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	<title>Primo Piano Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>Primo Piano Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>Esperanto versus inglese? Una battaglia persa, forse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 08:46:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Luglio Agosto 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Lugano - Può una lingua artificiale, cioè non generata per via naturale da un popolo bensì progettata a tavolino, diventare la lingua di tutti per la sua facilità di apprendimento? Una lingua artificiale – non appartenente ad una nazione – che abbia lo scopo ideale di mettere in comunicazione e unire nella pace tutti i</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/congresso-esperanto-italia-2024-lingua-universale/">Esperanto versus inglese? Una battaglia persa, forse</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25229"  class="panel-layout" ><div id="pg-25229-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25229-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25229-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Una apprezzata lingua artificiale da conoscere. Si è appena svolto il 91° Congresso Italiano di esperantisti</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> Può una lingua artificiale, cioè non generata per via naturale da un popolo bensì progettata a tavolino, diventare la lingua di tutti per la sua <strong>facilità di apprendimento</strong>? Una lingua artificiale – non appartenente ad una nazione – che abbia lo scopo ideale di mettere in comunicazione e <strong>unire nella pace</strong> tutti i popoli del mondo.</p>
<p>È il caso dell’<strong>esperanto </strong>(colui che spera), ideato e reso noto nel 1887 dal polacco <strong>Ludwik L. Zamenho</strong> e poi diffusosi in tutto il mondo grazie a singoli individui e ad importanti associazioni, come quelle presenti in Svizzera e in Italia. Ad oggi, è la <strong>lingua internazionale</strong> ausiliaria più utilizzata per la sua semplicità.</p>
<p>«<em>L’esperanto è l’idioma di un “gruppo vivente”, nozione più volte ribadita da Giorgio Silfer, italiano naturalizzato svizzero, che ne ha fatto la propria lingua di elezione, familiare</em>» (fonte Treccani).</p>
<h2>MA CHE LINGUA È?</h2>
<p>Essa è un insieme di vocaboli e regole grammaticali selezionate da Zamenhof tra vari idiomi, tratte in particolare dalle lingue romanze cioè italiano e francese, oltre che da quelle germaniche ossia tedesco e inglese, slave quindi russo e polacco, e infine dal greco e dal latino. È una <strong>lingua basica</strong> dove prefissi e suffissi possono essere modulati generando nuove parole.</p>
<p>L’esperanto è o no una vera lingua? Anche se i detrattori dicono di no, gli esperantisti rispondono che dopo 150 anni dalla sua nascita lo è eccome, sottolineando che: «<em>anche l'ebraico, il norvegese e l'indonesiano sono lingue costruite… E godono tutte di ottima salute!</em>» (fonte Gioventù esperantista italiana).</p>
<p>Solo che non riesce ad ottenere il successo che meriterebbe, benché anche l’<strong>Unesco</strong> l’abbia più volte indicata come <strong>lingua universale da favorire</strong>. Per quali motivi non riesce ad essere diffusa e parlata correntemente, come progettato dal suo inventore? Di persone che vengono a conoscenza dell’esistenza dell’esperanto, che ne comprendono il progetto e che decidono di impararlo, ve ne sono sempre di più tutto il mondo, ma in numero tutt’altro che sufficiente per battere l’inglese.</p>
<h2>THE ENGLISH LANGUAGE WINS</h2>
<p>Chi vuole – o deve – imparare una seconda lingua, sceglie l’inglese per ovvi motivi. L’inglese, dopo il francese utilizzato dai più fino alla fine degli anni ’60, è stato rapidamente soppiantato dall’inglese. Quest’ultimo fu incentivato, soprattutto nei giovani, anche dal settore discografico con brani di successo mondiale inglesi e statunitensi.</p>
<p>Oggi l’inglese <strong>invade impunemente il nostro quotidiano</strong> a tutti i livelli e ogni comparto della nostra vita. Titoli e articoli di giornali, elettrodomestici, dispositivi digitali, il linguaggio comune come quello accademico: tutto lo scritto e il parlato delle singole lingue del mondo <strong>è infarcito di termini ed espressioni inglesi</strong>: è la lingua della globalizzazione. Come può l’esperanto sperare di equipararsi un giorno ad essa? Un tempo la <strong>Radio Svizzera Internazionale</strong> a Berna era seguita anche in altri continenti quando andava in onda tre volte alla settimana con programmi in esperanto. «<em>Nel 1992 le trasmissioni furono interrotte, con l’argomento che dopo il crollo del muro di Berlino la lingua aveva perso d’interesse». Inoltre: «Gli manca una lobby a livello politico ed economico (…) L’inglese invece, che è diventato una sorta di lingua franca, è messo in relazione con l’idea di potere e influenza» (fonte swissinfo, 2007)</em>. Tuttavia, grazie a internet, non solo l’esperanto è stato aggiunto in diversi traduttori online, ma si sta facendo conoscere attraverso i canali di video-corsi gratuiti.</p>
<h2>QUANTI LO PARLANO?</h2>
<p>Si reputa che circa due milioni di persone al mondo parlino l'esperanto.</p>
<p>Fondata nel 1903, la <strong>Società Esperantista Svizzera</strong> è una delle più antiche e più importante a livello mondiale, con circoli a Basilea, Ginevra, Losanna, Zurigo: fa parte dell’Associazione Universale dell’Esperanto. Nel 2010 è stata candidata al Premio Nobel per la pace.</p>
<p>A Salsomaggiore Terme la <strong>Federazione Esperantista Italiana</strong> ha svolto in agosto il suo 91° Congresso Italiano di Esperanto, durato 8 giorni, comprensivo di corsi ed esami in lingua fino alle attività per i piccoli esperantisti dai 5 ai 13 anni.</p>
<p>Il <strong>movimento esperantista </strong>è presente in ogni parte del globo, e attraverso corsi per tutte le età diffondono la loro lingua e il loro messaggio socio-culturale.</p>
<p>Sostengono che: «<em>L’apprendimento dell'esperanto richiede per un italiano madrelingua un decimo del tempo necessario per raggiungere un pari livello di conoscenza delle lingue più studiate in Italia</em>».</p>
<p>Opere di autori di massimo pregio come Shakespeare o Dante sono state tradotte in esperanto senza alcuna difficoltà, a differenza di altre lingue. Autori di opere originali in esperanto sono stati candidati al Nobel.</p>
<p>Resta assai interessante questa <strong>lingua neutrale</strong>, utile come <strong>scambio pratico e culturale esterno</strong>, senza scalfire le lingue naturali dei singoli popoli garantendo che ognuno di essi possa mantenere intatta la propria peculiare identità. Come sancito dai Diritti umani in ambito linguistico.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Foto di gruppo dei membri della Società Esperantista Svizzera in occasione del congresso tenutosi a Soletta nel 1909. Grazie al filosofo ginevrino Ernest Naville, due compagni di collegio a Ginevra, Edmond Privat e Hector Hodler (figlio del celebre pittore Ferdinand Hodler), nel 1903 scoprono l’esperanto e lo imparano. Pubblicano il giornale Juna Esperantisto. Nello stesso anno viene fondata la Società Esperantista Svizzera, che pubblica da subito la propria rivista Svisa espero (Fonte foto e testo tratto dal sito della Biblioteca nazionale svizzera).</p>
<p>La Società Svizzera di Esperanto ha ospitato sei volte il Congresso Mondiale di Esperanto in varie città della Confederazione, dal 1906 (Ginevra) al 1979 (Lucerna). Una targa commemorativa del medico polacco ideatore dell’esperanto, Ludwik L. Zamenho, è posta a Ginevra.</p>
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	<p>L’esperanto è una lingua pianificata internazionale utilizzata come lingua franca in oltre 120 paesi in tutto il mondo.</p>
<p>Essendo semplice il suo apprendimento, sarebbe ideale quale “lingua neutrale” tra le culture, non invasiva degli idiomi di appartenenza dei popoli e quindi della loro peculiare identità, come sancito dai Diritti umani in campo linguistico (Foto Federazione Esperantista Italiana).</p>
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		<title>La stella Sirio, madre della civiltà umana?</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/stella-sirio-civilta-umana-tony-maniscalco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 22:08:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Giugno 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano - I telegiornali svizzeri di 31 anni fa diedero la notizia del suicidio, nel Canton Friburgo, di una cinquantina di adepti dell’Ordine del Tempio Solare. Tutto il mondo riportò quella cronaca, così come i telegiornali italiani. Davanti al televisore, il ricercatore indipendente Tony Maniscalco rimase basito: come potevano quegli individui essere stati così sciocchi,</p>
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		><h3 class="widget-title">Da una vicenda svizzera, gli studi e i libri rivelatori di Tony Maniscalco </h3>
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	<p><strong>Lugano - </strong>I telegiornali svizzeri di 31 anni fa diedero la notizia del suicidio, nel Canton Friburgo, di una cinquantina di adepti dell’Ordine del Tempio Solare. Tutto il mondo riportò quella cronaca, così come i telegiornali italiani. Davanti al televisore, il ricercatore indipendente <strong>Tony Maniscalco</strong> rimase basito: come potevano quegli individui essere stati così sciocchi, tanto da morire per raggiungere un <strong>fantomatico paradiso posto sulla stella Sirio</strong>? Da quel giorno iniziò la sua più grande ricerca da cui scaturirono libri e interviste rintracciabili anche sul web.</p>
<p>Diversi studiosi di accademie e università si occupano di Sirio non solo da un punto di vista astronomico, ma anche antropologico poiché questa stella ha prodotto molti importanti miti <strong>presenti nelle culture di tutto il mondo</strong>. Ne parliamo con Tony Maniscalco divenuto uno dei <strong>maggiori conoscitori</strong> della materia.</p>
<p><strong>Perché ha dedicato la sua vita a Sirio?</strong></p>
<p>«<em>Nel 1994 mi è successo uno di quei fenomeni che lo psicanalista svizzero Carl Gustav Jung classifica come “coincidenze sincroniche”. Per caso ho saputo che gli adepti della setta del Tempio solare si erano suicidati in massa perché avevano premura di andare in Paradiso e, secondo loro, questo Paradiso si trovava nella stella Sirio. Da lì ho cominciato studi intensi, tanto che ho impiegato ben 12 anni per scrivere il primo libro, poiché volevo essere certo che fosse inoppugnabile nell’argomentazione delle mie scoperte. Senza questo caso avvenuto in Svizzera, che per me è stato come un preciso messaggio, forse, non avrei mai rintracciato la dottrina segreta di Sirio</em>».</p>
<p><strong>Perché è importante divulgare questi studi che sembrano lontani o addirittura inutili ai più? </strong></p>
<p>«<em>Perché conoscere la verità sui miti, sulle religioni e persino su Dio, a comprendere il significato di tutti gli elementi che hanno formano le nostre tradizioni, serve ad essere migliori, a fare scelte buone. Esistono alcuni uomini che non possono fare a meno di cercare, di capire il perché delle cose. Questi uomini sono degli spiriti eletti e grazie a loro il mondo progredisce. L’amore per la conoscenza è come la sete. Questo amore esiste soltanto per alcuni; purtroppo, non tutti sono in grado di capire l’importanza della conoscenza, ma se non fosse stato per gli scienziati e i filosofi, oggi gli uomini vivrebbero come gli animali</em>».</p>
<p><strong>In merito a Sirio, parliamo di scoperte o di teorie?</strong></p>
<p>«<em>Nei miei libri su Sirio, ci sono sia le teorie sia le scoperte, però le mie teorie non sono delle fantasie ma si basano su una lunga serie di prove. Esistono alcuni studiosi che hanno svolto ricerche su Sirio prima di me come l’astronomo Franco Pacini o l’egittologa Murry Hope. Per decenni, io ho approfondito andando oltre, scoprendo che la stella Sirio è la base di tutta la civiltà umana</em>».</p>
<p><strong>Un punto focale di queste ricerche è scoprire che, in continenti lontani tra loro, tutti i popoli più remoti sapevano le medesime cose su Sirio… </strong></p>
<p>«<em>Gli antropologi pensano che si tratti di semplici coincidenze ma non è vero. La scienza dovrebbe indagare molto di più. Dai miei studi pubblicati emerge come e perché la stella Sirio sia presente in tutte le tradizioni dell’uomo, in tutti i popoli del mondo a partire dalla più lontana preistoria fino ai nostri giorni. Nel mio terzo libro spiegherò come i popoli primitivi hanno saputo i segreti della stella Sirio, un contenuto che al momento non posso divulgare</em>».</p>
<p><strong>Qualche curiosità: come si spiega il mito egiziano dell’araba fenice?</strong></p>
<p>«<em>Questo è uno dei tanti miti sacri che descrivono i fenomeni astronomici di Sirio oggi spiegati dalla scienza. L’araba fenice è una rappresentazione di cosa faceva una delle cinque stelle del sistema di Sirio, cioè la stella Sirio B. Questa faceva una cosa strana, cioè succhiava massa stellare dalla stella centrale Sirio A. Sirio B, dopo un po’ di tempo, forse anche migliaia di anni, invecchiava e moriva, cioè non faceva più luce. La stella centrale, a sua volta, risucchiava massa stellare da Sirio B, poi le rimandava un’altra quantità di massa stellare e Sirio B resuscitava, cioè si riaccendeva</em>».</p>
<p><strong>E da questo cosa è scaturito?</strong></p>
<p>«<em>Da questo fenomeno sono nati tutti i miti sugli dei che muoiono e resuscitano come il dio egiziano Osiride, il dio greco Dionisio, il dio persiano Mitra, il dio sumero Tammuz e come Gesù Cristo. La prova del simbolismo dell’araba fenice è data dal fatto che sopra la testa di questo uccello è posto il simbolo del disco solare. Questo simbolo è la forma che aveva la stella Sirio B; questa stella, infatti, non era sferica ma era a forma di disco piatto. Da questa forma sono nati tanti simboli sacri, fra cui l’aureola</em>».</p>
<p><strong>Come quella posta sul capo dei nostri santi?</strong></p>
<p>«<em>Sì. L’aureola è la forma che aveva la stella Sirio B. Questa forma era dovuta al fatto che ci sono stelle che girano ad una velocità impressionante, cioè, 300 chilometri al secondo. Una tale velocità le fa appiattire. Poi queste stelle fanno una brutta fine: o si spaccano in due stelle oppure rimpiccioliscono e diventano piccole come i pianeti. Sirio B ha fatto tutte e due le cose: prima si è spaccata in due e ha generato la stella Sirio 5 e poi diventata piccola come un pianeta</em>».</p>
<p><strong>Che funzione avevano i filosofi stellari dell’antica Grecia?</strong></p>
<p>«<em>Questi filosofi, a quanto pare, conoscevano la dottrina segreta di Sirio. Fra questi c’erano Anassimandro e Platone. Purtroppo, gran parte della filosofia di Anassimandro è andata dispersa. La funzione di questi filosofi era di tramandare le conoscenze su Sirio; questa conoscenza da Platone si è trasmessa ai cristiani gnostici, tra cui Basilide</em>».</p>
<p><strong>La conoscenza, da sempre riservata a pochi, ha prodotto falsi profeti, figure presenti anche ai nostri giorni.</strong></p>
<p>«<em>I falsi profeti, o erano dei ciarlatani che ottenevano denaro con i loro “insegnamenti”, oppure erano dei bugiardi a servizio dei potenti. Per riconoscerli è sufficiente verificare se i loro insegnamenti hanno dei risconti nella scienza o delle dottrine esoteriche</em>».</p>
<p><strong>In rare società umane, come forse i Merovingi, i Catari, i Boscimani e gli Indiani d’America, pur avendo una gerarchia sapienziale essa non schiacciava la comunità. </strong></p>
<p>«<em>Purtroppo nel mondo sono sempre esistiti gli uomini che vogliono avere più degli altri, più del necessario e che vogliono comandare sugli altri. Questi individui esisteranno sempre, soprattutto nelle società che si basano sul denaro</em>».</p>
<p><strong>Gli studi su Sirio hanno una qualche rilevanza concreta per le nostre vite?</strong></p>
<p>«Q<em>ualunque forma di conoscenza serve sempre a qualche cosa. Innanzitutto serve a soddisfare la mente degli gnostici, ma poi serve a non farsi prendere in giro dai fanatici religiosi, dai falsi maghi e dai potenti che giocano sulla ignoranza e sulla superstizione della gente</em>».</p>
<p>Annamaria Lorefice</p>
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	<p>Sirio A è la stella più brillante del cielo notturno, ha il doppio del volume del Sole, ed è studiata non solo da un punto di vista astronomico ma anche antropologico poiché ha prodotto molti importanti miti presenti nelle culture di tutto il mondo. Secondo lo studioso Tony Maniscalco la stella Sirio è la base di tutta la civiltà umana.</p>
<p>Egli ritiene che da Sirio siano derivate tutte le scienze, le religioni ma anche la magia, il simbolismo esoterico, l’arte, la mitologia, la tecnologia. Vi è anche Sirio B (scoperta nel 1844), una delle nane bianche più massicce finora conosciute, da cui deriva il “mito dell’Araba fenice” (foto RSI).</p>
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	<p>Il 5 ottobre del 1994 la notizia che a Cheiry e Salvan, in Svizzera, c’era stato il suicidio degli adepti dell’Ordine del Tempio Solare fa il giro del mondo. Per caso il ricercatore Tony Maniscalco accese il televisore mentre passava quella notizia, grazie alla quale iniziò la sua lunga indagine su “l’enigma Sirio”. Il 6 ottobre altre persone della stessa setta si suicidano a Morin Heights, in Canada.</p>
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	<p>“Sirio e il mistero di Dio” di Tony Maniscalco, ricercatore indipendente, ha pubblicato anche molti articoli sulla rivista “Archeomisteri”. A seguire, ha pubblicato “Le Linee Evolutive dell'Uomo” e, di prossima uscita “Dio è una stella”. In preparazione il suo prossimo lavoro sulla Dottrina segreta di Sirio.</p>
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		<item>
		<title>Il transurfing, brevi accenni di una moderna pratica di vita</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/transurfing-dirigere-realta-klod-nagal/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 14:02:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
