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	<title>tredicesima AVS Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>tredicesima AVS Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>Un ricco e variopinto bouquet di votazioni: dall’AVS al materiale bellico e ai fuochi d’artificio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 16:49:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/10/cover-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Non si sono ancora appianati i dibattiti sul voto di settembre (con il No all’iniziativa sulla neutralità, di cui la Gazzetta ha riferito nell’edizione di ottobre), che i cittadini torneranno già alle urne il 29 novembre per quattro temi particolarmente eterogenei tra loro: il finanziamento della tredicesima mensilità AVS, la regolamentazione dei fuochi d’artificio, la</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/votazioni-29-novembre-2026-avs-fuochi-artificio-matrimonio-armi/">Un ricco e variopinto bouquet di votazioni: dall’AVS al materiale bellico e ai fuochi d’artificio</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/10/cover-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-26894"  class="panel-layout" ><div id="pg-26894-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26894-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26894-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Non si sono ancora appianati i dibattiti sul voto di settembre (con il No all’iniziativa sulla neutralità, di cui la Gazzetta ha riferito nell’edizione di ottobre), che i cittadini torneranno già alle urne il 29 novembre per quattro temi particolarmente eterogenei tra loro: il finanziamento della tredicesima mensilità AVS, la regolamentazione dei fuochi d’artificio, la fiscalità delle coppie sposate e le regole per l’esportazione di materiale bellico. A prima vista potrebbero essere dossier difficili da mettere sullo stesso piano. Ma dietro ciascuno di essi emerge la questione di quanto debba intervenire lo Stato per correggere uno squilibrio, proteggere interessi collettivi o adattare le regole a una società e ad un contesto internazionale cambiati.</p>
<h2>Aumentare l’IVA per finanziare la tredicesima AVS?</h2>
<p>Nel 2024 i cittadini si sono pronunciati a favore di una tredicesima rendita AVS per tutti (che per la prima volta verrà erogata nel dicembre 2026 e interesserà circa 2,6 milioni di beneficiari). Da allora il dibattito è accesissimo sul finanziamento di questa rendita supplementare, come pure sul finanziamento a lungo termine del primo pilastro, sotto pressione per ragioni demografiche. Dopo ampi dibattiti, il Parlamento propone di finanziare una parte di questa spesa aumentando l’IVA. Il costo supplementare per l’AVS sarà inizialmente superiore ai quattro miliardi di franchi all’anno e dovrebbe superare i cinque miliardi dal 2035. L’aliquota ordinaria passerebbe dall’8,1 all’8,5 per cento, mentre quella speciale per il settore alberghiero salirebbe dal 3,8 al 4 per cento. L’aliquota ridotta del 2,6 per cento, applicata tra l’altro a molti beni di uso quotidiano come alimentari e medicamenti, rimarrebbe invece invariata. L’aumento dovrebbe entrare in vigore al più presto nel 2028.</p>
<p><strong>«Senza finanziamento, le finanze dell’AVS in rapido declino»</strong></p>
<p>Il principale argomento a favore è semplice: la tredicesima AVS è stata approvata dal popolo e ora occorre finanziarla. Secondo il Consiglio federale, senza nuove entrate la situazione finanziaria dell’AVS peggiorerebbe rapidamente. Le proiezioni indicano che, senza il finanziamento supplementare, il deficit annuale potrebbe arrivare a quasi cinque miliardi di franchi nel 2035. Con l’aumento dell’IVA, il deficit previsto scenderebbe invece a circa tre miliardi. Anche le riserve dell’AVS si ridurrebbero meno rapidamente.</p>
<p>Un argomento forte dei favorevoli – tra cui la maggioranza del Parlamento – è quello della solidarietà intergenerazionale. L’IVA viene pagata da chi consuma, quindi non soltanto dai lavoratori: anche i pensionati contribuiscono al finanziamento dell’assicurazione sociale. Per il Consiglio federale questa è una soluzione più equilibrata rispetto a un finanziamento interamente a carico dei salari.</p>
