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	<title>sport femminile Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>sport femminile Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>Intervista a Paolo Bolis: Vice presidente CFO Volley Bergamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 10:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Giugno 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/Bolis-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />In Italia come in Svizzera, la pallavolo femminile non è solo uno sport, ma un fenomeno che ha saputo conquistare milioni di appassionati, diventando simbolo di eccellenza e determinazione. Dalle palestre scolastiche ai grandi campi internazionali il movimento ha visto una crescita esponenziale, grazie a società solide e al campionato più competitivo al mondo. Dietro</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/valore-sfide-pallavolo-femminile-italiana-paolo-bolis/">Intervista a Paolo Bolis: Vice presidente CFO Volley Bergamo</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/Bolis-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-25123"  class="panel-layout" ><div id="pg-25123-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25123-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25123-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Il valore della pallavolo femminile italiana</h3>
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	<p>In Italia come in Svizzera, la pallavolo femminile non è solo uno sport, ma un fenomeno che ha saputo conquistare milioni di appassionati, diventando simbolo di eccellenza e determinazione. Dalle palestre scolastiche ai grandi campi internazionali il movimento ha visto una crescita esponenziale, grazie a società solide e al campionato più competitivo al mondo.</p>
<p>Dietro ogni squadra, dietro ogni vittoria o sconfitta, ci sono figure che operano lontano dai riflettori ma che svolgono un ruolo essenziale per la crescita e la sostenibilità del movimento. Dirigenti, allenatori, staff tecnico, sponsor e società sportive sono l’anima organizzativa che permette agli atleti di scendere in campo e competere ai massimi livelli.</p>
<p>Oggi, con noi, c’è Paolo Bolis, VP e Chief Financial Officer della Volley Bergamo, una delle realtà più storiche e vincenti del volley italiano. Con lui vogliamo approfondire il valore di questo sport, le sue sfide e il lavoro che c’è dietro le quinte per permettere alla squadra di crescere e competere ai vertici.</p>
<p><strong>Buongiorno Paolo, quali sono le principali direttrici strategiche che guidano la programmazione della stagione sportiva?</strong></p>
<p>«<em>La direttrice principale è sicuramente la programmazione a medio termine; è importante pianificare e avere un orizzonte temporale non della singola stagione ma di medio periodo, perché la singola stagione fine a sé stessa porta ad avere delle modalità di lavoro di brevissimo termine che non permettono di costruire un qualcosa di duraturo. </em></p>
<p><em>Per programmare su più stagioni è essenziale avere un azionariato solido che dia sicurezza e affidabilità soprattutto nei momenti di difficoltà.</em></p>
<p><em>Altra direttrice essenziale è avere un gruppo di sponsor importante, in quanto la pallavolo si regge quasi esclusivamente con le sponsorizzazioni.</em></p>
<p><em>Una volta che hai gli azionisti, che hai gli sponsor, devi definire qual è il tuo budget per sostenere l'intera stagione. </em></p>
<p><em>Il budget viene utilizzato per due aspetti principali: copertura costi operativi e compensi atlete. I costi operativi in una squadra di vertice e in una squadra di media-bassa classifica sono abbastanza simili. Una squadra di media-bassa classifica ha un budget complessivo tra il milione e mezzo e i due milioni di euro; di questi i costi fissi possono incidere tra gli 800mila e il milione. Tutto il resto del budget è il valore tecnico che metti sulla squadra; quindi, l’avere a disposizione risorse economiche importanti da allocare all'acquisto delle atlete diventa un fattore distintivo fra l'essere in bassa classifica o essere in alta classifica. Una società come la nostra ha un budget per le atlete di circa un milione di euro, chi vince il campionato, vince con un budget tecnico di oltre 5 milioni.</em>»</p>