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		<category><![CDATA[fisica quantistica]]></category>
		<category><![CDATA[Klod Nagal]]></category>
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		<category><![CDATA[Vadim Zeland]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano - Tecniche particolari per migliorare o dare una svolta alla propria vita, fino a pochi anni fa relegate nell’ambito della controversa “spiritualità” new age, interessano oggi sempre più persone. Se ne occupa anche la la scienza ufficiale nell’ambito delle ricerche della fisica quantistica. Una di queste è il Transurfing, letteralmente “cavalcare la vita come</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/transurfing-dirigere-realta-klod-nagal/">Il transurfing, brevi accenni di una moderna pratica di vita</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25045"  class="panel-layout" ><div id="pg-25045-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25045-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25045-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">È davvero possibile modificare e indirizzare al meglio la nostra realtà?</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> Tecniche particolari per migliorare o dare una svolta alla propria vita, fino a pochi anni fa relegate nell’ambito della controversa “spiritualità” new age, interessano oggi sempre più persone. Se ne occupa anche la la scienza ufficiale nell’ambito delle ricerche della <strong>fisica quantistica</strong>.</p>
<p>Una di queste è il <strong>Transurfing</strong>, letteralmente “cavalcare la vita come le onde del mare”. È una <strong>tecnologia mentale</strong> che consente, direzionando con precise modalità i nostri intenti, di elevare la qualità della vita, realizzando il nostro potenziale personale e i nostri desideri o necessità più importanti. A detta di chi la pratica, non c’è niente di miracolistico, anzi: essa comporta una <strong>conoscenza specifica e un impegno costante</strong>. Ideata sulla base di antichi saperi dal fisico quantistico e scrittore russo <strong>Vadim Zeland</strong>, questa tecnica forse non è per tutti, tuttavia è sempre più conosciuta nel mondo occidentale dagli inizi del 2000. Alcuni esperti italiani di questo moderno insegnamento olistico, svolgono conferenze e corsi anche in Canton Ticino.</p>
<p>Sentiamo il ricercatore e scrittore <strong>Klod Nagal</strong> il quale, oltre ad insegnare questa tecnica, ne ha fatto il suo stile di vita. Per comprendere davvero l’argomento – qui solo accennato quale curiosità – vi sono molti testi dell’intervistato e di altri autori nelle librerie elvetiche e italiane, oltre ai video sul web.</p>
<p><strong>Cosa distingue il Transurfing dalla più popolare “legge di attrazione”?</strong></p>
<p>«<em>Nella legge di attrazione è previsto che si debba continuamente visualizzare ciò che vuoi ottenere impiegando un carico energetico enorme. Nel Transurfing devi semplicemente “impostare” ciò che vuoi vivere e sperimentare e poi distaccartene dopo aver terminato le tecniche di visualizzazione</em>».</p>
<p><strong>Per quali cause questo sistema può non funzionare? </strong></p>
<p>«<em>Non funziona quando si dà troppa importanza all’obiettivo da raggiungere, ci si danna per poterlo ottenere, si mettono delle tabelle di marcia, non ci si distacca dall’obiettivo, quando quel volere non è allineato alla mente e all’anima e non fa parte del nostro sentiero spirituale. Non funziona anche quando la persona non ha energia, è disperata, in depressione o fa abbondante uso di droghe o alcol. In tutti questi casi il Transurfing o non funziona del tutto o impiega un tempo lungo e con risultati incerti</em>».</p>
<p><strong>Dunque, prima di ricorrere a questa pratica occorre intraprendere un lavoro di intercettazione di tutti gli ostacoli interiori per superarli… il tutto sembra arduo e demotivante</strong>.</p>
<p>«<em>Esattamente, prima di cimentarsi con la realtà del Transurfing occorre liberare un po’ il campo, ripulirsi, essere centrati, lucidi e sapere dove riporre l’attenzione. In questo modo può funzionare molto bene. Questo lavoro preliminare è faticoso? La vita in sé lo è. Il Transurfing non è altro che un insegnamento di come vivere. Di come dovremmo vivere. Penso che se tutti vivessimo in modo centrato saremmo senz’altro più felici</em>».</p>
<p><strong>Ostacoli interiori ed esteriori che immagino anche lei, come tutti, abbia vissuto in prima persona.</strong></p>
<p>«<em>Certo, ho vissuto moltissime difficoltà nella mia vita. Prima di cimentarmi in un vero e proprio percorso di studio spirituale ed “esoterico” </em>(studio riservato a pochi che oggi è alla disponibilità di tutti ndr.) <em>ne ho passate di tutti i colori. Pur riuscendo a liberarmi di tanti ostacoli, altri ne sono sopraggiunti perché è come un videogioco: più acquisisci abilità più il gioco si fa duro, più sai vincere le difficoltà e la durezza del gioco, più vai avanti. Così si svolge la vita che stiamo sperimentando su questo piano. Ho vissuto grandi pene e le ho superate perché semplicemente avevo la volontà di farlo e ciò mi ha spinto ad arrivare all’attuale stato in cui sono. Ora non mi posso lamentare di nulla poiché faccio la vita che desidero</em>».</p>
<p><strong>Nel Transurfing si parla di adottare l’espediente dell’auto-inganno. Di che si tratta? E questi stratagemmi sono alla portata di tutti?</strong></p>
<p>«<em>Le varie tecniche adottate sono “quasi” per tutti. Questa dell’auto-inganno è una tecnica pratica e concreta del Transurfing ma è anche un principio ermetico della corrispondenza: la realtà dà a te quello che tu credi di meritare, di dover avere. È risaputo in psicologia che spesso si vuole ottenere qualcosa che non arriva perché in realtà pensiamo di non meritarlo. Questo principio di corrispondenza può essere hackerato dal Transurfing mediante la simulazione di aver già ottenuto il risultato che si desidera. Mi piacerebbe che tutti conoscessero a fondo, e provassero, questo metodo</em>».</p>
<p><strong>Nei suoi libri lei spiega che il Transurfing non è una bacchetta magica ma una strategia che va compresa e seguita con costanza. Come comportarsi se il risultato non arriva?</strong></p>
<p>«<em>Non esiste nessuna bacchetta magica né esiste una panacea per tutti i mali. Esistono delle discipline che vanno praticate, alcune antichissime e alcune moderne come quella di cui stiamo parlando. Queste forniscono degli strumenti a colui che le utilizza, cioè il praticante, per dirigere la realtà dove meglio crede essendo allineato al suo percorso animico. Come abbiamo detto, quando il risultato non arriva è perché ci sono ostacoli che sono stati posti sul proprio cammino. Occorre rimuoverli e adoperare l’estrema leggerezza, l’estrema indifferenza verso il risultato stesso una volta terminata la pratica. Le tecniche si possono svolgere anche cento volte al giorno ma per cento volte poi ti devi dimenticare del risultato da ottenere. Anzi, quello che si suggerisce è di investire in perdita. Significa: se mi arriva, bene. Se non mi arriva, meglio</em>».</p>
<p><strong>Perché? </strong></p>
<p>«<em>Perché in questo modo si smonta l’importanza, la gravità del risultato, lo si depotenzia di carichi superflui. È per questo che il più delle volte il risultato tarda ad arrivare e rende sconfortante il percorso del praticante</em>».</p>
<p><strong>In questo vostro ambiente circolano persone un po’ approssimative, può dare qualche consiglio per riconoscere un operatore serio e qualificato?</strong></p>
<p>«<em>Un operatore serio e qualificato non necessariamente ha la parete piena di attestati e diplomi, ma è colui il quale dimostra risultati tangibili anche nella sua esperienza privata, che può mostrare i frutti di quello di cui parla</em>».</p>
<p><strong>Quale vicenda in particolare ama ricordare nella sua esperienza con tale metodo?</strong></p>
<p>«<em>Le esperienze e le soddisfazioni che potrei elencare ottenute grazie al saper vivere che ho acquisito con il Transurfing, sono innumerevoli, perché mi ha trasmesso proprio questo, saper vivere in un certo modo. Mi ha permesso di realizzare, con volontà e costanza, la vita che realmente volevo. Per esempio girando libero per il mondo con il mio camper documentando i miei viaggi, vivendo tante esperienze nuove e straordinarie, fino a diventare quello che oggi viene intervistato per parlare di queste cose…</em>».</p>
<p>Annamaria Lorefice</p>
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	<p>Transurfer è la persona che scivola senza sforzo tra le onde del quotidiano e cavalca la vita con leggerezza, senza sprofondarvi dentro. Il Transurfing nasce dal fisico quantistico e scrittore russo Vadim Zeland che unisce antichi saperi orientali alla fisica quantistica. Da questa fusione origina una “tecnologia mentale” composta da varie tecniche che – se praticate correttamente con perseveranza – permettono di interagire con la realtà arrivando a modificarla a nostro favore (foto La Stampa).</p>
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	<p>L’ultimo libro in uscita di Klod Nagal, “Ritorno all’origine”. Ricercatore e insegnante di Transurfing, è autore di molti testi riguardanti la realtà materica e le altre dimensioni, uno dei suoi libri più richiesti è “<em>Il tunnel di luce e la trappola della reincarnazione</em>”. Tutti i suoi temi sono trattati nel canale web Operation Moksha.</p>
</div>
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		<title>Viaggiare nel tempo si può? Il caso John Titor</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/viaggiare-nel-tempo-si-puo-il-caso-john-titor/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2025 17:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Marzo 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/02/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – Smentito dalle organizzazioni antibufale più note, il caso del viaggiatore nel tempo John Titor continua a far parlare di sé e, dopo 25 anni, viene a galla spesso in relazione agli esperimenti del CERN di Ginevra. Un’esperienza, quella di viaggiare nel tempo, che si ipotizza abbia avuto l’eminente scienziato e inventore Nikola Tesla,</p>
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		><h3 class="widget-title">Uno dei sogni più azzardati del genere umano è oggi sperimentato dalla scienza</h3>
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	<p><strong>Lugano –</strong> Smentito dalle organizzazioni antibufale più note, il caso del viaggiatore nel tempo <strong>John Titor</strong> continua a far parlare di sé e, dopo 25 anni, viene a galla spesso in relazione agli esperimenti del <strong>CERN di Ginevra</strong>.</p>
<p>Un’esperienza, quella di viaggiare nel tempo, che si ipotizza abbia avuto l’eminente scienziato e inventore <strong>Nikola Tesla</strong>, oggi tornato a buon diritto sotto i riflettori. Anche l’astrofisica <strong>Giuliana Conforto</strong> ha parlato molto di questa possibilità.</p>
<p><strong>L’INIZIO DELLA VICENDA </strong></p>
<p>Diversi sono stati i cosiddetti viaggiatori nel tempo, cioè coloro che affermano di tornare dal futuro, ma il caso di John Titor <strong>suscitò grande scalpore</strong> perché nel novembre del 2000 si presentò in uno dei primi forum dell’epoca. Buon per noi che avvenne allora, quando gli utenti erano svegli e vogliosi di approfondire e non dei perditempo da tastiera come gli odierni digitatori di emoticon. Grazie a quegli utenti abbiamo una seria e intelligente testimonianza scritta, al di là della veridicità della storia, di <strong>interessanti dissertazioni su futuro, spiritualità, fisica</strong>. Titor disse di essere venuto <strong>dall’anno 2036</strong>, prima della terza guerra mondiale che sarebbe avvenuta sulla Terra entro quella data. Come è facile immaginare, gli utenti lo sottoposero a migliaia di domande finalizzate anche a smascherare la classica <strong>bidonata fantascientifica</strong>. Una parte del gruppo tuttavia gli credette.</p>
<p>Interloquì con loro per 5 mesi, fino al 24 marzo 2001 quando nell’ultimo messaggio annunciò il suo ritorno nel futuro. Il forum in questione è ancora rintracciabile sul web e in un libro è raccolta l’intera chat.</p>
<p>Se ne occupò a lungo la Rai con indagini a tutto campo che riportò nelle sue trasmissioni di Voyager.</p>
<p>Titor aveva detto di <strong>essere un soldato statunitense mandato indietro nel 1975</strong> per recuperare un computer IBM 5100. Approfittando della sua missione, disse di essere ritornato a casa sua in Florida dove era nato nel 1998 e di aver fatto una visita ai suoi genitori e al nonno.</p>
<p>Tra le sue affermazioni confermò l’esistenza del multiverso. Una delle domande più sentite fu riguardo alle sorti del nostro Pianeta. Egli fece previsioni catastrofiste non avveratesi: nel 2004 una guerra civile negli USA, nel 2009 guerra mondiale con 6 miliardi di morti.</p>
<p>Altra frequente domanda era sulle sensazioni durante un viaggio nel tempo: <em>«… viene inserita la destinazione nel computer. C’è un allarme che suona e una piccola luce fa partire un conto alla rovescia, poi senti una pressione simile a quella che provi in un ascensore che sale velocemente e che continua ad aumentare (…). Dobbiamo usare schermi per gli occhi perché attraversiamo una breve scarica di raggi ultravioletti, per me è come (…) un arcobaleno. Subito dopo tutto si dissolve in nero, fino all’arrivo, quando il nuovo mondo emerge dal nero…</em>».</p>
<p><strong>I PROTONI DEL CERN</strong></p>
<p>Si sostiene che viaggi nel futuro si stiano già compiendo per le particelle accelerate.</p>
<p>Titor lasciò qualche foto sulla sua macchina del tempo e disse: «<em>… le basi scientifiche dei viaggi nel tempo verranno gettate entro un anno nei laboratori del CERN a Ginevra e si completeranno nel 2034 con la costruzione della prima macchina del tempo</em>». Fornì un manuale d’istruzioni di tale macchina. In effetti – proprio nel 2001 – il CERN avviò <strong>un progetto di sperimentazione</strong> alla scoperta di universi paralleli e viaggi nel tempo.</p>
<p>È risaputo che il CERN, alla cui attività partecipano vari Paesi, è sede di esperimenti che hanno a che fare proprio con il tempo attraverso la fisica dei buchi neri. LHC, Large Hadron Collider mette in collisione protoni accelerati ad altissima energia dentro un anello con circonferenza di 27 chilometri, i quali compiono un viaggio indietro nel tempo.</p>
<p><strong>CONTRARI E POSSIBILISTI </strong></p>
<p>Gli esperti che analizzarono il caso John Titor ebbero <strong>posizioni scettiche</strong>: nessuna prova che un individuo con il suo nome sia mai esistito negli USA. Le foto da lui postate non sono a fuoco e non dimostrano nulla. Le sue previsioni avrebbe potuto farle chiunque e per altro furono infondate. Insomma una burla fantascientifica.</p>
<p>Altri si concentrarono sul desueto computer IBM cercato da Titor. Egli disse che questo aveva “particolari funzioni” <strong>non dichiarate dall’azienda produttrice</strong> e che non vennero mai più inserite nei modelli successivi. In seguito, l’esistenza di queste speciali funzioni venne confermata da esperti.</p>
<p>Forse Titor è una creazione attuata per metterci in guardia su cosa vogliamo fare delle nostre vite e del nostro Pianeta.</p>
<p>Su un fatto sono quasi tutti d’accordo, da <strong>Einstein</strong> ad altri scienziati: nel futuro, per alcuni vicino, il viaggio nel tempo potrà essere una realtà, sia usando la tecnologia sia grazie a quelle capacità dell’essere umano ora inibite ma che l’umanità ripristinerà un domani da sé stessa. Lo afferma in ipotesi l’astrofisica Giuliana Conforto in alcune interviste: «<em>Noi non usiamo tutto il cervello in modo conscio. Stanno facendo scoperte straordinarie con la Imaging a risonanza magnetica MRI. Hanno visto che il 70 per cento della nostra massa celebrale è fatta da materia bianca</em>». Conforto la chiama “Biancaneve” per il fatto che è addormentata, e quindi, non utilizzata. Quando <strong>sapremo agire la materia bianca potremo fare cose incredibili</strong>, come ad esempio essere in grado di viaggiare nel tempo o comunicare telepaticamente.</p>
<p>Il grande scienziato e inventore oggi sempre più citato, Nikola Tesla, ebbe a dire: «<em>Potevo vedere il passato, il presente e il futuro allo stesso tempo</em>». Era avanti rispetto agli altri e venne molto osteggiato, ma cosa intendeva dire? Cosa aveva scoperto? Aveva molto sperimentato con l’elettricità a rischio della vita, dicendo di <strong>aver fatto saltare il tessuto dello spazio e del tempo</strong>, essendo perciò in grado di viaggiarvi all’interno. Con le sue visioni di un universo impercettibile ai più – <strong>fatto di energia, frequenze e vibrazioni</strong> – sviluppò invenzioni talmente rivoluzionarie a beneficio dell’intera umanità, da essere tenute nascoste da parte di alcuni poteri industriali, come la produzione di energia elettrica infinita, distribuibile gratuitamente a tutti i popoli del mondo. I suoi scritti e progetti sparirono subito dopo la sua morte.</p>
<p>È ormai vecchia la concezione di una scienza basata esclusivamente su prove dimostrabili e ripetibili in laboratorio. Per gli scienziati della nuova epoca <strong>nulla vi è di inconcepibile</strong>. Affermazioni e risultati raggiunti in passato sono stati ampiamente superati e persino contraddetti dalle nuove conoscenze.</p>
<p>La vera scienza non si autoproclama come “esatta”, per il semplice fatto che è in costante divenire. Un futuro pieno di possibilità inimmaginabili ci attende?</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Molti romanzi e film ci hanno parlato di uno dei sogni più azzardati dell’umanità, viaggiare nel tempo. Vari scienziati ci stanno lavorando, come al CERN di Ginevra con i protoni accelerati. Il caso del viaggiatore nel tempo John Titor, probabilmente creato ad arte, non ha smesso di interessare l’opinione pubblica a distanza di 25 anni.</p>
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	<p>Dal manuale di istruzioni della macchina del tempo postato da John Titor nel 2001: schema di funzionamento dell’unità di distorsione temporale.</p>
