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	<title>In profondità Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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		<title>Gli inverni bianchi diventano sempre più rari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 15:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/Schneepiste-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />L'immagine da cartolina della Svizzera, con i suoi paesaggi innevati, sta rapidamente svanendo. Se si vuole godere della neve o sciare, spesso bisogna recarsi in località alpine di alta quota. Lo sci, lo sport popolare svizzero per eccellenza, non rischia di scomparire, ma sta diventando un passatempo di lusso. Gli impianti di risalita locali e</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/sci-svizzera-crisi-neve-inverni-miti/">Gli inverni bianchi diventano sempre più rari</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/Schneepiste-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-25062"  class="panel-layout" ><div id="pg-25062-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25062-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25062-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Svizzera senza neve: lo sci da sport popolare a lusso per pochi</h3>
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	<p>L'immagine da cartolina della Svizzera, con i suoi paesaggi innevati, sta rapidamente svanendo. Se si vuole godere della neve o sciare, spesso bisogna recarsi in località alpine di alta quota. Lo sci, lo sport popolare svizzero per eccellenza, non rischia di scomparire, ma sta diventando un passatempo di lusso.</p>
<p>Gli impianti di risalita locali e di piccole dimensioni esistono ancora, ma non per molto. A Langenbruck, per esempio, il comune più alto del Cantone di Basilea Campagna a 700 metri di altitudine, l'impianto di risalita del villaggio rischia di essere smantellato 73 anni dopo la sua inaugurazione. L'oro bianco scarseggia da tempo a questa altitudine: l'impianto, che sale a 900 metri, è rimasto chiuso negli ultimi due inverni.</p>
<p>Qui, innumerevoli bambini e adolescenti hanno fatto le loro prime slittate. Uno di loro era Peter Hammer, architetto 74enne e gestore dello skilift. Suo padre è stato uno dei fondatori dell'impianto di risalita, inaugurato nel 1952, il primo nella Svizzera nord-occidentale. Già da bambino, Peter Hammer aiutava nel tempo libero nelle attività dello skilift, un impegno a cui è rimasto fedele fino ad oggi: «<em>Quello che mi spinge è vedere la gioia delle persone</em>.»</p>
<p>Fino agli anni '80, lo sci era in piena espansione a Langenbruck, che dista solo trenta chilometri in linea d'aria dalla città di Basilea. All'epoca la neve non era ancora un bene scarso, soprattutto perché nel 1978 era stato installato un cannone sparaneve. Si sciava anche di notte, su piste illuminate, in modo che gli appassionati di sport invernali di tutta la regione potessero dedicarsi al loro hobby dopo il lavoro. Ma all'inizio degli anni '90, il numero di inverni miti e privi di neve cominciò ad aumentare. «<em>Non si parlava ancora di cambiamento climatico, ma si sentiva che c'era qualcosa che non andava</em>», racconta Peter Hammer.</p>
<p><strong>230 impianti di risalita hanno già gettato la spugna</strong></p>
<p>Da allora, il numero di giorni di apertura delle piste è diminuito costantemente, «<em>da venti a zero</em>». Il gestore spera ancora che questa stagione sia quella buona. Se non riuscirà a trovare un acquirente, lo skilift chiuderà definitivamente nella primavera di quest’anno. Ciò che più rattrista Peter Hammer è che «<em>l'impianto è ancora in buone condizioni</em>». La licenza di esercizio è valida fino al 2031. Il gestore guarda con nostalgia agli ultimi decenni, dicendo che «<em>intere famiglie e diverse generazioni sono cresciute sciando qui</em>».</p>
<p>Langenbruck non è certo l'unica stazione di sport invernali a dover capitolare. Numerose altre località hanno già subito la stessa sorte.</p>
<blockquote>
<p>Dopo la metà del XIX secolo, gli inverni in Svizzera si sono riscaldati di 2,4 gradi. Entro il 2050, le temperature potrebbero aumentare di un altro grado. La carenza di neve si farà sentire fino a 1’500 metri di altitudine.</p>
</blockquote>
<p>Delle 545 aree sciistiche di media montagna e degli impianti di risalita in Svizzera, 230 – ovvero quasi il 40% – sono scomparsi. Secondo uno studio dell'Università Tecnica di Dortmund, la scomparsa degli impianti di risalita è dovuta non solo alla mancanza di neve, ma anche al calo di interesse per gli sport invernali e alla diminuzione della redditività. Non tutte le aree sciistiche abbandonate sono state smantellate: in molti luoghi, piloni arrugginiti, cabine fatiscenti e ristoranti in rovina sono la testimonianza di questi paradisi sciistici perduti. I loro ex gestori sono falliti, lasciando dietro di sé non solo debiti ma anche macerie nel paesaggio.</p>
<p><strong>Inverni sempre più miti</strong></p>
<p>Anche per le stazioni di sport invernali situate ad altitudini più elevate, l'aumento delle temperature diventerà un problema importante nel medio termine. Su incarico del settore degli impianti di risalita e di Svizzera Turismo, i climatologi del Politecnico federale di Zurigo hanno elaborato previsioni per il periodo fino al 2050. Sembra che la carenza di neve si aggraverà in tutte le aree sciistiche al di sotto dei 1’500 metri. «<em>Dall'inizio delle misurazioni nel 1864, gli inverni in Svizzera si sono riscaldati di 2,4 gradi.</em> – afferma il climatologo dell'ETHZ Reto Knutti – <em>Entro il 2050, ci aspettiamo un ulteriore aumento di un grado Celsius rispetto a oggi. A seconda dell'andamento delle emissioni di CO<sub>2</sub>, questa cifra aumenterà di uno o più decimi di grado, con effetti più o meno marcati</em>».</p>
<p>Se le temperature invernali salgono di un grado, come previsto, anche l'isoterma dello zero gradi salirà di 300 metri. L'isoterma dello zero gradi è un indicatore importante per il turismo invernale: indica l'altitudine alla quale la pioggia si trasforma in neve. Dagli anni '60, questo limite è già aumentato di 300-400 metri, con conseguenze fatali per gli impianti di risalita di media montagna.</p>
<p>Secondo il climatologo, in futuro si ridurrà lo spazio di manovra delle aree sciistiche i cui impianti non superano i 1’800 metri. Anche la produzione di neve artificiale diventerà difficile, perché i cannoni da neve funzionano solo quando il termometro è sotto i zero gradi. Ma secondo le previsioni climatiche, il numero di giorni di gelo diminuirà dal 10 al 30% a seconda dell'altitudine. «<em>All'inizio dell'inverno, da metà novembre a metà dicembre, farà troppo caldo per sparare la neve</em>», osserva Reto Knutti.</p>
<p><strong>Sempre più neve artificiale</strong></p>
<p>Molte stazioni di sport invernali nelle Alpi si trovano al di sopra della soglia critica dei 1’500 metri, ma il cambiamento climatico le costringe a ripensare le proprie strategie. Secondo un sondaggio condotto dall'Università di San Gallo su 100 gestori di impianti di risalita, oltre il 75% di loro prevede condizioni di neve incerte e una stagione invernale più breve nei prossimi 20 anni. Ma la maggior parte di loro ritiene che lo sci e lo snowboard rimarranno sport popolari anche in futuro. Per questo motivo stanno investendo ancora di più in generatori di neve ad alte prestazioni, in grado di produrre grandi quantità di oro bianco in poco tempo. Per quanto possibile, le piste da sci saranno spostate “verso l'alto”, con impianti di risalita aggiuntivi che porteranno gli appassionati di sport ancora più vicino alle vette.</p>
<p>Queste strategie hanno un prezzo: sono necessari investimenti multimilionari. A volte sono gli investitori stranieri a prendere in mano la situazione. Due anni fa, il gruppo americano Vail Resorts ha acquistato la stazione di Andermatt-Sedrun, tra i cantoni di Uri e dei Grigioni. Dal 2024, anche la stazione vallesana di Crans-Montana appartiene al gigante americano degli sport invernali, che possiede più di 40 stazioni sciistiche in tutto il mondo. Vail Resorts prevede di investire un totale di circa 50 milioni di franchi svizzeri in infrastrutture – generatori di neve, impianti di risalita e ristoranti. Questo attirerà altri investitori, che a loro volta costruiranno alberghi e villaggi turistici per attirare clienti facoltosi nelle stazioni di sport invernali.</p>
<p><strong>Dallo sport popolare al tempo libero di lusso </strong></p>
<p>Anche altri comprensori sciistici stanno investendo molto nelle loro infrastrutture. Questo fa aumentare i costi energetici, ma anche il prezzo degli skipass. A seconda delle dimensioni del comprensorio, una giornata di sci costa per un adulto tra i 40 e i 90 franchi. Diversi gestori di impianti di risalita puntano su prezzi “dinamici”, che variano in base alla domanda e al momento della prenotazione. In alcune località di tendenza come St Moritz, Zermatt o Laax – una mecca per chi ama lo snowboard – i prezzi possono salire fino a oltre 100 franchi al giorno.</p>
<p>Lo scorso autunno, Reto Gurtner, il capo degli impianti di risalita di Laax, ha suscitato grande clamore con una sua affermazione. Secondo lui, il picco dei prezzi non è ancora stato raggiunto: «<em>Tra dieci anni, uno skipass giornaliero a Laax costerà tra i 200 e i 300 franchi</em>». Reto Gurtner ipotizza che il numero di visitatori nelle località con innevamento garantito continuerà ad aumentare e che ci sarà sempre un numero sufficiente di appassionati disposti a pagare questi prezzi. Sui campi da golf, dice, i giocatori sono già disposti a pagare fino a 1’000 franchi a giro.</p>
<p>Jürg Stettler, esperto di turismo presso l'Università di Scienze Applicate di Lucerna, non pensa che prezzi così esorbitanti diventeranno la norma ovunque. Ma ritiene che molti svizzeri si stiano chiedendo se abbia ancora senso praticare uno sport invernale. «<em>Lo sci non è più lo sport popolare di 40 anni fa</em>», ha dichiarato Jürg Stettler alla radio SRF. Un terzo della popolazione pratica ancora gli sport invernali, ma «<em>chi scia lo fa sempre meno spesso</em>». Soprattutto per le famiglie, queste attività stanno diventando un lusso inaccessibile: una settimana di sci per due adulti e due bambini può costare facilmente diverse migliaia di franchi.</p>
<p><strong>La tradizione dei campi di sci perde terreno </strong></p>
<p>Anche nelle scuole l'ex sport nazionale ha perso importanza. Se negli anni '70 i campi di sci annuali facevano ancora parte del programma scolastico di base, questa tradizione è stata costantemente erosa. Il programma in lingua tedesca si limita a dire che i bambini devono essere in grado di scivolare, ad esempio con pattini da ghiaccio.</p>
<p>La Confederazione sovvenziona i campi di sport invernali con i fondi del programma “Gioventù+Sport”. Ogni anno circa 100.000 scolari usufruiscono di questi campi. L'industria spera di attirare ancora più bambini e adolescenti sulla neve con l'iniziativa “Snow Sports Initiative”, lanciata nel 2014. La piattaforma “GoSnow.ch” offre a scuole e insegnanti campi “chiavi in mano” a prezzi interessanti, compresa l'attrezzatura. Quest'inverno organizzerà quasi 400 campi per un totale di oltre 18’000 partecipanti.</p>
<p>Per Fränzi Aufdenblatten, presidente dell'Iniziativa ed ex sciatrice ad alti livelli, lo sci non è solo un piacere, ma anche un «<em>bene culturale svizzero</em>». Per lei è impensabile che i bambini che crescono in Svizzera non provino almeno una volta nella vita uno sport invernale: «<em>Sarebbe come vivere alle Hawaii senza mai salire su una tavola da surf.</em>»</p>
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	<p>Per sciare fino a valle, l'innevamento artificiale è diventato spesso indispensabile. Sopra, la discesa a Flims (1’000 m di altitudine) nei Grigioni a Natale 2022. Foto Keystone</p>
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	<p>Lo skilift gestito da Peter Hammer a Langenbruck sta per chiudere. Quando fu inaugurato nel 1952 (a destra), la neve non era ancora una merce rara. Foto Volksstimme Sissach, Keystone</p>
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	<p>I cannoni da neve possono essere utilizzati solo quando la temperatura scende al di sotto di 0°C. Foto Keystone</p>
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	<p>Il futuro del comprensorio sciistico di Crans-Montana (VS) è assicurato grazie a investitori stranieri: nel 2024 è stato acquistato dal gruppo americano Vail Resorts. Foto Keystone</p>
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		><h3 class="widget-title">Il mito della “nazione dello sci”</h3>
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	<p>«<em>Alles fährt Ski...alles fährt Ski...Ski fährt die ganze Nation</em>» [«Tutti sciano, tutti sciano… tutta la nazione scia]: Questo successo del 1963 di Vico Torriani è stato parte della colonna sonora del boom sciistico che ha raggiunto il suo apice negli anni Sessanta e Settanta. La disponibilità di impianti di risalita, soprattutto nelle regioni a bassa quota, contribuì notevolmente alla popolarità dello sci in Svizzera. All'epoca, tutti avevano un impianto di risalita vicino a casa e quasi tutti gli scolari andavano regolarmente al campo di sci.</p>
<p>Il mito della Svizzera come “nazione dello sci” è stato plasmato anche dai “giorni d'oro di Sapporo”, ovvero dalle Olimpiadi invernali del 1972 in Giappone, dove la delegazione svizzera conquistò dieci medaglie, tra cui quelle indimenticabili dei doppi vincitori della discesa libera, Bernhard Russi e Roland Collombin, e le due medaglie d'oro di Marie-Theres Nadig.</p>
<p>«<em>Un popolo in grado di difendersi grazie agli sport invernali</em>»</p>
<p>In Svizzera sono stati soprattutto gli alpinisti a scoprire lo sci come mezzo per le escursioni, come scrive lo storico dello sport Simon Engel in un blog per il Museo Nazionale Svizzero. Il primo sci club fu fondato a Glarona nel 1893 e la Federazione Svizzera di Sci nacque nel 1904. All'inizio, lo sci era soprattutto un'attività di svago per turisti facoltosi. Gli sportivi britannici dell'alta borghesia frequentavano le piste «<em>solo in discesa</em>».</p>
<p>Secondo lo storico, la consacrazione dello sci come sport nazionale deve essere collegata alle due guerre mondiali, che misero fine al turismo internazionale. Per attirare un maggior numero di svizzeri sulle piste, vennero investiti fondi pubblici per salvare alberghi e impianti di risalita, nonché per ottenere sconti sugli skipass e sui corsi delle scuole di sci. A partire dagli anni '40, alcuni cantoni introdussero vacanze invernali annuali, che dovevano essere utilizzate per sciare.</p>
<p>Anche l'esercito ha sostenuto questo progetto nazionale. Durante la Seconda Guerra mondiale, ad esempio, lo slogan del generale Guisan «<em>Gioventù sana. Un popolo capace di rilassarsi grazie agli sport invernali</em>», faceva della montagna e dello sci il terreno ideale per coltivare la forza fisica e mentale necessaria alla difesa del Paese. Questa campagna propagandistica concertata riuscì ad attirare i clienti dell'Altopiano verso le stazioni di sport invernali. (TP)</p>
<p>Blog del Museo nazionale: <a href="https://www.gazzetta.link/sci">gazzetta.link/sci</a></p>
</div>
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		<title>Una potente lobby, agricoltori poveri</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/una-potente-lobby-agricoltori-poveri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2024 17:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Settembre 2024]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/una-potente-lobby-agricoltori-poveri/">Una potente lobby, agricoltori poveri</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/08/Senza-nome-7-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-24240"  class="panel-layout" ><div id="pg-24240-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24240-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24240-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">La lobby degli agricoltori è uno dei gruppi di interesse più influenti di Palazzo federale. Gli agricoltori ricevono ingenti sussidi. Eppure manifestano contro la politica agricola. Ma perché?</h3>
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	<p>Il villaggio di Lohnstorf si trova a mezz'ora d'auto dal Palazzo federale di Berna. Ma il suo ambiente è quanto di più rurale possa esistere. Con il bel tempo, le cime alpine innevate dell'Eiger, del Mönch e della Jungfrau svettano come un palcoscenico sui campi di verdure ordinatamente allineati nella valle pianeggiante. Le terre fertili del Gürbetal, dove si trova Lohnstorf, sono note in tutta la Svizzera per la coltivazione intensiva del cavolo bianco, perciò viene definito “il paese del cavolo”.</p>
<p>Urs Haslebacher si trova sul balcone della sua fattoria aggrappata al fianco della valle sopra il villaggio. Il sentiero che conduce qui è ripido e tortuoso. Insieme alla sua famiglia e a 15 dipendenti, Urs Haslebacher gestisce un grande allevamento di suini da ingrasso con circa 3’000 capi. Ha anche acquistato una seconda fattoria in pianura e affitta appartamenti in diverse case di sua proprietà. L'agricoltore è anche attivo in politica sotto la bandiera dell’UDC. Dal 2023 è sindaco del comune di Thurnen, di cui Lohnstorf fa parte.</p>
<p>Urs Haslebacher emana l'energia di un uomo intraprendente che vede opportunità ovunque. E che vede gli ostacoli come sfide. La sua ampia di attività è stata ampliata quest'anno con una nuova sfida: ora organizza anche degli eventi per agricoltori.</p>
<p><strong>L’angoscia esistenziale degli agricoltori</strong></p>
<p>A febbraio e marzo, centinaia di agricoltori svizzeri sono saliti sui loro trattori la sera o nei fine settimana per raggiungere i punti di incontro regionali nei campi. Riuniti accanto ai loro veicoli allineati hanno espresso la loro profonda frustrazione: redditi troppo bassi, eccesso di pratiche burocratiche, abitudini di consumo contraddittorie e la mancanza di riconoscimento. L'Unione Svizzera dei Contadini (USC) ha appoggiato le loro rimostranze per iscritto, attraverso una petizione per la quale ha raccolto 65’000 firme in un breve lasso di tempo e che è stata trasmessa al Consiglio federale, ai dettaglianti e ai rivenditori Coop, Migros, Aldi e Lidl.</p>
<p>È vero che gli agricoltori sono alle prese con gravi problemi. Un tempo c'erano 250’000 aziende agricole in Svizzera, contro le 48’000 di oggi. In media, ogni settimana scompaiono dieci aziende agricole. L'angoscia esistenziale è una compagnia costante per i quasi 150’000 agricoltori in Svizzera.</p>