<p><strong>Quali sono i fattori chiave nella costruzione di un’identità di squadra solida e vincente?</strong></p>
<p>«<em>Noi siamo nati dalle ceneri della gloriosa Foppapedretti, e il nostro logo – una fenice incastonata in uno scudetto – rappresenta pienamente la nostra identità. La Fenice simboleggia la rinascita, il ripartire con determinazione dopo momenti difficili, ed è il cuore pulsante della nostra nuova avventura. Lo scudetto, che racchiude questa Fenice, ha la forma di un cuore: un omaggio alla passione viscerale per la pallavolo che ci anima. La sua forma richiama anche la nobiltà, un concetto che ci rappresenta profondamente, perché la nostra tifoseria si chiama proprio Nobiltà Rossoblù. All’interno del logo è inserito anche il pallone da pallavolo, testimonianza chiara della nostra missione sportiva. Questo simbolo ci accompagna e ci identifica nei palazzetti di tutta Italia.</em></p>
<p><em>L’identità di una società solida e vincente l’abbiamo nel nostro DNA. Tuttavia, consapevoli delle attuali risorse finanziarie limitate, agiamo con grande attenzione e rigore, fissando obiettivi chiari e raggiungibili. Il nostro fattore chiave è la serietà: il rispetto degli impegni presi, la costruzione e il mantenimento di rapporti virtuosi con le istituzioni locali, le federazioni, le organizzazioni sportive, e con tutti gli stakeholder – siano essi procuratori, sponsor, fornitori o partner commerciali.</em>»</p>
<p><strong>Come si bilancia l’aspetto sportivo con quello finanziario in un club di questo livello?</strong></p>
<p>«<em>Il bilanciamento tra questi due aspetti è senza dubbio la cosa più delicata da gestire, e riguarda molto il mio ruolo. Purtroppo, spesso vengo visto come quello con il “braccino corto” all’interno della società, sia per il lavoro che svolgo, sia perché, avendo vissuto per la mia professione diverse situazioni imprenditoriali critiche, cerco sempre di mantenere i piedi per terra. Nel mondo dello sport però c’è un elemento che complica ulteriormente la situazione: la passione. L’essere tifosi e appassionati di uno sport purtroppo a volte porta a prendere decisioni più guidate dal cuore e dall’entusiasmo che dalla ragione. Tutti vorrebbero avere nel proprio roster le migliori giocatrici per vincere sempre, ma sono quelle che costano di più. In una azienda non sportiva, anche l’imprenditore ci mette passione ma credo che nella gestione aziendale “l’effetto passione” abbia un peso decisionale inferiore rispetto a quanto possa accadere in una società sportiva.</em>»</p>
<p><strong>Quali sono le principali sfide economiche-finanziarie nella gestione di una squadra di pallavolo di alto livello e in che modo queste differiscono rispetto ad altri sport di squadra più seguiti?</strong></p>
<p>«<em>Come detto precedentemente, il budget di una squadra di media-bassa classifica come la nostra si aggira tra 1,5 e 2 milioni di euro. Di questi, circa 1 milione è destinato alle spese operative – affitto dei palazzetti e delle palestre, personale indiretto, locazione degli appartamenti per le atlete, spese per comunicazione e pubblicità, G&amp;A, ecc. La restante parte, circa un altro milione, viene destinata ai compensi per atlete e staff tecnico.</em></p>
<p><em>Le squadre di prima fascia, quelle che si contendono lo scudetto – per intenderci le prime quattro – hanno un budget compreso tra i 5 e i 6 milioni di euro. Considerando che i costi operativi sono più o meno simili tra le squadre di alta e bassa classifica, è evidente che la differenza si riversa quasi interamente sugli ingaggi: le squadre top possono permettersi atlete di livello nettamente superiore, e questo contribuisce ad accentuare il divario tecnico in campo.</em></p>