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	<p>Computer IBM 5100, aveva “particolari funzioni” non dichiarate dall’azienda produttrice e che non vennero mai più inserite nei modelli successivi. L’esistenza di tali funzioni svelate dal viaggiatore nel tempo venne confermata da esperti.</p>
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	<p>Cara lettrice, caro lettore online,<br />
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		<title>Per Simenon umiliare gli altri è «il crimine peggiore di tutti»</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/per-simenon-umiliare-gli-altri-e-il-crimine-peggiore-di-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2025 23:08:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio Febbraio 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – Cento anni fa, nel 1925, Georges Simenon era in piena esplosione creativa che lo porterà a scrivere 170 tra racconti brevi e romanzi in soli 5 anni, cioè fino al 1930. In questo periodo ideò, alzi la mano chi non lo conosce, il leggendario “Commissario Maigret”. All’inizio si firma con molti pseudonimi per</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/per-simenon-umiliare-gli-altri-e-il-crimine-peggiore-di-tutti/">Per Simenon umiliare gli altri è «il crimine peggiore di tutti»</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24710"  class="panel-layout" ><div id="pg-24710-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24710-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24710-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">In ricordo dello scrittore più pubblicato del XX secolo che scelse di vivere in Svizzera </h3>
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	<p><strong>Lugano – </strong>Cento anni fa, nel 1925, Georges Simenon era in piena esplosione creativa che lo porterà a scrivere 170 tra racconti brevi e romanzi in soli 5 anni, cioè fino al 1930. In questo periodo ideò, alzi la mano chi non lo conosce, il <strong>leggendario “Commissario Maigret”</strong>.</p>
<p>All’inizio si firma con molti pseudonimi per affermarsi poi in tutto il mondo con il suo vero nome a partire dal primo Maigret del 1931. Una produzione creativa enorme, ispiratrice per il cinema e la televisione.</p>
<p>Aveva iniziato a scrivere a 16 anni e, come si legge in una vecchia Enciclopedia Britannica, a 19 anni trasferitosi a Parigi in cerca di successo, batteva a macchina 80 pagine al giorno creando a ritmo serrato novelle e racconti per i giornali e poi tantissimi “<strong>romanzi psicologici</strong>” diventando presto milionario.</p>
<p><strong>SCRIVERE E ANCORA SCRIVERE</strong></p>
<p>Georges Simenon non deve aver mai provato l’angoscia di molti celebri scrittori: l’ansia del foglio bianco, cioè il blocco che impedisce di scrivere. <strong>Franz Kafka</strong> pose la domanda nel suo diario: «<em>Fine della scrittura. Quando tornerà da me?</em>».</p>
<p>Simenon <strong>ha scritto a getto continuo oltre 800 lavori</strong>, dalle novelle per i giornali ai romanzi più complessi, divenendo uno degli scrittori più prolifici del XX secolo con <strong>opere tradotte in centinaia di milioni di copie </strong>nel mondo.</p>
<p>I suoi personaggi sono tratti da modesti ambienti popolari o della piccola borghesia dove si svolgono le loro tribolate vicende. Il successo mondiale dello scrittore belga è dovuto soprattutto ai 75 romanzi ed ai 28 racconti incentrati sulle inchieste del Commissario Maigret, molti dei quali sono divenuti noti film e telefilm, con attori come <strong>Jean Gabin</strong>, <strong>Gino Cervi</strong>, <strong>Bruno Cremer</strong>, <strong>Gérard Depardieu</strong> (film 2022).</p>
<p><strong>L’INFALLIBILE COMMISSARIO MAIGRET </strong></p>
<p>Fisico robusto, baffoni e pipa, Maigret, con pregi e difetti, è un commissario sicuro nel suo lento pensare e nell’agire, conscio del suo valore ma senza arroganza.</p>
<p>Le sue inchieste giudiziarie sono essenzialmente <strong>indagini psicologiche su vittime e delinquenti</strong>. La sua implacabile giustizia colpisce chi commette senza alcuna pietà un crimine. Invece, un sentimento di comprensione, che non potrà comunque escludere l’arresto, viene riservato a coloro che delinquono perché non hanno saputo e potuto scegliere la via del bene. Ebbe a dire: «<em>Di veramente mio gli ho dato una regola fondamentale della mia vita: comprendere e non giudicare perché ci sono soltanto vittime e non colpevoli</em>». E anche: «<em>Umiliare qualcuno è il crimine peggiore di tutti</em>».</p>
<p>Per le vittime mostra un estremo rispetto (qualità che pare essere assente in tutte le similari serie dei tempi odierni) e sensibilità, tale da arrivare, con alcune di loro, a “interloquire” con interiore commozione.</p>
<p>Maigret è talora burbero con i sottoposti, è un solitario sempre in dialogo con sé stesso. Tra un appostamento e un interrogatorio, ama molto fare <strong>ghiotte pause gastronomiche </strong>e bere il suo Calvados.</p>
<p>La ponderazione e la calma non rallentano il procedere delle inchieste, risparmiandogli, anzi, di andare a tentoni su frettolose e false piste.</p>
<p>Simenon ha apprezzato particolarmente il grande attore italiano Gino Cervi quale interprete non francese del commissario. I video sono godibili e scaricabili dal web.</p>
<p><strong>LE ACCUSE E LA FUGA NEGLI USA</strong></p>
<p>Nel dopoguerra fu accusato di collaborazionismo con con il <strong>regime di Vichy</strong>. «<em>Non s’era trattato di collaborazionismo attivo, ovviamente. Simenon non aveva né la voglia né il tempo di mettersi a collaborare con i nazisti... sottovalutò completamente l’aspetto politico della situazione e collaborò con gli occupanti nel senso che cedette i diritti di Maigret alla Continental che era una società di produzione e propaganda cinematografica che faceva capo direttamente a Goebbels. Naturalmente furono necessari una serie di contatti prima di firmare l’accordo e Simenon fu visto infatti entrare più volte nella sede della Kommandantur nazista, sinistramente famosa</em>» (Fonte Pierre Assouline citato da Pangea, ndr.).</p>
<p>Tali attacchi lo spingono a trasferirsi negli Stati Uniti. Arriva a New York nel 1945 con moglie e figli. In seguito conoscerà la sua seconda moglie Denyse Ouimet con la quale avrà tre figli.</p>
<p><strong>IL PERIODO AMERICANO</strong></p>
<p>Tra continui viaggi e traslochi in Florida, Texas, California fino a Nord e, al contempo, il bisogno di una “tana”, di un rifugio tranquillo, <strong>resterà 10 anni negli States</strong>. Ma per lui non c’è il “sogno americano”, non ottiene il successo sperato con Hollywood.</p>
<p>Senza alcuna interruzione produttiva scrive alcuni dei suoi romanzi più famosi come “Il ranch della giumenta perduta” o “Maigret va dal coroner”. La sua esperienza statunitense, cui fa da sottofondo la sua solita irrequietezza, è descritta ne “L’America in automobile”.</p>
<p>Georges voleva ritornare in Europa anche a causa del <strong>fisco americano</strong>, come confessa alla prima moglie Tigy: «<em>Ero più benestante in Francia quando avevo trent'anni che adesso qui che ne ho cinquanta</em>».</p>
<p>Trascorre gli ultimi anni nel Connecticut e poi nel 1955 decide di ripartire per l’Europa.</p>
<p><strong>IL PERIODO SVIZZERO</strong></p>
<p>Mentre risiede da pochi mesi in Costa Azzurra, inizia un periodo di viaggi con la moglie Denyse soggiornando a Londra, Liegi, Roma, Venezia, Bruxelles e sui canali belgi e olandesi.</p>
<p>Da qualche tempo, forse influenzato dal il suo amico <strong>Charlie Chaplin</strong> già residente in Svizzera, sta pensando che quella scelta potrebbe fare al caso suo, quale luogo ideale per una residenza definitiva. Si tratta di un paese bello, ordinato e con un fisco non opprimente, quest’ultima qualità senz’altro gradita da un ricco come lui.</p>
<p>Nel 1957 girovaga per il <strong>Canton Vaud</strong>, quello più vicino alla Francia e dove si parla la medesima lingua.</p>
<p>A venti chilometri da <strong>Losanna,</strong> Georges e la moglie passano davanti al castello d'Echandens subendone il fascino, e poiché non era in vendita lo prendono in affitto fino al 1963.</p>
<p>In seguito abiterà a <strong>Epalinges</strong> e poi a Losanna.</p>
<p>In Svizzera scrive molti romanzi. La calma elvetica favorisce il suo genio creativo e, infatti, secondo un calcolo dell’esperta Murielle Wenger, pare che qui abbia scritto ben 25 Maigret, circa 27 importanti romanzi e una quantità enorme di testi autobiografici.</p>
<p>È il paese dove ha vissuto più a lungo anche dopo aver smesso il suo lavoro: in un annuncio pubblico del 1972, dopo il suo ultimo libro “Maigret e il signor Charles”, Simenon dichiara <strong>cessata la sua attività di scrittore</strong>.</p>
<p>Tuttavia, con il suicidio dell’adorata unica figlia femmina, di 25 anni, <strong>Marie-Jo</strong>, sente la necessità di sfogare il suo dolore e di proprio pugno (e non dettato su nastri come per le altre opere) nel 1980 scrive il romanzo autobiografico “Memorie intime” a lei dedicato e della quale aveva sparso le ceneri nel giardino della sua villa.</p>
<p>A 86 anni Georges Simenon muore di una grave malattia a Losanna.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Forse lo scrittore più prolifico e pubblicato del XX secolo conosciuto in tutto il mondo per le inchieste del “Commissario Maigret”. Georges Simenon era nato a Liegi nel 1903, a 19 anni si trasferì a Parigi in cerca di successo letterario, cosa che ottenne diventando ben presto milionario.<br />
Scrisse 117 romanzi duri, come lui stesso li denominò, per distinguerli dai Maigret. Dopo un periodo di dieci anni negli USA si trasferì definitivamente in Svizzera, nel Canton Vaud. Morì a Losanna nel 1989. (foto RSI)</p>
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	<p>Il grande attore Italiano Gino Cervi fu l’interprete non francese di Maigret più apprezzato da Simenon. Molte puntate dell’edizione RAI dello sceneggiato italiano “Le inchieste del Commissario Maigret” (1964-1972) sono vedibili e scaricabili gratis dal web.</p>
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	<p>Francobollo elvetico commemorativo di Georges Simenon. (foto imdb.com)</p>
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	<p>“Memorie intime” è un’autobiografia scritta di pugno da Simenon dopo il suicidio dell’amata figlia Marie-Jo avvenuto nel 1978 in Svizzera. Sarà il suo ultimo libro.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Una tendenza estetica forse pericolosa: occhio!</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/una-tendenza-estetica-forse-pericolosa-occhio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 15:40:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cambio colore occhi]]></category>
		<category><![CDATA[cambio colore oculare]]></category>
		<category><![CDATA[cheratopigmentazione]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia estetica iride]]></category>
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		<category><![CDATA[trend estetici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/10/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano - Nonostante non si tratti di togliere la gobbetta al naso con la chirurgia estetica bensì di intervenire sui delicatissimi bulbi oculari, pare stia prendendo piede la moda di cambiare il colore dei propri occhi. Indovinate specialmente per quale colore? L’azzurro. Tra i possessori di occhi dalle bellissime sfumature nocciola fino al nero profondo</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/una-tendenza-estetica-forse-pericolosa-occhio/">Una tendenza estetica forse pericolosa: occhio!</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/10/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24477"  class="panel-layout" ><div id="pg-24477-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24477-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24477-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Cambiare colore dell’iride si può ma gli oculisti avvertono sui rischi di questi interventi </h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> Nonostante non si tratti di togliere la gobbetta al naso con la chirurgia estetica bensì di intervenire sui <strong>delicatissimi bulbi oculari</strong>, pare stia prendendo piede la moda di cambiare il colore dei propri occhi. Indovinate specialmente per quale colore? L’azzurro.</p>
<p>Tra i possessori di occhi dalle <strong>bellissime sfumature nocciola fino al nero profondo e fascinoso</strong>, c’è chi è talmente insoddisfatto di non essere nato con gli occhi azzurri, verdi o comunque chiari, da volerli trasformare a proprio piacimento.</p>
<p>Non con delle semplici lenti a contatto ma <strong>in modo permanente</strong>: basta guardare la tabella delle colorazioni fornite dalle cliniche che praticano l’intervento – in Svizzera come in Italia e nel resto del mondo – e scegliere la tonalità preferita.</p>
<p><strong>COME SI FA E COSTI</strong></p>
<p>La “cheratopigmentazione cosmetica ad anello” è uno degli interventi atti allo scopo. Con un laser è come se si facesse un <strong>tatuaggio alle cornee</strong> nelle quali viene iniettato il pigmento per ottenere la colorazione scelta. Si svolge in tre quarti d’ora circa. Un’altra modalità d’intervento prevede l’<em>impianto dell’iride</em> che consiste nell’incidere la cornea e inserire sull’iride un <strong>disco di silicone</strong> del colore prediletto. Se invece si tratta di cambiare dal colore marrone al blu è presto fatto. Poiché il marrone contiene già pigmenti blu, è sufficiente un laser per eliminare lo strato superiore dell’iride e fare emergere il blu sottostante. In quest’ultimo caso il risultato non sarà immediato come per le altre tecniche, ma occorre attendere qualche settimana dato che l’organismo dovrà “lavorare” per <strong>sostituire le cellule del vecchio colore</strong> che sono state distrutte. Interventi di microchirurgia che possono comportare complicazioni <strong>sia durante sia dopo l’operazione</strong>.</p>
<p>La durata di queste tecniche è dai dieci minuti fino a tre quarti d’ora. I costi variano tra i 5’000 e i 10’000 euro.</p>
<p><strong>DIVENTERÀ UNA MODA? </strong></p>
<p>Influencer, testimonial e vippetti dei social come Tik Tok, e della Tv, raccontano soddisfatti la loro scelta. Una tendenza <strong>condivisa da ambo i sessi, </strong>e l’euforia di poter soddisfare il proprio ideale estetico è ben raccontata sul web, prima e dopo l’operazione. Un paio di esempi nostrani.</p>
<p>Qualche mese fa un personaggio televisivo, Francesco Chiofalo, ha deciso di cambiare aspetto e ci è riuscito grazie ai suoi “nuovi” occhi azzurri. Un desiderio esaudito dopo tanti anni di aspettative che pensava irragiungibili, grazie alle odierne tecniche microchirurgiche. Peccato che dopo l’intervento la fidanzata gli abbia detto: «<em>non sei più tu!</em>». Nel frattempo ha dovuto richiedere un nuovo passaporto con i dati aggiornati, altrimenti non sarebbe potuto più uscire dall’Italia.</p>
<p>Una donna italiana, passando dalla Svizzera per raggiungere una clinica di Strasburgo, è stata accompagnata dalla <strong>Rai che ha seguito l’intervento</strong> per cambiare i suoi occhi da (un bel) marrone a celeste molto chiaro. Così dichiarava appena prima di affrontare il laser: «<em>Lo faccio per sentirmi più bella. Mettere ogni giorno le lenti colorate è un po’ pesante e poi bruciano gli occhi a fine giornata</em>». Alla domanda dell’intervistatore: «<em>Ma non hai paura di perdere la vista?</em>» lei rispondeva di aver preso le dovute informazioni da internet ed <strong>aveva evitato di rivolgersi ad un oculista</strong> immaginando che non sarebbe stato d’accordo per tale intervento. Avvezza a ritocchi a labbra, seno e naso, si avvia tranquilla nella sala chirurgica, uscendone poi felice per il risultato ottenuto al costo di 5’900€.</p>
<p>Altre entusiastiche testimonianze stanno ottenendo attenzione tra i giovani di tutto il mondo.</p>
<p>Questa che per ora è solo una tendenza, potrebbe diventare una moda?</p>
<p><strong>COSA DICONO GLI OCULISTI?</strong></p>
<p>Se fino a qualche anno fa si sceglieva l’estero per questi interventi agli occhi, oggi sono sorte, in Svizzera e in Italia, cliniche specializzate nel cambio colore oculare. Le loro pubblicità si basano sui progressi fatti in questo ambito.</p>
<p>Tuttavia gli oculisti ci vanno con i piedi di piombo. Alcuni di loro <strong>lo affermano pubblicamente</strong> (dati 2024).</p>
<p>I rischi ci sono e la cheratopigmentazione è uno degli interventi più insidiosi. In generale si tratta ancora di pratiche nuove non esenti da eventuali complicazioni che <strong>potrebbero comportare persino la cecità</strong>, come ha scritto <strong>Adam Taylor</strong>, direttore del Clinical Anatomy Learning Centre, Università di Lancaster, su Science Alert.</p>
<p>Interventi sconsigliati anche dalla Società Oftalmologica Italiana il cui presidente, dottor <strong>Matteo Piovella</strong>, mette in guardia su possibili gravi danni alla vista: a fronte del fatto che «<em>7’000 medici oculisti italiani salvano la vista a 2 milioni di persone ogni anno che altrimenti non vedrebbero</em>», si fanno interventi «<em>non ben conosciuti»</em>. E spiega: «<em>Non sappiamo se i pigmenti che vengono utilizzati possano dare opacità nell’occhio… Si inietta un colorante all’interno della cornea, andando contro quella che è la funzione della cornea che è quella di essere perfettamente trasparente… </em>(essa) <em>è una finestra che ci permette di controllarla nel tempo per fornire eventuali terapie</em>».</p>
<p>Dunque, perché correre rischi? Per i soliti motivi: più bellezza, più personalità, maggiore autostima, essere accettati dagli altri. Ai quali seguono gli inascoltati ragionamenti sui disagi psicofisici: esclusi i casi di malformazioni e gravi inestetismi per i quali la chirurgia estetica è essenziale, per il resto occorrerebbe <strong>superare le cause della propria disistima</strong>, svolgere un lavoro interiore e motivazionale, cioè guardarsi dentro e non allo specchio.</p>