<p>Urs Haslebacher ha coordinato le marce di protesta nella sua regione, il Canton Berna, dedicando molto tempo a seguire le notizie sul suo smartphone. A differenza delle manifestazioni degli agricoltori in Francia o in Germania, le manifestazioni in Svizzera non sono mai degenerate. Urs Haslebacher ha sempre esortato i suoi colleghi a fare attenzione a non bloccare il traffico con le loro colonne di trattori. Dall'inizio dell'estate, periodo di intensa attività nei campi, non c’è stata nessuna manifestazione da parte degli agricoltori.</p>
<p><strong>Conflitti irrisolti</strong></p>
<p>Urs Haslebacher non è il tipo da piangere miseria. Né di temere per la sua vita professionale. Eppure il suo esempio mostra cosa motiva anche lui a salire sulle barricate: l'enorme divario tra le aspettative della società e la realtà economica.</p>
<p>Nel caso di Urs Haslebacher, la situazione è la seguente: «<em>Più di 20 anni fa, la Confederazione ha concesso sovvenzioni per incoraggiare gli allevatori di suini a costruire stalle con aree di uscita per il benessere degli animali; i principali distributori intendevano pagare un franco in più al chilo»</em>, dice l'allevatore. Così ha investito. Ma dato che portare i maiali all'aria aperta aumenta le emissioni di ammoniaca, la sua azione a favore del benessere degli animali è stata rapidamente messa sotto tiro dai sostenitori del clima. E il franco aggiuntivo per chilo si è ridotto a pochi centesimi ancor prima che le nuove stalle fossero ammortizzate.</p>
<p>Spesso i consumatori sono completamente all'oscuro di queste situazioni: «<em>Non sto dando la colpa a nessuno. Ma quando la gente vota per i vincoli ecologici nel fine settimana e compra carne importata a basso costo durante la settimana, noi agricoltori non abbiamo più garanzie di pianificazione e siamo nei gua</em>i», spiega Urs Haslebacher.</p>
<p>Secondo lui non sono solo le aziende contadine a sopportare il peso di questi conflitti di obiettivi irrisolti. Questo è in fondo il motivo per cui i contadini sono così arrabbiati, anche se non sono d'accordo su altri temi, poiché divisi tra grandi aziende agricole industriali, aziende biologiche e aziende agricole di montagna.</p>
<p>Resta il fatto che si rimane sorpresi, almeno a prima vista, di vedere gli agricoltori svizzeri manifestare ad alta voce per esprimere il loro malcontento. Perché a differenza di altri Paesi, la loro influenza nel cuore del potere politico, nel Palazzo Federale, è grande. Molto grande.</p>
<p><strong>La lobby contadina</strong></p>
<p>Sebbene gli agricoltori costituiscano una categoria marginale, che rappresenta solo lo 0,6% del prodotto nazionale lordo svizzero, il loro settore è sostenuto, protetto e coccolato come nessun altro. Con miliardi di franchi. Due cifre chiave: ogni anno agli agricoltori vengono versati 2,8 miliardi di franchi del gettito fiscale statale sotto forma di pagamenti diretti per servizi ambientali. Inoltre proteggono il settore agricolo svizzero tasse per oltre 3 miliardi di franchi all’anno, applicate sui prezzi dei prodotti agricoli importati.</p>
<p>Questa tutela dalla concorrenza deriva anche dal fatto che la lobby contadina ha ulteriormente conquistato il potere politico in Svizzera dopo le ultime elezioni dell’autunno 2023. E questo, paradossalmente, nonostante il costante calo del numero delle aziende agricole. Gli agricoltori rappresentano poco più del 2% della popolazione attiva, mentre la quota dei loro rappresentanti in Parlamento – agricoltori attivi e dipendenti pubblici – ammonta a quasi un sesto.</p>
<blockquote>
<p>Gli agricoltori rappresentano poco più del 2% della popolazione attiva, mentre la percentuale dei loro rappresentanti in Parlamento <strong>–</strong> <strong>agricoltori e funzionari – rappresenta quasi un sesto.</strong></p>
</blockquote>
<p>Il consigliere nazionale Markus Ritter (Centro), presidente dell’USC, fa parte dei parlamentari più influenti. Nel 2022 ha realizzato un colpo da maestro stringendo un’alleanza con le principali associazioni economiche e assicurandosi così il loro sostegno nella lotta contro le iniziative popolari di sinistra che vogliono prescrivere più ecologia. La prossima resa dei conti avrà luogo il 22 settembre 2024, quando il popolo voterà sull’iniziativa sulla biodiversità, lanciata dai Verdi e dai difensori dell’ambiente. Un’offensiva che l’USC definisce “estrema”. La lobby contadina, guidata da Markus Ritter, ha già respinto in Parlamento il controprogetto del Consiglio federale.</p>
<p><strong>Il mostro burocratico</strong></p>
<p>Ma questa capacità strategica del Palazzo Federale non impedisce che sempre più agricoltori si trovino in gravi difficoltà. Difficile avere un quadro complessivo della situazione. I problemi di un’azienda agricola ultrameccanizzata e ultraefficiente sull’Altopiano non sono gli stessi di una piccola azienda agricola situata in collina.</p>
<p>Tuttavia, il quadro può essere il seguente: gli agricoltori lavorano molto e guadagnano poco. Secondo le statistiche, la loro settimana lavorativa media supera di gran lunga le 50 ore, e la paga oraria calcolata è inferiore a 20 franchi l'ora. Molte famiglie di agricoltori devono dunque tirare la cinghia. Riescono a tirare avanti perché vivono nella fattoria che magari hanno acquistato a buon prezzo dai genitori, e non pagano l'affitto. Ma guadagnano troppo poco per investire. Se devono ristrutturare la fattoria, l'intera fattoria è minacciata.</p>
<p>Soprattutto perché gli agricoltori passano sempre più tempo nella compilazione di moduli, invece che nella stalla o nei campi. Anche l'USC, che sostiene politicamente i miliardi di franchi di sussidi concessi al settore agricolo, ammette che il sistema ha creato un mostro burocratico quasi incontrollabile, che necessita urgentemente di essere “ripulito e semplificato”. Le leggi e le ordinanze che regolano i flussi finanziari sono di diverse migliaia di pagine, e il lavoro di autorizzazione e controllo è enorme.</p>
<p><strong>Gli agricoltori si trovano nel mezzo</strong></p>
<p>Nonostante questa evidente perdita di efficienza, resta un fatto: la Confederazione versa sempre più denaro a un numero sempre minore di agricoltori. Perché i loro conti sono sempre più in rosso e perché non riusciamo a raggiungere il grande obiettivo di aumentare l'autosufficienza netta della Svizzera in prodotti agricoli a oltre il 50%?</p>
<p>Patrick Dümmler sottolinea un aspetto importante. Economista del think tank liberale Avenir Suisse, critica la forte dipendenza dai sussidi agricoli e ritiene che fondamentalmente il sistema ridistribuisca troppi soldi e non troppo pochi. «<em>Il problema per gli agricoltor</em>i – osserva – <em>è che sono “intrappolati tra fornitori e acquirenti”. Anche se i sussidi vengono pagati agli agricoltori»</em>.</p>
<p>Ma con questi soldi devono comprare sementi, fertilizzanti, foraggi e macchinari, in particolare dal grande gruppo Fenaco. Da questo punto di vista Fenaco, in quanto fornitore, beneficia del sistema di sovvenzioni agricole. D'altra parte, gli agricoltori ricevono un prezzo troppo basso per i loro prodotti da parte degli intermediari o dei grandi distributori come Migros e Coop, e sono costretti a doverli bilanciare con i sussidi statali, che ricevono in realtà per compensare alcuni vincoli ecologici.</p>
<p>Il ruolo problematico dei grandi gruppi agricoli e dei dettaglianti è stato criticato anche dai parlamentari contadini. Uno di loro è Kilian Baumann, consigliere nazionale dei Verdi e presidente dell'Associazione dei piccoli agricoltori, le cui posizioni spesso divergono da quelle dell'USC. Anche lui critica il crescente onere amministrativo e i bassi prezzi imposti ai produttori, ma anche “il fallimento della politica agraria per decenni”, di cui l'USC è corresponsabile.</p>
<p>Kilian Baumann scrive che il motto promosso dallo Stato “di produrre sempre di più e in maniera sempre più intensiva” conduce direttamente in un vicolo cieco. L'agricoltura intensiva porta al rilascio di azoto nelle falde acquifere e nell'acqua potabile e l'uso di pesticidi sta accelerando la scomparsa della biodiversità.</p>
<blockquote>
<p><strong>La Confederazione paga sempre più soldi a un numero sempre minore di agricoltori.</strong> Eppure i loro conti sono sempre più in rosso e gli obiettivi di autosufficienza non sono raggiunti.</p>
</blockquote>
<p>Secondo Kilian Baumann, la causa della miseria degli agricoltori non risiede nei nuovi vincoli ambientali. Al contrario, ritiene che siano urgentemente necessari.</p>
<p>La produzione alimentare è esposta al mercato. L'ecologia è governata dallo Stato. I sussidi sono misure che dovrebbero correggere ciò che le forze di mercato impongono. Questo è il campo ingrato che la politica agricola svizzera lascia coltivare agli agricoltori. E in cui gli agricoltori si sentono impotenti, nonostante la forza politica agricola.</p>
<p>Urs Haslebacher annuncia: «<em>In autunno faremo il punto della situazione. Se nulla è migliorato gli agricoltori rimetteranno in funzione i loro trattori»</em>. E forse li guideranno fino al Palazzo federale.</p>
<p><em>Schweizer Revue</em><br />
<em>Jürg Steiner</em></p>
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	<p>Lavoratori forzati frustrati: contadini che manifestano in un campo vicino a Uster (ZH) nella primavera del 2024. Foto Keystone</p>
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	<p>«<em>Se le persone votano per l'ambiente vincoli ecologici e acquistano prodotti a basso costo importati, noi agricoltori siamo nei guai</em>».<br />
Urs Haslebacher, organizzatore di eventi agricoli. Foto Keystone</p>
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	<p>Aziende agricole individuali o allevamento industriale, in media gli agricoltori lavorano molto e guadagnano poco. Foto Keystone</p>
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	<p>I consumatori sono esigenti, ma sono disposti a pagare prezzi equi? Foto Keystone</p>
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	<p>L’agricoltura intensiva sta portando in un vicolo cieco, denunciano i sostenitori politici verdi degli agricoltori. Foto Keystone</p>
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	<p>Anche i produttori di fertilizzanti e di foraggi, così come i rivenditori, beneficiano dei sussidi concessi ai contadini. Foto Keystone</p>
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		<title>Quando la montagna avanza</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/quando-la-montagna-avanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 17:20:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Dicembre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/11/montagna-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Cara lettrice, caro lettore online, la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico clicca qui per i</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/11/montagna-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-23294"  class="panel-layout" ><div id="pg-23294-0"  class="panel-grid panel-has-style" ><div class="panel-row-style panel-row-style-for-23294-0" ><div id="pgc-23294-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-23294-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>Ci si immagina facilmente le Alpi come una fortezza incrollabile, incarnazione dell'eterno splendore della natura. Ma oggi le montagne si stanno sgretolando, sotto forma di crolli, frane o valanghe di macerie. La Svizzera ha ancora le sue montagne sotto controllo?</strong></p>
<p>All’inizio dell’estate del 2023, il piccolo villaggio di Brienz, situato sopra la strada del passo dell’Albula nei Grigioni, ha fatto notizia per diverse settimane. Le autorità hanno ordinato ai circa 80 residenti di abbandonare le proprie case, minacciati da una gigantesca frana proveniente dal Piz Linard. I media svizzeri hanno riportato con attenzione ogni movimento accaduto sulla montagna, e il giornale boulevard “Blick” ha installato una telecamera fissa per consentire agli utenti di Internet di monitorare attentamente il probabile crollo.</p>
<p>«<em>Un villaggio svizzero viene costretto a fuggire dalle montagne in movimento</em>», titolava con enfasi il New York Times. Il giornalista ha citato le parole di un abitante di Brienz, che ha paragonato una frana a un tornado: le rocce vanno dove vogliono, indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno o qualcosa sul loro cammino. Il paradiso montano svizzero sembrava essere in pericolo mortale.</p>
<p>Lo stato di emergenza si è concluso senza troppi danni. Nella notte del 16 giugno 2023, un pezzo di montagna – un enorme masso roccioso che avrebbe riempito quasi 300’000 camion – è crollato, fermandosi poco prima delle case evacuate. Nessuno è rimasto ferito. Alcune settimane dopo, i residenti hanno potuto tornare al villaggio.</p>
<p><strong>Un’attenzione maggiore</strong></p>
<p>A Brienz però la preoccupazione non è sparita. Perché non è solo la montagna ad avanzare, anche il terreno sta crollando: l'altopiano su cui è costruito il villaggio sta infatti scivolando lentamente, ma inesorabilmente, ad una velocità di circa un metro all'anno. E questo da decenni. I muri delle case e le strade si spezzano e le condutture scoppiano.</p>
<p>La cosa più sorprendente in tutto questo è che, nonostante i vari pericoli, le autorità non riescono ad immaginare di abbandonare Brienz. Fanno di tutto affinché il villaggio rimanga abitabile a lungo termine. Per calmare il terreno turbolento ai piedi del Piz Linard è previsto un investimento di 40 milioni di franchi in un labirinto di gallerie e pozzi di drenaggio. La Confederazione e il Cantone non esitano a mettere mano al portafoglio affinché gli 80 abitanti possano mantenere la speranza di costruire il loro futuro a Brienz.</p>
<p><strong>Un’oasi di sicurezza e bellezza</strong></p>
<p>Il clamore mediatico suscitato dalla minaccia di crollo delle montagne nella remota valle dell'Albula non è nuovo, e in Svizzera accompagna quasi sempre questo tipo di fenomeni. Ma negli ultimi anni è diventato ancora più forte, poiché il riscaldamento globale aumenta l’instabilità nelle regioni montane. E attira così l'attenzione dei media.</p>
<p>Il pericolo naturale oggettivo non è l’unico argomento. Si lascia spesso intendere che il crollo delle montagne mette alla prova anche l’immagine che la Svizzera ha di sé stessa. La strategia del “ridotto nazionale” durante la Seconda Guerra Mondiale ha consolidato il mito della barriera alpina, vista come bastione inespugnabile dello spirito di resistenza svizzero. In caso di invasione da parte delle truppe hitleriane, i vertici dell'esercito e del paese si sarebbero ritirati in bunker nascosti nelle Alpi, e da lì avrebbero difeso il paese.</p>
<p>Ma questa visione delle montagne come rifugio eterno di sicurezza e bellezza funziona solo se le teniamo sotto controllo. Se riusciamo a proteggere in modo sostenibile gli abitanti, le case e le vie di comunicazione dai pericoli alpini. Quando all'improvviso sembra, come a Brienz, che queste montagne si muovono, e addirittura con più vigore di prima, cosa resta del mito? Sopravviverà a una geologia diventata imprevedibile?</p>
<p><strong>«Una dinamizzazione»</strong></p>
<p>Flavio Anselmetti, professore di geologia all'Università di Berna, raccomanda di distinguere chiaramente due processi che spesso si sovrappongono: «<em>Crolli, cadute di massi o frane sono fenomeni normali in una regione come le Alpi, che continua a sollevarsi, a spostarsi e, al contempo, erodere</em>», spiega alla Schweizer Revue.</p>
<p>La novità è il cambiamento causato dal riscaldamento globale. Nel corso della sua storia, la terra ha sempre vissuto tali evoluzioni naturali durante le sue varie fasi di caldo e freddo. Ciò che è insolito oggi, nota lo specialista, è la grande velocità del riscaldamento osservata dai geologi.</p>
<p>La natura reagisce ai cambiamenti esterni cercando di trovare un nuovo equilibrio, spiega Flavio Anselmetti. Il rapido riscaldamento odierno comporta «<em>in breve, una rivitalizzazione dei normali processi geologici in montagna</em>». Il fenomeno che meglio lo illustra è l’innalzamento del limite del permafrost, ovvero l’altitudine – situata a quasi 2’500 metri – a partire dalla quale i terreni rocciosi o ghiaiosi vengono permanentemente ghiacciati. Quando l'atmosfera si riscalda, questi terreni iniziano a muoversi. Subiscono fasi di disgelo e ricongelamento, che possono provocare franamenti, cedimenti o smottamenti.</p>
<blockquote>
<p>La visione delle montagne come un’oasi eterna di sicurezza e di bellezza funziona solo se si tengono sotto controllo</p>
</blockquote>
<p>Il geologo osserva, però, che non bisogna trarre conclusioni semplicistiche da questa tendenza dinamica, affermando ad esempio che qualsiasi frana o crollo sia dovuto al riscaldamento globale. O che i pericoli aumentino automaticamente a causa del cambiamento climatico.</p>
<p>La fragilità del territorio a monte del comune di Brienz, anch'esso relativamente basso, nota e attentamente monitorata da decenni, non ha, ad esempio, alcun rapporto diretto con il riscaldamento globale. D’altro canto, se questo riscaldamento portasse, ad esempio, a condizioni meteorologiche più severe, l’instabilità naturale di alcune regioni potrebbe peggiorare. Lo stesso vale se il bosco di protezione venisse indebolito perché alcune specie di alberi non possono sopportare una maggiore siccità.</p>
<p><strong>Milioni per la sorveglianza e la prevenzione</strong></p>
<p>La geografa Käthi Liechti è collaboratrice scientifica presso l'Unità Idrologia montana e movimenti di massa dell'Istituto federale per lo studio della foresta, della neve e del paesaggio. Gestisce il database dei danni meteorologici, creato più di 50 anni fa, che registra anche crolli e cadute di massi.</p>
<p>Secondo lei non si può dire se il numero degli eventi dannosi in montagna sia in aumento o in diminuzione. Uno dei motivi è che non cambiano solo le condizioni naturali: si è evoluto anche il modo in cui le autorità e la popolazione affrontano i crolli alpini.</p>
<p>In Svizzera la superficie abitata aumenta, le infrastrutture aumentano di valore e quindi aumenta il rischio che un crollo, ad esempio, provochi danni ingenti. In altre parole: che il riscaldamento globale induca o meno un aumento di questo tipo di fenomeni, la Svizzera è comunque oggi più esposta.</p>
<p>Ma, aggiunge Käthi Liechti, le misure di protezione e monitoraggio organizzative e tecniche sono più sofisticate di prima. Pensa a sistemi di previsione e di allerta precoce, ma anche a costruzioni come bacini di ritenzione o barriere protettive. «<em>Oggi Confederazione e Cantoni spendono ogni anno diverse centinaia di milioni di franchi per la protezione dai pericoli naturali</em>», osserva il geologo. In questo modo riusciamo a ridurre al minimo i danni: l'importo dei sinistri in ogni caso non è cambiato in modo significativo negli ultimi decenni, aggiunge.</p>