<p><em>La pallavolo è lo sport più praticato in Italia dopo il calcio, per numero di tesserati alla federazione, in particolare tra le donne, dove supera anche il basket. La vittoria dell’oro olimpico a Parigi ha dato un’ulteriore spinta alla notorietà di questo sport. Tuttavia, nonostante la grande diffusione, non si riesce nemmeno lontanamente ad avvicinare i numeri del calcio sia in termini di visibilità che di sostenibilità economica.</em></p>
<p><em>Nel calcio, infatti, sponsor e incassi da stadio rappresentano solo il 10-12% del fatturato complessivo. Il restante 90% proviene dai diritti televisivi e dalle plusvalenze legate alla compravendita dei calciatori.</em></p>
<p><em>Nella pallavolo, invece, il 90% dei ricavi deriva dagli sponsor, e solo il 10% dagli incassi delle partite. Non esistono diritti televisivi né un mercato significativo delle plusvalenze legate alla cessione delle atlete. Questo rende il sistema fortemente dipendente dagli sponsor e molto meno programmabile e più vulnerabile.</em></p>
<p><em>Quindi la principale sfida economica per una società pallavolistica è sì la raccolta delle sponsorizzazioni ma, soprattutto, il suo mantenimento nel tempo. Per questo abbiamo creato una struttura organizzativa articolata con funzioni commerciali, marketing e comunicazione che collaborano a stretto contatto con l’unico obiettivo di soddisfazione del nostro cliente, ovvero il nostro sponsor.</em>»</p>
<p><strong>Come si struttura e si gestisce il mercato delle giocatrici in una realtà di alto livello? Quali criteri guidano le scelte strategiche in fase di ingaggio?</strong></p>
<p>«<em>Da questa stagione abbiamo introdotto una figura nuova e di grande rilievo nel nostro organico: il nuovo direttore sportivo Matteo Bertini, persona di altissimo livello, con un’esperienza e una professionalità indiscutibili. </em></p>
<p><em>È stato viceallenatore della Nazionale italiana e ha guidato squadre sia in Seria A1 (tra cui anche la Foppapedretti) sia in Serie A2.</em></p>
<p><em>Dopo una stagione 2023-2024 complicata, in cui abbiamo rischiato la retrocessione, abbiamo capito che era necessario cambiare passo. Serviva un salto di qualità, e per questo abbiamo deciso di affidarci a persone competenti, capaci di assumersi la responsabilità delle scelte tecniche.</em></p>
<p><em>Matteo ha accettato con entusiasmo la nostra proposta e la nostra visione. Per lui si tratta di una sfida nuova, un passaggio dal campo a un ruolo dirigenziale, che ha scelto di affrontare proprio perché ha apprezzato il nostro progetto e la nostra determinazione.</em></p>
<p><em>In qualità di direttore sportivo, ha la responsabilità della costruzione della squadra. Il suo lavoro parte da un’analisi approfondita del budget, per capire entro quali margini economici può operare. Successivamente, in collaborazione con lo staff tecnico, analizza i punti di forza della squadra attuale e valuta quali giocatori confermare per la prossima stagione. Dare continuità al roster è fondamentale: non vogliamo rifondare la squadra ogni anno, come invece siamo stati costretti a fare quest’anno. Ovviamente si occupa anche della negoziazione con i procuratori dei contratti delle giocatrici.</em>»</p>
<p><strong>La figura dell’allenatore è centrale. Come scegliete i vostri coach e quali caratteristiche devono avere?</strong></p>
<p>«<em>Negli anni passati, a causa delle limitate risorse economiche, ci siamo trovati nella necessità di affidare la guida tecnica della squadra ad allenatori con poca esperienza. Questa scelta, pur comprensibile in quel momento, si è rivelata un errore: una squadra giovane, affiancata da un allenatore altrettanto giovane, ci ha portati a rischiare seriamente la retrocessione. Per la prima volta nella storia del Volley Bergamo, ci siamo trovati costretti a cambiare allenatore a stagione in corso, perché i risultati non arrivavano. È stato un campanello d’allarme che ci ha fatto capire quanto fosse urgente un cambiamento strutturale. </em></p>