<p>Chi è insoddisfatto del proprio colore degli occhi forse dovrebbe ringraziare il destino di essere nato vedente. Fatto, di per sé, non scontato né trascurabile.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Invece delle fastidiose lenti a contatto colorate, acquistabili ovunque anche online, la microchirurgia risolve in modo permanente il “problema” della colorazione naturale non gradita.</p>
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	<p>Il prima e dopo di un operato agli occhi che ha dovuto cambiare i dati del proprio passaporto per poter viaggiare. Foto trentinolibero.it</p>
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	<p>Appena terminato l’intervento permanente con il laser, la paziente si guarda allo specchio esclamando: «<em>Bellissimi!</em>», felice di aver realizzato il sogno di una vita. Fonte Rai 2018</p>
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		<title>La musica, tra mode diavolesche e intelligenza artificiale</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-musica-tra-mode-diavolesche-e-intelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Aug 2024 16:13:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Settembre 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Marro]]></category>
		<category><![CDATA[diritti LGBTQ+]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/08/foto-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – Incontriamo Bruno Marro, musicista, compositore, scrittore. Con il progetto musicale animato, tenero e commovente, "Heart to Heart" – vedibile sul web – coinvolge il pubblico nei suoi concerti su temi che riguardano il futuro dell’umanità. Ha lavorato nel mondo della moda, ha composto musiche per cartoni animati e sottofondi per servizi e trasmissioni</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/la-musica-tra-mode-diavolesche-e-intelligenza-artificiale/">La musica, tra mode diavolesche e intelligenza artificiale</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/08/foto-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24221"  class="panel-layout" ><div id="pg-24221-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24221-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24221-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Chi sta creando gli odierni brani musicali, l’essere umano oppure l’AI?  Ne parliamo con Bruno Marro</h3>
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	<p><strong>Lugano –</strong> Incontriamo <strong>Bruno Marro</strong>, musicista, compositore, scrittore. Con il progetto musicale animato, tenero e commovente, "<strong>Heart to Heart</strong>" – vedibile sul web – coinvolge il pubblico nei suoi concerti su temi che riguardano il futuro dell’umanità. Ha lavorato nel mondo della moda, ha composto musiche per cartoni animati e sottofondi per servizi e trasmissioni televisive di Rai e Mediaset. Ha collaborato con molti artisti internazionali, soprattutto statunitensi e ha prodotto tutti i suoi dischi cantando e suonando la chitarra, il suo strumento preferito. Accenniamo con lui il tema della <strong>musica che cambia</strong>, riflesso della società odierna: <strong>tecnologica e dalle mode più audaci</strong>. Ma partiamo dai suoi divertenti trascorsi in Svizzera… «<em>Al di là del fascino delle gite milanesi fuori porta –</em> racconta <em>– e del visitare i paesini elvetici tutti “verdi” e perfettamente curati, all’epoca lavoravo con un mio amico in una società di produzione televisiva a Milano grazie alla quale abbiamo collaborato spesso con la Tv Svizzera</em>».</p>
<p><strong>Ricordi del periodo svizzero?</strong></p>
<p>«<em>Molti divertenti aneddoti privati. Le dico solo che la mia prima moglie aveva dei parenti a Langnau, nel Canton Berna. Durante il fidanzamento mi propose una visita da certi suoi parenti. Allora non avevo idea di che posto fosse “Langnau im Emmental” e soprattutto chi fossero i parenti di mia moglie. Mi ricordo l’arrivo in questo paesino anonimo per me, tutto perfetto, senza una sbavatura. Quando siamo all’ingresso della villa dello zio, comincio a capire che non eravamo proprio in un posto qualunque. Alla villa ci ricevono con tutti gli onori e a tavola, per il pranzo con camerieri e affini. Solo dopo qualche ora mi viene svelato l’arcano. Lo zio era il socio-proprietario della fabbrica di Emmental Svizzero. Fabbrica che ovviamente sono andato a visitare nel pomeriggio. Meno male che, durante il pranzo, non avevo mai fatto battute sulla Svizzera, le mucche e il formaggio</em>».</p>
<p><strong>Nello svolgimento del suo lavoro tra Italia, Usa e Svizzera che differenze ha trovato?</strong></p>
<p>«<em>Non credo che esistano grandi differenze tra musicisti di qualunque paese. Il talento, la bravura restano uguali. L’unica cosa che si può dire è che, a seconda del posto dove sei nato, vieni influenzato culturalmente e storicamente dalle tradizioni musicali del posto. Noi Italiani, siamo tradizionalmente influenzati dalle grandi opere liriche e dai grandi compositori come Verdi, Mascagni, Puccini, Rossini, e così via. Quindi generalmente tendiamo a scrivere armonie e melodie molto “ariose” e di grande respiro. La musica country americana per esempio è ovviamente influenzata dalle zone rurali dell’America, con influssi dovuti alle comunità scozzesi, irlandesi e così via. La musica Svizzera ha sicuramente le radici nella sua storia, anche se, negli anni, un po’ tutti i paesi qui in Europa sono stati influenzati dal rock e blues americano e inglese, che negli anni ’60 e ’70 ha invaso il continente</em>».</p>
<p><strong>Molti cantanti nascono dai talent show, in Svizzera c’è The Voice of Switzerland, in Italia c’è X Factor… questi format hanno aiutato tanti giovani ma non tutti ne parlano bene, perché?</strong></p>
<p>«<em>Sono abbastanza contrario ai Talent di qualsiasi forma e genere. Quasi tutti sono pilotati e sono davvero pochi gli artisti usciti da quegli show, che sono riusciti a costruirsi una carriera duratura. Una volta la professione si costruiva nelle cantine, nei garage della tua città, suonando in festival con poche persone o in club con tanto di quel fumo e rumore che la musica faceva fatica a farsi notare. Però è proprio da quel percorso che sono nate le grandi stelle della musica internazionale che si sono costruite una lunga carriera. Oggi i tempi sono cambiati e la velocità con la quale si consuma un brano musicale è tale che non hai tempo di ascoltarlo due volte alla radio che è già vecchio. Che dire, io non amo le cose che nascono dal nulla e nel nulla scompaiono dopo poco</em>».</p>
<p><strong>Il diavolo “in-veste” la musica, poiché va di moda in ogni occasione, dal Gottardo ai Giochi olimpici. La stampa del settore musicale ha riportato molti casi di cantanti celebri che si ispirano a questa figura. Cosa ci può dire in merito a questa tendenza?</strong></p>
<p>«<em>La contrapposizione tra il bene e il male, con i “simpatizzanti di satana” a livello di testi, c’è sempre stata. Mentre i Beatles parlavano di fratellanza, amore e rivolte giovanili espresse con capelli lunghi e stivali in contrapposizione al British style delle vecchie generazioni, i Rolling Stone già parlavano di “Sympathy for the devil”, “Satisfaction”. Oggi abbiamo Taylor Swift, che è una brava professionista, ma non è un caso che sia assurta a icona mondiale, perché incarna perfettamente il senso e la cultura americana di questo periodo. Anche il movimento Lgbtq influenza musica e società</em>».</p>
<p><strong>Secondo lei queste mode passeranno o si affrancheranno nella nostra cultura occidentale?</strong></p>
<p>«<em>Non saprei, chi può dirlo? Oggi siamo in un momento di grandi cambiamenti e non sempre in bene. Purtroppo, da che il pianeta esiste, siamo soggetti ad ere che trasformano sia geologicamente che morfologicamente la terra e i suoi abitanti. Io dico sempre che questa generazione è stata molto fortunata, perché poteva capitare durante la II Guerra Mondiale, o durante l’era dei dinosauri. Oggi vediamo una potente presa di posizione del movimento gay e lesbo, che cerca di far valere i propri diritti, anche quelli di avere una famiglia. A questo proposito ho trovato meravigliosa la risposta di Domenico Dolce che, con Stefano Gabbana, ha dato vita ad uno dei più prestigiosi marchi della moda italiana: “Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”. I diritti legittimi, quelli che non sfociano nelle perversioni sataniche ci sono sempre stati, dai tempi della Motown verso la fine degli anni ’50, dove quel tipo di musica “nera” esprimeva la voglia di affermarsi di una categoria di persone oppresse da sempre: i neri. Non dobbiamo dimenticare il contesto americano e ricordare che Jesse Owens, benché vincitore di 4 medaglie d’oro ai giochi olimpici di Berlino nel 1936, in pieno Terzo Reich e sotto gli occhi di Hitler, al rientro in America, nelle feste in suo onore, non poteva entrare dalla porta principale ma veniva fatto entrare dalla porta di servizio, perché a un nero non era permesso accedere dallo stesso ingresso dei bianchi</em>».</p>
<p><strong>Oltre alle mode, c’è il fattore “Intelligenza Artificiale”: come ha cambiato di fatto la musica? Softwar, tools, app sono a disposizione di ogni musicista. È vero che da oggi in poi non sarà più possibile sapere se un brano musicale sia stato scritto da un essere umano o dall’AI?</strong></p>
<p>«<em>Sull’AI sono categorico: non mi interessa. Se non parti da una base di creatività, se non hai doti musicali, puoi costruire con l’AI tutta la musica che vuoi, ma niente a che fare con l’attimo creativo, che arriva dall’animo e dal cuore. Sono un fruitore di plug-in e tools o software musicali, che hanno sicuramente agevolato il lavoro del musicista e ampliato gli orizzonti, ma la scrittura di una buona canzone, arriva dal profondo di noi. Può essere migliorata dai nuovi “strumenti” che sono oggi a disposizione, ma nessuno di loro, potrà mai sostituire l’attimo creativo. Le canzoni “suonate” sono fatte anche di attimi sbagliati, magari impercettibili, di note ritardate, ma tutto questo concorre a far si che il brano sia umano. Non so se in un futuro distingueremo un brano fatto con l’AI da uno fatto da un buon musicista. Di certo l’AI non potrà sostituire le nostre emozioni</em>».</p>
<p><strong>Avendo orecchio, senza conoscere la musica, con l’AI potrei produrre e vendere miei brani musicali? </strong></p>
<p>«<em>Lo stanno già facendo in molti, soprattutto nel rap e qui da noi in Europa. E molti di loro, anche senza bisogno di avere orecchio…</em>».</p>
<p><strong>Dunque, quando oggi ascoltiamo musica non possiamo più sapere “chi” l’abbia creata, nonostante vi sia apposta una firma umana.</strong></p>
<p>«S<em>periamo di non arrivare a quel livello, ma che ci sia sempre un tratto che distingue il suono della chitarra di Jeff Beck o Mark Knopfler, da quello generato dalla AI…</em>».</p>
<p><strong>Insomma, tra mode estreme e tecnologia, come immagina il futuro?</strong></p>
<p>«<em>Molto difficile da dire. Musica, cinema e spettacoli, sono cambiati moltissimo negli ultimi 10 anni. Possiamo immaginare cosa succederà tra 50 anni? Le nuove tecnologie apriranno nuove frontiere ma la creatività, le buone idee, resteranno le uniche cose che potranno fare la differenza. L’importante è continuare a fare buona musica. Musica che colpisca al cuore, che ti faccia anche solo per un attimo appartenere ad un mondo pieno di emozioni. Ci sarà sempre più tecnologia è vero, ma i Beatles non avevano nessuna tecnologia, eppure le loro canzoni, ancora oggi ci riempiono di emozioni. Charlie Chaplin non aveva nessuna tecnologia eppure i suoi film ci trascinano ancora oggi in mondi fantastici. Dovunque la musica andrà, la cosa importante è che ti colpisca sempre senza farti male, lasciandoti affogare in un mare di sentimenti e ti apra la mente in modo tale da poter riconoscere l’inganno e saperlo combattere</em>».</p>
<p>Annamaria Lorefice</p>
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	<p>Vedibile sul web e nel sito brunomarro.com, il progetto musicale animato, tenero e commovente, "<em>Heart to Heart</em>" vuole coinvolgere il pubblico, come fa l’Autore anche nei suoi concerti e nelle web-trasmissioni, su temi scottanti che riguardano il futuro dell’umanità. Marro ha scritto le musiche e tutti i testi e curato la regia, i disegni sono di Andrea Biscalchini, la produzione è di Roberto da Pozzo.</p>
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	<p>Bruno Marro, è nato il 5 marzo 1956 a Torino. Musicista, compositore, scrittore, ha composto musiche per cartoni animati e sottofondi per servizi e trasmissioni televisive di Rai e Mediaset. Ha collaborato con molti artisti internazionali e ha prodotto tutti i suoi dischi cantando e suonando la chitarra che è il suo strumento preferito. Stabilitosi a Milano negli anni '80, ha lavorato in Virgin Record e nel settore della moda scrivendo musica e producendo clip promozionali. Scrive per il blog Newsacademy.it per il quale conduce web-trasmissioni su temi di geopolitica.</p>
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		<title>Cannabis terapeutica, un antico rimedio che sta interessando molti pazienti</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/cannabis-terapeutica-un-antico-rimedio-che-sta-interessando-molti-pazienti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jun 2024 13:44:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Luglio-Agosto 2024]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/06/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – Negli ultimi due anni si registra il continuo aumento di richieste ed effettivo accesso dei pazienti all’uso della cannabis terapeutica. Ciò avviene in tutta Europa con le ovvie differenze tra Paesi. Per accesso alle cure con cannabinoidi si intende la prescrizione da parte di medici ufficiali per contrastare gli effetti di varie malattie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/cannabis-terapeutica-un-antico-rimedio-che-sta-interessando-molti-pazienti/">Cannabis terapeutica, un antico rimedio che sta interessando molti pazienti</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/06/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24147"  class="panel-layout" ><div id="pg-24147-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24147-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24147-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">La dottoressa Chiara Liberati: «i medici non la prescrivono perché non la conoscono»</h3>
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	<p><strong>Lugano – </strong>Negli ultimi due anni si registra il <strong>continuo aumento di richieste ed effettivo accesso</strong> dei pazienti all’uso della <strong>cannabis terapeutica</strong>.</p>
<p>Ciò avviene in tutta Europa con le ovvie differenze tra Paesi. Per accesso alle cure con cannabinoidi si intende la <strong>prescrizione da parte di medici ufficiali </strong>per contrastare gli effetti di varie malattie. <strong>Svizzera</strong>, Germania, Portogallo e Repubblica Ceca, hanno stabilito programmi specifici di cura. Secondo gli esperti in materia, tutti i Paesi dovrebbero maggiormente liberalizzare la cannabis ricreativa (sigaretta di marijuana per es.) e, al contempo, differenziarla in modo netto dalla cannabis terapeutica: quest’ultima non deve più essere considerata un narcotico bensì un <strong>normale rimedio medico</strong>.</p>
<p>Tolti gli <strong>impedimenti burocratici</strong>, sarà sempre più prescritta dai medici e <strong>ottenuta in farmacia</strong>. Una maggiore richiesta e distribuzione amplierebbe le coltivazioni di cannabis incrementando così le migliori varietà atte a scopi medici.</p>
<p>Nota per lo “sballo” che provoca in chi la assume per scopi ricreativi, è, in tali casi, utilizzata in modo sconsiderato. Al contrario – e questo aspetto è sempre stato sminuito o negato – essa ha importanti effetti medico-olistici con benefici accertati sulle persone, gli animali e l’ambiente. Due suoi principali costituenti sono il tetraidrocannabinolo <strong>THC</strong> e cannabidiolo <strong>CBD</strong>: chi formula preparati medici conosce le differenze tra THC (con anche effetti psicoattivi) e CBD, sa come questi spesso si completino a vicenda o, invece, quando usarli separatamente.</p>
<p>In Svizzera, finalmente abrogato nel 2022 il divieto per scopi terapeutici, il medico ne fa richiesta per i propri pazienti all’autorità preposta. E in Italia, dove risiedono molti concittadini elvetici, a che punto siamo?</p>
<p>Alla dottoressa Chiara Liberati, Direttrice Sanitaria, Medico Chirurgo e Terapista del Dolore presso CLINN di Milano, e operativa con altri medici nel sito web “Cannabis Terapeutica” ricco di informazioni e testimonianze, chiediamo qualche spiegazione sul suo utilizzo e come si comportano in merito i medici della Penisola.</p>
<p><strong>Il primo impiego della cannabis terapeutica a cui si pensa è per il dolore cronico, ma in quali altre situazioni si può consigliare?</strong></p>
<p>«<em>In effetti, è conosciuta per la terapia del dolore, che sia di natura oncologica o benigna come dolori cronici dovuti ad esempio ad artrosi, fibromialgia, artrite reumatoide e così via. In realtà l’impiego della cannabis è estremamente variegato e si utilizza in contesti di insonnia primaria e secondaria che comprende ansia, depressione, attacchi di panico e altri problemi di questa natura. Nel contesto oncologico è molto impiegata a supporto di chemio e radioterapia per gestirne gli effetti collaterali quali nausea, vomito, inappetenza, cachessia. Non solo, a livello pre-clinico, ci sono centinaia di studi che mostrano il potenziale anti-cancro di diversi tipi di cannabinoidi. Infine, gli scenari che si stanno aprendo ormai da diverso tempo e descritti nella letteratura scientifica, riguardano il mondo degli stati degenerativi</em>».</p>
<p><strong>Per esempio?</strong></p>
