggio)</p>
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<p>«Più l’ambiente è complesso, meno prevedibile sarà lo svolgimento delle giornate.» Ariela Kraska</p>
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	<p>Titolare di un diploma di economista in assicurazioni, Pascal Sollberger ha lavorato per più di dieci anni nel settore delle assicurazioni private e della gestione dei processi prima di unirsi al DFAE. Foto DR, Pascal Sollberger, iStock (fotomontaggio)</p>
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<p>«Sono entrato al DFAE nel 2014 e ho svolto missioni in quasi tutti i continenti, ad esempio in Indonesia e Libano.» Pasquale Sollberger</p>
</blockquote>
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		><h3 class="widget-title">La Gazzetta ha bisogno di te.</h3>
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