<p>Il terzo elemento è la scelta di non aumentare l’aliquota ridotta. L’impatto sui consumi essenziali viene così contenuto, anche se l’aumento dell’aliquota ordinaria finirà comunque per pesare sui prezzi di numerosi beni e servizi.</p>
<p><strong>«No ad un nuovo aumento di imposte»</strong></p>
<p>Gli oppositori, in prima fila il Partito Liberale (PLR), contestano anzitutto il principio di finanziare una nuova prestazione sociale attraverso un aumento generalizzato dell’IVA e sostengono che la tredicesima AVS debba essere garantita, ma che non sia necessario farlo attraverso un aumento permanente delle imposte che colpisce il ceto medio. La seconda obiezione riguarda il futuro dell’AVS. L’aumento dell’IVA risolve soltanto una parte del problema: non elimina il crescente squilibrio provocato dall’invecchiamento della popolazione e dal rapporto sempre meno favorevole fra persone attive e pensionati. I contrari preferiscono quindi affrontare il problema nell’ambito di una riforma complessiva dell’AVS, valutando anche misure strutturali, compreso un eventuale aumento dell’età di pensionamento.i dell’industria bellica.</p>
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	<p><em>L’approvazione della tredicesima rendita AVS da parte della maggioranza del popolo ha diviso il Parlamento sulle modalità di finanziamento.</em></p>
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	<h2>Fuochi d’artificio: protezione o ingerenza esagerata dello Stato?</h2>
<p>L’iniziativa popolare «Per una limitazione dei fuochi d’artificio» chiede di vietare la vendita e l’utilizzazione privata dei fuochi d’artificio che provocano rumore. Sarebbero quindi esclusi dal divieto i prodotti non rumorosi, come bengala e vulcani. Per manifestazioni di importanza sovraregionale i Cantoni potrebbero concedere deroghe. La proposta nasce dalla preoccupazione per gli effetti dei fuochi d’artificio su persone, animali e ambiente. I promotori sottolineano in particolare il rumore improvviso, lo stress provocato agli animali, il rischio di incidenti e incendi e la produzione di rifiuti. Secondo il comitato di iniziativa, ogni anno in Svizzera i fuochi d’artificio producono circa 1'300 tonnellate di rifiuti.</p>
<p><strong>«Proteggere animali e persone sensibili al rumore»</strong></p>
<p>Per i promotori i botti dei fuochi d’artificio possono provocare paura e panico negli animali domestici, da reddito e selvatici. Gli animali possono fuggire, ferirsi o morire. Anche persone particolarmente sensibili al rumore possono subire conseguenze importanti. Inoltre, nella campagna viene richiamato l’argomento della sicurezza, secondo il quale l’utilizzazione privata dei fuochi d’artificio può provocare incidenti e incendi, mentre i controlli e le limitazioni attualmente disponibili non sarebbero sufficienti.</p>
<p>Non da ultimo i sostenitori ritengono che sia possibile continuare a festeggiare anche senza esplosioni e forti detonazioni. L’iniziativa non propone infatti un divieto assoluto dei fuochi d’artificio: quelli privi di rumore potrebbero continuare a essere utilizzati e i Cantoni potrebbero prevedere eccezioni per grandi manifestazioni.</p>
<p><strong>«Ingerenza sproporzionata: gli strumenti sono nelle mani di Cantoni e Comuni»</strong></p>
<p>Il Consiglio federale riconosce il problema dei fuochi d’artificio, ma, secondo l’Esecutivo, i Cantoni e i Comuni dispongono già degli strumenti necessari per limitarne l’utilizzo, sia nel tempo sia nello spazio, oppure per sottoporlo ad autorizzazione. Con la sua opposizione all’iniziativa, l’Esecutivo vuole difendere un sistema più flessibile e decentralizzato. Una regola costituzionale nazionale rischierebbe di eliminare la possibilità di adattare le restrizioni alle caratteristiche delle singole località. Un Comune turistico, una grande città e una località rurale potrebbero avere esigenze molto differenti.</p>
<p>Inoltre, i fuochi d’artificio sono legati da sempre alla tradizione e alla libertà individuale. Per i contrari, tra cui UDC, Centro e Giovani liberali, una limitazione nazionale sarebbe un intervento eccessivo su un’attività concentrata soprattutto in poche occasioni dell’anno.</p>