<p>«<em>Nell’ambito di malattie come l’Alzheimer, nelle varie forme di decadimento cognitivo come il morbo di Parkinson. Ma anche in varie patologie come la sclerosi multipla, per le quali è stato anche formulato un farmaco a base di THC e CBD che è il Sativex. Siamo quindi passati ad una formulazione farmaceutica ufficiale in commercio dal 2013</em>».</p>
<p><strong>Un bel passo avanti.</strong></p>
<p>«<em>Sì. Dopodiché abbiamo contesti come due forme di epilessia farmacoresistente, soprattutto nella sfera pediatrica, dove è usato il CDB. Qui abbiamo una formulazione di recente introduzione <u>l’Epidiolex</u>, un preparato esclusivamente a base di <u>cannabidiolo, CBD, per le due forme </u>di epilessia farmacoresistente, <u>la Sindrome di Lennox-Gastaut e la Sindrome di Dravet</u></em>».</p>
<p><strong>Questi farmaci rientrano nelle prescrizioni rimborsabili?</strong></p>
<p>«<em>Nell’elenco delle patologie le cui cure sono rimborsabili, troviamo ad esempio il glaucoma o HIV. Il grosso riguarda il dolore cronico</em>».</p>
<p><strong>In che forma può essere assunta la cannabis terapeutica?</strong></p>
<p>«<em>In due modalità, la prima, nella formulazione “oleolita” cioè attraverso un olio assunto per via orale. Gocce di quest’olio vengono messe su un alimento, come un pezzetto di pane, oppure per via sublinguale. L’altra modalità è il vaporizzatore ad uso medicale che introduce il giusto quantitativo della sostanza sfruttando la via respiratoria</em>».</p>
<p><strong>Quando la cannabis può essere controindicata?</strong></p>
<p>«<em>Oltre alla gravidanza e nell’allattamento, è controindicata in caso di pregressa dipendenza o attuale utilizzo di sostanze stupefacenti. In tutte le altre situazioni è fondamentale la scelta del cannabinoide corretto a seconda dei casi</em>».</p>
<p><strong>Per evitare la burocrazia c’è chi assume la cannabis in varie forme “fai da te”, sempre a fini terapeutici per es. come antidolorifico o ansiolitico.</strong></p>
<p>«<em>La differenza è che la prescrizione medica è accurata nello stabilire tipo e dosaggio della cura. Invece, formulando approssimativamente un prodotto vi sono rischi, si mettono in forse la sicurezza e la sua reale efficacia</em>».</p>
<p><strong>Qual è l’iter per ottenere la cannabis terapeutica?</strong></p>
<p>«<em>In Italia, con la Legge del 2016, ogni medico di base o specialista a dipendenza dalla Regione di appartenenza, può prescrivere la cannabis terapeutica con ricetta intestata</em>».</p>
<p><strong>Le norme burocratiche diverse tra Regioni oltre alla discrezionalità del medico – e sono ancora tanti quelli contrari – non permette a tutti di accedere a questa cura…</strong></p>
<p>«<em>È vero, e il motivo per cui molti medici non la prescrivano è dovuto al fatto che non conoscono la materia. Non si espongono nel prescrivere qualcosa di cui non sanno nulla</em>».</p>
<p><strong>A questo potrebbero provvedere per aiutare chi soffre e non desidera gli antidolorifici chimici ma alternative naturali. È vero che al curato con cannabis può essere tolta la patente? Ciò vuol dire che per molti lavoratori, come i camionisti o conducenti di mezzi pubblici, ecc. questa cura è preclusa.</strong></p>
<p>«<em>Questo è il grandissimo problema che stiamo vivendo per la proposta di legge di modifica del codice della strada. La criticità gira intorno ai livelli tossicologici di THC riscontrabili. La legge non fa distinzione tra cannabis terapeutica o per consumo ludico: ricevono la stessa sanzione fino alla sospensione della patente</em>».</p>
<p><strong>Un problema grave per molte categorie professionali dove occorre estrema attenzione nello svolgimento del proprio lavoro. D’altra parte la cannabis può dare effetti collaterali come tachicardia, insonnia o sonnolenza…</strong></p>
<p>«<em>Quello che osservo nella realtà è che tutto quello che viene citato come alterazione di stato di coscienza è estremamente sopravvalutato. La differenza la fa anche la formulazione scelta nella proporzione del THC che ha risultati diversi. Anche il momento della giornata in cui la si assume è importante. Inoltre, l’assunzione di prodotto oleoso oppure con vaporizzatore cambia radicalmente la risposta del paziente rispetto la capacità di vigilanza. Posso dire che finora non ho sperimentato nei pazienti alterazioni di coscienza tali da renderli inabili ad effettuare le proprie mansioni</em>».</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em><br />
<em>lorefice.annamaria@gmail.com</em></p>
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	<p>La cannabis è una pianta antichissima risalente al Neolitico, utilizzata per produrre tessuti e tanto altro.</p>
<p>In epoca moderna molti oggetti potrebbero essere fatti in plastica biologica ottenuta da cannabis, cosa che, si spera, potrà sostituire in larga misura la comune plastica realizzata con processi chimici inquinanti.</p>
<p>In ambito medico, fu soprattutto nell’antica Cina che si comprese il suo potenziale di guarigione e veniva consumata in tisana o fumandola: questo aspetto è sempre stato svalutato in Occidente e lo è ancora oggi nonostante la cannabis dimostri importanti effetti terapeutici positivi su persone e animali oltre, come detto, sull’ambiente. Tolti gli impedimenti burocratici, sarà sempre più prescritta dai medici e ottenuta in farmacia. Una maggiore richiesta e distribuzione amplierà le coltivazioni di cannabis incrementando così le migliori varietà atte a scopi medici.</p>
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	<p>Sul web si trovano importanti testimonianze di persone affette da gravi degenerazioni mentali e fisiche i cui medici di famiglia, scettici o dichiaratamente contrari alla cannabis, si sono rifiutati di prescriverla, salvo poi dover constatare, loro malgrado, che il paziente avendo svolto la cura di propria iniziativa avevano recuperato gran parte del loro benessere.</p>
<p>I preconcetti di troppi medici sono perlopiù dovuti alla mancanza di conoscenza della materia. A questo potrebbero provvedere, informandosi adeguatamente, al fine di aiutare chi da anni è in sofferenza e vuole scegliere alternative naturali invece di prodotti chimici artificiali dai risaputi effetti collaterali: un diritto fondamentale del malato.</p>
</div>
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		<title>Il merito delle donne emerge da un libro del 1500</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/il-merito-delle-donne-emerge-da-un-libro-del-1500/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2024 16:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Giugno 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[antica autrice veneziana]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Moderata Fonte]]></category>
		<category><![CDATA[ostilità verso il femminile]]></category>
		<category><![CDATA[storia delle donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/05/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano - “Il Merito delle donne” giustamente definito un capolavoro di acume politico e intellettuale è un libro del 1500 scritto da Modesta da Pozzo dove “si scopre chiaramente come le donne siano più degne e più perfette degli uomini”. L’affermazione è posta sotto il titolo dalla stessa autrice, che si firma con lo pseudonimo</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/il-merito-delle-donne-emerge-da-un-libro-del-1500/">Il merito delle donne emerge da un libro del 1500</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/05/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24039"  class="panel-layout" ><div id="pg-24039-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24039-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24039-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Un’antica autrice veneziana descrive l’ostilità degli uomini verso il femminile</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> “<strong>Il Merito delle donne</strong>” giustamente definito un <em>capolavoro di acume politico e intellettuale</em> è un libro del 1500 scritto da <strong>Modesta da Pozzo </strong>dove “<strong>si scopre chiaramente come le donne siano più degne e più perfette degli uomini</strong>”. L’affermazione è posta sotto il titolo dalla stessa autrice, che si firma con lo pseudonimo “<strong>Moderata Fonte” </strong>e con questo nome ci riferiremo a lei.</p>
<p>Ad incuriosirci su questo fondamentale testo sono gli <strong>Archivi Donne Ticino</strong> dal quale questa rubrica ha attinto, in più occasioni negli ultimi 23 anni, le storie di importanti personalità femminili di cui l’Associazione mantiene viva testimonianza.</p>
<p>Ora ci propone un interessante studio della dottoranda Laura Mattioli su “Il giardino come luogo di riappropriazione dell’identità femminile”. Infatti, Moderata Fonte ambienta la sua narrazione in un magnifico giardino di una villa sita nella Venezia cinquecentesca, dove immagina si radunino sette «<em>nobili e valorose donne»</em>.</p>
<p>Viene così descritta una fine disquisizione svolta in due giornate in questo angolo lussureggiante, dotato di frutteto e orto, di proprietà di una delle donne, nel quale spicca una fontana composta da figure allegoriche ad inneggiare <strong>la beata vita da nubili</strong>: con gran piacere qui si ritirano abitualmente senza che nessun uomo possa in alcun modo ascoltare o intromettersi nei loro <strong>discorsi di elevato ingegno</strong>.</p>
<p>Tra musica da loro suonata, poesie recitate, goduriosi pasti e gioiosi modi di fare, tali donne potevano liberamente ragionare ed esprimersi a loro piacimento.</p>
<p>Al contrario di un altro <strong>forzato pregiudizio</strong> che vuole le donne nemiche tra loro (come se la presunta “solidarietà maschile” non sia spesso intrisa di superficialità, rivalità, tradimenti e cattiveria), lo stare insieme in questo inviolabile giardino è narrato con gaudio per la loro reciproca sincera amicizia, e fu «<em>l’allegrezza compiuta fra loro</em>».</p>
<p>Ecco un accenno delle argute riflessioni fatte da tali sagge donne, alle quali tenta di opporsi una giovane sposina propensa a non riconoscere <strong>i tristi difetti degli uomini</strong> e, quindi, del suo stesso sposo che, per ora, le appare gradevole e premuroso. Ma l’esperienza delle altre le mostrerà sempre il lato realistico della faccenda. Quale? <strong>Gli uomini hanno creato un mondo a loro congeniale</strong>, dove vige la legge della violenza e della cattiveria, dove poter spadroneggiare a scapito delle donne ma anche di altri uomini.</p>
<p>Considerazioni inerenti all’astronomia, alla biologia, alla filosofia, agli usi e costumi e ad altre materie, sono volte a <strong>dimostrare la lontananza d’essere e d’agire dei due sessi</strong>, dove in originario difetto risulta sempre l’esemplare umano maschile. Diamo qui in accenno alcuni passi sui rapporti donna-uomo.</p>
<p><strong>LE RAGIONI CHE AVEMO CONTRA LI MARITI</strong></p>
<p>All’esordio della prima giornata nel delizioso giardino, Donna Lucrezia dice: «<em>Noi non stiamo mai bene se non sole. E beata veramente quella donna che può vivere senza la compagnia d’aver un uomo</em>», «<em>… parmi</em> – soggiunse Eleonora –- <em>che io mi viva in riposo e che io senta una somma felicità nel ritrovarmi senza, considerando quanto sia bella cosa la libertà!</em>». «<em>È possibile</em> – disse Elena – c<em>he siano essi così cattivi?</em>». Ebbene sì, le rispondono, quali mentitori efferati, prima son deliziosi poi risultano per quel che sono, poiché «<em>troppo diverso è dalla lingua il core!</em>». All’osservazione che anche le donne sono così, viene obiettato come solo alcune lo siano e che sempre sono indotte a comportarsi in tal guisa <strong>proprio dalla cattiveria e insolenza degli uomini</strong>.</p>
<p>E qui seguono vari interventi ad avvertire Elena con una sequela di esempi che illustrano i più disparati comportamenti dei mariti <strong>volti a tormentarle e ad ingabbiare la libertà delle mogli</strong>. Insomma, meglio essere accorte e non sperare di trovare la rarità di un uomo che non si comporti secondo beceri e accettati costumi: «<em>…questa vana speranza che di raro riesce è la certa rovina delle povere figliole</em>». Valendo il proverbio “marito e malanno non manca mai” occorre istruire figliole ricche d’ingegno a non sperare in un ipotetico buon uomo ma di adoperarsi con le abilità di cui Dio le fornisce per <strong>opere d’intelletto, per il bene proprio e dell’intero mondo</strong>.</p>
<p><strong>L’INGANNO</strong></p>
<p>La bellissima fontana posta al centro del giardino è composta da figure allegoriche. Una di esse è un persico reso in forma tale da significare «<em>l'inganno e falsità degli uomini e quali nelle parole dimostrano amore e fede verso di noi donne e poi nel cuore sono il contrario</em>». Ciò vale per <strong>parenti maschi</strong> anche di lontano grado, oltre a fratelli, padri, mariti e figli maschi, e pure per gli <strong>estranei di sesso maschile</strong>, quali amanti, amici e conoscenti.</p>
<p><strong>LA CRUDELTÀ</strong></p>
<p>La figura del coccodrillo sta a significare la <strong>crudeltà precipua degli uomin</strong>i. Forse sono così solo per ignoranza? «… <em>anzi</em> – dice Cornelia – <em>le ignoranze non iscusa il peccato della loro ignoranza e volontario vizio e sono purtroppo accorti nel male e vogliono che anzi noi siamo le ignoranti e le pazze</em>». Ma la presunta pazzia delle donne altro non è che la difesa e il disgusto nel patire: «… <em>tante loro crudeltà</em> (…) <em>la loro tacita e continua persecuzione e l'odio particolare che hanno contra di noi. E non crediate che contro il nostro sesso solo siano tali, che ancor tra loro stessi si ingannano si rubano si distruggono e si cercano di abbassare e di rovinare l'un contro l'altro!</em> <em>Pensate quanti assassinamenti, usurpazioni, giuramenti falsi, bestemmie, giochi, crapula e tali vizi che commettono tutto il giorno. Non vi parlo degli omicidi sforzi ladro netti ed altre dissolute operazioni tutte procedenti dagli uomini…</em>». Lucrezia: «<em>Oso affermare che se gli uomini fossero buoni non vi sarebbe alcuna donna cattiva</em>».</p>
<p><strong>VI SONO UOMINI CHE AMINO LE DONNE?</strong></p>
<p>Le donne, continuando le loro analisi, ritengono che a scrivere dei rapporti che intercorrono tra uomini e donne sono gli uomini, i quali dicono sempre il falso per giustificare il loro comportamento sia verso le donne, sia verso gli altri uomini. Ma, viene chiesto dalla più giovane del gruppo, vi saranno pur uomini leali che amino le donne? Rare volte, datosi che <strong>laudano sempre sé stessi</strong>. E per acquisire maggior gloria, a volte duellano per amore di una donna perdendo la vita. «<em>Credete voi forse che l’abbiano fatto per sviscerata affezione che loro portassero? Signora no. L’hanno fatto per soverchia rabbia di non poter conseguire l'intento loro e per non aver potuto ottenere la desiderata vittoria e trionfo d'ingannare e rovinar quelle tal donne che essi mostrarono d’amare</em>».</p>
<p>C’è chi scrive cose benigne sulle donne, nemmeno questi vanno bene? Questi, come quelli che amano il sesso femminile sono rarità «<em>… pochi quelli che amano veramente che fra tanta moltitudine si perdono e si confondono ed è difficilissimo e saper riconoscere e trovare</em>» sentenzia Cornelia.</p>
<p><strong>L’INGANNO CHE GLI UOMINI SIANO SIMILI A NOI</strong></p>
<p>Corinna: «<em>… pensando che ancora gli uomini siano simili a noi, così nell’esser veraci, come puri di animo nell’amarci e giudicando il core loro dal nostro, ne segue da questo ogni nostra rovina</em>». Ribatte Selena: «<em>… donde nasce questa tanta bontà e semplicità che, come detto, si ritrova in noi altre donne più che negli uomini?</em>». La rovina delle donne, figlie, sorelle o mogli, e anche quelle divenute di malaffare <strong>dipende solo dagli uomini</strong>: «<em>(…) torno a dirvi quel che ho detto cioè che di tanto male l'origine propria è la vera ragione sono stati gli uomini (…) il che non seguirebbe se si stessero in cervello e avessero quella modestia ed onestà che si ritrova nelle donne</em>».</p>
<p><strong>L’INVIDIA DEGLI UOMINI </strong></p>
<p>E, infine: «<em>… non credete voi</em> – conclude Eleonora – <em>che gli uomini non conoschino il nostro merito? Lo conoscono bene, essi, ma non lo vogliono confessare per invidia…</em>». In cuor suo lo sa, perciò i posti migliori in un convitto sono per la donna. L’uomo la riverisce incontrandola, nobile o plebea che sia, <strong>s’inchina ad ella umiliato</strong> «<em>come suo minore</em>». È una consapevolezza quasi inconscia che porta ad onorare ciò che in essi lacuna sia per natura e sia per un’atavica convenzione sociale che gli conferisce <strong>una pretesa e inesistente superiorità</strong>, come viene asserito tra le donne nel giardino<strong>.</strong></p>
<p><strong>SUL WEB</strong></p>
<p>“Il merito delle donne”, dunque, emerge “pubblicamente” in forma di libro in pieno Cinquecento, interessantissimo e pur sconosciuto.</p>
<p>Oggi il capolavoro di Moderata Fonte «<em>è considerato un caposaldo della letteratura proto femminista</em>» che rappresenta, insieme ad altri copiosi lavori di alto profilo culturale, <strong>il simbolo di una produzione intellettuale femminile completamente cancellata dalle pagine della Storia ufficiale</strong>, secondo il modello patriarcale aristotelico.</p>
<p>Il femminismo, quale spinta spontanea, e legittima sete di giustizia, non nasce da una nicchia mondiale di donne in epoca moderna (appoggiata per fini tutt’altro che femministi da alcuni poteri forti), bensì, ne è convinta la qui scrivente, <strong>fin da quando il matriarcato fu soppresso</strong>.</p>
<p>Un filo rosso collega – dall’antichità più profonda ad oggi – scrittrici, artiste, inventrici e intellettuali con opere censurate dalla cultura maschile e sempre più portate alla luce da tante odierne studiose e associazioni come ad esempio gli Archivi Donne Ticino già citato o come <strong>La Scuola delle Donne</strong>. Quest’ultima, a fondo si è occupata della vicenda di Meritata Fonte, che morì di parto il giorno dopo aver terminato il libro. Si invitano le lettrici di Gazzetta Svizzera a conoscere questo libro in audiolettura e la sua autrice attraverso il copioso materiale fortunatamente disponibile sul web.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Il Merito delle donne di Moderata fonte. Sotto il titolo si può leggere “<em>Ove chiaramente si scuopre quanto siano elle degne e più perfette de gli huomini”.</em></p>