<p><strong>Domare i pericoli naturali</strong></p>
<p>In sintesi: più le montagne crollano, più la Svizzera raddoppia gli sforzi per tenerle sotto controllo. Il paese resta quindi fedele alla sua strategia storica, che consiste nel domare i pericoli naturali per evitare disastri.</p>
<p>Nel 1806 gli abitanti di Goldau (SZ) sentirono per mesi ogni notte le radici scricchiolare sulle alture del Rossberg. Videro delle faglie aprirsi sui fianchi della montagna. Ma non hanno reagito e nessuno ha parlato di evacuazione preventiva. All'inizio di settembre, dopo forti piogge, immensi massi sono crollati, seppellendo quasi 500 persone e distruggendo gran parte del villaggio.</p>
<p>75 anni dopo, una domenica di settembre, gli abitanti di Olmo riuniti presso la chiesa per la messa non si allarmarono per il rumore provocato dalla caduta dei sassi provenienti dalla montagna nelle cui viscere stavano estraendo l'acqua. Al contrario, i curiosi si sono addirittura arrampicati sul suo fianco. Nel pomeriggio una valanga di sassi si è precipitata nella valle, uccidendo più di cento persone.</p>
<p>Questi crolli furono poi accettati come catastrofi inevitabili. Le scoperte delle scienze naturali sulla prevenzione dei pericoli incontrarono lo scetticismo di una popolazione intrisa di religiosità.</p>
<p><strong>Risvegliare lo spirito di solidarietà</strong></p>
<p>Ciò che tuttavia i grandi crolli del XIX secolo incoraggiarono fu lo spirito di solidarietà nazionale. Dopo la catastrofe di Goldau è stata organizzata per la prima volta una raccolta fondi nazionale per aiutare gli abitanti di Svitto in difficoltà. Questo tipo di solidarietà interregionale è poi diventato «<em>un marchio di fabbrica della Svizzera</em>», scrive Christian Pfister, professore emerito di storia ambientale all’Università di Berna. La Svizzera ha così trovato il modo di forgiare la propria identità, osserva lo storico. Perché nei paesi vicini sono piuttosto le guerre a dare origine ai movimenti di mobilitazione nazionale.</p>
<p>Il motivo identitario che prese forma nel XIX secolo continuò a svilupparsi anche successivamente. Dopo i tre grandi crolli del XX e XXI secolo – a Randa nel 1991, a Gondo nel 2000 e a Bondo, evacuato in tempo, nel 2017 – il Consigliere federale incaricato si è recato ogni volta sul luogo del disastro.</p>
<p>Il messaggio così trasmesso è questo: l’intero paese è dalla parte della popolazione colpita. Ma anche: facciamo di tutto per resistere alla montagna. Quando crolla o minaccia di crollare, la Svizzera non lascia facilmente il terreno, anche quando il riscaldamento globale complica la situazione.</p>
<p><strong>Tutto è dunque sotto controllo?</strong></p>
<p>Ciò che non è cambiato dal disastro di Goldau nel 1806 è che non si è mai parlato di abbandonare o di non ricostruire i villaggi minacciati o colpiti da questo tipo di fenomeni. Ma sempre di tutelarli meglio. «A questo proposito», osserva il geologo Flavio Anselmetti, «quello che abbiamo vissuto a Brienz è un tour de force». Nonostante la complessa situazione geologica, siamo riusciti a interpretare correttamente i movimenti della montagna e a «evacuare la popolazione nel momento preciso in cui si è verificato l’evento». Difficile, in definitiva, avere un controllo migliore sulla montagna.</p>
<p>Ciò non significa comunque che il rapporto tra la Svizzera e le sue montagne, la cui imprevedibilità aumenta, non necessiti di alcun aggiustamento. L'alpinista professionista Roger Schäli conosce bene la sensazione che si prova quando una montagna cade a pezzi. Ha scalato la parete nord dell'Eiger più di 50 volte, spesso seguendo la via tracciata dal primo alpinista per raggiungere la sua vetta, il famoso nevaio White Spider. Oggi questo nevaio spesso si scioglie completamente in estate. «<em>Il caldo mette a dura prova la parete nord dell'Eiger</em>», confida Roger Schäli. «<em>C'è molta più acqua che scorre e le cadute di massi si sono intensificate in forza e durata. Solo nei passaggi molto ripidi gli scalatori sono un po’ protetti, perché le pietre volano sopra di loro</em>». D'ora in poi il percorso classico potrà essere percorso praticamente solo in inverno, quando le temperature sono negative.</p>
<p>Il fenomeno che questo professionista incontra nelle condizioni estreme dell'Eiger, lo devono affrontare anche gli alpinisti dilettanti. Il Club Alpino Svizzero (CAS) possiede 153 rifugi, molti dei quali sono potenzialmente minacciati dal riscaldamento globale. Nel 2021 il CAS ha abbandonato per la prima volta la gestione di un rifugio – il Mutthornhütte nella Kandertal – a causa dell’imminente pericolo di crollo. La sua ricostruzione in un luogo più sicuro costerà 3,5 milioni di franchi.</p>
<p>Avere la montagna sotto controllo è un lusso che dobbiamo permetterci…</p>
<p><em>Schweizer Revue<br />
Jürg Steiner</em></p>
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	<p>Nella notte del 16 giugno 2023 dal Piz Linard è crollata una frana di oltre un milione di metri cubi sul villaggio montano di Brienz, nei Grigioni, precedentemente evacuato. Foto Keystone</p>
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	<p>Il 2 settembre 1806 una colata di massi di 40 milioni di metri cubi è scivolata dal Rossberg verso Goldau. Risultati: 500 morti e una devastazione incommensurabile. Illustrazione: Franz Xaver Triner (1767–1824) e Gabriel Lory (1763–1840); archivi del cantone di Svitto.</p>
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Am Mittwoch, 23. August 2017 sind ca. 4 Millionen Kubikmeter Gestein vom Piz Cengalo oberhalb von Bondo ins Tal gestürzt und haben einen Teil von Bondo verschuettet. Zudem werden seit dem Bergsturz 8 Berggaenger aus Deutschland, Oesterreich und der Schweiz vermisst." alt="" 		class="so-widget-image"/>
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	<p>Gli abitanti di Bondo (GR) osservano il loro paese devastato da una colata di fango il 25 agosto 2017. La causa: un enorme crollo avvenuto due giorni prima al Piz Cengalo. Foto Keystone</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/quando-la-montagna-avanza/">Quando la montagna avanza</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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		<title>La curva del solare in Svizzera è ripida come le Alpi</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-curva-del-solare-in-svizzera-e-ripida-come-le-alpi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Mar 2023 11:05:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2023]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/03/Solar-Panel-Haus-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Al ritmo attuale, il solare fotovoltaico potrebbe raggiungere gli obiettivi prefissati entro il 2050. Il prezzo dei pannelli è in calo e le loro prestazioni sono raddoppiate. In inverno l'energia eolica rappresenta una fonte energetica di riserva. La produzione di energia solare in Svizzera ammonta a circa 3 terawattora (TWh), un valore leggermente superiore alla</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/la-curva-del-solare-in-svizzera-e-ripida-come-le-alpi/">La curva del solare in Svizzera è ripida come le Alpi</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/03/Solar-Panel-Haus-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-22348"  class="panel-layout" ><div id="pg-22348-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-22348-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-22348-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>Al ritmo attuale, il solare fotovoltaico potrebbe raggiungere gli obiettivi prefissati entro il 2050. Il prezzo dei pannelli è in calo e le loro prestazioni sono raddoppiate. In inverno l'energia eolica rappresenta una fonte energetica di riserva.</strong></p>
<p>La produzione di energia solare in Svizzera ammonta a circa 3 terawattora (TWh), un valore leggermente superiore alla produzione annuale di elettricità dell'ex centrale nucleare di Mühleberg (BE). Ciò rappresenta circa il 6% dell'elettricità consumata in Svizzera, un valore modesto nel confronto europeo. Secondo Swissolar, in futuro i tetti e le facciate delle case svizzere potrebbero produrre 67 terawattora di elettricità solare all'anno. Nel 2021 sono stati installati 700 megawatt (MW) di fotovoltaico. Nel 2022, questa cifra dovrebbe raggiungere il record di 1’000 MW, secondo le stime di Jean-Louis Scartezzini, professore presso il Politecnico federale di Losanna. Se questa tendenza dovesse continuare, l'obiettivo del governo federale di 34 terawattora di produzione fotovoltaica entro il 2050 potrebbe essere raggiunto. Il consumo totale di elettricità è attualmente di 58 TWh, di cui 18 TWh prodotti dal nucleare e 10 TWh dalle dighe idroelettriche. I fattori che guidano l'espansione del solare sono l'efficienza e i prezzi dei pannelli. Il prezzo dei pannelli solari è sceso di oltre il 90% in 12 anni e il loro rendimento energetico è raddoppiato in 30 anni. Uno studio del Politecnico federale di Losanna ha dimostrato che i tetti esposti a sud in Svizzera potrebbero soddisfare da soli oltre il 40% della domanda di elettricità. Lo sviluppo dell'energia solare richiederà innanzitutto l'installazione di centrali con grandi superfici. «<em>Più l'impianto è grande, più è economico</em>», afferma l'ingegnere vallesano Arnaud Zufferey. Il prezzo di un kWh prodotto su un grande tetto varia tra i tre e i cinque centesimi. Per una città è tre volte superiore.</p>
<p><strong>Un pannello solare e molte opinioni</strong></p>
<p>Dalla seconda revisione della Legge sulla pianificazione territoriale del 2018, l'installazione di pannelli solari richiede solo la compilazione di un modulo di registrazione. L'installazione di pannelli al di fuori delle zone edificabili e degli edifici, invece, richiede molto tempo, poiché non esiste una chiara base giuridica. Il Parlamento ha deciso di ammorbidire queste regole. Nella sua azienda di Martigny, Yvan Laterza dedica circa 20 ore alle procedure legali per un impianto solare. «<em>I vigili del fuoco e persino gli spazzacamini possono richiedere dei documenti, per lo più cartacei, il che richiede tempo</em>», afferma. A Ginevra, l'ingegner François Guisan sottolinea gli ostacoli che esistono in materia di tutela del patrimonio. Le restrizioni possono essere applicate anche a edifici risalenti agli anni '60.</p>
<p><strong>L’eolico, cugino del solare</strong></p>
<p>Oltre all'energia solare, c'è anche quella eolica, che fornisce più energia in inverno quando la produzione fotovoltaica diminuisce. «<em>In Austria ci sono oltre 1’400 turbine eoliche, mentre la Svizzera ne conta circa 40, anche se la topografia di questi paesi è molto simile</em>», commenta Jean-Louis Scartezzini. Secondo uno studio dell'Ufficio federale dell'energia del 2012 il potenziale di energia eolica in Svizzera è stato stimato in 5 TWh all'anno. «<em>L'attuale quadro normativo consente l'installazione di turbine eoliche nei boschi, quindi questa cifra è stata rivista al rialzo. Quest'ultima è ora stimata in 30 TWh</em>».</p>
<p>(SH)</p>
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	<p>In Svizzera, le sole superfici dei tetti rivolti a sud sarebbero in grado di immagazzinare energia sufficiente a coprire il 40% del fabbisogno elettrico. Anche le facciate sono sempre più utilizzate, come qui a Winterthur. Foto Keystone</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/la-curva-del-solare-in-svizzera-e-ripida-come-le-alpi/">La curva del solare in Svizzera è ripida come le Alpi</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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		<title>Risvegliato dalla guerra, il solare svizzero spera nel sole delle Alpi</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/risvegliato-dalla-guerra-il-solare-svizzero-spera-nel-sole-delle-alpi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Mar 2023 10:52:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2023]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/03/Panel_Landschaft-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />In Svizzera, l'energia fotovoltaica rappresenta circa il 6% del consumo di elettricità. Si tratta di una quota piuttosto modesta rispetto all'Europa. La guerra in Ucraina è stata uno choc. I progetti solari sono in piena espansione, anche nelle Alpi. Ma le polemiche aumentano. Gli specialisti svizzeri del settore fotovoltaico ne sono convinti: dopo l'invasione russa</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/risvegliato-dalla-guerra-il-solare-svizzero-spera-nel-sole-delle-alpi/">Risvegliato dalla guerra, il solare svizzero spera nel sole delle Alpi</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/03/Panel_Landschaft-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-22336"  class="panel-layout" ><div id="pg-22336-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-22336-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-22336-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>In Svizzera, l'energia fotovoltaica rappresenta circa il 6% del consumo di elettricità. Si tratta di una quota piuttosto modesta rispetto all'Europa. La guerra in Ucraina è stata uno choc. I progetti solari sono in piena espansione, anche nelle Alpi. Ma le polemiche aumentano.</strong></p>
<p>Gli specialisti svizzeri del settore fotovoltaico ne sono convinti: dopo l'invasione russa dell'Ucraina, l'installazione di pannelli fotovoltaici è diventata improvvisamente una priorità. Le imprese sono sovraccariche. «<em>Abbiamo raddoppiato il nostro personale rispetto al 2021</em>», spiega Yvan Laterza, responsabile di I-Watt, una piccola azienda con sede a Martigny (VS), alle prese con problemi di approvvigionamento. «<em>Quarant'anni fa predicavamo nel deserto. Ora le condizioni sono favorevoli per le energie rinnovabili, e soprattutto per il fotovoltaico</em>», afferma Jean-Louis Scartezzini, che dirige il Laboratorio di energia solare e fisica presso il Politecnico federale di Losanna.</p>
<p>Questo ingegnere descrive una Svizzera che tra il 1985 e il 1995 era all'avanguardia nel settore dell'energia solare, ma che si è adagiata sugli allori, non riuscendo a formare un numero sufficiente di professionisti in questo campo. Stéphane Genoud, professore di gestione dell'energia presso la Haute école du Valais, si rammarica di questo ritardo. «<em>In Europa, la legislazione richiede l'installazione di pannelli solari su tutti i nuovi edifici e presto sarà così anche per gli edifici esistenti</em>», afferma. «<em>Siamo stati un po' lenti a cambiare direzione</em>», ammette il consigliere nazionale liberale Jacques Bourgeois (FR), che cita il caso della Germania meridionale, dove l'industria solare è ben consolidata.</p>
<p>Il nuovo boom del solare è anche dovuto, tra gli altri, al Consigliere federale Guy Parmelin. Nel settembre 2021, il ministro ha sollevato la possibilità di una penuria di elettricità sulla base di un rapporto sulla sicurezza dell'approvvigionamento elettrico della Svizzera. Ciò ha provocato un'ondata di panico.</p>
<p>Con l'invasione dell'Ucraina, gli svizzeri si sono resi conto della loro dipendenza energetica, soprattutto dal nucleare francese, ma anche dall'elettricità tedesca, prodotta in parte bruciando gas naturale russo. I prezzi dell'elettricità sono aumentati, con incrementi fino al 30%. Nel Vallese centrale, il prezzo per kWh è passato da 20 a 28 centesimi dopo 20 anni di stabilità, afferma Arnaud Zufferey, il cui studio fornisce consulenza alle autorità locali sulla transizione energetica. Tutto si sta mettendo a punto, «<em>ma in realtà l'energia solare era già redditizia cinque anni fa</em>», afferma.</p>
<p>La sua casa è dotata di pannelli solari. L'elettricità prodotta costa 15 centesimi per kWh e fa funzionare un'auto elettrica. L'energia in eccesso sarà presto riacquistata allo stesso prezzo dal distributore di elettricità vallesano Oiken. Un pannello solare di 10 metri quadrati posto sopra un'automobile fornisce energia sufficiente per percorrere 10’000 chilometri all'anno, dice.</p>
<p><strong>Il Parlamento federale accelera il solare</strong></p>
<p>Alla fine di settembre 2022, il Parlamento federale ha approvato una legge urgente per facilitare la costruzione di impianti solari di grandi dimensioni. Gli impianti con una produzione annua superiore a 10 gigawattora potranno beneficiare di procedure di pianificazione semplificate e di un sostegno federale. Nel caso di nuovi edifici con una superficie superiore a 300 m<sup>2</sup>, è necessario installare un impianto solare sui tetti o sulle facciate. Questo non sarà soggetto alle regole della legge sulla pianificazione del territorio: in linea di principio, l'interesse alla sua realizzazione avrà la precedenza su altri interessi nazionali, regionali e locali.</p>
<p>Votate con il sostegno dei Verdi, queste disposizioni stanno suscitando un intenso dibattito in Vallese, dove si sta sviluppando un progetto per una centrale solare alpina (vedi riquadro a pagina 14). Per la Verde vallesana Céline Dessimoz, queste decisioni sono un segno di isteria. «<em>Il Parlamento si sta spingendo all'estremo e si sta facendo beffe delle leggi sulla pianificazione territoriale e sull'ambiente conquistate con fatica</em>», afferma.</p>
<p>L'ecologista ritiene che l'installazione di pannelli solari sui pascoli sia puramente commerciale. «<em>Ora che i comuni hanno individuato il potenziale per questi progetti, tutto sta andando avanti. Ma non si può sviluppare il fotovoltaico a spese del paesaggio e della biodiversità</em>».</p>
<p>Di fronte a questo commento, Jacques Bourgeois sorride. «<em>Prima dicono che dobbiamo uscire dal nucleare e quando possiamo farlo si oppongono</em>», dice. Per questo liberale, i progetti alpini resi possibili dalla legge sull'energia vanno nella giusta direzione. «<em>Ad alta quota, il rendimento dei pannelli solari è doppio</em>», afferma.</p>
<p><strong>Pannelli solari su treni e autostrade</strong></p>
<p>Per l'ingegnere e professore del Politecnico federale di Losanna, Jean-Louis Scartezzini, la priorità dovrebbe essere l'installazione di pannelli solari sui tetti, sulle ferrovie e sulle autostrade. Sono tutte potenziali superfici già collegate alla rete elettrica e vicine ai consumatori. L'esperto di fisica delle costruzioni cita gli 850 chilometri quadrati di strade svizzere e i 500 chilometri quadrati di tetti. Scartezzini sottolinea anche la necessità di trovare un equilibrio tra produzione di energia e protezione della natura. «<em>Dal 1990, la Svizzera ha perso i due terzi della sua popolazione di insetti, con conseguenze imprevedibili per la biodiversità e la vita in generale. Questo non deve essere ignorato</em>». La conversione dei pascoli alpini in impianti solari rappresenterebbe quindi un rischio sproporzionatamente elevato rispetto agli obiettivi.</p>