<p><em>Da lì è nata una nuova impostazione del lavoro: è stata introdotta la figura di un Direttore sportivo specifico e si è scelto di investire con decisione sulla qualità dello staff tecnico. Un team di alto livello non solo garantisce una migliore preparazione, ma è anche in grado di valorizzare giocatrici con potenziale ancora inespresso. La guida tecnica è stata affidata a Carlo Parisi, allenatore di grande esperienza, vincitore di scudetti e di Champions League. Carlo ha subito creduto nel nostro progetto e ha costruito attorno a sé uno staff altamente qualificato, tra viceallenatori, preparatori atletici e fisioterapisti. Oggi possiamo dire che è stato uno degli elementi chiave nella costruzione e nella gestione della squadra: i risultati ottenuti sul campo sono in larga parte merito suo.</em>»</p>
<p><strong>La preparazione atletica e il recupero dagli infortuni sono sempre più importanti. Che investimenti state facendo in questo settore?</strong></p>
<p>«<em>È essenziale riuscire a mantenere le giocatrici sempre al top della condizione fisica.</em></p>
<p><em>Purtroppo, però, all’interno di una stagione ci sono inevitabilmente dei momenti di calo della prestazione. Per noi, ad esempio, è molto importante partire con le ragazze già in ottima forma all’inizio del campionato, perché è proprio in quel periodo che si riescono a portare a casa i punti determinanti per la salvezza.</em></p>
<p><em>Come detto, quest’anno abbiamo creato un team di alto livello di preparatori atletici e fisioterapisti, che ha lavorato molto bene, tanto che non abbiamo avuto alcun serio infortunio.</em></p>
<p><em>In particolare, il lavoro fatto con una delle nostre giocatrici di punta, Ailama Cesé Montalvo, è stato davvero eccellente: l’anno scorso praticamente non è mai scesa in campo a causa di un problema al ginocchio, tanto che faticava persino a piegare la gamba oltre i 90 gradi. Grazie al nostro team e alla sua determinazione quest’anno Aili ha disputato una stagione straordinaria.</em></p>
<p><em>Inoltre, anche grazie ad accordi e partnership con i nostri sponsor e fornitori – uno su tutti Habilita, che ha da poco inaugurato in collaborazione con Atalanta e il Volley Bergamo una struttura di riabilitazione nel Gewiss Stadium – possiamo contare su un supporto medico e fisioterapico ancora più efficace e tempestivo, condividendo metodologie e protocolli anche con il mondo del calcio.</em>»</p>
<p><strong>Qual è il peso strategico del settore giovanile nella vostra visione di sviluppo? Quali iniziative state promuovendo per valorizzare i talenti emergenti?</strong></p>
<p>«<em>Noi riteniamo che il nostro compito sia anche quello di dare un supporto alla pallavolo a livello territoriale non solo sportivo ma anche sociale, per cui abbiamo sempre avuto e promosso le realtà giovanili, cercando di essere il punto di riferimento sul territorio, sia per livello di qualità, serietà e affidabilità del lavoro in palestra.</em></p>
<p><em>È proprio notizia di questi giorni il lancio di un ambizioso progetto in ambito giovanile in collaborazione con una realtà di assoluta qualità come il Chorus Volley Bergamo Academy che opera ormai da tanti anni con successo sul territorio bergamasco e non solo. L’obiettivo del progetto è quello di unire le forze per competere sempre a più alto livello sia nei campionati under provinciali che regionali e, perché no, nazionali. Ma soprattutto dare la possibilità alle nostre giovani atlete di guardare alla serie A come un traguardo raggiungibile, con tanto sacrificio e determinazione ma raggiungibile. </em></p>
<p><em>Il nostro sogno è vedere giocare stabilmente nella Nazionale Italiana di Pallavolo una ragazza cresciuta nelle nostre giovanili.</em>»</p>
<p><strong>Che rapporto avete con le scuole e le società minori per avvicinare le ragazze alla pallavolo?</strong></p>