<p>La Scuola delle Donne® in Cerchio, dedica la lettura di questo libro, in forma di audio su You Tube, alla scrittrice, giornalista e storica Daniela Zamburlin, autrice di numerose pubblicazioni sulla storia delle donne, già presidente dell'associazione Moderata Fonte, emblematica di una presenza culturale delle donne cancellata dalla storia ufficiale. Per chi volesse approfondire: Daniela Zamburlin è l'autrice del racconto su Moderata Fonte <em>Il mio merito</em>, pubblicato nell'antologia Venezia Xenithea.</p>
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	<p>Modesta Pozzo (Venezia, 15 giugno 1555 - Venezia, 2 novembre 1592) scrittrice e poeta, si firmava con lo pseudonimo “Moderata Fonte”. Scrisse vari testi, l’ultimo, “I meriti delle donne” lo terminò poche ore prima di morire di parto a 37 anni.</p>
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		<title>Contessa Emilia Magdalena Zeltner Una Svizzera del risorgimento</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/contessa-emilia-magdalena-zeltner-una-svizzera-del-risorgimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2024 14:39:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Zeltner]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppina Morosini]]></category>
		<category><![CDATA[patriottismo femminile]]></category>
		<category><![CDATA[risorgimento italiano]]></category>
		<category><![CDATA[storia svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Negroni]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/contessa-emilia-magdalena-zeltner-una-svizzera-del-risorgimento/">Contessa Emilia Magdalena Zeltner Una Svizzera del risorgimento</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/04/FOTO-1-CONTESSA-EMILIA-MAGDALENA-ZELTNER-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-23928"  class="panel-layout" ><div id="pg-23928-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-23928-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-23928-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Si commemora una nobildonna elvetica che, insieme alle figlie, combatté per l’indipendenza del nord Italia</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> Grazie alle biografie – sempre estremamente interessanti per la nostra storia e cultura – degli <strong>Archivi donne Ticino</strong> viene messa in attenzione la figura di <strong>“Emilia Morosini Zeltner e la sua residenza a Villa Negroni”</strong>.</p>
<p>Nel 2024-2025 il <strong>Centro Studi Villa Negroni</strong> sito a Vezia, (Lugano) propone a tutto tondo la figura di questa donna <em>“moderna” e rivoluzionaria</em> nel<em>150° anniversario della sua morte. </em></p>
<p>La contessa Emilia Magdalena Zeltner nasce il 16 luglio 1804 a Solothurn (Soletta).</p>
<p>Sposò il nobile Giovan Battista Morosini, trasferendosi prima a Lugano nella Villa Negroni e poi a Milano. Ebbe sei figli.</p>
<p><strong>Il Risorgimento</strong></p>
<p>Insieme alle figlie si occupò, con grande determinazione, delle gravi vicende del Nord Italia, in pieno <strong>Risorgimento</strong>. Quest’ultimo era un movimento politico e culturale fiorito ad inizio Ottocento deciso a trasformare la Penisola, suddivisa in molte differenti entità politiche, in uno <strong>Stato unitario</strong>.</p>
<p>In particolare il Nord, dopo il Congresso di Vienna del 1814-15, era occupato a Ovest dal Regno di Sardegna, guidato dalla dinastia dei Savoia, mentre <strong>i restanti territori del Settentrione facevano parte dell’Impero d’Austria</strong>.</p>
<p>In questo complesso quadro la nobildonna svizzera e le sue figlie, tra cui <strong>Giuseppina </strong>(1824-1909), agognavano la libertà dei territori lombardi con la cacciata degli austriaci.</p>
<p>Spinta da un alto impulso per la causa risorgimentale, la contessa Emilia riunì nella sua casa di Milano i membri del Governo provvisorio durante <strong>le Cinque Giornate</strong>.</p>
<p>Il suo prestigioso salotto culturale, al contrario di quelli odierni, era ben frequentato. Tra le personalità intellettuali di spicco c’era anche <strong>Giuseppe Verdi </strong>che ebbe una assidua frequentazione epistolare con le figlie della contessa, Anna e Giuseppina. Quest’ultima fu un’altra figura importante quale esponente del <strong>patriottismo femminile</strong>, ben descritto dalla storica <strong>Marika Congestrì</strong>.</p>
<p><strong>Villa Negroni</strong></p>
<p>Momentaneamente vinti gli austriaci a Milano, questi rientrano in città e nell’autunno del 1848 la famiglia di Emilia Morosini Zelten, come scrive Congestrì:<strong> «</strong><em>è costretta a ritirarsi nella villa di famiglia </em>(<strong>Villa Negroni</strong> ndr.)<em> di Vezia (Lugano) che diventa in quel periodo un centro di riferimento per i profughi liberali lombardi avversi al regime austriaco e rifugiatisi in Ticino»</em>.</p>
<p>Il <strong>diciassettenne figlio</strong> della contessa che porta lo stesso nome della madre, <strong>Emilio</strong>, parte volontario in guerra. Per madre e sorelle «<em>comincia una vita fatta di ansia e di attesa </em>(…) <em>Questo stato d'animo emerge nitidamente da una lettera di Giuseppina nella quale si fa spazio la sua indole ribelle, il suo spirito curioso, impaziente e vivace, a tratti anticonformista</em>…».</p>
<p>Tra disperazione e lutti di congiunti e amici, in Emilia e nelle figlie (ad Anna muore il marito in combattimento) s’insinua il <strong>sentimento di protezione per Emilio e altri maschi</strong> parenti di amici che vengono implorati di tornare a casa avendo già fatto molto in quella guerra.</p>
<p><strong>Gli austriaci tornano a Milano</strong></p>
<p>Per Giuseppina occorre comunque continuare la battaglia che porterà, ella spera, alla liberazione: «<em>In una lettera a Carmelita Manara, anch'essa in fervida attesa per le sorti del marito Luciano, la nostra Peppina privilegiò la causa nazionale e l’urgenza di perdurare nella disperata difesa di Roma, nonostante fosse opinione di molti (tra cui la stessa Emilia) che bisognasse arrendersi per evitare altre inutili perdite</em>».</p>
<p>Nel momento peggiore, con la rivalsa degli austriaci che in soli tre giorni riconquistarono Milano, Giuseppina, non si arrese e scrisse che dopo l’amara sconfitta si sarebbe risvegliato di nuovo «il fuoco di sotto le ceneri, e più tremendo di prima»<em> e che </em>«Uno stato di violenza come è ora quello d'Europa intiera, e qualche impreveduto avvenimento verrà d'un tratto a spezzare l’incantesimo che tiene i popoli soggiogati al dispotismo, e conculca i loro più santi diritti».</p>
<p>Emilia Zeltner, con Giuseppina sempre in prima linea e le sue quattro sorelle, <strong>si prodiga in molte opere</strong> per la cacciata degli Austriaci da Milano. «<em>Il credo liberale</em> – spiega nella sua analisi Marika Congestrì – <em>fu sempre una cifra determinante nella tradizione familiare della Zeltner che - al pari di altre madri e patriote - seppe trasmetterlo vivamente ai propri figli facendo sì che l’avversione al regime austriaco e la difesa della causa nazionale diventassero il “motore del [loro] impegno politico”»</em>.</p>
<p><strong>La morte del figlio</strong></p>
<p>Sul piano pratico si occuparono del soccorso ai feriti con un centro di degenza <strong>allestito nella casa dei Morosini Zeltner</strong>, degli approvvigionamenti da spedire al campo e di sottoscrizioni per la richiesta al Governo Provvisorio di supporti logistici per le truppe, oltre a molte altre importanti iniziative.</p>
<p>Dal 20 marzo 1849, nella seconda fase della guerra di indipendenza che portò alla vittoria austriaca, la contessa fece di tutto per convincere il giovanissimo figlio Emilio a tornare a casa, dato che da volontario aveva già dato molto alla legittima rivolta e che i rischi erano enormi. Emilio Morosini morì eroicamente a Roma, nel 1849, da patriota italiano presso Porta San Pancrazio.</p>
<p>Giuseppina, pur nel grande dolore per la perdita del fratello, proseguì nella causa di liberazione dagli austriaci, andando contro le idee “tiepidamente reazionarie” e filo austriache di suo marito Alessandro Negroni Prati, facoltoso ingegnere di Vigevano, e nonostante l’abbandono della lotta da parte della madre Emilia, straziata dal dolore per la morte del figlio.</p>
<p>Il 2025 coincide con il 150° anniversario della morte di Emilia Zeltner Morosini. Il Centro Studi Villa Negroni vuole ricordare il suo operato nella storica dimora di Villa Negroni: fu Emilia a renderla un luogo di stimoli intellettuali, all’insegna del cambiamento. Le sue figlie, in particolare Giuseppina con il suo coraggio rivoluzionario, hanno continuato l’opera della madre che permane quale esempio fino ai nostri giorni.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Emilia Magdalena Zeltner (1804-1875) figlia di Franz Xaver Zeltner del Canton Soletta, balivo di Lugano. Emilia, nel 1819 si trasferì stabilmente a Lugano in virtù del matrimonio con il nobile Giovan Battista Morosini il quale non appoggiò gli ideali risorgimentali della moglie, per la sua visione reazionaria moderatamente filo austriaca. Ritratto del pittore Francesco Hayez (1791-1882).</p>
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	<p>2024-2025 il Centro Studi Villa Negroni sito a Vezia, (Lugano) commemora Emilia Zeltner (1804- 1875): «<em>una donna “moderna” e rivoluzionaria, che ha fatto di Villa Negroni un luogo dove la cultura è diventata, per la prima volta, un valore sul quale investire con successo e un vivaio di ispirazione intellettuale. Il 2025 coinciderà con il 150° anniversario della morte di Emilia. Ma il suo coraggio rivoluzionario continua ad offrire spunti di riflessione sui ruoli di genere nella cultura e sull’impatto che avevano e ancora hanno sulla società e sull’economia. La storia di Emilia Morosini Zeltner offre quindi ispirazione per affrontare le sfide contemporanee</em>».</p>
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	<p>Giuseppina (1824-1909), figlia di Emilia Zeltner, instancabilmente si prodigò per la causa risorgimentale e la cacciata degli austriaci dal Nord Italia. Ritratto del pittore Francesco Hayez.</p>
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		<title>Emilia Passera, la regina del basket che vinceva tutto</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/emilia-passera-la-regina-del-basket-che-vinceva-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 17:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[basket anni '60]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia Passera]]></category>
		<category><![CDATA[pallacanestro svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Scarpette da ginnastica]]></category>
		<category><![CDATA[sport femminile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/03/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano - L’orgoglio della pallacanestro svizzera degli anni ’60 si chiamava Emilia Passera, una cestista e attaccante eccellente, ricordata ancora oggi per la capacità di andare sempre a canestro. Passata la palla, canestro sicuro! Bravissima nello sport e bellissima. Fu una ragazza molto popolare per i continui titoli sui giornali, l’offerta sia di ingaggi alla</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/emilia-passera-la-regina-del-basket-che-vinceva-tutto/">Emilia Passera, la regina del basket che vinceva tutto</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/03/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-23811"  class="panel-layout" ><div id="pg-23811-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-23811-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-23811-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Scarpette da ginnastica e niente paga, gioie e amari aneddoti della pallacanestro ticinese anni ’60</h3>
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	<p><strong>Lugano -</strong> L’orgoglio della <strong>pallacanestro svizzera</strong> degli anni ’60 si chiamava <strong>Emilia Passera</strong>, una cestista e attaccante eccellente, ricordata ancora oggi per la capacità di andare sempre a canestro. Passata la palla, canestro sicuro!</p>
<p>Bravissima nello sport e bellissima. Fu una ragazza <strong>molto popolare</strong> per i continui titoli sui giornali, l’offerta sia di ingaggi alla radio-televisione sia di matrimoni prestigiosi. Tutto questo portò tanta gioia ma suscitò anche l’invidia di qualcuno che le fece passare qualche amarezza in quegli anni favolosi. Memorabili i suoi interventi nella <strong>Riri Mendrisio</strong>, nella Muraltese di Locarno, nella Stade Français a Ginevra e nei <strong>campionati nazionali ed europei</strong>. Molto richiesta pure dalle squadre italiane e brava tanto da poter svolgere contemporaneamente anche tre campionati alla volta.</p>
<p>Allora la pallacanestro importata dell’America, o basket come si chiama oggi, non era uno sport così consolidato come altre discipline europee. Non giravano soldi, si giocava per passione.</p>
<p>Appena diciassettenne, notarono le sue capacità atletico-tecniche e la acquisirono nella Nazionale svizzera, della quale fu una <strong>formidabile attaccante ala sinistra</strong> in una quindicina di gare. L’ultima volta fu a Udine. Stranamente, durante quella partita, viene messa poco in campo, <strong>anche se ogni volta puntualmente segna</strong>. Ad un certo punto il pubblico, addirittura quello italiano (specie maschile, data la sua avvenenza), chiama a gran voce il suo nome! Emilia chiede numi all’allenatore sul perché non la lasci giocare, ottenendo una insulsa risposta, che non serve qui riportare. Le parve di capire che la sua squadra <em>doveva</em> perdere. E così fu.</p>
<p>Per quella ragazzina, con obiettivi sinceri e piena di entusiasmo per la sua pallacanestro, è l’inizio delle disillusioni.</p>
<p>Infatti non fu l’unico episodio di “stranezze” anti-sportive che sperimentò e che noi tutti, in ogni tipo di sport, abbiamo potuto conoscere dalle cronache che da decenni raccontano gravi ed estese “anomalie”, dalle gare truccate, al doping, ai giri di scommesse.</p>
<p><em>«Mi chiamò la Nazionale per altre partite – ci dice Emilia Passera – ma non volli più andare. Volevo giocare per il puro piacere di segnare e non per sottostare a dinamiche che di sportivo non avevano nulla. Così continuai a competere solo nei campionati svizzeri e, con la Muraltese di Locarno, anche in tornei all’estero». </em></p>
<p><strong>Integrità morale e abilità sportiva. Quest’ultima è una dote con cui si nasce, è così? </strong></p>
<p>«<em>Diciamo che in famiglia, eravamo molto predisposti allo sport. Graziella, con la quale ero in squadra, lo ha dimostrato ampiamente. A volte mi ha sostituita sbaragliando alla grande le avversarie. Per i giornali eravamo “le due terribili sorelle Passera”. Oltre alle doti naturali, si sa che la volontà e la disciplina sono fondamentali. Ho avuto la fortuna di avere Yogi Bough come allenatore. Veniva dagli Usa, patria del basket, aveva realizzato tanti successi come giocatore-allenatore in Italia. Poi lo ingaggiarono in Svizzera. Oltre ad essere un serio professionista era un brav’uomo. Ricordo che veniva a casa a parlare con mio padre Angelo della sua religione avventista, era simpatico e alla mano. Lui fu importante per la mia carriera sportiva. Ho avuto dei bellissimi momenti con questo sport. Ma anche qualche brutto episodio che allora mi fece male e che tuttora non concepisco…</em>»</p>
<p><strong>Per esempio? </strong></p>
<p>«<em>Avevo invitato un’atleta italiana molto forte ad entrare nella nostra squadra, come ricompensa subii la sua gelosia dovuta anche a ragioni economiche. Non accettava che io segnassi più di lei, quindi non mi passava più la palla. Era l’unica ad essere pagata. Riceveva la bella somma, per quei tempi, di 1’000 franchi al mese. Quindi, se fosse stata ritenuta migliore di me, secondo il suo ragionamento, avrebbe mantenuto quello stipendio per molto tempo ancora. Scoprimmo poi che a sua volta pagava 1 franco per ogni canestro che facevano le giovani, affinché anche loro segnassero al mio posto. Insomma, io non dovevo arrivare a toccare la palla. Seppi anche che nel suo ambiente, in Italia, era nota per il suo comportamento scorretto. Tutto questo, non me lo sarei mai aspettato</em>».</p>
<p><strong>Ma l’allenatore non sorvegliava la situazione?</strong></p>
<p><em>«All’inizio nessuno arrivò a sospettare quella tresca, ricordo solo il nostro allenatore Yogi Bough che gridava continuamente “passate la palla all’Emilia!” ma non la passavano mai… Prima di andare in Polonia per i campionati europei, con mio padre ci siamo recati dal direttore Fontana, presente il presidente della Riri, per metterli al corrente di questo amaro retroscena, di fronte all’atleta italiana». </em></p>
<p><strong>Finalmente, e cosa accadde? </strong></p>
<p>«<em>Sentendo mio padre dire: “non manderò mia figlia in squadra a queste condizioni”, redarguirono l’atleta che in Polonia fu tenuta a comportarsi bene, e infatti io segnai. Al ritorno in Ticino non mi parlò più. Io, mia sorella Graziella e le altre avevamo iniziato a giocare a basket per puro divertimento e senza prendere soldi, ma in quel quadro umano, ormai alterato, non mi sentii più a mio agio</em>».</p>
<p><strong>Un vero peccato.</strong></p>
<p>«<em>Prima di questa infelice entrata, la nostra squadra era una famiglia, poi tutto si è rovinato. L’assurdo è, per fare un esempio, che quando abbiamo giocato contro la CREF a Madrid, io con altre ragazze siamo diventate amiche delle avversarie, mentre nella mia squadra dovevo guardarmi le spalle. Basta un cattivo soggetto a rovinare i rapporti in un team, dove invece dovrebbe valere il motto “l’unione fa la forza”</em>».</p>
<p><strong>Passiamo ai bei momenti: come sono stati gli inizi? </strong></p>