<p><em>Schweizer Revue<br />
</em><em>Stéphane Herzog</em></p>
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		><h3 class="widget-title">«40 anni fa predicavamo nel deserto. Oggi, le condizioni sono favorevoli alle energie rinnovabili, e soprattutto al fotovoltaico.»</h3>
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	<p><em> Jean-Louis Scartezzini ingegnere e professore presso il Politecnico federale di Losanna.</em></p>
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	<p>L’offensiva solare della Svizzera permette ora di costruire grandi impianti fotovoltaici al di fuori delle zone da edificare, ad esempio in altitudine nelle Alpi. Foto iStock</p>
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	<p>I portafogli ordini delle aziende solari svizzere sono pieni zeppi, ma manca il personale: la carenza di specialisti nel settore è enorme. Foto Keystone</p>
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		><h3 class="widget-title">Il caso emblematico della super centrale solare di Grengiols</h3>
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	<p>Questa è la storia di un progetto di centrale solare nelle Alpi vallesane, lanciata in una rubrica pubblicata da un giornale locale. L'autore? Peter Bodenmann, politico ed ex presidente del Partito socialista svizzero (1987-1997). Pubblicata nel febbraio 2022 sul Walliser Bote con il titolo "Make Grengiols Great Again!", la rubrica vendeva l'idea di un impianto che avrebbe prodotto un miliardo di chilowattora di elettricità, disponibile soprattutto in inverno. I pascoli alpini di Grengiols, nel parco naturale della Valle di Binn, ospiterebbero pannelli solari bifacciali su una superficie equivalente a 700 campi da calcio. Con il sostegno del Comune di Grengiols, questo sito coprirebbe il fabbisogno elettrico di almeno 100’000 abitanti. Il vantaggio è che i pannelli sarebbero due volte più efficienti grazie all'altitudine e al sole. «<em>Questo parco potrebbe essere costruito immediatamente</em>», ha dichiarato ai media Beat Rieder, membro del governo vallesano, portando l'idea di Peter Bodenmann a Berna. L'idea di Peter Bodenmann è stata approvata a tempo di record a settembre con l'adozione dell'ordinanza sul solare.</p>
<p>Il progetto ha suscitato un'ondata di opposizioni da parte di organizzazioni ambientaliste, tra cui la Fondazione Franz Weber. Anche le Accademie svizzere delle scienze hanno invitato alla moderazione. Il consigliere nazionale dei Verdi Christophe Clivaz (VS) parla di un progetto lanciato senza uno studio di fattibilità. Afferma che l'energia solare generata non può essere trasportata a valle entro il termine stabilito dalla legge federale urgente. Secondo la legge invece il finanziamento è subordinato all’avvio delle operazioni entro il 2025. «<em>Malgrado sia ora possibile costruire enormi impianti in aree incontaminate, a livello politico non si è in grado di imporre l'installazione di pannelli solari su tetti, parcheggi o autostrade</em>», si rammarica Clivaz.</p>
<p>Contattato nel suo albergo di Briga, Peter Bodenmann respinge queste argomentazioni. I calcoli dell'Università di Scienze Applicate della Svizzera Occidentale e dell'Università di Ginevra mostrano che il trasporto di energia da Grengiols alla valle pone problemi tecnici. «<em>Queste persone non sono informate</em>», risponde Bodenmann. Un danno ambientale? «<em>I pannelli favoriranno la biodiversità creando aree protette dal calore</em>». «<em>Abbiamo un problema in inverno. Ma è proprio in inverno che i pannelli installati ad alta quota producono quattro volte più energia che in pianura</em>», conclude Bodenmann.</p>
<p>(SH)</p>
</div>
</div></div></div></div><div id="pgc-22336-1-1"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-22336-1-1-0" class="so-panel widget widget_sow-image panel-first-child" data-index="7" ><div
			
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	<p>Il paesaggio alpino vicino a Grengiols, oggi (a sin.), e la visualizzazione dell’idea del progetto dell’IG Saflischtal, che lo considera con occhio critico (a dx.). Foto IG Saflischtal</p>
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</div></div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/risvegliato-dalla-guerra-il-solare-svizzero-spera-nel-sole-delle-alpi/">Risvegliato dalla guerra, il solare svizzero spera nel sole delle Alpi</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La paura dell’isolamento della ricerca svizzera</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-paura-del-isolamento-della-ricerca-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2022 17:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2022]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/10/Senza-nome-6-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Alcuni ricercatori se ne vanno, altri esitano a lavorare nelle università svizzere, gli studenti ne fanno le spese: il settore svizzero della ricerca vive un periodo difficile. La ragione? La confusione che regna nelle relazioni tra la Svizzera e l’UE. Nella ricerca europea, la Svizzera è diventata un «paese terzo» senza privilegi. «Siamo un piccolo</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/la-paura-del-isolamento-della-ricerca-svizzera/">La paura dell’isolamento della ricerca svizzera</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/10/Senza-nome-6-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-21549"  class="panel-layout" ><div id="pg-21549-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-21549-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-21549-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>Alcuni ricercatori se ne vanno, altri esitano a lavorare nelle università svizzere, gli studenti ne fanno le spese: il settore svizzero della ricerca vive un periodo difficile. La ragione? La confusione che regna nelle relazioni tra la Svizzera e l’UE. Nella ricerca europea, la Svizzera è diventata un «paese terzo» senza privilegi.</strong></p>
<p>«<em>Siamo un piccolo paese, che si è sempre basato sul reclutamento di ricercatori stranieri</em>», afferma Michael Hengartner, presidente del Consiglio dei Politecnici federali. Per questo le università svizzere vivono in un clima internazionale, favorevole all’integrazione delle persone giunte dall’estero.</p>
<p><strong>Un ecosistema per la ricerca di punta</strong></p>
<p>Il sapere e la formazione fanno parte delle principali risorse della Svizzera. Questo si riflette in un sistema di formazione efficiente, un’infrastruttura di prim’ordine e alte scuole che sono regolarmente ai vertici delle classifiche internazionali. Michael Hengartner parla di un vero “ecosistema”, che promuove la ricerca di punta e dispone di un sistema di finanziamento solido, flessibile e concorrenziale. «<em>Naturalmente, siamo anche in grado di offrire ottime condizioni di lavoro</em>», completa Martin Vetterli, presidente del Politecnico federale di Losanna. Così, la densità di ricercatori famosi in Svizzera è ben superiore alla media, ciò che permette di attirare giovani talenti nel nostro paese, ribadisce Martin Vetterli. O si dovrebbe invece dire che “permetteva”?</p>
<p><strong>La Svizzera perde l’accesso alla «Champions League»</strong></p>
<p>L’abbandono dei negoziati con l’UE su un accordo quadro è intriso di conseguenze per la ricerca. Nel suo programma quadro di ricerca, l’UE ha degradato la Svizzera al rango di “paese terzo non associato”. Nell’ambito di Horizon Europa, la Svizzera perde così la posizione che occupava e l’influenza che aveva finora. Ora, Horizon Europa è il più grande programma mondiale per la ricerca e l’innovazione, con un budget di quasi 100 miliardi di euro per un periodo di sette anni (2021-2027). La sua dotazione finanziaria è ulteriormente aumentata rispetto ai 79 miliardi di euro del programma precedente, Horizon 2020, in seno al quale la Svizzera era ancora partner associato.</p>
<p>Certo, la Svizzera non è totalmente esclusa dalla collaborazione con il suo principale partner di ricerca. Tuttavia, i ricercatori svizzeri non possono più dirigere grandi progetti di cooperazione e non ricevono più sovvenzioni dal Consiglio europeo della ricerca (ERC). Michael Hengartner descrive queste borse dell’ERC come la «Champions League della ricerca». Il Presidente del Politecnico di Losanna, Martin Vetterli, le conosce bene: «<em>Senza la sovvenzione dell’ERC, che era di quasi due milioni di euro su cinque anni, non sarei potuto andare così lontano con la mia ricerca nel campo dell’elaborazione digitale dei segnali</em>». Yves Flückiger, presidente delle università svizzere (swissuniversities), aggiunge che i ricercatori svizzeri sono completamente esclusi da diversi settori di ricerca importanti. Egli menziona l’iniziativa faro sulle tecnologie quantistiche, che ha un’importanza strategica per lo sviluppo della digitalizzazione, la costruzione del reattore a fusione nucleare internazionale ITER, un progetto che la Svizzera copilotava dal 2007, e il programma per un’Europa digitale (Digital Europe), basato sul calcolo ad alte prestazioni, l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza.</p>
<p><strong>L’erosione è già iniziata</strong></p>
<p>Secondo Vetterli, la ricerca svizzera è stata tra le più attive tra i paesi associati alla ricerca dell’UE, soprattutto nei settori della salute, dell’ambiente, del clima e della tecnologia quantistica. Ora è stata messa in disparte per oltre un anno, nonostante gli 1,2 miliardi di franchi che la Confederazione ha messo a disposizione per le misure transitorie in Svizzera. Vetterli riferisce di start-up che sono sorte nel campus del Politecnico federale di Losanna e ora stanno aprendo uffici in Europa per assicurarsi di continuare ad attirare talenti e a beneficiare dei vantaggi europei. Yves Flückiger conosce alcuni ricercatori che hanno lasciato la Svizzera per recarsi in Francia, Austria e Belgio con le loro borse dell’ERC. E Michael Hengartner costata che i candidati ai posti di professore nei due politecnici si interrogano ora sulle prospettive della Svizzera e le sue opportunità nei confronti dei programmi dell’UE.</p>
<p>Lavorare isolati? Nel mondo della ricerca questo è impensabile. Anche nel mondo dell’innovazione: in risposta alla mancata associazione della Svizzera, la rinomata azienda ginevrina ID Quantique ha aperto una filiale a Vienna. per mantenere l’accesso a Horizon Europa. Flückiger afferma che i 100 posti di lavoro che altrimenti sarebbero stati creati in Svizzera sono ora stati creati a Vienna.</p>
<p><strong>È in gioco il benessere della Svizzera</strong></p>
<p>Per la Svizzera, la posta in gioco di Horizon Europa non è soltanto la ricerca e i ricercatori, che temono per le loro posizioni ai vertici. Sono anche gli studenti e i professori, che esitano ormai a venire in Svizzera. Horizon Europa permette anche il trasferimento di tecnologie, che sfocia nella fondazione di start-up e PMI e nella creazione di impieghi nella ricerca e nelle imprese. I rappresentanti degli istituti universitari sono unanimi a tale proposito: Horizon Europa è essenziale per la piazza economica e il benessere della Svizzera.</p>
<p>Yves Flückiger ritiene che il Consiglio federale non dovrebbe concentrarsi ora su nuovi partenariati di ricerca al di fuori dell’UE: la competizione, in materia di ricerca, avviene tra l’UE, gli Stati Uniti e la Cina. Di conseguenza, la mancata associazione della Svizzera resta secondo lui il vero problema.</p>
<p>Interrogata su questa questione, la delegazione europea dichiara che i ricercatori svizzeri sono sempre stati dei partner benvenuti e apprezzati nei programmi di ricerca dell’UE. La situazione attuale è la seguente: «<em>I ricercatori svizzeri sono autorizzati a partecipare ai progetti di Horizon Europa alle condizioni applicate agli Stati terzi non associati. Per un’associazione completa, che includa in particolare il diritto di beneficiare dei fondi europei, il regolamento dell’UE esige che gli Stati terzi concludano un accordo quadro che stabilisca le condizioni e le modalità dell’associazione. I prossimi sviluppi concernenti questa questione devono essere considerati nel contesto delle relazioni globali tra l’UE e la Svizzera</em>.»</p>
<p>L’UE incita dunque la Svizzera a chiarire le sue relazioni con i suoi vicini europei. Fino a quel momento, non vede alcuna ragione per concedere privilegi alla ricerca svizzera. E né gli sforzi diplomatici, né l’appello lanciato dai ricercatori hanno finora cambiato qualcosa. Il presidente del Consiglio dei Politecnici federali, Michael Hengartner, sottolinea che questa situazione non è soltanto sfavorevole per i ricercatori svizzeri, bensì anche per la ricerca europea stessa: «<em>Tutti ne escono incontestabilmente perdenti</em>.»</p>
<p><em>Schweizer Revue</em><br />
<em>Denise Lachat</em></p>
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	<p>Ricerca di punta europea in Svizzera: due specialisti della ricerca sui semiconduttori presso il Politecnico federale di Losanna. Foto Keystone</p>
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		><h3 class="widget-title">Dei fari svizzeri nella ricerca europea</h3>
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	<p>Quali risultati concreti hanno fornito i programmi quadro di ricerca europei, e quali vantaggi la Svizzera trae da questa collaborazione? Yves Flückiger, rettore dell’Università di Ginevra e presidente di swissuniversities, risponde senza esitazioni.</p>
<ul>
<li><strong>CERN:</strong> questo laboratorio di ricerca è senza dubbio la culla della ricerca europea. Fondato nel 1954 sulla frontiera franco-svizzera vicino a Ginevra, è stato uno dei primi progetti europei comuni e conta oggi 23 Stati membri. Nel 1984, questo spazio scientifico è stato rafforzato dai programmi quadro di ricerca europei. Yves Flückiger: «<em>Questi programmi hanno svolto un ruolo decisivo nello sviluppo della ricerca di base e la sua applicazione industriale, promuovendo in particolare la collaborazione tra i laboratori e le imprese</em>». Dal 2012 e dalla scoperta della particella di Higgs, il Cern è conosciuto in tutto il mondo.</li>
<li><strong>BioNtech</strong>: probabilmente il più importante risultato del trasferimento di ricerca è il primo vaccino a RNA contro il Covid-19, risultato diretto di una ricerca finanziata dal Consiglio europeo della ricerca da circa 20 anni. «<em>Questo vaccino è stato messo a punto dall’azienda di biotecnologia BioNtech, un’azienda europea i cui fondatori Ugur Sahin e Özlem Türeci, una coppia di origine turca residente in Germania, sono stati finanziati dall’ERC</em>», ribadisce Yves Flückiger.</li>
<li><strong>ID Quantique</strong>: fondata nel 2001 a Ginevra da quattro ricercatori dell’Università di Ginevra, ID Quantique è un altro esempio citato da Yves Flückiger. L’impresa ha ricevuto mezzi finanziari importanti dal Fondo nazionale svizzero (FNS), ma anche da diversi programmi europei. Piccola spin-off all’origine, essa è divenuta leader mondiale delle soluzioni per una criptografia quantistica sicura. Il gigante delle telecomunicazioni SK Telecom (Corea del Sud) e Deutsche Telekom fanno parte degli investitori. ID Quantique ha la propria sede a Ginevra e intrattiene stretti legami con istituti accademici per la sua partecipazione a vari programmi di R&amp;S svizzeri, europei e coreani, in modo da apportare innovazioni sul mercato. (DLA)</li>
</ul>
</div>
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	<p>Il laboratorio di ricerca del CERN, vicino a Ginevra, possiede un’installazione gigante per lo studio delle particelle. Foto Keystone</p>
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	<h3>Una specie di “Champions League”: con il suo budget di 100 miliardi per il periodo 2021-2027, Horizon Europa è il principale programma di ricerca al mondo.</h3>
</div>
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		><h3 class="widget-title">La crisi delle relazioni tra la Svizzera e l’UE perdura</h3>
<div class="siteorigin-widget-tinymce textwidget">
	<p>Circa un anno dopo la rottura dei negoziati su un accordo istituzionale, la Svizzera effettua un nuovo tentativo per regolare le future relazioni con l’UE. Ma la via che porta ad una soluzione affidabile tra Berna e Bruxelles è ancora lunga e segnata dalla sfiducia delle due parti. Anche sul piano della politica interna, non si intravede nessun consenso.</p>
</div>
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	<p>La segretaria di Stato svizzera Livia Leu sonda il difficile terreno di Bruxelles. Foto Keystone</p>
</div>
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	<h3>Nel settore della ricerca la Svizzera possiede dei legami internazionali più forti di ogni altro paese: due terzi dei ricercatori che lavorano in Svizzera hanno svolto il loro dottorato all’estero.</h3>
</div>
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	<p>Dopo una pausa di riflessione, nel febbraio 2022 il Consiglio federale ha deciso di affrontare nuovamente il dossier UE. Invece di un trattato quadro “indigesto”, il governo punta su un pacchetto con diversi elementi. L’obiettivo è quello di garantire l’accesso al mercato interno europeo, per consentire nuovi accordi – ad esempio in materia di elettricità – e per ristabilire il collegamento con i programmi dell’UE come Horizon Europa. Le questioni istituzionali – ad esempio, quale organo deciderà in caso di controversia – sarebbero regolate separatamente.</p>
<p>Il nocciolo della questione è che la Commissione UE finora non ha esplicitamente voluto conoscere una procedura che regoli queste questioni fondamentali “caso per caso”. Essa mantiene inoltre che la Corte di giustizia europea sia coinvolta nelle controversie – un aspetto che ha suscitato molte resistenze politiche in Svizzera. Il Consiglio federale spera comunque che a Bruxelles si stia diffondendo la consapevolezza che il proseguimento della via bilaterale sia anche nell’interesse dei paesi europei vicini.</p>
<p>Dalla scorsa primavera, è Livia Leu, segretaria di Stato incaricata del dossier, che sonda il terreno a Bruxelles. Nel frattempo, diversi incontri tra i negoziatori hanno avuto luogo. Tuttavia, fino a quando non saranno disponibili nuovi negoziati al più alto livello politico, è probabile che ci voglia ancora molto tempo. Il Consiglio federale non vuole decidere su un mandato finché non ci sarà “una base sufficiente”.</p>
<p><strong>All’ombra delle elezioni del 2023</strong></p>
