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	<title>memoria storica Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>memoria storica Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<item>
		<title>Maurice Bavaud: lo svizzero che tentò di uccidere Hitler</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/maurice-bavaud-svizzero-che-tento-uccidere-hitler/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 17:42:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Dicembre 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/12/Maurice-Bavaud1-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />A maggio è stata inaugurata a Neuchâtel (VD) una targa commemorativa dedicata alla memoria di Maurice Bavaud. Il giovane cattolico svizzero fu giustiziato con la ghigliottina nel 1941 in Germania per aver tentato di uccidere Hitler. All'epoca, la Svizzera non fece nulla per salvarlo. Cosa si può fare contro una dittatura? Una targa commemorativa inaugurata</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/maurice-bavaud-svizzero-che-tento-uccidere-hitler/">Maurice Bavaud: lo svizzero che tentò di uccidere Hitler</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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	<p><em>A maggio è stata inaugurata a Neuchâtel (VD) una targa commemorativa dedicata alla memoria di Maurice Bavaud. Il giovane cattolico svizzero fu giustiziato con la ghigliottina nel 1941 in Germania per aver tentato di uccidere Hitler. </em><em>All'epoca, la Svizzera non fece nulla per salvarlo.</em></p>
<p>Cosa si può fare contro una dittatura? Una targa commemorativa inaugurata a maggio a Neuchâtel ci invita a riflettere su questa domanda. Essa ricorda Maurice Bavaud che, all'età di 22 anni, tentò di uccidere Hitler. «<em>Si desidererebbe che al mondo ci fossero più persone come lui, disposte a cercare di uccidere mostri del genere</em>», ha dichiarato durante la cerimonia di inaugurazione il medico in pensione Jean-François Burkhalter (81), uno dei promotori dell'iniziativa commemorativa. Maurice Bavaud proveniva da una semplice famiglia cattolica e voleva fare la differenza. «<em>Ai suoi occhi, il Führer rappresentava una minaccia per l'indipendenza della Svizzera, l'umanità e il cattolicesimo</em>», si legge nei verbali del suo processo del 1939, al quale non era presente alcun diplomatico svizzero.</p>
<p>Quando nel 1938 il giovane tornò da un seminario in Bretagna, che lo aveva preparato alla professione di missionario, si mise in viaggio in treno verso la Germania. All'epoca, il governo del nostro Paese confinante promuoveva gli scambi con la Svizzera. Le visite di cittadini svizzeri nel Reich tedesco erano possibili senza particolari ostacoli, spiega lo storico neocastellano Marc Perrenoud. Maurice Bavaud riuscì ad avvicinarsi a Hitler il 9 novembre, durante una parata a Monaco. Ma davanti a lui numerose braccia si alzarono nel saluto nazista, impedendogli di sparare al dittatore. Poiché viaggiava senza biglietto, fu arrestato più tardi durante il viaggio di ritorno in treno. L'ambasciata svizzera a Berlino, allora guidata da un certo Hans Frölicher, non voleva però «<em>compromettere i buoni rapporti tra la Germania e la Svizzera per quest’uomo</em>», secondo Perrenoud. Su richiesta delle autorità tedesche, la procura avviò un'indagine sul giovane e inviò alle autorità naziste una comunicazione in cui lo riteneva omosessuale.</p>
<p>Il padre di Maurice Bavaud propose di scambiare il figlio con dei prigionieri tedeschi detenuti in Svizzera, per salvarlo dalla pena di morte. Le autorità svizzere, però, non vollero prendere in considerazione questa proposta. Durante il processo, il difensore d'ufficio sottolineò che il giovane Bavaud non aveva sparato nemmeno un colpo. Ma fu tutto inutile. La sua famiglia ricevette un'ultima lettera dalla prigione di Plötzensee. «<em>Vi abbraccio forte, perché è l'ultima volta</em>». Il 14 maggio 1941 Maurice Bavaud fu giustiziato con la ghigliottina. Non ci fu una tomba. Negli anni 50, la famiglia Bavaud ricevette dalla Repubblica Federale Tedesca un risarcimento di 40’000 franchi. Nel 1979, lo scrittore tedesco Rolf Hochhuth dichiarò Bavaud un nuovo Guglielmo Tell e, nel 1980, anche il giornalista Nicolas Meienberg pubblicò un libro in sua memoria.</p>