<p>«<em>A quindici anni ho cominciato nella pallacanestro grazie a Gino Panzeri, maestro di ginnastica a scuola che mi propose di andare alla Federale Lugano dove c’era questo americano, Yogi Bough, che insegnava questo sport. E così ho cominciato ad allenarmi e a gareggiare nella Federale. A 17 anni ero nella Nazionale, abbiamo giocato in Austria. Ricordo che abbiamo preso il treno che aveva i sedili di legno. Noi della squadra svizzera femminile avevamo un solo scompartimento e facevamo i turni in piedi, quella maschile aveva ben due scompartimenti; sessismo di altri tempi (ride ndr.). Comunque noi, la squadra femminile, vincemmo fuori casa contro l’Austria</em>».</p>
<p><strong>A 17 anni anche la Comense l’aveva cercata per un’entrata fissa nella squadra italiana.</strong></p>
<p>«<em>Sì, ma mio padre mi consigliò di finire prima le scuole. Mentre mi diplomavo, però, in Italia erano subentrate norme per le quali non si potevano più acquisire stranieri e così restai a giocare in Svizzera</em>».</p>
<p><strong>Lo sport le diede modo di viaggiare spesso.</strong></p>
<p>«<em>Certo, ed era tutto nuovo e interessante per noi. Quando siamo andate nella Polonia comunista, eravamo controllate da un loro agente. Le ragazze della squadra avversaria – con cui avevamo giocato tempo prima in Svizzera – ci avevano chiesto di portare con noi nella partita di ritorno a Lotz, Varsavia, calze di nylon e maglieria intima. Con mille cautele siamo riuscite a consegnargli tutto. Erano povere, ma furono molto gentili nel contraccambiare donandoci i loro caratteristici oggetti di cristallo di Boemia. Fu commovente. Quando noi svizzere andammo in giro per le fredde vie di Lotz e di Varsavia ben imbottite e con caldi stivali, attirammo molto l’attenzione, ci presero per ricche straniere. Quando arrivammo con il pullman c’erano tante persone che ci accolsero salutandoci con affetto: avevano molta curiosità nell’osservare gente che veniva dall’estero. Nella loro povertà, ci offrirono tutto quello che poterono. A me regalarono dei fiori realizzati con del camoscio. Ripeto, fu tutto bello e commovente</em>».</p>
<p><strong>Quindi la sua adolescenza fu costellata da tante esperienze umane. E chissà quante emozioni per le vittorie ottenute…</strong></p>
<p>«<em>Ogni tanto guardo le foto, i titoli dei giornali di allora, per rivivere le tante soddisfazioni sul campo, la gioia delle tante vittorie, il calore del pubblico, la vicinanza della gente. E le allegre trasferte. A quel tempo non si viaggiava facilmente come si fa oggi. Si facevano le gite scolastiche o con la famiglia. Quindi andare all’estero con l’aereo, conoscere nuovi popoli e luoghi fu straordinario, ricordo tutte queste meravigliose esperienze con grande piacere. Lo sport mi ha dato tanto</em>».</p>
<p><strong>La preparazione agonistica era forse un po’ diversa da oggi?</strong></p>
<p>«<em>Credo di sì. Ora, almeno a certi livelli, svolgono un’attività atletica più strutturata, hanno i motivatori specializzati oltre all’allenatore, calzature più performanti anti- microfratture e cosi via. Noi studiavamo, lavoravamo e ci allenavamo con le nostre scarpette da ginnastica… nostro padre fissò un canestro in giardino in modo che in ogni ritaglio di tempo io e mia sorella potessimo esercitarci. All’inizio avevo poco fiato perciò mio padre mi faceva correre facendo tutto il giro di Pregassona (una zona di Lugano ndr.), ricordo la fatica dopo una giornata di studio, quando avrei voluto solo riposare. Tuttavia lo devo ringraziare per tutto quel lavoro sul fiato perché ancora oggi, a 83 anni, gioco a tennis e ho più polmoni di certi giovani</em> (ride ndr.). <em>Se non la si abbandona, se non si diventa pigri, l’attività fisica può tranquillamente accompagnarci per tutta la vita</em>».</p>
<p><strong>Annamaria Lorefice </strong></p>
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	<p>Emilia Passera, un mito durato dalla fine degli anni ’50 al 1972. In una recente classifica di tutti gli sport in Svizzera è risultata 6<sup>a</sup> come atleta femminile più votata. Nasce in una famiglia di sportivi: la sorella Arnalda fuori dalla scuola batte i maschi nelle corse, Graziella, ottima cestista, segna molti punti a basket in squadra con Emilia, tanto che i giornali le indicano come le “terribili sorelle Passera”, i due fratelli vincono primi premi, Livio ben 5 nel canottaggio e Rinaldo campione ticinese di Skiff. Il padre Angelo ideò un macchinario con il quale allenava a Lugano ragazzi divenuti famosi nel canottaggio.</p>
<p>Nel 1957 Emilia ha recitato nella compagnia dialettale di Sergio Maspoli nella storica Radio Monteceneri di Lugano.</p>
<p>Nel 1969 con la squadra rossocrociata, ha partecipato e vinto a “Giochi senza frontiere” popolare evento televisivo promosso dall’Unione europea.</p>
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	<p>La formazione della Riri nel 1968 riconquista il titolo di campione svizzero femminile. A sinistra nella foto, a fianco della n.7 Emilia Passera, l’allenatore americano Yogi Bough e sotto di loro in ginocchio, la prima a destra, Graziella Passera.</p>
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	</div>

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<div class="siteorigin-widget-tinymce textwidget">
	<p>I giornali aprivano la pagina sportiva con titoli elogiativi come: «Svettano ancora le sorelle Passera» o «Il vuoto alle spalle con le sorelle Passera». Nella foto, il Corriere del Ticino pubblica il totale dei punti, 404, realizzati durante l’anno 1972 dalla “cannoniera” Emilia Passera, che supera anche il punteggio dei giocatori delle formazioni maschili.</p>
</div>
</div></div><div id="panel-23811-0-1-6" class="so-panel widget widget_sow-editor" data-index="7" ><div class="panel-widget-style panel-widget-style-for-23811-0-1-6" ><div
			
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		<title>L’icona svizzera della bellezza e del cinema compie 88 anni</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/licona-svizzera-della-bellezza-e-del-cinema-compie-88-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Feb 2024 19:47:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Marzo 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/02/FOTO-1--300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – Questo mese la famosa attrice svizzera Ursula Andress compie 88 anni. Nel 1962 ebbe un fulmineo successo in tutto il mondo quando, con la sua statuaria bellezza, uscì dalle acque marine, moderna Venere botticelliana, nel film “Agente 007 – licenza di uccidere”. Bastò quest’unica scena a colpire la platea, soprattutto maschile, e avviare</p>
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		><h3 class="widget-title">Tanti auguri Ursula Andress</h3>
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	<p><strong>Lugano –</strong> Questo mese la famosa attrice svizzera <strong>Ursula Andress</strong> compie 88 anni. Nel 1962 ebbe un <strong>fulmineo successo </strong>in tutto il mondo quando, con la sua statuaria bellezza, uscì dalle acque marine, moderna Venere botticelliana, nel film “<strong>Agente 007 – licenza di uccidere</strong>”.</p>
<p>Bastò quest’unica scena a colpire la platea, soprattutto maschile, e avviare la sua carriera nel cinema internazionale.</p>
<p>L’editore svizzero <strong>Rolf Kesselring</strong> scrisse anni fa su Swissinfo che la Svizzera ha poche icone di personalità da mostrare al mondo oltre Guglielmo Tell, ma, con quel film: «<em>… la nostra compatriota – Ursula Andress – era diventata una leggenda planetaria</em>».</p>
<p>E prosegue citando una biografia imprenscindibile per chi volesse conoscere la vera storia di questa donna: «<em>il libro scritto da Patrick Meier e Philippe Durant mi ha permesso di conoscere le vicissitudini di Ursula in giro per il mondo. Non avrei infatti mai immaginato che questa donna superba – figlia di un diplomatico tedesco e di una cittadina rossocrociata – avesse avuto una vita tanto avventurosa. Per arrivare dal comune bernese di Ostermundigen fino a Hollywood ci sono migliaia di chilometri, e Ursula li ha percorsi tutti, deviazioni comprese</em>».</p>
<p>Nata il 19 marzo 1936 nell’antico comune di Ostermundingen nel Canton Berna, si dimostrò subito una bambina di <strong>indole libera e volitiva</strong> dato che a 3 anni risalgono i suoi primi tentativi di andarsene da casa. Il padre Rolf, tedesco, fu espulso dalla Confederazione durante la guerra, e non se ne seppe più nulla.</p>
<p>Così, Ursula, terza di sei figli, restò con la madre svizzera Anna Kropf e con il nonno, progettista di giardini, che cercò di impartirle una severa disciplina.</p>
<p>La faceva lavorare duramente nelle serre <strong>insegnandole il rispetto e la disciplina</strong>, come disse Andress: «<em>…una lezione enorme. Mi ha dato la forza di affrontare qualsiasi ostacolo nella vita</em>» (intervista The Guardian 7/12/2002).</p>
<p>Stava crescendo velocemente e, ad appena 16 anni, partì alla volta di Parigi frequentando sessioni di danza e pittura. Poi, seguendo l’attore <strong>Daniel Gélin</strong> di cui si era innamorata, giunse a Roma. Fu ricercata dall’Interpol.</p>
<p>Nel frattempo conobbe la futura diva <strong>Brigitte Bardot</strong> con <strong>Roger Vadim</strong>.</p>
<p>In questo suo soggiorno romano lavorò come modella e trovò da fare piccole parti nel cinema, o meglio comparsate, per guadagnare qualche soldo.</p>
<p>Il primo film che vede la sua presenza, non accreditata, è del ’54 nel divertente “<strong>Un americano a Roma</strong>” con <strong>Alberto Sordi</strong>.</p>
<p>A 18 anni, nel ’57, riuscì ad ottenere un contratto con la <strong>Paramount</strong>, dove cercarono di plasmarla a dovere con lezioni di inglese, dizione, galateo e recitazione, senza però ottenere lo standard desiderato dalla produzione.</p>
<p>Fu allora che il contratto si sciolse con grande piacere della Andress: «<em>I soldi non hanno mai significato molto per me, era la qualità della vita che mi piaceva. La mia indipendenza era molto importante. La libertà è la mia più grande ambizione… i soldi ti portano felicità, non lo nego… ma penso che non dobbiamo abbandonare i valori. Non posso essere schiava di niente…</em>».</p>
<p>Quel contratto con la Paramount, <strong>lo stesso che firmò anche Marilyn Monroe</strong>, l’avrebbe vincolata per ben 7 anni. Come disse in un’intervista (Corriere della sera 08/3/2006): «<em>Eri loro proprietà esclusiva. Sono scappata anche da lì. Sposai John Derek. Mi fotografava. Una major mi vide: "Ursula, tu rifiuti tutto. Ci serve una ragazza atletica per un film di spionaggio." Ero insicura. Ma lessi la sceneggiatura e non dovevo parlare tanto. E poi non ero mai stata in Giamaica</em>».</p>
<p>E da lì, come detto, emergendo dalle acque del Mar dei Caraibi, davanti ad un incantato <strong>Sean Connery</strong>, arrivò immediata la sua fortuna con lo strepitoso successo di questo film, il primo, e inimitabile secondo gli amanti del genere, della lunga saga dei James Bond.</p>
<p>L’accenno poi a quel copione che prevedeva poche battute dimostra un’altra coincidenza fortunata, perché, fosse stato il contrario, forse avrebbe rinunciato alla parte dato che la intimidiva molto <strong>dover recitare lunghe parti parlate</strong> o avere contatti fisici sul set per le scene d’amore.</p>
<p>Per Andress seguirono altri film, cortometraggi e mini serie tv di un certo livello, come “La caduta delle aquile”, “La decima vittima” o “Big man”. Per il resto la maggior parte dei lavori è dimenticabile. Comunque sia, ha recitato con star, tra cui <strong>Woody Allen</strong> (nel suo primo film “Ciao Pussycat” del ’65), <strong>Elvis Presley</strong>, <strong>Frank Sinatra</strong>, <strong>Peter O’Toole, Peter Sellers</strong>.</p>
<p>Quella che fu definita la ”Donna più bella del mondo”, nella vita privata ha avuto molte storie d’amore con gli uomini più interessanti dell’epoca da <strong>Alain Delon</strong>, <strong>Jean-Paul Belmondo</strong>, <strong>Marlon Brando</strong> fino a <strong>James Dean</strong> pochi mesi prima della sua prematura morte.</p>
<p>Carattere solido, senza fronzoli, <strong>da vera svizzera</strong>, ha cresciuto da sola il figlio Dimitri, che ebbe a 44 anni dalla relazione con l’attore <strong>Harry Hamlin</strong> (allora 28enne) incontrato nel 1979 sul set di “<strong>Scontro tra Titani</strong>”.</p>
<p>Non solo, tutti i soldi guadagnati li ha sempre gestiti <strong>rifiutando l’aiuto di consulenti finanziari</strong>, comprando oro e proprietà immobiliari, dichiarandosi in seguito felice di averlo fatto, forse ricavando meno, ma nella certezza di tenere tutto sotto stretto controllo.</p>
<p>Possiede case a Roma, negli Usa e in Svizzera. Abita sia a Roma (Zagarolo) sia in Svizzera. Ama la natura e gli animali e in varie occasioni ha ricordato la sua fidata oca Lucy che morì respingendo il cibo quando lei stette via vario tempo per lavoro.</p>
<p>Un’ultima curiosità sul <strong>famoso bikini bianco</strong> della scena sulla spiaggia giamaicana, riguarda il fatto che Ursula Andress lo abbia ritrovato in una soffitta e poi venduto all’asta per 58’000 euro nel 2005.</p>
<p>Inoltre, questo capo cult, lo realizzò lei stessa, in quanto non le piacque quello proposto dalla produzione che era di un tessuto a fiori in stile locale. Nella boutique di una sua amica comprò la parte inferiore mentre per il sopra usò un suo reggiseno a fascia con le bretelle: divenne il bikini più ricordato della storia della moda e della cinematografia.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Ursula Andress, diva internazionale grazie al primo film della saga di James Bond, per il quale vinse un Golden Globe nel 1964 come migliore attrice debuttante. Originaria del Canton Berna è stata una modella e poi attrice in Italia, Inghilterra e Stati Uniti. Sex symbol, le fu dato il titolo di Donna più bella del mondo. Vive tra Roma (Zagarolo) e la Svizzera.</p>
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	<p>1962: la Andress esce dall’acqua di una spiaggia giamaicana con in mano due conchiglie e un coltello appeso al suo famoso bikini bianco. Sebbene appaia solo dopo un’ora dall’inizio del film Agente 007 – licenza di uccidere, rimase impressa nell’immaginario collettivo per la sua bellezza statuaria e per la sua personalità. È la scena più breve e più ricordata del film.</p>
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	<p>Un’ottima, esaustiva biografia dell’attrice è “Ursula Andress” scritta da Patrick Meier e Philippe Durant, contiene aspetti non conosciuti di tutta la sua vita e un ricco corredo di fotografie. </p>
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		<title>La triste storia del campanile nel lago</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-triste-storia-del-campanile-nel-lago/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jan 2024 16:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Febbraio 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2024/01/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Lugano – A due passi dal confine svizzero, nella provincia di Bolzano, esiste un campanile che emerge dalle acque del Lago di Resia, fatto singolare ed enigmatico per chi non ne conosce la storia. Una rarità, ma non si tratta di un unicum, infatti ne il “Don Camillo”, il primo dei cinque film che costituiscono</p>
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		><h3 class="widget-title">A Curon Venosta, a due passi dalla svizzera, c’è una curiosità che attira molti turisti</h3>
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	<p><strong>Lugano – </strong>A due passi dal confine svizzero, nella provincia di Bolzano, esiste un <strong>campanile che emerge dalle acque del Lago di Resia</strong>, fatto singolare ed enigmatico per chi non ne conosce la storia.</p>
<p>Una rarità, ma non si tratta di un unicum, infatti ne il “Don Camillo”, il primo dei cinque film che costituiscono la saga scritta da Guareschi, protagonista è una chiesetta di Brescello inabissata nelle acque da cui emerge l’antico campanile che suona “preannunciando sciagure”.</p>
<p><strong>ANTICHE INFILTRAZIONI SVIZZERE</strong></p>
<p>La nostra chiesa del Trentino Alto Adige si trovava esattamente a <strong>Curon Venosta</strong>, detta anche “La Carun” nella lingua romancia parlata nei Grigioni. È una piccola località famosa per le sue bellezze naturali ma ancor di più, come ovvio, per il campanile che fuoriesce dal lago. Una zona che ha visto <strong>antiche infiltrazioni svizzere</strong>, dato che nel 450 fu insediata da evangelizzatori provenienti dalla più antica città svizzera, Coira. Nel Medioevo Curon era assoggettata al pagamento di tasse al Principato vescovile di Coira, infine vi fu il saccheggio e l’incendio di Resia e del centro di Curon, nel 1499, da parte degli Engadini.</p>
<p><strong>UNA TRAVAGLIATA STORIA </strong></p>
<p>Curon Venosta viene citata dal 1147 nelle antiche carte toponomastiche. Fu da sempre <strong>invasa da vari popoli</strong> nel corso dei secoli: celti, romani, evangelizzatori, germanici, spagnoli e francesi.</p>
<p>Alla fine della prima guerra mondiale, la Val Venosta fu definitivamente italiana dal 1919. È il <strong>Piz Lat</strong>, vicino a Curon, che dal lì in poi <strong>farà da confine fra tre nazioni</strong>: Svizzera, Italia e Austria. “Graun im Vinschgau” tornerà al nome italiano di Curon al quale si aggiungerà “Venosta” nel 1928.</p>
<p>Con l’avvento del fascismo i curonesi dovettero subire usi e costumi, in senso letterale, contrari alla loro tradizione, come per esempio il <strong>divieto di indossare abiti tirolesi</strong> in favore delle divise balilla, così come l’imposizione della sola lingua italiana, con la conseguenza di <strong>insegnare di nascosto il tedesco ai bambini</strong>. Hitler e Mussolini firmarono l’Accordo sulle Opzioni che consentiva ai cittadini dell’Alto Adige di diventare italiani oppure di spostarsi in Germania. La maggioranza dei curonesi restò, ma si creò qualche conflitto dovuto alla situazione di una popolazione mistilingue obbligata alle politiche di italianizzazione.</p>
<p><strong>L’ULTIMA SOPRAFFAZIONE, LA DIGA</strong></p>