<p>In merito alla modalità di come trattare la questione europea, non regna finora nessun consenso a livello politico interno. I partiti politici lanciano strategie e piani di azione, deplorando la mancanza di progressi concreti. Dal punto di vista del politologo Fabio Wasserfallen, professore di politica europea presso l’Università di Berna, il fatto che il Consiglio federale non prenda in mano le redini nel dibattito testimonia un vuoto politico. Secondo Wasserfallen, collegare questi due livelli sarebbe compito del governo. «<em>Il pacchetto deve essere assicurato a livello nazionale se vuole avere una possibilità in un referendum</em>». Il Consiglio federale potrebbe utilizzare modelli realistici per mostrare come salvaguardare gli interessi svizzeri e ammortizzare eventuali concessioni. «<em>Per poterlo fare, il governo deve adottare una linea comune a mantenerla a lungo termine</em>.» Tuttavia, più il tempo passa, più è probabile che si attendano le elezioni federali dell’autunno 2023, ritiene Fabio Wasserfallen. Poiché, secondo i risultati dei partiti, le carte potrebbero mescolarsi per quanto concerne la composizione del Consiglio federale. «<em>Idealmente, prima delle elezioni si può discutere dei vantaggi e degli svantaggi del piano UE del Consiglio federale</em>». Questo avrebbe il vantaggio che nel prossimo anno elettorale tutti gli attori devono mostrare le loro carte.</p>
<p>Theodora Peter</p>
</div>
</div></div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/la-paura-del-isolamento-della-ricerca-svizzera/">La paura dell’isolamento della ricerca svizzera</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il bunker del Sonnenberg attira gli sguardi a seguito della guerra in Ucraina</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/il-bunker-del-sonnenberg-attira-gli-sguardi-a-seguito-della-guerra-in-ucraina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2022 10:07:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Ottobre 2022]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://gazzettasvizzera.org/?p=21406</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/09/Kueche-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Con i suoi 20’000 posti, il rifugio antiatomico del Sonnenberg, inaugurato nel 1976 a Lucerna, è stato per molto tempo la più grande infrastruttura al mondo di questo tipo. La visita di questo testimone della guerra fredda assume un nuovo significato con il ritorno della guerra in Europa. Un parco per bambini, con sabbiera e</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/il-bunker-del-sonnenberg-attira-gli-sguardi-a-seguito-della-guerra-in-ucraina/">Il bunker del Sonnenberg attira gli sguardi a seguito della guerra in Ucraina</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/09/Kueche-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-21406"  class="panel-layout" ><div id="pg-21406-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-21406-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-21406-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>Con i suoi 20’000 posti, il rifugio antiatomico del Sonnenberg, inaugurato nel 1976 a Lucerna, è stato per molto tempo la più grande infrastruttura al mondo di questo tipo. La visita di questo testimone della guerra fredda assume un nuovo significato con il ritorno della guerra in Europa.</strong></p>
<p>Un parco per bambini, con sabbiera e altalene, accanto a una piccola collina. Proprio accanto ad esso, un portale di cemento, il portale del rifugio nucleare di Sonnenberg, il più grande del suo genere mai costruito in Svizzera. Ci troviamo nella zona ovest di Lucerna, nel quartiere di Bruchmatt. La nostra guida, Zora Schelbert, arriva in bicicletta. Zora, di formazione insegnante, propone visite guidate dal 2006. Un’occupazione a tempo parziale, dove ogni visita è diversa. La lucernese non abita lontano, ma in caso di pericolo dovrebbe cercare riparo altrove. Dove? «<em>Ho posto la domanda a un sito internet dedicato a queste questioni, ma non ho avuto risposta</em>», ribadisce. Seguiamo una discesa di 200 metri. Sulle pareti ci sono delle linee arancioni. Ve ne sono 20’000. L’idea proviene dall’associazione Unterirdisch-überleben, che organizza le visite. Ogni linea rappresenta un posto nel bunker. Questa massa di persone sarebbe stata suddivisa nei due tunnel autostradali, protetti da una parte e dall’altra da porte blindate. Questo era il progetto della struttura di protezione civile di Sonnenberg, inaugurata nel 1976.</p>
<p><strong>Elettricità per due settimane</strong></p>
<p>Alla fine del corridoio, saliamo sul punto più alto di una caverna sotterranea di sette piani. Si trova sopra la A5, l’asse autostradale nord-sud su cui transitano 65’000 veicoli al giorno. In tempo di guerra serviva come quartier generale e luogo di lavoro per 700 guardie civili. Ogni piano ha la sua funzione. L’ultimo piano ospita l’energia e il sistema di ventilazione con i suoi sistemi biologici, chimici e di filtri chimici e nucleari. La caverna è dotata di motori diesel e di un rifornimento di carburante che è sufficiente a produrre elettricità per due settimane. Inoltre sono installati argani elettrici sopra l’autostrada: attraverso pozzi, le attrezzature per la sopravvivenza, come letti e servizi igienici, potrebbero essere calati nelle due gallerie. Un terzo della popolazione della città troverebbe rifugio qui.</p>
<p>A Kiev e Kharkiv, in profondità nel sottosuolo le gallerie sotterranee sono utilizzate come rifugi. A Lucerna, questo tratto autostradale di 1,5 km sarebbe servito allo stesso scopo. Nel 1987, si è capito che il progetto si basava su ipotesi non realistiche. Si è cercato di installare 10’000 letti in uno dei tunnel in una settimana. I carri destinati a questo scopo si sono incastrati nei corridoi. E ancora peggio: uno dei cancelli di cemento che avrebbero dovuto chiudere il tunnel non ha funzionato. Nel 2002, si decise infine di “declassare” l’impianto e di progettarlo solo per 2’000 persone. che possono essere ospitate qui entro 24 ore. Fu la fine per il bunker autostradale.</p>
<p><strong>Manifestanti rinchiusi sotto terra</strong></p>
<p>Dopo la sua inaugurazione nel 1976, il bunker del Sonnenberg è servito una sola volta: nel dicembre 2007, in occasione di una manifestazione indetta contro la chiusura di un luogo alternativo. La polizia, che occupa tuttora un piano nel Sonnenberg, aveva rinchiuso decine di manifestanti in celle previste a tale scopo. «<em>È stato come se si volesse testare il luogo</em>», commenta la nostra guida. Quattro anni fa, 200 nuovi lettini erano stati installati in uno dei piani della Caverna per ospitarvi dei rifugiati. Progetto abbandonato.</p>
<p>All’inizio della guerra in Ucraina le richieste di persone che volevano saperne di più sul bunker sono state numerose. Le persone acquistavano scorte e volevano sapere dove rifugiarsi. L’associazione accoglie anche dei tour operator che includono nei loro programmi offerti anche una visita al bunker. «<em>Perché una simile paura di un attacco, per un paese neutrale?</em>» si chiedono i visitatori stranieri. Altre persone si meravigliano che la Svizzera abbia assunto simili misure per proteggere i suoi cittadini. E molti anziani svizzeri ammettono che l’edificio ha dato loro un senso di sicurezza. Per i giovani ospiti, le enormi dimensioni della struttura danno l’idea di quanto fosse presente la minaccia nucleare durante la Guerra Fredda. Zora Schelbert, che quest’anno condurrà la sua millesima visita guidata, ha una visione diversa del rifugio: «<em>Non voglio dipingere questo luogo come ridicolo. Il suo scopo era quello di aiutare le persone, anche se ho dei dubbi sulla sua utilità</em>».</p>
<p><strong>Una densità umana inumana </strong></p>
<p>Chiunque visiti Sonnenberg inevitabilmente immagina la vita sottoterra. Le persone sarebbero forzatamente state confinate nelle loro cuccette. Si sarebbe dovuto serpeggiare nella propria area di ricovero per raggiungere il WC o i rubinetti. Ognuno avrebbe dovuto portare il proprio cibo. L’acqua sarebbe stata razionata. Non sarebbe stato possibile riscaldare il cibo; le uniche cucine del rifugio sono riservate al personale e all’ospedale sotterraneo, il quale comprendeva alcune docce, le uniche dell’edificio. La visita include una sala operatoria, una sala riunioni, uno studio radio. Grazie all’associazione l’arredamento dell’epoca della Guerra Fredda è stato conservato: l’attrezzatura chirurgica, telefoni a filo, razioni di emergenza in polvere. La combinazione di colori è stata conservata. Negli spazi domina il verde e il giallo delle pareti, che si suppone abbiano un effetto calmante. Una sala circolare è dipinta in color salmone. I suoi spazi angusti invitano a ripartire immediatamente.</p>
<p>Nel Sonnenberg c’è una cappella, ma anche delle celle per 16 detenuti. In caso di attacco, le tensioni sotto terra sarebbero senza dubbio esplose. È del tutto possibile che anche il “declassamento” del bunker sia stata una reazione a queste temute tensioni. Infine, in fondo a un pozzo, si può vedere il traffico che scorre veloce sulla A5. Schelbert: «<em>I fondi federali per questo sistema hanno permesso a Lucerna di costruire l’autostrada a basso costo»</em>. In caso di emergenza, i residenti di Lucerna assegnati al bunker non sarebbero arrivati in auto. Avrebbero dovuto entrare nel Sonnenberg attraverso il parco giochi e il tunnel di manutenzione.</p>
<p><em>Stéphane Herzog</em><br />
<em>Schweizer Revue</em></p>
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	<p>La cucina del bunker sembra immensa. Ma in caso di urgenza i pasti caldi erano previsti solo per il personale dirigente. Foto Keystone</p>
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	<p>A destra, l’area giochi per i bambini. A sinistra, l’entrata discreta che conduce al Sonnenberg. Foto Stéphane Herzog</p>
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	<p>20’000 linee dipinte sulla lunga parete del tunnel mostrano per quante persone era stato progettato il rifugio. Foto Stéphane Herzog</p>
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	<p>Una caverna di sette piani forma l’elemento centrale del rifugio della protezione civile del Sonnenberg</p>
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	<p>Oggi, le visite guidate permettono di scoprire l’universo di questo bunker e rituffarsi nei momenti della guerra fredda. Si può visitare anche l’ospedale di soccorso. Foto Stéphane Herzog</p>
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	<p>Il bunker possiede anche delle celle di detenzione.</p>
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	<p>La «Formica»: era questo il nome del grande impianto di protezione civile che è stato organizzato nel 1987 all’interno del tunnel per testare una situazione di emergenza. Foto Keystone</p>
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	<p>Più alto, più grande, più rapido, più bello? Alla ricerca dei record svizzeri che escono dall’ordinario. Oggi: il più grande bunker della protezione civile della Svizzera.</p>
</div>
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	<p><strong>La Svizzera conta più di un posto protetto per persona</strong></p>
<p>Il Sonnenberg fa parte di una politica basata su una legge approvata nel 1959. Garantisce ad ogni residente uno spazio nel rifugio entro 30 minuti a piedi. In Svizzera ci sono 365’000 rifugi privati e pubblici per un totale di circa 9 milioni di posti. La copertura è quindi superiore al 100 percento. Ogni anno vengono creati 50’000 nuovi posti.</p>
<p>L’Ufficio federale di protezione della popolazione prescrive che chi costruisce nuovi edifici deve anche installare, attrezzare e mantenere rifugi. I proprietari di una nuova casa devono realizzare dei rifugi, che devono equipaggiare e mantenere. Se una casa non è dotata di un rifugio, bisogna pagare una tassa. Laddove vi sono delle lacune, i comuni devono costruire, equipaggiare e mantenere dei rifugi pubblici.</p>
<p>Realizzati in cemento armato, i bunker svizzeri dovrebbero resistere all’esplosione di una bomba e ridurre l’esposizione alle radiazioni interne di un fattore 500. Gli svizzeri utilizzano i rifugi come magazzini o talvolta come sale riunioni, e per richiedenti l’asilo. Ma questi locali devono poter essere operativi in cinque giorni.</p>
<p>Il 3 marzo, una settimana dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, la Confederazione ha segnalato che, considerata la situazione in materia di sicurezza, i cantoni devono «<em>rivedere la pianificazione di attribuzione dei posti nei rifugi e adattarli se necessario</em>.» (SH)</p>
</div>
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	<p>Le porte in cemento armato che portano ai rifugi degli immobili abitativi sono familiari agli Svizzeri da decenni.</p>
</div>
</div></div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/il-bunker-del-sonnenberg-attira-gli-sguardi-a-seguito-della-guerra-in-ucraina/">Il bunker del Sonnenberg attira gli sguardi a seguito della guerra in Ucraina</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’onore perso dell’energia idroelettrica</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/onore-perso-energia-idroelettrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 18:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2022]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://gazzettasvizzera.org/?p=20796</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/04/Triftgletscher-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />L’energia idroelettrica costituisce la spina dorsale storica dell’approvvigionamento elettrico della Svizzera. E ciò è ancora più vero oggi, nel contesto della transizione energetica. Ma quest’ultima deve dapprima ripristinare la sua immagine, che è stata offuscata nel corso degli ultimi decenni. Il terreno stretto sotto i nostri piedi ondeggia nel vento o si muovono le montagne</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/onore-perso-energia-idroelettrica/">L’onore perso dell’energia idroelettrica</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/04/Triftgletscher-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-20796"  class="panel-layout" ><div id="pg-20796-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-20796-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-20796-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>L’energia idroelettrica costituisce la spina dorsale storica dell’approvvigionamento elettrico della Svizzera. E ciò è ancora più vero oggi, nel contesto della transizione energetica. Ma quest’ultima deve dapprima ripristinare la sua immagine, che è stata offuscata nel corso degli ultimi decenni.</p>
<p>Il terreno stretto sotto i nostri piedi ondeggia nel vento o si muovono le montagne circostanti? Quando si attraversa, in preda alle vertigini, il ventoso ponte sospeso a 100 metri sopra l’acqua verde del Trift, nell’Oberland bernese, non si sa più bene cosa sia fisso e cosa si muove.</p>
<p>Il ponte del Trift si trova al disopra di Innertkirchen (BE), in una vallata laterale a 1’700 metri di altitudine, nel cuore di una delle regioni montuose più tranquille della Svizzera. Se si osa sostare durante la traversata di questo ponte di 170 metri di lunghezza, si può scorgere una conca montana selvaggia di acqua e, in alto, i resti di quello che un tempo era il vecchio ghiacciaio del Trift. È un luogo dove ci si pongono molte domande – perché la drammaturgia conflittuale dell’utilizzo dell’energia idroelettrica è presentata qui come in un anfiteatro naturale.</p>
<p><strong>E appare un nuovo bacino<br />
</strong>Il riscaldamento climatico ha fatto sciogliere il ghiacciaio del Trift, che ricopriva in precedenza tutto il bacino. La gola così apparsa ha messo in pericolo l’accesso al rifugio del Club Alpino Svizzero, ragione per cui si è costruito nel 2005 il ponte sospeso. Ma il ritiro del ghiacciaio ha anche lasciato un paesaggio montano incontaminato.</p>
<p>Questo “nuovo” bacino glaciale suscita interesse. L’azienda idroelettrica locale KWO vorrebbe costruirvi una diga di 177 metri di altezza e creare così un bacino di stoccaggio, che fornirebbe elettricità a quasi 30’000 economie domestiche.</p>
<p>Questo pone un dilemma: KWO vuole produrre elettricità senza CO<sub>2</sub>, ciò che è indispensabile per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, ma per poterlo fare sacrifica una natura incontaminata. Per questo un’organizzazione di protezione della natura, piccola ma tenace, blocca la costruzione della diga mediante ricorso, pur sapendo che la Svizzera farà altrimenti appello a centrali a gas molto inquinanti per rispondere ad un’eventuale penuria di elettricità. Questo metterà a sua volta in pericolo l’obiettivo di frenare il riscaldamento climatico.</p>
<p>Si potrebbe affermare che nessuna argomentazione permetta di uscire da questo vicolo cieco. Come si è arrivati al fatto che l’energia idroelettrica, un tempo ritenuta marchio di qualità di purezza del “castello d’acqua d’Europa”, debba lottare per ritrovare la sua fama di fonte di energia ecologica?</p>
<p><strong>Carburante dell’alta congiuntura<br />
</strong>Dal momento che la Svizzera non possiede carbone, l’energia idroelettrica ha sempre fatto parte dell’equipaggiamento di base dell’economia energetica. Ma essa è realmente entrata nel DNA del paese durante la fase di alta congiuntura che ha fatto seguito alla Seconda Guerra mondiale. Ad un ritmo frenetico, si sono costruite dighe gigantesche nelle valli alpine, e i bacini di accumulo così creati hanno permesso di contare su un approvvigionamento stabile di elettricità, che è divenuto la spina dorsale della crescita economica.</p>
<p>Grazie a queste costruzioni audaci nelle regioni montagnose di difficile accesso, il piccolo paese alpino si è procurato una buona dose d’indipendenza energetica. Nel 1970, prima che fossero messe in servizio le prime centrali nucleari, circa il 90% dell’elettricità svizzera proveniva dalla forza idrica.</p>
<p>Nel boom degli anni settanta, le escursioni familiari classiche consistevano nel recarsi in auto in Vallese, a Sion ad esempio, per poi visitare l’impressionante diga della Grande Dixence, nella Valle di Hérémence. Si avvertiva una sensazione strana quando ci si trovava ai piedi di questo muro di 285 metri, che è ancora oggi la più alta costruzione della Svizzera. Il suo ventre di cemento pesa 15 milioni di tonnellate, dunque più delle piramidi di Cheope, ed è questo peso enorme che gli permette di mantenere il lago che si estende su chilometri. Cosa avverrebbe se qualcosa si rompesse?</p>