<p>«<em>All’interno della nostra organizzazione, uno dei pilastri storici è rappresentato dalla Scuola Pallavolo, una realtà attiva da vent’anni sul territorio. La scuola accoglie ogni anno circa 200 bambine e ragazze, a partire dai corsi di minivolley per le più piccole (7-8 anni) fino alle categorie Under 12.</em></p>
<p><em>Oltre a offrire corsi di qualità, la Scuola Pallavolo è fortemente impegnata nella promozione dello sport nelle scuole, con l’obiettivo di avvicinare sempre più giovani alla pallavolo, valorizzandola non solo come disciplina sportiva, ma anche come strumento educativo, capace di contribuire in modo significativo allo sviluppo fisico e caratteriale delle atlete.</em></p>
<p><em>Accanto a questa attività, c’è una realtà a cui siamo profondamente legati: lo Special Team. Si tratta di una squadra composta da ragazze e ragazzi con disabilità, che partecipano al campionato Special Team, ispirato e collegato agli Special Olympics, il movimento internazionale fondato dalla famiglia Kennedy.</em></p>
<p><em>Per noi, lo Special Team rappresenta l’essenza più autentica dello sport: inclusione, entusiasmo, spirito di squadra e crescita personale.</em>»</p>
<p><strong>Guardando al futuro, quale ritieni possa essere l’evoluzione della pallavolo femminile in Italia e quale ambizione guida il percorso della Volley Bergamo nei prossimi anni?</strong></p>
<p>«<em>Il nostro obiettivo è riportare il Volley Bergamo ai livelli del passato, Bergamo se lo merita. È un percorso che richiederà tempo, pazienza e, soprattutto, una strategia chiara: bisogna procedere per step. Anche un singolo passo in avanti, se non ben strutturato, può essere rischioso. Ti può far credere di essere già arrivato, quando in realtà non hai ancora gettato basi solide. Non basta una stagione andata bene per considerarci al livello a cui aspiriamo. Dobbiamo costruire un percorso sostenibile e duraturo.</em></p>
<p><em>Il nostro traguardo triennale è quello di entrare stabilmente nei playoff, tra le prime otto squadre del campionato e magari toglierci la soddisfazione di partecipare ad una coppa europea. Ma non è solo una questione di risultati sportivi. Un altro obiettivo fondamentale è quello di sviluppare un movimento capace di autosostenersi nel lungo periodo, e questo lo possiamo fare solo con l’impegno e la disponibilità di tutti: soci, sponsor, istituzioni pubbliche, tifosi.</em></p>
<p><em>Siamo ottimisti anche per l’impatto che avranno il nuovo palazzetto in fase di costruzione e la piena operatività della Chorus Arena: due strumenti che potranno rendere la pallavolo più visibile e attrattiva, soprattutto nella città di Bergamo.</em></p>
<p><em>Quindi, due sono le direzioni fondamentali: da un lato, contribuire a far crescere la notorietà di tutto il movimento pallavolistico italiano; dall’altro, rendere Bergamo un punto di riferimento a livello europeo grazie alla sua storia, alla serietà e professionalità della società e alle nuove infrastrutture di assoluto valore.</em></p>
<p><em>Infine, tengo molto anche ai “sotto-sogni” – come mi piace chiamarli – che riguardano il nostro settore giovanile, il lavoro sul territorio, l’impegno sociale, lo sviluppo dello Special Team e, in generale, la promozione dello sport tra i giovani. Crediamo davvero che lo sport sia uno strumento determinante per la crescita individuale e collettiva.</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
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		<title>Emilia Passera, la regina del basket che vinceva tutto</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/emilia-passera-la-regina-del-basket-che-vinceva-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 17:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[basket anni '60]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Passera]]></category>
		<category><![CDATA[pallacanestro svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Scarpette da ginnastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/03/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Lugano - L’orgoglio della pallacanestro svizzera degli anni ’60 si chiamava Emilia Passera, una cestista e attaccante eccellente, ricordata ancora oggi per la capacità di andare sempre a canestro. Passata la palla, canestro sicuro! Bravissima nello sport e bellissima. Fu una ragazza molto popolare per i continui titoli sui giornali, l’offerta sia di ingaggi alla</p>