<p>Da segnalare vi è anche il fallimento di un compromesso durante il dibattito parlamentare: il Parlamento ha respinto un controprogetto che avrebbe vietato soltanto i fuochi destinati esclusivamente a produrre uno scoppio.</p>
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	<p><em>Saranno vietati o no i fuochi d’artificio in Svizzera? Lo decide il popolo il 29 novembre</em></p>
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	<h2>Ancora la “penalizzazione del matrimonio”: quale sistema fiscale per le coppie?</h2>
<p>L’iniziativa popolare del Centro “Sì a imposte federali eque anche per i coniugi – Basta con la discriminazione del matrimonio!” è probabilmente il dossier più tecnico dei quattro, ma anche uno dei più politicamente sensibili. Oggi i coniugi vengono tassati congiuntamente: i loro redditi vengono sommati e su questa somma viene calcolata l’imposta federale diretta. Le persone non sposate sono invece tassate individualmente. A causa della progressività dell’imposta, alcune coppie sposate possono così pagare più imposte rispetto a due persone non sposate con una situazione economica analoga. Il fenomeno è tradizionalmente chiamato «penalizzazione del matrimonio».</p>
<p>L’iniziativa vuole mantenere la tassazione congiunta, ma stabilire nella Costituzione che i coniugi non possano essere svantaggiati rispetto agli altri contribuenti. Se il Parlamento non attuasse la norma entro tre anni, il Consiglio federale dovrebbe intervenire con un sistema di calcolo alternativo, applicando alla coppia il risultato fiscalmente più favorevole fra quello previsto per i coniugi e quello previsto per i non sposati.</p>
<p><strong>«Inaccettabile che le coppie sposate siano penalizzate»</strong></p>
<p>Per il Centro – il partito all’origine della raccolta di firme per l’iniziativa – non è accettabile che il matrimonio possa comportare un onere fiscale superiore a quello sostenuto da due persone non sposate in una situazione economica analoga. L’iniziativa vuole eliminare questo svantaggio senza imporre il passaggio a due dichiarazioni fiscali separate. Inoltre, i sostenitori affermano che l’iniziativa permetterebbe di correggere la penalizzazione del matrimonio senza trasformare radicalmente il sistema fiscale. Il Parlamento manterrebbe un ampio margine per decidere concretamente come raggiungere l’obiettivo.</p>
<p>Il Sì è sostenuto dal Centro, promotore dell’iniziativa, e dall’UDC. Nella campagna interpartitica figurano inoltre l’Unione democratica federale, il Partito evangelico, l’Unione svizzera dei contadini e altre organizzazioni familiari.</p>
<p><strong>«Tema già risolto con l’imposizione individuale»</strong></p>
<p>Il problema per i contrari è soprattutto uno: la Svizzera ha appena approvato un’altra soluzione. L’8 marzo 2026 il popolo ha accettato la legge sull’imposizione individuale, che prevede in futuro una tassazione separata dei coniugi e delle persone non sposate. Il Consiglio federale ha deciso che il nuovo sistema entrerà in vigore nel 2032. L’iniziativa del Centro va nella direzione opposta: mantiene la tassazione congiunta e cerca di correggerne gli effetti attraverso una garanzia costituzionale. Per il Consiglio federale ciò crea una contraddizione con la riforma già approvata dagli elettori. Secondo l’Esecutivo, la proposta potrebbe eliminare la penalizzazione delle coppie sposate senza però garantire la neutralità rispetto allo stato civile: in alcune situazioni, le persone non sposate potrebbero continuare a essere svantaggiate.</p>
<p>Un’altra questione è finanziaria. Secondo le stime del Consiglio federale, un’attuazione provvisoria dell’iniziativa mediante il calcolo alternativo potrebbe provocare minori entrate per la Confederazione comprese tra 700 milioni e 1,4 miliardi di franchi all’anno, con ripercussioni anche sui Cantoni.</p>
<p>Il fronte del No comprende il Consiglio federale e il Parlamento. Nelle votazioni parlamentari, Verdi, PS, PVL e PLR hanno sostanzialmente sostenuto la raccomandazione di respingere l’iniziativa, mentre Centro e UDC si sono schierati contro.</p>
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	<p><em>Penalizzati solo perché sposati? Per il Centro e l’UDC non è corretto. </em></p>
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	<h2>Esportazioni di armi: una votazione su sicurezza, industria e neutralità</h2>