<p>Il rispetto per l’energia idroelettrica è stato alimentato da illustri ingegneri che hanno progettato delle dighe. Il ticinese Giovanni Lombardi, ad esempio, padre del politico borghese Filippo Lombardi, che è anche presidente dell’Organizzazione degli Svizzeri all’Estero, si è fatto un nome nel 1965 con l’elegante diga curva della Verzasca, che ha stabilito degli standard grazie al suo design snello. Quando James Bond ha saltato la diga con una corda elastica nella scena di apertura del film del 1995 “Goldeneye”, il muro è diventato un’icona d’azione. Lombardi, che in seguito ha realizzato la galleria stradale del San Gottardo, è rimasto una figura di riferimento per le strutture spettacolari fino alla sua morte nel 2017.</p>
<p><strong>Canone annuo come cemento nazionale<br />
</strong>L’energia idroelettrica ha consolidato non solo il mito patriottico, ma anche, in maniera più discreta, la coesione nazionale. Poiché l’acqua stoccata frutta parecchio denaro alla montagna: i comuni che ospitano le centrali elettriche ricevono dei canoni per lo sfruttamento della loro risorsa, somme che raggiungono quasi mezzo miliardo di franchi all’anno.</p>
<p>Queste tasse possono essere viste come fondi dall’Altipiano economicamente forte verso le regioni di montagna, che possono così investire nelle loro infrastrutture e lottare contro l’esodo rurale. La Val Bregaglia, nel Canton Grigioni, mostra chiaramente la maniera con cui l’energia idroelettrica colleghi strettamente la Svizzera e colmi il fossato città-campagna: l’azienda elettrica EKZ, a Zurigo, che ha costruito la diga di Albigna negli anni ‘50, è ancora oggi uno dei principali datori di lavoro della valle.</p>
<p><strong>Violenti riflessi di rifiuto<br />
</strong>Tuttavia, l’esaltazione mitica dell’energia idroelettrica fa talvolta dimenticare che la sua estensione ha spesso generato violenti riflessi di rifiuto a livello locale. Tutti si ricordano del villaggio grigionese di Marmorera, sul passo dello Julier, che si è rassegnato ad essere sommerso dal lago della diga dallo stesso nome nel 1954, dopo diverse procedure di espropriazione.</p>
<p><strong>«Filiali di centrali nucleari nelle Alpi»<br />
</strong>Per comprendere per quale motivo l’energia idroelettrica abbia perso smalto, l’anno chiave è tuttavia il 1986. Dopo anni di lotte, le forze motrici NOK hanno affossato il loro progetto di utilizzare la piana della Greina tra i Grigioni e il Ticino per farne un lago di stoccaggio. Spalleggiata dall’opposizione locale, una coalizione di difensori della natura e del paesaggio provenienti da tutta la Svizzera, critici nei confronti della crescita, sono riusciti a mettere al centro della politica nazionale questo altipiano isolato.</p>
<p>La Greina è divenuta il simbolo della critica ecologista nei confronti del circuito dei profitti dell’energia idroelettrica che si è unita ad una controversa energia nucleare. Il principio criticato funziona così: l’energia nucleare a basso costo, che non è necessaria nelle ore di punta, viene utilizzata per generare elettricità. Così, i gestori delle centrali possono produrre elettricità ad un prezzo elevato nei picchi della domanda e massimizzare i loro guadagni. Basate sui profitti, queste «filiali delle centrali nucleari nelle Alpi», come le chiamavano i loro oppositori, legittimano il sacrificio degli ultimi paesaggi naturali incontaminati?</p>
<p><strong>I limiti della crescita?<br />
</strong>Questa domanda esistenziale è da oltre 30 anni fonte di conflitti tra i partigiani e gli oppositori dell’estensione dell’energia idroelettrica. A volte, come nel caso del tentativo inizialmente fallito di innalzare il muro del bacino di Grimsel, la controversia è proseguita fino al Tribunale federale.</p>
<p>Secondo l’organizzazione di protezione dell’ambiente WWF, il 95% del potenziale dell’energia idroelettrica utilizzabile è già sfruttato in Svizzera. Benché la Confederazione imponga agli attori del settore condizioni ecologiche più severe sotto forma di deflussi residui, il WWF ritiene che i limiti siano «<em>superati da tempo</em>»: il 60% delle specie di pesci e di gamberi locali sono già estinti o in fase di estinzione. Ciononostante, sono previste centinaia di nuove installazioni idroelettriche, spesso di piccola dimensione. La più grande, e dunque la più contestata, è quella che deve essere costruita nel terreno liberatosi dopo il ritiro del ghiacciaio del Trift.</p>
<p><strong>Aumento della pressione sulle prestazioni<br />
</strong>Rispetto al periodo della Greina, la situazione è ancora più conflittuale. Sono apparse due nuove problematiche. Da una parte, il riscaldamento climatico e lo scioglimento dei ghiacciai portano ad uno spostamento stagionale degli scarichi di acqua dall’estate alla primavera. Dall’altra parte, dopo la catastrofe di Fukushima, la decisione politica presa dalla Svizzera di liberarsi a poco a poco delle sue centrali nucleari, di sostituirle con fonti di energia rinnovabile e di contribuire così all’obiettivo di zero emissioni di gas ad effetto serra aumenta la pressione sulle prestazioni dell’energia idroelettrica.</p>
<p>È possibile estrarre ancora di più dall’energia idroelettrica, che attualmente fornisce quasi il 60 per cento della produzione di elettricità della Svizzera, senza tradire i requisiti ecologici minimi? «<em>Fondamentalmente, sì</em>», dice Rolf Weingartner, professore di idrologia all’Università di Berna. Egli suddivide le varie parti del problema e le ricompone per riassumere sobriamente questo dibattito emotivo.</p>
<p><strong>L’energia idroelettrica, nuovo servizio pubblico?<br />
</strong>Dal momento che l’energia idroelettrica produce elettricità quasi priva di CO<sub>2</sub>, essa rimane una fonte di approvvigionamento indispensabile per evitare le penurie, soprattutto d’inverno, quando gli impianti solari sono ad esempio meno produttivi. Nel contempo, il riscaldamento climatico mostra l’importanza dei bacini delle dighe sotto una luce nuova, afferma Rolf Weingartner. Poiché dal punto di vista idrologico, la fonte dei ghiacciai fa in modo che le riserve d’acqua che garantivano flussi elevati, soprattutto nel semestre estivo, verranno a mancare in futuro. Di conseguenza, durante la bella stagione mancherà acqua.</p>
<p>Considerato nel complesso dell’anno, in futuro ci saranno ancora volumi di scarico d’acqua altrettanto grandi come lo sono oggi. Tuttavia, poiché i ghiacciai non svolgeranno più il loro ruolo di serbatoi e anche l’influenza dello scioglimento delle nevi è in diminuzione, il deflusso sarà distribuito in modo più sfavorevole nel corso dell’anno. «<em>Ciò significa –</em> conclude Rolf Weingartner – <em>che dovremo sostituire, nelle Alpi, le riserve naturali di acqua con riserve artificiali</em>». In altre parole, ai serbatoi esistenti delle aziende elettriche verrà attribuita una funzione supplementare per la gestione sostenibile dell’acqua nell’epoca del cambiamento climatico, alimentando ad esempio l’irrigazione agricola durante i mesi caldi e secchi.</p>
<p>Inoltre, verranno ad esempio installati sulle dighe, come quella di Muttsee a Glarona, degli impianti fotovoltaici che, situati al di là del limite della nebbia, producono elettricità tutto l’anno. Di fronte a questa nuova multifunzionalità, Rolf Weingartner considera l’energia idroelettrica come «<em>un servizio pubblico per la produzione di energia, e anche per la copertura a lungo termine del fabbisogno idrico, ciò che include un utilizzo ecologicamente responsabile delle acque residue</em>». Da questo punto di vista, il dibattito tra interessi ecologici ed economici su ogni singolo progetto di diga è un esercizio poco produttivo.</p>
<p>Lo specialista auspica un nuovo approccio globale, anche perché il riscaldamento climatico farà comparire nelle Alpi, dopo il ritiro dei ghiacciai, oltre 1’000 nuovi laghi che avranno un potenziale per la gestione dell’acqua. «<em>Dovremmo definire delle zone di priorità</em>», ribadisce Rolf Weingartner. Vale a dire dividere, sotto la guida della Confederazione, lo spazio alpino in varie zone dove sarebbero prioritarie la produzione di elettricità, l’ecologia, il turismo o l’agricoltura. Questo separerebbe gli interessi per zone ed eviterebbe probabili conflitti.</p>
<p>Rolf Weingartner è cosciente che la sua visione pacifista della gestione dell’acqua abbia poche probabilità di farsi largo nella “realpolitik” svizzera. Per il momento. Ma se la Svizzera resta un paese dove il consumo di elettricità aumenta inesorabilmente, essa dovrà forzatamente riflettere.</p>
<p><em>Schweizer Revue</em><br />
<em>Jürg Steiner</em></p>
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	<p>Il ghiacciaio del Trift si è sciolto, lasciando affiorare un nuovo paesaggio di montagna incontaminato. L’azienda elettrica locale vorrebbe costruirvi una diga per produrre elettricità. Foto d’archivio Keystone(2009)</p>
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	<p>La piana della Greina, tra i Grigioni e il Ticino, segna una svolta nello sfruttamento dell’energia idroelettrica in Svizzera: i difensori della natura hanno impedito la sua immersione. Il progetto di centrale idroelettrica è stato abbandonato nel 1986. Foto Keystone</p>
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	<p>Più pesante della piramide di Cheope: l’impressionante diga della Grande Dixence. Si tratta della più alta costruzione della Svizzera. Foto Keystone</p>
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		><h3 class="widget-title">Mancherà elettricità in Svizzera?</h3>
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	<p>La questione sul fatto se in futuro in Svizzera mancherà elettricità scuote gli animi. La domanda continuerà inesorabilmente a presentarsi: il gruppo Axpo prevede un aumento del 30% della domanda di elettricità entro il 2050.</p>
<p>È possibile che la “transizione energetica”, ossia l’abbandono contemporaneo dell’energia nucleare e delle fonti di energia fossile, stimoli l’aumento della domanda. La sostituzione dei riscaldamenti a nafta mediante pompe di calore e delle vetture a benzina con auto elettriche faranno diminuire le emissioni di CO<sub>2</sub>, ma aumentare il consumo di elettricità. In quale misura i guadagni d’efficienza e i cambiamenti di comportamento freneranno la domanda? Difficile dirlo.</p>
<p>Un nuovo studio dell’Ufficio federale dell’energia mostra che dal 2025 saranno da temere brevi penurie di elettricità in inverno. Abbandonando i negoziati su un accordo quadro con l’UE, il Consiglio federale ha ulteriormente aggravato la situazione. Di conseguenza, l’UE respinge l’accordo sull’elettricità già negoziato, ciò che complicherà il compito della Svizzera, allo stato attuale, per approvvigionarsi sul mercato europeo dell’elettricità in caso di urgenza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’industria d’armamento svizzera è sulla difensiva</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/industria-di-armamento-svizzera-sulla-difensiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2022 20:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Marzo 2022]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2022/02/Radpanzer-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />L’armamento militare internazionale sta generando un boom dell’industria svizzera delle armi. Ma le esportazioni di armi sono giustificabili per un paese neutrale con un’immagine umanitaria? La pressione della società civile costringe la sfera politica ad agire. Il 21 novembre 2022, prenderanno il via in Qatar i Mondiali di calcio. Per proteggere gli stadi e il</p>
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	<p>L’armamento militare internazionale sta generando un boom dell’industria svizzera delle armi. Ma le esportazioni di armi sono giustificabili per un paese neutrale con un’immagine umanitaria? La pressione della società civile costringe la sfera politica ad agire.</p>
<p>Il 21 novembre 2022, prenderanno il via in Qatar i Mondiali di calcio. Per proteggere gli stadi e il paese, il ricco emirato petrolifero si sta aggiornando su vasta scala. L’emirato si è lanciato in una serie di acquisti in Svizzera ordinando dei sistemi di difesa antiaerea all’azienda Rheinmetall Air Defence per un valore di quasi 200 milioni di franchi. I cannoni, sviluppati e costruiti a Zurigo, eliminano droni e missili nemici con una precisione millimetrica. Il Consiglio federale ne ha autorizzato l’esportazione, benché il rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione sollevi delle questioni, in particolare per quanto concerne l’utilizzo dei lavoratori stranieri sui cantieri dei Mondiali. Ancora nel 2019, durante una valutazione, il Dipartimento federale degli affari esteri era giunto alla conclusione che in Qatar i diritti dell’uomo venivano sistematicamente e gravemente ignorati. Poteva trattarsi di un motivo di esclusione dell’esportazione di materiale bellico. Ma il Consiglio federale aveva invocato una clausola d’eccezione decretata nel 2014: se vi è un rischio minimo che le armi siano utilizzate nel paese di destinazione per commettere violazioni dei diritti umani, l’esportazione resta possibile. O, secondo l’interpretazione delle autorità: i cannoni di difesa antiaerea difficilmente sono adatti per opprimere la propria popolazione.</p>
<p><strong>Armi in mani sbagliate</strong><br />
L’esportazione di materiale bellico si scontra con la crescente incomprensione della popolazione civile svizzera. A ciò si aggiunge il fatto che, in questi ultimi anni, la stampa ha rivelato sempre più casi nei quali le armi regolarmente fornite dalla Svizzera sono arrivate nelle mani sbagliate. Ad esempio, delle granate a mano che erano state vendute nel 2003 agli Emirati arabi sono riapparse anni dopo nella guerra civile in Siria. Il Qatar, da parte sua, aveva fornito illegalmente, dieci anni fa, delle munizioni svizzere a dei ribelli libici, il che aveva comportato una sospensione delle esportazioni. Per le persone critiche nei confronti della politica svizzera, questi esempi mostrano che le esportazioni di armi comportano numerosi rischi, anche per la reputazione della Svizzera in quanto difensore dei diritti dell’uomo.</p>
<p>Nel 2018, una vasta coalizione di organizzazioni di diritti dell’uomo, di organizzazioni di assistenza e di partiti ha lanciato l’iniziativa detta «correttrice». Essa prevedeva di iscrivere nella Costituzione le linee rosse da non superare in occasione dell’esportazione di armi: niente forniture ai paesi che violano sistematicamente i diritti umani o che sono implicati nelle guerre civili o in conflitti armati. Gli iniziativisti volevano così evitare che il Consiglio federale cedesse alla pressione del settore dell’armamento per facilitare le esportazioni. Sono comunque riusciti a raccogliere ben più delle 100’000 firme necessarie per una votazione popolare. La votazione non ha poi avuto luogo poiché il Parlamento, avendo captato il segnale della società civile, ha inserito direttamente nella legge criteri d’esportazione più severi. Gli autori dell’iniziativa si sono dichiarati soddisfatti e l’hanno ritirata.</p>
<p><strong>Maggiori controlli democratici</strong><br />
«"L'iniziativa correttrice" ha soprattutto permesso di evitare che la situazione sfuggisse di mano», afferma uno dei suoi autori Josef Lang. L’ex consigliere nazionale dei Verdi e cofondatore del Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) preferirebbe evidentemente un divieto totale delle esportazioni di materiale bellico. Ma il popolo svizzero non è di questo parere: nel 2009, un’iniziativa popolare in tal senso è stata respinta con il 68% dei voti. Nel 2020, è fallito un nuovo tentativo che voleva vietare il finanziamento dei produttori di materiale bellico: quasi il 58% degli Svizzeri ha espresso il proprio rifiuto in votazione popolare.</p>
<p>Secondo Josef Lang, "L'iniziativa correttrice" costituisce comunque un netto progresso: «Il controllo democratico è rafforzato e il Consiglio federale faticherà maggiormente a concedere agevolazioni». Se, finora, il governo poteva modificare i criteri applicati all’esportazione di armi, spetta ora al Parlamento esprimersi e in ultima istanza decide il popolo, sottolinea Lang. Il Parlamento non ha voluto concedere pieni poteri al Consiglio federale, che chiedeva di poter in ogni caso autorizzare delle eccezioni per «salvaguardare gli interessi del paese».</p>
<p><strong>«Il controllo democratico è rafforzato e il Consiglio federale faticherà maggiormente a concedere agevolazioni in materia di disposizioni di esportazione».</strong></p>
<p>Non si è molto contenti delle decisioni parlamentari: «Le conseguenze sono immense», ribadisce Matthias Zoller, direttore del Centro di lavoro sicurezza e tecniche di difesa, che rappresenta gli interessi delle aziende di materiale bellico. A medio termine, l’industria bellica lascerà la Svizzera, profetizza egli, per trasferirsi nell’Unione europea. L’UE investe otto miliardi di euro in un programma di insediamento dell’industria bellica: «Le imprese svizzere sono le benvenute in qualsiasi momento». Il futuro regime d’esportazioni non permetterà più di esportare verso i paesi implicati in un conflitto armato. «In caso di interpretazione restrittiva, come è lecito attendersi, non si potrà più esportare nemmeno negli Stati Uniti, in Francia o in Danimarca», nota Mathias Zoller. Il settore si aspetta dunque dalla Confederazione una certezza in materia di pianificazione e una «dichiarazione chiara secondo la quale le esportazioni verso i paesi amici e la cooperazione con essi restino possibili».</p>
<p>Sono interessate dalle restrizioni circa 200 imprese che chiedono regolarmente allo Stato autorizzazioni per esportare materiale bellico. L’industria di sicurezza e delle tecniche di difesa svizzere occupa secondo le stime ufficiali, fornitori compresi, tra le 10’000 e le 20’000 persone. Essa produce beni militari che non sono classificati come materiale bellico, poiché non sono utilizzati in maniera offensiva in guerra. Ne fanno parte, ad esempio, gli aerei di allenamento dell’aviazione svizzera Pilatus. Questi aerei possono dunque essere forniti perfino a Stati come gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania o l’Arabia Saudita, che sono alle prese con la guerra dello Yemen.</p>
<p>Il Qatar potrà continuare a ordinare dei cannoni “Swiss made”? Ciò dipenderà dal modo con cui il Consiglio federale valuterà la situazione dei diritti umani nel paese in occasione delle nuove richieste di esportazione. In questo momento, il Qatar non è coinvolto in guerre come quella dello Yemen. Secondo gli esperti del Vicino Oriente, questo ricco stato del Golfo Persico ambisce però a divenire una potenza regionale. Questo aumenta il rischio che esso venga implicato in futuri conflitti, il che potrebbe suscitare violazioni del diritto internazionale umanitario. La Svizzera, paese depositario delle Convenzioni di Ginevra, non ha interesse a che ciò avvenga.</p>