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		><h3 class="widget-title">Scarpette da ginnastica e niente paga, gioie e amari aneddoti della pallacanestro ticinese anni ’60</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> L’orgoglio della <strong>pallacanestro svizzera</strong> degli anni ’60 si chiamava <strong>Emilia Passera</strong>, una cestista e attaccante eccellente, ricordata ancora oggi per la capacità di andare sempre a canestro. Passata la palla, canestro sicuro!</p>
<p>Bravissima nello sport e bellissima. Fu una ragazza <strong>molto popolare</strong> per i continui titoli sui giornali, l’offerta sia di ingaggi alla radio-televisione sia di matrimoni prestigiosi. Tutto questo portò tanta gioia ma suscitò anche l’invidia di qualcuno che le fece passare qualche amarezza in quegli anni favolosi. Memorabili i suoi interventi nella <strong>Riri Mendrisio</strong>, nella Muraltese di Locarno, nella Stade Français a Ginevra e nei <strong>campionati nazionali ed europei</strong>. Molto richiesta pure dalle squadre italiane e brava tanto da poter svolgere contemporaneamente anche tre campionati alla volta.</p>
<p>Allora la pallacanestro importata dell’America, o basket come si chiama oggi, non era uno sport così consolidato come altre discipline europee. Non giravano soldi, si giocava per passione.</p>
<p>Appena diciassettenne, notarono le sue capacità atletico-tecniche e la acquisirono nella Nazionale svizzera, della quale fu una <strong>formidabile attaccante ala sinistra</strong> in una quindicina di gare. L’ultima volta fu a Udine. Stranamente, durante quella partita, viene messa poco in campo, <strong>anche se ogni volta puntualmente segna</strong>. Ad un certo punto il pubblico, addirittura quello italiano (specie maschile, data la sua avvenenza), chiama a gran voce il suo nome! Emilia chiede numi all’allenatore sul perché non la lasci giocare, ottenendo una insulsa risposta, che non serve qui riportare. Le parve di capire che la sua squadra <em>doveva</em> perdere. E così fu.</p>
<p>Per quella ragazzina, con obiettivi sinceri e piena di entusiasmo per la sua pallacanestro, è l’inizio delle disillusioni.</p>
<p>Infatti non fu l’unico episodio di “stranezze” anti-sportive che sperimentò e che noi tutti, in ogni tipo di sport, abbiamo potuto conoscere dalle cronache che da decenni raccontano gravi ed estese “anomalie”, dalle gare truccate, al doping, ai giri di scommesse.</p>
<p><em>«Mi chiamò la Nazionale per altre partite – ci dice Emilia Passera – ma non volli più andare. Volevo giocare per il puro piacere di segnare e non per sottostare a dinamiche che di sportivo non avevano nulla. Così continuai a competere solo nei campionati svizzeri e, con la Muraltese di Locarno, anche in tornei all’estero». </em></p>
<p><strong>Integrità morale e abilità sportiva. Quest’ultima è una dote con cui si nasce, è così? </strong></p>
<p>«<em>Diciamo che in famiglia, eravamo molto predisposti allo sport. Graziella, con la quale ero in squadra, lo ha dimostrato ampiamente. A volte mi ha sostituita sbaragliando alla grande le avversarie. Per i giornali eravamo “le due terribili sorelle Passera”. Oltre alle doti naturali, si sa che la volontà e la disciplina sono fondamentali. Ho avuto la fortuna di avere Yogi Bough come allenatore. Veniva dagli Usa, patria del basket, aveva realizzato tanti successi come giocatore-allenatore in Italia. Poi lo ingaggiarono in Svizzera. Oltre ad essere un serio professionista era un brav’uomo. Ricordo che veniva a casa a parlare con mio padre Angelo della sua religione avventista, era simpatico e alla mano. Lui fu importante per la mia carriera sportiva. Ho avuto dei bellissimi momenti con questo sport. Ma anche qualche brutto episodio che allora mi fece male e che tuttora non concepisco…</em>»</p>