<p>Un quarto e rilevante tema al voto riguarda la revisione della legge sul materiale bellico, approvata dal Parlamento nel dicembre 2025 e sottoposta ora a referendum. La legislazione svizzera stabilisce condizioni precise per l’esportazione di armi, sistemi d’arma e componenti. Oggi l’esportazione non è autorizzata quando il Paese destinatario è coinvolto in un conflitto armato oppure viola gravemente e sistematicamente i diritti umani. Esistono inoltre restrizioni per evitare che il materiale svizzero venga impiegato contro la popolazione civile o trasferito senza autorizzazione. La revisione introduce più margini di deroga per il Consiglio federale. Il materiale bellico potrà essere fornito a determinati Stati partner coinvolti in un conflitto se ciò è compatibile con la neutralità e con gli interessi di politica estera o di sicurezza della Svizzera. Il Governo potrà inoltre derogare ai criteri di autorizzazione in circostanze straordinarie, quando ciò sia necessario per salvaguardare interessi svizzeri.</p>
<p>Cambierebbe anche il regime della riesportazione. La dichiarazione con cui un Paese si impegna a non trasferire il materiale svizzero senza il consenso di Berna non sarebbe più richiesta in tutti i casi, ma soltanto quando necessario per ragioni di politica estera, neutralità o sicurezza. Gli impegni già assunti rimarrebbero validi.</p>
<p><strong>«Un Sì determinante per la sicurezza nazionale»</strong></p>
<p>Il Consiglio federale e il Parlamento sono del parere che le vecchie regole siano diventate troppo rigide in un contesto internazionale profondamente mutato. La guerra in Europa ha mostrato quanto sia importante poter contare su partner affidabili e su un’industria della difesa competitiva. La Svizzera esporta oltre l’80% del proprio materiale bellico verso Stati partner europei. Secondo il Governo, se questi Paesi sono coinvolti in un conflitto, la Svizzera deve poter mantenere una certa capacità di rifornimento, naturalmente nel rispetto della neutralità e degli obblighi internazionali.</p>
<p>L’argomento principale dei fautori della nuova legge riguarda l'industria: un settore degli armamenti competitivo significa mantenere competenze tecnologiche e capacità produttive che possono diventare importanti per la sicurezza nazionale. Il ragionamento del Governo è che chi vuole poter acquistare materiale e componenti dai propri partner in una situazione di crisi deve rimanere inserito nelle catene internazionali di produzione e approvvigionamento.</p>
<p>Il Sì è sostenuto da Consiglio federale e Parlamento. In Parlamento la modifica è stata approvata da UDC, Centro, PLR e Verdi liberali.</p>
<p><strong>«Un lasciapassare di armi verso zone di conflitto»</strong></p>
<p>Il fronte referendario, composto da PS e Verdi, vede nella revisione un indebolimento della tradizionale prudenza svizzera nell'esportazione di armi. L'obiezione principale è che concedere al Consiglio federale maggiori possibilità di deroga rischia di rendere più facile l'esportazione verso Paesi coinvolti in conflitti o caratterizzati da gravi problemi sul piano dei diritti umani.</p>
<p>I contrari contestano anche l’allentamento delle dichiarazioni di non riesportazione. Se un Paese può trasferire più facilmente a terzi il materiale acquistato in Svizzera, sostengono i referendisti, Berna perde una parte del controllo sulla destinazione finale delle armi. Il comitato referendario teme anche che possano beneficiarne regimi autoritari e, indirettamente, organizzazioni terroristiche. Non da ultimo, i contrari sollevano una questione di principio: fino a che punto la politica industriale e la politica di sicurezza devono influenzare le regole sull’esportazione di armi? Per la sinistra, il rischio è che la sicurezza economica dell’industria diventi una giustificazione per allentare progressivamente i controlli. Nel dibattito parlamentare, PS e Verdi hanno definito la revisione eccessivamente favorevole agli interessi dell’industria bellica.</p>
<p><em>Angelo Geninazzi</em></p>
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	<p><em>L’esportazione di materiale, anche bellico, è un tema annoso e torna regolarmente al centro del dibattito politico.</em></p>
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