<p><em>Schweizer Revue</em><br />
<em>Theodora Peter</em></p>
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	<p>Un bene d’esportazione svizzero molto richiesto: il veicolo blindato Piranha del costruttore Mowag. Foto Keystone</p>
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	<p>I cannoni ad alta precisione svizzeri, come qui il sistema di difesa antiaerea del tipo Oerlikon Skyshield, sono uno dei prodotti d’esportazione dell’azienda d’armamento Rheinmetall. Foto: Rheinmetall Air Defence</p>
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	<p>Sviluppo delle esportazioni di materiale bellico dal 2010 al 2020 in milioni di CHF</p>
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		><h3 class="widget-title">Gli Svizzeri negli eserciti stranieri</h3>
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	<p>Il know how militare ha una lunga tradizione in Svizzera. Fino al XIX secolo, centinaia di migliaia di Confederati erano impegnati al servizio di potenze straniere. Si è dovuta attendere la fondazione dello Stato federale moderno per vedere la fine della pratica del mercenariato.</p>
<p>Per molto tempo i vecchi Confederati intendevano conquistare essi stessi delle terre straniere. Ciò è cambiato nel 1515 con la battaglia di Marignano. I Confederati persero la guerra per il Granducato di Milano e dovettero seppellire i loro desideri espansionistici. Invece di combattere come soldati per il loro paese, i figli dei contadini ebbero il diritto di partecipare a guerre straniere. Il sistema mercenario conobbe il suo periodo d’oro tra il XV e il XVIII secolo. I servizi presso eserciti stranieri sono stati a lungo il secondo settore economico più importante della Svizzera dopo l’agricoltura. I contadini venivano allora reclutati da ufficiali svizzeri. Questi hanno combattuto per Francia, Spagna, Austria, Savoia, Ungheria o nei Paesi Bassi. La Guardia Svizzera del Vaticano, responsabile della sicurezza del Papa dall’inizio del XVI secolo, è ancora in servizio.</p>
<p><strong>Fuggire dalla miseria e cercare l’avventura</strong><br />
Con la fondazione dello Stato federale nel 1848, il servizio militare a beneficio delle potenze straniere è continuamente scemato. Ma la Legione straniera francese ha continuato a reclutare decine di migliaia di soldati. Se la Svizzera ha vietato la promozione di tali servizi nel 1859, l’arruolamento è rimasto ancora tollerato fino agli anni 1920. Anche altre potenze coloniali come l’Olanda hanno utilizzato dei mercenari svizzeri. Secondo lo storico Philipp Krauer, quasi 7’600 soldati elvetici si sono così battuti nell’esercito coloniale olandese nella regione dell’attuale Indonesia tra il 1815 e il 1914. Philipp Krauer conduce delle ricerche sulla loro storia nell’ambito del progetto “Swiss Tool of Empire”. Di fronte alla miseria e all’emigrazione, numerosi politici erano sollevati, all’epoca, di vedere «gli Svizzeri più poveri scegliere la via poco dispendiosa dell’esercito coloniale», scrive lo storico. Oltre a voler fuggire dalla miseria, numerosi mercenari cercavano anche l’avventura. La rappresentazione romantica del servizio sotto i tropici si è ben presto scontrata con la dura realtà. In Indonesia, quasi la metà dei mercenari perì durante il servizio. E gli Svizzeri impegnati all’estero non avevano la possibilità di effettuare una carriera militare. Deplorando la loro scelta, numerosi di essi si rivolgevano al consolato svizzero nella speranza di poter annullare il loro contratto, spesso invano.</p>
<p>Dal 1927, il Codice penale militare vieta il servizio straniero. Dopo la Seconda Guerra mondiale, quasi 240 soldati sono stati rinviati ogni anno a giudizio, poiché nonostante questo divieto, si erano impegnati nella Legione straniera. Anche gli 800 combattenti volontari che si impegnarono dal 1936 al 1939 a fianco dei Repubblicani contro il fascismo nella guerra civile spagnola sono stati duramente condannati dalla giustizia. 70 anni più tardi, il Parlamento ha riabilitato questi uomini che si sono battuti per la libertà e la democrazia.</p>
<p><strong>Vietate le imprese di mercenari</strong><br />
Dopo il 2013, le imprese di mercenari sono inoltre esplicitamente vietate in Svizzera. Le imprese di sicurezza svizzere non hanno né il diritto di prendere parte alle ostilità nell’ambito dei conflitti armati all’estero, né di reclutare personale per questo. La Svizzera ha dunque assunto le proprie responsabilità, come ha sottolineato l’ex ministro della giustizia Simonetta Sommaruga (PS) presentando la legge: «Ciò che fanno le imprese la cui sede è in Svizzera non può esserci indifferente».</p>
<p><em>Schweizer Revue</em><br />
<em>Theodora Peter</em></p>
<p>Per approfondire questa tematica, i Soldati svizzeri del Servizio straniero (Archivi federali): revue.link/soldats Les mercenaires suisses en Indonésie (Musée national): revue.link/mercenaires</p>
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	<p><em>Una professione sanguinaria in abiti eleganti: il mercenario Gall von Unterwalden</em>. Incisione su legno colorato datata del 1520–1530. Foto Keystone</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/industria-di-armamento-svizzera-sulla-difensiva/">L’industria d’armamento svizzera è sulla difensiva</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>In materia di suffragio femminile la Svizzera ha volutamente ritardato</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/in-materia-di-suffragio-femminile-la-svizzera-ha-volutamente-ritardato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 15:48:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Giugno 2021]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2021/05/Parlament-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />La prima donna eletta in Parlamento vive oggi all’estero Solo 50 anni fa – era il 1971 – le donne svizzere hanno ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità, dopo un secolo di lotte. Hanna Sahlfeld-Singer stata una delle primissime donne parlamentari nel Parlamento federale: "Ci voleva sempre molta volontà", rammenta questa Svizzera che</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/in-materia-di-suffragio-femminile-la-svizzera-ha-volutamente-ritardato/">In materia di suffragio femminile la Svizzera ha volutamente ritardato</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2021/05/Parlament-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-18865"  class="panel-layout" ><div id="pg-18865-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-18865-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-18865-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>La prima donna eletta in Parlamento vive oggi all’estero</strong></p>
<p>Solo 50 anni fa – era il 1971 – le donne svizzere hanno ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità, dopo un secolo di lotte. Hanna Sahlfeld-Singer stata una delle primissime donne parlamentari nel Parlamento federale: "Ci voleva sempre molta volontà", rammenta questa Svizzera che vive oggi all’estero.</p>
<p>Il giorno in cui le donne svizzere sono ufficialmente diventate cittadine a pieno titolo ha una data precisa: era il 7 febbraio 1971. Le Svizzere si sono viste concedere il diritto di voto e di eleggibilità a livello federale in occasione di una votazione storica.</p>
<p>Hanno dunque potuto partecipare alle elezioni e alle votazioni, candidarsi al Parlamento, firmare iniziative popolari e referendum. Sono gli uomini che hanno preso tale decisione, poiché solo loro disponevano di tutti i diritti politici fino a quel momento. Le donne, dopo la fondazione dello Stato federale nel 1848, non avevano né il diritto di voto né il diritto di eleggibilità.</p>
<p>Nel 1959, la maggioranza degli uomini svizzeri aveva ancora preferito gestire autonomamente la politica. Con quasi il 70% di «no», essi avevano respinto il suffragio femminile a livello federale. Dodici anni dopo, questo non era più sostenibile. «Non siamo qui per chiedere, ma per pretendere», affermava Emilie Lieberherr, futura consigliera di Stato zurighese, in occasione di una grande manifestazione nella Piazza federale. Due uomini svizzeri su tre accettarono allora il progetto alle urne. Dall’autunno 1971, le prime elezioni nazionali avvennero con la partecipazione delle donne. Vennero «solennemente elette» undici consigliere nazionali e una consigliera agli Stati, come riportò la stessa sera la “Tagesschau”.</p>
<p><strong>Il racconto della pioniera</strong><br />
Due di queste pioniere sono ancora in vita oggi: la vallesana Gabrielle Nanchen e la sangallese Hanna Sahlfeld-Singer, entrambe socialiste. Hanna Sahlfeld vive attualmente in Germania, paese d’origine del marito. Quando è stata eletta in Consiglio nazionale, la teologa aveva 28 anni ed era madre di un bambino di un anno. «Il mio primo giorno a Palazzo federale è stato eccitante», ha confidato alla «Revue Suisse» la donna che oggi ha 77 anni. Quando ha cercato di entrare nella stanza dei bottoni a Berna, è stata dapprima rinviata all’entrata dei visitatori. Oggi ride. Ma l’aneddoto illustra molto bene le resistenze a cui ha dovuto far fronte.</p>
<p>Una donna pastore protestante, madre e professionalmente attiva, sposata con uno straniero e desiderosa di agire a livello politico: «ciò ha sopraffatto molte persone», afferma Hanna Sahlfeld. Verso il 1970, aveva difeso il diritto di voto delle donne nei suoi discorsi pronunciati in occasione della Festa federale. Le reazioni erano state feroci. «Le persone sapevano che non mi avrebbero fatto cambiare idea.» È stato piuttosto suo marito – anch’egli pastore – che ha dovuto incassare il colpo. Tuttavia, non ha mai cessato di sostenerla.</p>
<p><strong>Costretta a rinunciare alla sua professione</strong><br />
Hanna e Rolf Sahlfeld volevano condividere il lavoro e crescere il loro bambino. Il loro modello familiare si distingueva dai soliti ruoli. Ma, la svizzera, proveniente da una famiglia operaia, ha dovuto rinunciare al pastorato a favore del suo mandato in Consiglio nazionale. Questa era la legge, un residuo della guerra culturale tra Chiesa e Stato. Per poter fare politica, Hanna Sahlfeld ha dovuto svolgere a casa i compiti tradizionali di una moglie di un pastore. In Consiglio nazionale, si è battuta in particolare per una migliore assicurazione sociale per le donne e per ridurre la velocità sulle strade.</p>
<p>Essa ottenne un successo politico indiretto semplicemente per il fatto che le donne sedevano a quel momento a Palazzo federale. Nel 1972, ebbe un secondo figlio, una prima per una consigliera nazionale in funzione. I media ne parlarono e dissero che i suoi figli non possedevano la nazionalità svizzera perché il loro padre era straniero. Quando si era sposata, ha perfino dovuto fare domanda per rimanere cittadina svizzera. Questa discriminazione nei confronti delle donne, che concerneva numerose famiglie con doppia nazionalità, è stata abolita solo nel 1978. «In seguito, numerose Svizzere all’estero hanno potuto “rinaturalizzare” i loro figli», precisa Hanna Sahlfeld.</p>
<p><strong>«Tanto nuovo quanto audace»</strong><br />
In materia di diritti politici delle donne, la Svizzera faceva parte del fanalino di coda dell’Europa, come il Portogallo e il Liechtenstein. La Germania, ad esempio, ha introdotto il voto femminile nel 1918 e la Francia nel 1944, ossia dopo le due guerre mondiali e le loro conseguenze. Nulla di ciò è accaduto in Svizzera. E il voto femminile ha dovuto superare l’ostacolo di una votazione federale. Ma questo non spiega completamente perché una delle più antiche democrazie d’Europa avesse accumulato così tanto ritardo. Nel suo libro apparso nel 2020, «Jeder Frau ihre Stimme», la storica Caroline Arni conclude che privare le donne dei diritti politici è stata, in Svizzera, una decisione presa e confermata ripetutamente: «Non si è trattato di un ritardo per dimenticanza, né di un balbettio nel motore della modernità.»</p>
<p>Anche la cultura svizzera «delle alleanze maschili», influenzata dai miti di fondazione della Confederazione, ha avuto una parte di responsabilità, aggiunge il politologo Werner Seitz. Vi era anche, in tutte le fasce sociali, l’idea di una gerarchia dei sessi ben ancorata. La giurista Emilie Kempin-Spyri ne fece già le spese nel 1887. Non disponendo del diritto di cittadinanza attiva in quanto donna, non poteva svolgere la professione di giudice. Aveva citato in giudizio il Tribunale federale, ma senza successo. I giudici trovarono le sue argomentazioni – essa riteneva che il diritto di voto nella Costituzione concernesse anche le donne – «tanto nuove quanto audaci».</p>
<p><strong>Il prezzo da pagare</strong><br />
Dopo l’inizio del XX secolo, sempre più donne – e uomini – iniziarono ad impegnarsi a favore del voto femminile. Il governo svizzero esaminò la questione con lentezza, e alcuni cantoni si sono battuti per il loro territorio sovrano. E con gli sconvolgimenti sociali alla fine degli anni 60 era giunto il momento anche per il governo federale. L’ultimo cantone ad introdurre il suffragio femminile è stato Appenzello Interno, nel 1990, su ordine del Tribunale federale.</p>
<p>«Si è veramente dovuto lottare molto», ribadisce Hanna Sahlfeld. Nel 1975, essa venne brillantemente rieletta, anche se finì per rinunciare al suo mandato. A causa del suo impegno politico suo marito non era più in grado di trovare lavoro in Svizzera. La famiglia lasciò il paese e ricominciò daccapo in Germania, vicino a Colonia. Hanna Sahlfeld fa parte di queste pioniere che hanno preparato il terreno per le future generazioni femminili a Palazzo federale. Per renderle omaggio, sono state poste delle targhe commemorative sulla sua vecchia scrivania. «È valso la pena lottare», conclude Hanna Sahlfeld, anche se suo marito ne ha pagato le spese. E aggiunge che, in materia di uguaglianza, molte cose sembrano oggi naturali: «Ma se le donne dimenticano di consolidare quanto acquisito, potrebbero nuovamente perdere le loro conquiste.»</p>
<p>Per saperne di più sui 50 anni di suffragio femminile in Svizzera: www.ch2021.ch</p>
<p><em>Susanne Wenger</em></p>
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	<p>Hanna Sahlfeld in occasione del suo primo giorno in Consiglio nazionale, accanto al consigliere agli Stati PS Matthias Eggenberger, e al consigliere nazionale PS Rolf Weber. Archivio Keystone, 1971</p>
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	<p>Mezzo secolo più tardi: Hanna Sahlfeld circondata dal pubblico a Palazzo federale, in occasione di un evento intitolato «Professioni: le donne possono fare tutto». Archivio Keystone, 2019</p>
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	<p>Il battipanni come immagine-choc. Manifesto della campagna contro il progetto di suffragio femminile a Zurigo nel 1947. Foto Keystone</p>
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	<p>Il campo del «sì» mostrava i suoi argomenti: «Un popolo libero ha bisogno di donne libere» (1946). Archivi del Museo del design di Zurigo</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		><h3 class="widget-title">Come le donne fanno uso dei loro diritti politici </h3>
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	<p>Da 50 anni le donne dispongono del diritto di voto e di eleggibilità. La loro proporzione di donne nei consessi politici sta crescendo. Ma sono ancora necessari alcuni sforzi per raggiungere una rappresentanza equilibrata dei sessi.</p>
<p>Nel 2019, sono state elette in Consiglio nazionale 84 donne. Sono 20 in più rispetto al 2015. Dopo l’introduzione del suffragio femminile, nel 1971, non si era mai notato un simile aumento. E la proporzione di donne non era mai stata così elevata – essa è oggi del 42% – alla Camera bassa. In Consiglio degli Stati, si nota perlomeno un cambiamento di tendenza: dopo un calo della quota di donne per dodici anni, quest’ultima ha raggiunto un nuovo record, il 26%. «Si tratta di un segnale forte e che era urgente. Esso riflette lo spirito dell’epoca e lo sciopero delle donne», ha affermato la consigliera nazionale verde liberale Kathrin Bertschy. La Bernese copresiede Alliance F, un’associazione mantello non partigiana di organizzazioni femminili che difende, tra l’altro, una rappresentanza equilibrata dei sessi in Parlamento. Alliance F è anche corresponsabile della campagna «Helvetia chiama!», il cui obiettivo è quello di sostenere sistematicamente le potenziali candidate.</p>
<p>«Abbiamo incitato i partiti e i responsabili delle liste ad inserire delle donne nelle liste e abbiamo organizzato degli atelier e dei programmi di mentorato per i candidati», spiega Flavia Kleiner, co-iniziatrice della campagna. «Non si tratta per noi di equità, bensì di una corretta rappresentanza della popolazione svizzera. In fin dei conti, la popolazione è composta per metà da donne», rileva Flavia Kleiner.</p>
<p><strong>Tentativo di recupero con 170 anni di ritardo</strong><br />
Ma perché sono occorsi 50 anni affinché la percentuale di donne in Parlamento aumentasse sensibilmente? «Bisogna vedere tutto ciò come una corsa a staffetta», afferma Flavia Kleiner. «Gli uomini hanno iniziato con circa 170 anni di anticipo. Non sorprende dunque che ci sia voluto del tempo per recuperarli.» Come sottolinea Kathrin Bertschy, le strutture sono state create dagli uomini, per gli uomini: «In occasione dell’introduzione del suffragio femminile, si è persa l’opportunità di stabilire una rappresentanza proporzionale dei sessi, come è stato il caso per i cantoni o le regioni linguistiche in Consiglio nazionale. Ma lo Stato federale si basa su un gran numero di quote. Faccio anch’io parte, in un certo modo, delle quote bernesi.»</p>
<p>Per molto tempo però sono state elette poche donne, ma anche poche donne si sono candidate. Flavia Kleiner vede le ragioni di ciò principalmente negli ostacoli strutturali: "Non è facile conciliare il lavoro politico e la vita familiare. le riunioni e gli eventi si svolgono spesso di sera o nel fine settimana. Inoltre, la cultura della politica è ancora dominata dagli uomini e il modo in cui si comportano tra di loro è a volte piuttosto rude. Ma anche i media trattano le donne più duramente".<br />
Tutto ciò riduce l’attrattività di un mandato politico agli occhi delle donne. Di conseguenza, occorrono maggiori sforzi per convincerle a candidarsi, rileva la politologa Sarah Bütikofer, che studia la partecipazione politica delle donne. Essa afferma che sono proprio i partiti quelli più in grado di agire: «In Svizzera, l’organizzazione dei partiti è cantonale. Essi hanno i mezzi per promuovere le donne e inserirle in buona posizione nelle liste.» L’elezione in Consiglio nazionale o in Consiglio degli Stati richiede generalmente un’esperienza a livello cantonale. Nessuno o quasi viene eletto direttamente nel Parlamento nazionale. «A livello nazionale sono i vertici di un partito a fare politica. È dunque indispensabile incoraggiare le donne a partire dai livelli cantonali e comunali affinché si abbiano in seguito candidate qualificate per le funzioni più importanti», spiega Sarah Bütikofer.</p>