<p><strong>Per esempio? </strong></p>
<p>«<em>Avevo invitato un’atleta italiana molto forte ad entrare nella nostra squadra, come ricompensa subii la sua gelosia dovuta anche a ragioni economiche. Non accettava che io segnassi più di lei, quindi non mi passava più la palla. Era l’unica ad essere pagata. Riceveva la bella somma, per quei tempi, di 1’000 franchi al mese. Quindi, se fosse stata ritenuta migliore di me, secondo il suo ragionamento, avrebbe mantenuto quello stipendio per molto tempo ancora. Scoprimmo poi che a sua volta pagava 1 franco per ogni canestro che facevano le giovani, affinché anche loro segnassero al mio posto. Insomma, io non dovevo arrivare a toccare la palla. Seppi anche che nel suo ambiente, in Italia, era nota per il suo comportamento scorretto. Tutto questo, non me lo sarei mai aspettato</em>».</p>
<p><strong>Ma l’allenatore non sorvegliava la situazione?</strong></p>
<p><em>«All’inizio nessuno arrivò a sospettare quella tresca, ricordo solo il nostro allenatore Yogi Bough che gridava continuamente “passate la palla all’Emilia!” ma non la passavano mai… Prima di andare in Polonia per i campionati europei, con mio padre ci siamo recati dal direttore Fontana, presente il presidente della Riri, per metterli al corrente di questo amaro retroscena, di fronte all’atleta italiana». </em></p>
<p><strong>Finalmente, e cosa accadde? </strong></p>
<p>«<em>Sentendo mio padre dire: “non manderò mia figlia in squadra a queste condizioni”, redarguirono l’atleta che in Polonia fu tenuta a comportarsi bene, e infatti io segnai. Al ritorno in Ticino non mi parlò più. Io, mia sorella Graziella e le altre avevamo iniziato a giocare a basket per puro divertimento e senza prendere soldi, ma in quel quadro umano, ormai alterato, non mi sentii più a mio agio</em>».</p>
<p><strong>Un vero peccato.</strong></p>
<p>«<em>Prima di questa infelice entrata, la nostra squadra era una famiglia, poi tutto si è rovinato. L’assurdo è, per fare un esempio, che quando abbiamo giocato contro la CREF a Madrid, io con altre ragazze siamo diventate amiche delle avversarie, mentre nella mia squadra dovevo guardarmi le spalle. Basta un cattivo soggetto a rovinare i rapporti in un team, dove invece dovrebbe valere il motto “l’unione fa la forza”</em>».</p>
<p><strong>Passiamo ai bei momenti: come sono stati gli inizi? </strong></p>
<p>«<em>A quindici anni ho cominciato nella pallacanestro grazie a Gino Panzeri, maestro di ginnastica a scuola che mi propose di andare alla Federale Lugano dove c’era questo americano, Yogi Bough, che insegnava questo sport. E così ho cominciato ad allenarmi e a gareggiare nella Federale. A 17 anni ero nella Nazionale, abbiamo giocato in Austria. Ricordo che abbiamo preso il treno che aveva i sedili di legno. Noi della squadra svizzera femminile avevamo un solo scompartimento e facevamo i turni in piedi, quella maschile aveva ben due scompartimenti; sessismo di altri tempi (ride ndr.). Comunque noi, la squadra femminile, vincemmo fuori casa contro l’Austria</em>».</p>
<p><strong>A 17 anni anche la Comense l’aveva cercata per un’entrata fissa nella squadra italiana.</strong></p>
<p>«<em>Sì, ma mio padre mi consigliò di finire prima le scuole. Mentre mi diplomavo, però, in Italia erano subentrate norme per le quali non si potevano più acquisire stranieri e così restai a giocare in Svizzera</em>».</p>
<p><strong>Lo sport le diede modo di viaggiare spesso.</strong></p>