<p>La Svizzera avrebbe potuto salvare Bavaud? Marc Perrenoud cita il caso di un altro neocastellano, il pastore Roland de Pury, arrestato nel 1943 in una chiesa di Lione. Vicino al movimento di resistenza francese, fu salvato grazie a uno scambio con spie tedesche. De Pury e la sua famiglia disponevano di relazioni e contatti che mancavano alla famiglia Bavaud. I consiglieri federali René Felber e Pascal Couchepin hanno ammesso rispettivamente nel 1989 e nel 2008 che la diplomazia svizzera non ha fatto abbastanza per salvare Bavaud.</p>
<p><em>Stéphane Herzog</em></p>
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	<p><strong>Maurice Bavaud.</strong> Foto: Handout Filmkollektiv Zurigo</p>
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		<item>
		<title>Elisabeth Eidenbenz, una vita all’insegna della modestia</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/elisabeth-eidenbenz-clinica-elne-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2025 19:50:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Da Palazzo Federale]]></category>
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		><h3 class="widget-title">Elisabeth Eidenbenz: la svizzera che salvò centinaia di madri e bambini nella clinica di Elne</h3>
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	<p>La svizzera residente all’estero, finora poco conosciuta dal grande pubblico e di estrema modestia, ha incarnato, nei tempi di guerra, speranza e umanità.</p>
<p>Nella clinica ostetrica svizzera di Elne furono accolti bambini e donne di diverse nazionalità e confessioni, in fuga dalla dittatura franchista o, successivamente, dalla Gestapo. Spagnole, ebree e zingare furono nascoste, nonostante le istruzioni della Croce Rossa Svizzera di rispettare le leggi razziali di Vichy. Si stima che circa 200 neonati ebrei furono salvati in quella struttura. Elisabeth Eidenbenz accolse i bambini “indesiderati” e se ne prese cura. Grazie alla sua determinazione e, talvolta, alla sua disobbedienza, nella clinica ostetrica svizzera furono salvati dalla morte certa 600 neonati.</p>
<p><strong>La sua storia</strong></p>
<p>Elisabeth nacque nel 1913 a Wila, nel Canton Zurigo, come terza di sei figli del pastore Johann Albrecht Eidenbenz e di Marie, nata Hess. Successivamente completò una formazione come insegnante. Dal 1929 al 1933 frequentò la Töchter Schule a Zurigo e nel 1934 la scuola di economia domestica di Neukirch an der Thur. La sua carriera professionale come insegnante iniziò nei quartieri operai di Winterthur e Zurigo.</p>
<p>Durante la guerra civile spagnola, nel 1938 fu reclutata come collaboratrice del Servizio Civile Internazionale e si occupò a Burjassot, nella provincia di Valencia, del personale della Società Svizzera per i Bambini di Spagna (SAS), nota anche come Ayuda Suiza. Nel gennaio 1939, quando la Catalogna fu conquistata dalle truppe franchiste, Elisabeth Eidenbenz fu trasferita nel sud della Francia. A Brouilla, vicino al confine spagnolo, doveva allestire un centro di nascita e una casa di riposo per donne rifugiate e i loro bambini.</p>
<p>Quando, alla fine di settembre 1939, questo centro dovette essere evacuato, Elisabeth Eidenbenz scoprì il castello di Bardou nel comune vicino di Elne. Riuscì a raccogliere i fondi necessari affinché la SAS potesse acquistare la proprietà e, dopo i lavori di ristrutturazione, aprire la clinica ostetrica riconosciuta dallo Stato.</p>
<p><strong>La clinica ostetrica svizzera di Elne</strong></p>