<p><strong>Troppo riservate? Troppo poco sicure di sé?</strong><br />
Ma soprattutto a livello cantonale, la Svizzera è ancora lontana dalla parità di genere. Nel 2019, la proporzione di donne nei parlamenti e nei governi cantonali era tra il 25 e il 29%. Da una parte è vero che Basilea Città è riuscita ad aumentare la percentuale di donne nel parlamento cantonale al 42% alla fine di ottobre 2020. Ma allo stesso tempo, ancora una volta nel governo cantonale di Argovia sono stati eletti unicamente degli uomini, mentre nel parlamento cantonale dello stesso cantone la percentuale di donne è addirittura diminuita.</p>
<p>Martina Sigg, presidente delle donne PLR del canton Argovia, non è soddisfatta di questo risultato: «In alcuni distretti, trovare delle donne non è semplice. Esse sono molto più riservate e osano meno lanciarsi in politica: spesso, bisogna cercarle attivamente e convincerle. Si presentano raramente spontaneamente”. Per questo Martina Sigg trova che le campagne come «Helvetia chiama!» siano importanti. Ciò non toglie che nel 2019, in occasione del rinnovo del governo cantonale argoviese, essa abbia votato per il candidato maschile Jean-Pierre Gallati (UDC), e non per Yvonne Feri (PS). «L’UDC aveva diritto a questo seggio, e il candidato era secondo me più idoneo per questo mandato. Occorre anche chiedersi chi si voglia rappresentare: i partiti o i sessi? Per me, i partiti hanno la priorità, anche se avrei gradito molto che l’UDC presentasse una buona candidata.»</p>
<p><strong>La politica al di fuori dai partiti</strong><br />
Presentarsi alle elezioni è una cosa, ma votare è un'altra. E le donne svizzere sono rimaste elettrici piuttosto esitanti: Il sondaggio elettorale svizzero Selects, per esempio, mostra, che nelle elezioni federali del 2019, solo il 41% delle donne aventi diritto al voto hanno votato - ma anche solo il 49% degli uomini.</p>
<p>È forse la politica pesante delle istituzioni a spaventare le donne? Lo sciopero delle donne nel 2019, quando centinaia di migliaia di donne sono scese in piazza, ha dimostrato che sono decisamente impegnate in questioni politiche. "Ho partecipato allo sciopero delle donne e ora sono stata coinvolta nella Commissione federale “dini Mueter”, che abbiamo fondato dopo lo sciopero delle donne e che sostiene migliori condizioni di lavoro nell'assistenza all'infanzia", afferma Lina Gafner.</p>
<p>A 38 anni Lina Gafner non ha voluto affiliarsi ad un partito. «Non amo le lotte di potere, il culto della personalità, il fatto di obbedire ad una politica partigiana. Mi impegno per cause ben precise.» È questo anche il senso del lavoro politico e della lobby della Commissione federale “dini Mueter”. «Ma non desidero un mandato politico. Le condizioni quadro non mi sono favorevoli e sarebbe troppo difficile conciliare questo con il mio lavoro e la mia famiglia», afferma l’interessata.</p>
<p>La consigliera nazionale Kathrin Bertschy saluta le forme alternative di partecipazione politica. Ma insiste: «È importante che le donne siano rappresentate in Parlamento e che non lascino tutti i posti agli uomini. Poiché solo così si potranno meglio cambiare le cose e migliorare le leggi e le condizioni che concernono le donne.»</p>
<p><em>Eva Hirschi, giornalista indipendente a Losanna.</em></p>
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	<p>Secondo Flavia Kleiner, le donne hanno bisogno di tempo: «Gli uomini hanno iniziato con circa 170 anni di anticipo.»</p>
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	<p>Katrin Bertschy è soddisfatta della progressione delle donne in Parlamento: «È un segnale forte e che era urgente.»</p>
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	<p>Sarah Bütikofer: «I partiti hanno i mezzi per promuovere le donne e inserirle in buona posizione nelle liste.»</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/in-materia-di-suffragio-femminile-la-svizzera-ha-volutamente-ritardato/">In materia di suffragio femminile la Svizzera ha volutamente ritardato</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Ombre sull’oro blu</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/ombre-sulloro-blu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Apr 2021 16:09:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2021]]></category>
		<category><![CDATA[In profondità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2021/04/Reservoir-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />La Svizzera possiede grandi riserve idriche. Ogni famiglia ha praticamente sempre accesso all’acqua potabile pulita. Almeno si spera… poiché il «castello d’acqua dell’Europa» mostra alcune fessure. In Svizzera, le materie prime non sono abbondanti, ma l’acqua scorre a fiotti. Non per nulla il nostro paese è denominato il castello d’acqua dell’Europa. Il Reno e il</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/ombre-sulloro-blu/">Ombre sull’oro blu</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2021/04/Reservoir-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /><div id="pl-18658"  class="panel-layout" ><div id="pg-18658-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-18658-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-18658-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>La Svizzera possiede grandi riserve idriche. Ogni famiglia ha praticamente sempre accesso all’acqua potabile pulita. Almeno si spera… poiché il «castello d’acqua dell’Europa» mostra alcune fessure.</strong></p>
<p>In Svizzera, le materie prime non sono abbondanti, ma l’acqua scorre a fiotti. Non per nulla il nostro paese è denominato il castello d’acqua dell’Europa. Il Reno e il Rodano, che sfociano nell’Atlantico e nel mar Mediterraneo, vi trovano la loro sorgente, mentre i torrenti e i fiumi svizzeri alimentano il Po', il Danubio e l’Adige. I laghi e le falde freatiche svizzere contengono enormi riserve di oro blu. Certamente, il cambiamento climatico rende le estati più aride, fa fondere i ghiacciai e prosciuga localmente delle sorgenti. Ma la Svizzera potrà sempre contare sulle precipitazioni, che costituiscono la sua principale risorsa idrica. Le riserve acquifere sono essenzialmente alimentate dalle piogge durante l’inverno. Ogni anno, cadono in Svizzera mediamente 60 miliardi di m3 di acqua piovana, ciò che corrisponde alla somma del volume dei laghi di Costanza e dei Quattro Cantoni. Dal punto di vista puramente quantitativo, l’approvvigionamento in acqua non sembrerebbe dunque in pericolo. Ma la sua qualità fa sempre più discutere.</p>
<p><strong>Tracce di pesticidi nell’acqua potabile</strong><br />
L’80% dell’acqua potabile in Svizzera proviene da sorgenti e dalle acque sotterranee e il 20% dai laghi. Le più grandi riserve di acqua si trovano sotto il suolo delle vallate e delle pianure fertili dell’Altipiano svizzero, laddove si coltivano legumi e cereali. Su queste terre agricole dallo sfruttamento intensivo, si utilizzano da decenni pesticidi molto discussi. Ultimo esempio in ordine cronologico, il clorotalonil, un fungicida presente nei prodotti fitosanitari che vengono sparsi sui campi dagli anni ’70 per lottare contro le malattie fungine.<br />
Il clorotalonil è stato vietato nel 2020, dopo che le autorità l’hanno ritenuto potenzialmente pericoloso per la salute. Il suo produttore, Syngenta, contesta fermamente che esso possa essere cancerogeno. Il gruppo agrochimico ha ottenuto per via legale dall’Ufficio federale dell’agricoltura la cancellazione dal suo sito web di una menzione in tal senso fintanto che non sarà nota la decisione definitiva del Tribunale federale.</p>
<p>Ma il divieto del clorotalonil non risolve il problema dell’approvvigionamento in acqua potabile. Poiché i residui derivanti dalla decomposizione di questo prodotto fitosanitario – i metaboliti – continueranno ad inquinare le acque sotterranee ancora per diversi anni. Secondo le prescrizioni federali, questo tipo di sostanze non deve oltrepassare il valore di 0,1 microgrammi per litro di acqua potabile. Ma questo è il caso nelle zone di agricoltura intensiva dell’Altipiano svizzero, in particolare nel Canton Soletta: «Nelle pianure della vallata, questa soglia è superata in quasi tutte le captazioni di acqua; in alcuni casi, si registrano perfino quantità 20 volte superiori», costata Martin Würsten. Da quando è in pensione, l’ex capo del dipartimento dell’ambiente solettese lotta a fianco della comunità di interessi «4aqua», che raggruppa decine di esperti dell’acqua e dell’ambiente intenzionati a voler ridare all’acqua «una voce politica basata sui fatti».</p>
<p><strong>Coinvolti un milione di abitanti</strong><br />
Secondo Martin Würsten, questa voce non è stata ascoltata a sufficienza in questi ultimi decenni. «Mentre sono stati fatti immensi progressi nella depurazione delle acque luride, negli ultimi 20 anni l’inquinamento delle acque da parte dell’agricoltura non è pressoché migliorato.» Martin Würsten disapprova anche il fatto che tutti i pesticidi polverizzati sui campi non siano oggetto di studi così dettagliati come recentemente il clorotalonil: «Ciò che non è ancora considerato come importante per la salute oggi lo sarà domani». Gli esperti di «4aqua» esigono di conseguenza maggiore trasparenza e controllo nell’autorizzazione di pesticidi sintetici. Attualmente, se ne utilizzano in Svizzera circa 370.</p>
<p>Nell’Altipiano quasi un milione di persone è attualmente approvvigionato con acqua potabile contenente pesticidi che non soddisfano le esigenze della legislazione sulle derrate alimentari. Le autorità hanno dato un termine di due anni ai fornitori di acqua potabile per abbassare i residui di clorotalonil alla soglia autorizzata. È possibile farlo ad esempio diluendo l’acqua, ossia aggiungendo acqua non inquinata. Una rete di distribuzione di acqua del Seeland bernese intende eliminare i residui attraverso l’utilizzo di un nuovo filtro. Secondo Martin Würsten, ciò risolve solo parzialmente questo grave problema. Poiché ci si allontana dal principio che vuole che le acque sotterranee, in Svizzera, non debbano essere trattate con ingenti costi.</p>
<p><strong>In votazione due iniziative</strong><br />
Martin Würsten e i suoi compagni di lotta di «4aqua» sostengono così l’iniziativa popolare per un’acqua potabile pulita sulla quale gli Svizzeri dovranno votare il prossimo 13 giugno. Lanciata da un comitato di cittadini apartitici, quest’ultima chiede che in futuro soltanto i contadini che rinunciano all’utilizzo di pesticidi e alla somministrazione regolare di antibiotici nell’allevamento possano ricevere sovvenzioni pubbliche. Il popolo dovrà pure pronunciarsi lo stesso giorno sull’iniziativa «Per una Svizzera senza pesticidi sintetici» che mira a vietare completamente l’utilizzo di simili pesticidi. Il divieto verrebbe applicato anche all’importazione di prodotti alimentari fabbricati mediante prodotti fitosanitari sintetici.</p>
<p>Secondo l’Unione svizzera dei contadini, le due iniziative si spingono troppo oltre, poiché renderebbero la produzione nazionale e regionale più difficile, per non dire impossibile. Se l’agricoltura dovesse rinunciare ai pesticidi, ciò comporterebbe una diminuzione di almeno il 30% della produzione, affermano gli oppositori. L’Unione svizzera dei contadini ribadisce perfino che le patate, la colza o le barbabietole da zucchero non potrebbero più essere coltivate in Svizzera. Ma non tutti i contadini condividono questi timori. Così Bio Suisse, l’associazione mantello dei produttori svizzeri bio, sostiene l’iniziativa sui pesticidi poiché corrisponde ai principi fondamentali dell’agricoltura biologica. Bio Suisse è più scettica sull'iniziativa dell'acqua potabile: questa chiede anche che i contadini possano nutrirsi solo con il mangime che producono loro stessi. Questo potrebbe diventare un problema per le piccole fattorie biologiche.</p>
<p>Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento raccomandano al popolo di respingere le due iniziative. Dal loro punto di vista, esse mettono in pericolo l’agricoltura e la sicurezza alimentare in Svizzera. Per quanto concerne i pesticidi, il governo ha promesso dei miglioramenti nell’ambito della Politica agricola a partire dal 2022. Ma il Consiglio degli Stati ha congelato questo progetto, mostrandosi pronto ad adottare misure moderate per una migliore protezione delle acque sotterranee. Il Parlamento intende così tagliare l’erba sotto i piedi delle iniziative in una campagna di votazione che si annuncia molto accesa. Comunque sia, la votazione del 13 giugno sarà determinante per il futuro dell’agricoltura svizzera, andando ben al di là dei dibattiti sull’acqua potabile pulita.</p>
<p><strong>Iniziativa per un’acqua potabile pulita:</strong><br />
www.initiative-sauberes-trinkwasser.ch/it/<br />
Iniziativa sui pesticidi:<br />
www.lebenstattgift.ch/it/<br />
Campagna di rifiuto delle due iniziative:<br />
https://no-iniziativeagricole-estreme.ch/</p>
<p><em>Theodora Peter</em></p>
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	<p>Il serbatoio di acqua potabile Lyren, a Zurigo-Altstetten, assomiglia ad un tempio sotterraneo avvolto nel blu. Foto Keystone</p>
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	<p>Le due iniziative in corso mirano in particolare all’agricoltura e al suo utilizzo di pesticidi. L’Unione svizzera dei contadini replica che senza pesticidi la produzione agricola diminuirebbe di circa il 30%. Foto Keystone</p>
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		><h3 class="widget-title">La nostra acqua quotidiana</h3>
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	<p>142 litri. È questa la quantità di acqua potabile utilizzata ogni giorno da ogni abitante svizzero nelle proprie abitazioni, di cui oltre la metà per farsi la doccia, fare un bagno o andare alla toilette. Il consumo totale di acqua pro capite – agricoltura, industria e artigianato inclusi – è continuamente sceso in Svizzera nel corso di questi ultimi decenni. Se esso era di 500 litri per persona al giorno negli anni ’70, esso è oggi di circa 300 litri. Questo miglioramento è dovuto a tecniche di risparmio dell’acqua nelle famiglie, ma anche al trasferimento di siti di produzione dell’industria all’estero. I fornitori svizzeri di acqua pompano circa 1 miliardo di m3 di acqua all’anno.<br />
(TP)</p>
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		><h3 class="widget-title">Il conoscitore dell’acqua</h3>
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	<p>Per i conoscitori come Werner Koch, l’acqua è molto più di un dissetante. Il gerontologo di 57 anni è uno dei primi «sommelier dell’acqua» della Svizzera.</p>
<p><strong>Werner Koch, che gusto ha l’acqua?</strong><br />
L’acqua del rubinetto, a casa, ha generalmente un gusto neutro. Per contro, l’acqua minerale che si mette in bottiglia alla fonte, senza trattarla, ha il gusto dei minerali che contiene: il sodio, il magnesio e il calcio hanno un sapore particolare. Il bicarbonato, ad esempio, lascia una sensazione leggermente vellutata sulla lingua e favorisce la digestione. Il «DNA» dell’acqua è influenzato dagli strati di roccia che ha attraversato: così, l’acqua ricca in calcare del Giura si distingue per un leggero gusto di gesso. Le acque minerali derivanti dai giacimenti di granito contengono pochi minerali e sapore come se uno avesse appena leccato una roccia.</p>
<p><strong>L’acqua del rubinetto è potabile in Svizzera. Perché acquistare acqua minerale?</strong><br />
Non bisogna contrapporre l'acqua del rubinetto all'acqua minerale. Entrambe hanno la loro giustificazione. In Svizzera abbiamo un'enorme varietà d'acqua e possiamo essere orgogliosi di poter bere acqua da un rubinetto ovunque e in qualsiasi momento senza esitazione. Rispetto a molti paesi, questo è un privilegio. L'acqua minerale può offrire un cambiamento rispetto all'acqua di rubinetto quotidiana. Per esempio, un'acqua minerale adatta può completare il piacere di un vino rosso pesante.</p>
<p><strong>L'acqua liscia ha un sapore migliore di quella frizzante?</strong><br />
L'acido carbonico è più importante per la percezione sensoriale dell'acqua. È una questione di gusti, cosa piace di più. Molte persone preferiscono solo acqua leggermente frizzante. L'acqua con più acido carbonico è - come suggerisce il nome - più acida.</p>
<p><strong>Raccomanda di bere l’acqua a temperatura ambiente o molto fredda?</strong><br />
Anche qui si tratta di una questione di preferenze personali. L’acqua liscia che si beve durante i pasti può avere qualche grado in più di un’acqua minerale frizzante. Per rinfrescarsi, è meglio optare per un’acqua gasata, che può essere anche fredda. Anche l’acqua del rubinetto dovrebbe essere fredda: sono in pochi ad apprezzarla tiepida.</p>
<p><strong>Quanta acqua si deve bere giornalmente?</strong><br />
Si raccomanda almeno 1,5 litri di acqua o 30 millilitri per chilo di peso corporeo. Con l'aumentare dell'età, si sente meno la sete. Nella nostra casa di cura, motiviamo i residenti a bere aromatizzando l'acqua con erbe, frutta o verdura. Vale la pena di sperimentare, mettendo ad esempio del sedano in infusione nell’acqua. Una combinazione di basilico e fragole è molto gustosa e rinfrescante. Le persone amano variare i gusti e così riescono a bere di più.</p>
<p><strong>Lo sguardo che rivolge a questo bene prezioso che è l’acqua è cambiato?</strong><br />
Utilizzo l’acqua in maniera più cosciente, e non lascio mai aperto il rubinetto inutilmente. Dovremmo fare tutti così affinché le generazioni future possano anch’esse avere accesso in ogni momento e ovunque a questo bene prezioso che è l’acqua. Sempre fresca, sempre naturale. Poiché l’acqua è la vita.</p>
<p><em>Intervista: Theodora Peter</em></p>
</div>
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	<p>Werner Koch è gerontologo diplomato e responsabile del centro per persone anziane Stampfenbach a Zurigo. Egli ha effettuato la formazione di «sommelier dell’acqua» di Gastrosuisse per un interesse personale. Oltre alla sapiente degustazione di acqua minerale, è affascinato dalla diversità e dall’origine dell’acqua potabile.</p>
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</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/ombre-sulloro-blu/">Ombre sull’oro blu</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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