<p>«<em>Certo, ed era tutto nuovo e interessante per noi. Quando siamo andate nella Polonia comunista, eravamo controllate da un loro agente. Le ragazze della squadra avversaria – con cui avevamo giocato tempo prima in Svizzera – ci avevano chiesto di portare con noi nella partita di ritorno a Lotz, Varsavia, calze di nylon e maglieria intima. Con mille cautele siamo riuscite a consegnargli tutto. Erano povere, ma furono molto gentili nel contraccambiare donandoci i loro caratteristici oggetti di cristallo di Boemia. Fu commovente. Quando noi svizzere andammo in giro per le fredde vie di Lotz e di Varsavia ben imbottite e con caldi stivali, attirammo molto l’attenzione, ci presero per ricche straniere. Quando arrivammo con il pullman c’erano tante persone che ci accolsero salutandoci con affetto: avevano molta curiosità nell’osservare gente che veniva dall’estero. Nella loro povertà, ci offrirono tutto quello che poterono. A me regalarono dei fiori realizzati con del camoscio. Ripeto, fu tutto bello e commovente</em>».</p>
<p><strong>Quindi la sua adolescenza fu costellata da tante esperienze umane. E chissà quante emozioni per le vittorie ottenute…</strong></p>
<p>«<em>Ogni tanto guardo le foto, i titoli dei giornali di allora, per rivivere le tante soddisfazioni sul campo, la gioia delle tante vittorie, il calore del pubblico, la vicinanza della gente. E le allegre trasferte. A quel tempo non si viaggiava facilmente come si fa oggi. Si facevano le gite scolastiche o con la famiglia. Quindi andare all’estero con l’aereo, conoscere nuovi popoli e luoghi fu straordinario, ricordo tutte queste meravigliose esperienze con grande piacere. Lo sport mi ha dato tanto</em>».</p>
<p><strong>La preparazione agonistica era forse un po’ diversa da oggi?</strong></p>
<p>«<em>Credo di sì. Ora, almeno a certi livelli, svolgono un’attività atletica più strutturata, hanno i motivatori specializzati oltre all’allenatore, calzature più performanti anti- microfratture e cosi via. Noi studiavamo, lavoravamo e ci allenavamo con le nostre scarpette da ginnastica… nostro padre fissò un canestro in giardino in modo che in ogni ritaglio di tempo io e mia sorella potessimo esercitarci. All’inizio avevo poco fiato perciò mio padre mi faceva correre facendo tutto il giro di Pregassona (una zona di Lugano ndr.), ricordo la fatica dopo una giornata di studio, quando avrei voluto solo riposare. Tuttavia lo devo ringraziare per tutto quel lavoro sul fiato perché ancora oggi, a 83 anni, gioco a tennis e ho più polmoni di certi giovani</em> (ride ndr.). <em>Se non la si abbandona, se non si diventa pigri, l’attività fisica può tranquillamente accompagnarci per tutta la vita</em>».</p>
<p><strong>Annamaria Lorefice </strong></p>
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	<p>Emilia Passera, un mito durato dalla fine degli anni ’50 al 1972. In una recente classifica di tutti gli sport in Svizzera è risultata 6<sup>a</sup> come atleta femminile più votata. Nasce in una famiglia di sportivi: la sorella Arnalda fuori dalla scuola batte i maschi nelle corse, Graziella, ottima cestista, segna molti punti a basket in squadra con Emilia, tanto che i giornali le indicano come le “terribili sorelle Passera”, i due fratelli vincono primi premi, Livio ben 5 nel canottaggio e Rinaldo campione ticinese di Skiff. Il padre Angelo ideò un macchinario con il quale allenava a Lugano ragazzi divenuti famosi nel canottaggio.</p>
<p>Nel 1957 Emilia ha recitato nella compagnia dialettale di Sergio Maspoli nella storica Radio Monteceneri di Lugano.</p>
<p>Nel 1969 con la squadra rossocrociata, ha partecipato e vinto a “Giochi senza frontiere” popolare evento televisivo promosso dall’Unione europea.</p>
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	<p>La formazione della Riri nel 1968 riconquista il titolo di campione svizzero femminile. A sinistra nella foto, a fianco della n.7 Emilia Passera, l’allenatore americano Yogi Bough e sotto di loro in ginocchio, la prima a destra, Graziella Passera.</p>
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	<p>I giornali aprivano la pagina sportiva con titoli elogiativi come: «Svettano ancora le sorelle Passera» o «Il vuoto alle spalle con le sorelle Passera». Nella foto, il Corriere del Ticino pubblica il totale dei punti, 404, realizzati durante l’anno 1972 dalla “cannoniera” Emilia Passera, che supera anche il punteggio dei giocatori delle formazioni maschili.</p>
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