<p>La clinica ostetrica svizzera di Elne, operativa da novembre/dicembre 1939 fino a Pasqua 1944, era un centro di accoglienza e di riposo per persone bisognose di cure. La maggior parte proveniva dai campi di Rivesaltes e Argelès e all’arrivo alla clinica si trovava in condizioni miserabili. Il freddo, la sabbia, i pidocchi, la scabbia, il colera e altre malattie decimavano molti neonati e bambini nei campi. Il tasso di mortalità era estremamente alto e l’ammissione alla clinica rappresentava per le donne un barlume di speranza.</p>
<p>Molte non avevano la possibilità di portare con sé i figli maggiori e dovevano lasciarli nei campi, scene strazianti che traumatizzavano profondamente le famiglie. Tuttavia, la tranquillità, la protezione dal vento e dal freddo e un’alimentazione adeguata rappresentavano un aiuto inatteso per queste donne e i loro bambini. Il rifugio offriva a donne sradicate ed emarginate un’oasi di pace e supporto per affrontare la maternità.</p>
<p>Alcune gravidanze erano il risultato di stupri, con conseguenze psicologiche che rendevano la cura ancora più complessa. Molte donne arrivavano in condizioni di estrema debolezza, talvolta con bambini piccoli o malati, rendendo l’allattamento difficoltoso. Tuttavia, tra le donne regnava solidarietà: numerosi neonati furono infine allattati e salvati da altre madri. Appena le madri si rimettevano in piedi, dovevano fare ritorno nei campi. Elisabeth Eidenbenz, invece, cercava di salvare quante più donne e bambini possibile, trovando loro un lavoro nel castello o in un’altra struttura svizzera di aiuto.</p>
<p>A Pasqua 1944, la Gestapo ordinò alla clinica di evacuare la struttura entro tre giorni, imponendone infine la chiusura definitiva.<strong> </strong></p>
<p><strong>Riconoscimenti e onorificenze</strong></p>
<p>Elisabeth Eidenbenz ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui nel 2002 dallo Stato di Israele l’onoreficenza come “Giusta tra le Nazioni”. Nel 2006, lo Stato spagnolo le conferì la Croce d’Oro dell’Ordine della Solidarietà Sociale, nello stesso anno ricevette dalla Generalitat catalana il premio culturale “Creu de Sant Jordi” e nel 2007 il governo francese le conferì il titolo della “Legion d’Onore”.</p>
<p>Tutti i suoi premi e onorificenze furono dedicati a una donna ebrea di nome Lucie, che aveva partorito un bambino morto e era rimasta alla clinica per allattare i neonati le cui madri non potevano farlo. Lucie fu arrestata dalla Gestapo nel 1943.</p>
<p>In Svizzera, Elisabeth Eidenbenz è stata finora poco riconosciuta. Nonostante si sia presa cura di tutte le donne in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine o religione, la sua storia è poco conosciuta e il suo Paese non l’ha mai ufficialmente celebrata. Negli ultimi anni visse presso un’amica in Austria. Nel 2008 tornò a Zurigo, dove morì nel 2011.</p>
<p><strong>La clinica ostetrica oggi</strong></p>
<p>Il sito storico, trasformato in museo e sottoposto a tutela monumentale nel 2013, soffre attualmente di una carenza di fondi. Come dichiarato da Nicolas Garcia, sindaco di Elne, sono necessari lavori di ristrutturazione per 4 milioni di euro. Secondo Garcia, per preservare questo luogo commemorativo è fondamentale che la Svizzera contribuisca economicamente alla sua riqualificazione.</p>
<p><strong>di AMANDINE MADZIEL</strong></p>
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	<p><em>Un’immagine iconica: Elisabeth Eidenbenz con il bambino rifugiato spagnolo Pablo.</em></p>
<p>Tutte le foto provengono dal reportage fotografico di Paul Senn pubblicato sulla Schweizer Illustrierte Zeitung del 25 febbraio 1942, ©Gottfried-Keller-Stiftung.</p>
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	<p>Una struttura fondamentale di accoglienza per madri in difficoltà: la Maternité Suisse di Elne.</p>
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	<p>Donne che allattano alla Maternité – e sullo sfondo, discretamente, la bandiera svizzera.</p>
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