<p>All’industria del Nord faceva gola l’energia idrica delle Alpi, anche quella del Sud Tirolo, così nel 1950 gli abitanti di Curon subirono, <strong>nella disperazione più totale</strong>, la perdita di case e campi a causa di un progetto andato in porto della Montecatini. La futura Montedison decise di realizzare una diga sull’unione di tre laghi naturali di Curon e Resia: invece di innalzare le acque di soli 5 metri come stabilito in precedenza, si arrivò a 22 metri. <strong>Il 23 luglio vennero minate tutte le case</strong>. Gli abitanti vennero spostati in baracche disposte dalla Montecatini dove, anni dopo, furono costruite le nuove case. Molti si allontanarono da Curon, con le loro mucche che di colpo avevano perso i loro prati. Un paese raso al suolo e seppellito nell’acqua, <strong>una tragedia collettiva</strong>. Inoltre, gli abitanti vennero truffati con due soldi concessi loro per la perdita dei loro beni primari.</p>
<p>Il triste solitario testimone dell’invasione del lago artificiale è il campanile della chiesa di Santa Caterina d'Alessandria<strong> del 1357</strong>, che resistette alle mine e venne risparmiato e che, si dice, ogni tanto risuoni proprio come quello di Brescello.</p>
<p><strong>LA SERIE TV “CURON” </strong></p>
<p>La serie televisiva “Curon” del 2020, è una fiction fitta di inquietanti misteri, consigliata solo a chi ama il genere mistery/horror, poiché, viceversa, ci si deve pure sorbire una recitazione approssimativa e il vizio in auge da anni di biascicare le parole rendendo incomprensibili intere frasi.</p>
<p>Qualche breve spunto da approfondire, in altra sede, è fornito da alcuni brevi dialoghi.</p>
<p>Si giustifica il nervosismo, per usare un eufemismo, dei protagonisti (specie maschili) con il fatto che <strong>dai tempi della diga la comunità di Curon è spaccata in due</strong>. «<em>Che centra la diga?</em>», chiede un ragazzo, nuovo del posto, al suo amico, e questi gli risponde: «<em>Quando l’hanno fatta, la comunità tedesca e quella italiana si fecero la guerra, bisognava decidere se farsi sommergere e venire qui nel nuovo paese o… tornarsene in Austria</em>» e l’atro: «<em>Ma perché, qui non è sempre stata Italia?</em>», l’amico: «<em>E no, era Austria. Poi, dopo la prima guerra mondiale siamo diventati italiani…</em>». Ed ecco spiegate le violente faide tra “compaesani” in una perenne atmosfera fredda, umida, respingente che permea il paesaggio e i caratteri dei personaggi, adulti e adolescenti.</p>
<p><strong>PASSEGGIATE MOZZAFIATO</strong></p>
<p>Tornando alla realtà di questi luoghi bellissimi, i tanti curiosi che arrivano per i selfie con il famoso campanile, restano poi incantati dalla ricchezza di flora e fauna del territorio, dal susseguirsi di dolci foreste che accompagnano le sponde del fiume e dei limpidi laghi naturali.</p>
<p>Sentieri e percorsi che, pianeggianti o con leggere pendenze adatte a tutti, permettono magnifiche escursioni. Dalla frazione di Resia si arriva al <strong>Cippo dei tre confini</strong> che indica le direzioni verso la Svizzera e l’Austria. Il sottostante fiume divide la Svizzera dal Tirolo Settentrionale, ed è <strong>immensa la veduta sull’Engadina</strong> (Canton Grigioni, Svizzera).</p>
<p>Scenari da favola scoperti ogni anno da migliaia di turisti in ogni stagione. Anche chi ha intenzione di fare una vacanza in Engadina, regione attrattiva sia d’inverno sia in estate per i favolosi panorami e per le tante attività sportive praticabili, può approfittarne per recarsi a Curon e vedere dal vivo il campanile emergente dall’acqua.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Il campanile della chiesa di Santa Caterina d'Alessandria che resistette alle mine, sommerso nel Lago di Resia a Curon Venosta.</p>
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	<p>Curon durante la sua demolizione con le mine, il 23 luglio 1950, per la costruzione di una diga voluta dalla Montecatini (futura Montedison). Foto tratta dal videoweb “Curon prima e dopo la diga”.</p>
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	<p>Vicino Curon, il monte di confine Il Piz Lat (2.808 m) i cui versanti appartengono a Svizzera, Italia e Austria. Foto tratte dal sito suedtirolerland.it</p>
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	<p>Il Lago Nero, imbrunito dal riflesso dei fitti larici e punteggiato dal bianco delle ninfee, si trova nel percorso da Resia al Cippo dei tre confini.</p>
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	<p>Il Cippo dei tre confini indica al viandante le direzioni verso la Svizzera (S) e l’Austria (A).</p>
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		<title>Il talento di Lina Wertmüller venne decretato a Locarno</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/il-talento-di-lina-wertmuller-venne-decretato-a-locarno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 13:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Dicembre 2023]]></category>
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		<category><![CDATA[Walk of Fame Hollywood]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/11/lina-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Cara lettrice, caro lettore online, la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico clicca qui per i</p>
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		><h3 class="widget-title">Il ricordo della grande regista, autrice del capolavoro “I Basilischi, di lontane origini svizzere</h3>
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	<p><strong>Lugano –</strong> Il 9 dicembre di due anni fa, la grande regista <strong>Lina Wertmüller</strong> venne a mancare a Roma a 93 anni. Era di lontane origini svizzere, in quanto figlia di Federico, un avvocato discendente da una famiglia aristocratica di <strong>provenienza svizzera</strong>. Un suo antenato, Errico, era originario del Canton Turgovia e, in quanto primo sergente del 3° Reggimento Svizzero, intorno al 1830 fu stanziato a Napoli, nel quartiere Avvocata, in Vico San Giuseppe de’ Nudi.</p>
<p>Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, questo il suo nominativo per intero, aveva svolto lavori importanti già prima di diventare famosa, come aiuto regista nei maggiori film di <strong>Federico Fellini</strong> (La dolce vita e 8½), per la Rai e per il teatro.</p>
<p>Quando nel 1963 presentò il suo primo film al <strong>Festival di Locarno</strong>, “I basilischi”, ottenne subito il plauso di critica e pubblico e venne premiata con la Vela d'argento.</p>
<p>L’opera è l’esatta descrizione dell’immobilismo psicologico dei personaggi, incastrati nelle loro abitudini radicate nel profondo Sud dell’epoca. Un capolavoro. Mitiche molte scene, e memorabile – perché<strong> tragica e di infinita poesia</strong> – quella del suicidio dell’anziana vedova, una breve sequenza che pare avulsa dalla storia narrata ma che invece <strong>ne riassume il significato</strong>: la sparizione fisica come unica via di uscita dal paese asfissiante e senza speranza, come i suoi abitanti.</p>
<p>Un’opera rivelatrice dello stile e della personalità della regista che, in questo e nei futuri film, espone con arguzia, chiarezza, sarcasmo ma anche delicatezza, i contrasti, le aspirazioni di libertà di una intera società, quella italiana, maschilista e diffidente.</p>
<p>È erroneamente definita quale prima “regista donna” italiana, in realtà fu preceduta negli anni Quaranta e Cinquanta dalle registe<strong> Pina Rossi</strong>, <strong>Marcella Albani</strong>, <strong>Lorenza Mazzetti</strong> inventrice del “Free Cinema” inglese, e della documentarista<strong> Cecilia Mangini</strong>.</p>
<p>Ma quella che fa più testo di tutte fu<strong> Elvira Notari</strong> – che fece un lavoro a tutto campo, superando gli uomini colleghi suoi contemporanei – e che inventò il “cinema degli ultimi” nel periodo del muto, di cui fu protagonista assoluta, anche a livello mondiale, con sessanta lungometraggi da lei scritti, filmati, montati e prodotti.</p>
<p>Mentre quest’ultima subì la messa all’angolo da parte del regime patriarcale fascista, la Wertmüller acquisì meritata fama nell’epoca libera moderna e così, a causa di certa incompetenza giornalistica, “sottrasse” il titolo di prima regista alla dimenticata Elvira Notari.</p>
<p>Alcuni film di Lina Wertmüller sono <strong>gioielli incastonati nella storia cinematografica italiana</strong> e internazionale: prima regista ad essere candidata agli Oscar nel 1977 con “Pasqualino Settebellezze” (scaricabile dal web). Indimenticabili molti suoi film.</p>
<p>Dopo l’esordio con i Basilischi, e dopo altri lavori con attori popolari, realizzò un altro film con grande successo di pubblico incentrato sui contrasti tra Nord e Sud: “Mimì metallurgico ferito nell'onore” (1972), con la sua attrice prediletta <strong>Mariangela Melato</strong> e con <strong>Giancarlo Giannini</strong> qui in un ruolo di primo piano come in altri film a seguire della Wertmüller.</p>
<p>La coppia Melato-Giannini sortì effetti degni di nota in “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto” che descrive ironicamente i contrasti sociali, politici, uomo-donna propri degli anni Settanta.</p>
<p>Il sodalizio fra la Wertmüller e la Melato fu forte per l’intesa caratteriale basata sull’ironia e la capacità di andare oltre gli schemi. Con Giannini fecero un’altra pellicola a carattere grottesco “Film d'amore e d'anarchia”.</p>
<p>Con un cast (Nastassja Kinski, Rutger Hauer, Peter O'Toole) e un respiro internazionale Wertmüller affronta il tema dell’Aids, assai scottante negli anni Ottanta, ne “In una notte di chiaro di luna”.</p>
<p>Memorabile il lavoro televisivo, divenuto poi un film, “Sabato, domenica e lunedì” con l’ottima <strong>Sophia Loren</strong> e con attori sopraffini della scuola Eduardiana – <strong>Pupella Maggio</strong>, <strong>Luca De Filippo</strong>, <strong>Nuccia Fumo</strong>, <strong>Ester Carloni</strong>, <strong>Enzo Cannavale</strong>, <strong>Mario Scarpetta</strong>, <strong>Isa Danieli</strong> – che riproduce una appassionante commedia sul tema dei rapporti famigliari scritta e interpretata nel 1959 da <strong>Eduardo De Filippo</strong>.</p>
<p>Lina Wertmüller si è congedata dal suo pubblico e dalla regia con “Roma, Napoli, Venezia... in un crescendo rossiniano”, regalando immagini di grande suggestione. In questo docufilm del 2014, accurato nei dettagli dell’ambientazione ottocentesca, un simpatico Gioachino Rossini descrive le tre città simboliche: la cultura di Roma, la passionalità di Napoli e il romanticismo di Venezia. Rossini racconta aneddoti e curiosità attraversando le strade più famose, in riferimento alle sue esperienze, ai suoi amori e al suo lavoro di compositore.</p>
<p>Nel 2020 è stato assegnato alla Wertmüller il <strong>Premio Oscar onorario</strong>. In quell’occasione le fu chiesto come aveva affrontato l’ambiente maschilista del cinema ai suoi esordi: «<em>Me ne sono infischiata. Sono andata dritta per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva. Ho avuto un carattere forte, fin da piccola. Sono stata addirittura cacciata da undici scuole. Sul set comandavo io. Devi importi. Gridavo e picchiavo. Ne sa qualcosa Luciano De Crescenzo durante le riprese di Sabato, domenica e lunedì con Sophia Loren. Non faceva altro che gesticolare con l'indice di una mano e così per farlo smettere gli "azzannai" il dito</em>».</p>
<p>Nel 2019 ha ricevuto anche la sua stella personale sulla "<strong>Walk of Fame</strong>" di Hollywood, dove molti celebri attrici e attori le hanno stretto la mano durante la cerimonia, tra cui <strong>Tom Hanks</strong> il quale ha dichiarato alla televisione Svizzera: «<em>… da giovani eravamo affascinati dai soggetti dei suoi film, specialmente dalla loro trasgressione (…) prima conoscevamo i film di Fellini, Antonioni e tanti grandi registi italiani, ma poi uscì al cinema Pasqualino Settebellezze… e tutto il mondo conobbe Lina Wertmüller</em>».</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em><br />
<em>lorefice.annamaria@gmail.com</em><strong><br />
</strong></p>
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	<p>1963, Lina Wertmuller premiata a Locarno, viene conosciuta a livello internazionale. Nella foto (fonte RSI) la applaude il grande attore svizzero Michel Simon. La regista aveva svolto lavori importanti già prima di diventare famosa. È stata aiuto regista nei maggiori film di Federico Fellini (La dolce vita e 8½), per la Rai e il teatro. È stata autrice e regista di Canzonissima e de “Il giornalino di Gian Burrasca”, ambedue enormi successi televisivi dell’epoca. Si è cimentata nella commedia teatrale e nel teatro lirico per varie stagioni e con i più grandi artisti.</p>
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	<p>Nel 2019, a 92 anni, riceve da Hollywood la sua stella in copia a quella infissa nel pavimento del famoso "Walk of fame” a Los Angeles.</p>
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	<p>Lina Wertmüller durante le riprese del suo capolavoro “I basilischi”, girato tra Puglia e Basilicata.</p>
</div>
</div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/il-talento-di-lina-wertmuller-venne-decretato-a-locarno/">Il talento di Lina Wertmüller venne decretato a Locarno</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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		<title>La strage delle streghe. Un punto di vista interessante</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/la-strage-delle-streghe-un-punto-di-vista-interessante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 17:19:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Ottobre 2023]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/09/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />L’accanimento contro chi non si adeguava ai canoni del potere era tremendo, soprattutto contro le donne. Perché? Gabriella Tupini lo spiega risalendo alla caduta del Matriarcato. Roma - Perché, a distanza di 289 anni, la svizzera Anna Göldi, l’ultima strega d’Europa ad essere giustiziata con decapitazione nel 1782, resta un personaggio disturbante? Perché permane nella</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2023/09/FOTO-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-22964"  class="panel-layout" ><div id="pg-22964-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-22964-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-22964-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p><strong>L’accanimento contro chi non si adeguava ai canoni del potere era tremendo, soprattutto contro le donne. Perché? Gabriella Tupini lo spiega risalendo alla caduta del Matriarcato.</strong></p>
<p><strong><br />
Roma -</strong> Perché, a distanza di 289 anni, la svizzera <strong>Anna Göldi, l’ultima strega d’Europa</strong> ad essere giustiziata con decapitazione nel 1782, resta un <strong>personaggio disturbante</strong>?</p>
<p>Perché permane nella coscienza collettiva quale simbolo di sopraffazione del più debole da parte del potere costituito, della legittimità della più feroce e ottusa violenza perpetrata in nome di dogmi e assunti unilaterali, dell’imposizione di una verità – unica, certa e indiscutibile – calata dall’alto: Anna Göldi è l’icona simbolica di quanto sempre accadde e accade <strong>quando si esce dal costume preconfezionato</strong> di una qualsiasi società, in qualsiasi epoca nella storia del genere umano.</p>
<p>Anna Göldi nacque a Sennwald nel mese di ottobre del 1734 in una famiglia povera. Fiera, orgogliosa, indipendente, assai intelligente, ebbe a patire molte sofferenze <strong>causate dalla mentalità e dalle ipocrisie degli uomini di allora</strong>. Per una vicenda (impossibile da verificare) di spilli trovati nella tazza della figlia di un uomo potente, Johann Jakob Tschudi, presso cui Anna Göldi lavorava come serva, fu presto accusata di stregoneria. Gli storici odierni suppongono che Tschudi abbia <strong>escogitato questo espediente</strong> al fine di discreditare e annientare colei che poteva rovinargli vita e fama raccontando della loro relazione. Il giurista esperto di Anna Göldi Walter Hauser, presidente della Fondazione Anna Göldi, si è battuto per anni, documenti alla mano, affinché “l’ultima strega d’Europa” <strong>fosse riabilitata</strong> e così è avvenuto in via ufficiale tramite il parlamento di Glarona nel 27 agosto 2008.</p>
<p>La Göldi – come tutte le migliaia di cosiddette streghe prima di lei – subì gogna, torture e pena di morte con l’accusa di malvagità varie compiute con riti in compagnia del diavolo. Soprattutto erano donne che “<strong>influivano maleficamente sugli uomini</strong>”.</p>
<p>Il caso Anna Göldi è uno tra i tanti spunti per pensare che la Storia dell’umanità potrebbe essere riscritta riconsiderando le dinamiche donna-uomo da quando, quest’ultimo, ha stabilito <strong>come dovesse andare il mondo</strong>. Un mondo che va, a quanto pare, stando alle cronache di tutti i tempi compreso l’odierno, con risultati per lo più pessimi.</p>
<p>Con la scusa della magia nera (che pure esiste), <strong>centinaia di migliaia di innocenti</strong> ci andarono di mezzo in tutto il mondo. Si stima una carneficina di 6’000 donne “malefiche” di tutte le età solo in Svizzera, e molte decine di migliaia nella sola Europa, sicuramente stime per difetto.</p>
<p>Se accadevano epidemie, sciagure o disastri naturali, ecco che la caccia alle streghe tornava comoda per fornire un capro espiatorio al popolo ignorante e superstizioso. Un massacro durato oltre 300 anni fino al 1750.</p>
<p>Dal Dizionario storico della Svizzera scopriamo gli autori di resoconti dell’epoca e libri di autori sul tema tra cui spicca la storica svizzera <strong>Kathrin Utz Tremp</strong>, la quale paragona la caccia alle streghe «<em>… all’ideologia sviluppata dagli americani nella lotta contro il terrorismo</em>» con la pratica da parte dei servizi segreti USA di torture identiche a quelle della Santa inquisizione, per estorcere, oggi come ieri, le confessioni.</p>
<p>La psicoterapeuta italiana dr.ssa <strong>Gabriella Tupini</strong>, affronta il fenomeno da un nuovo punto di vista, per il quale c’è un motivo più vasto e profondo per la caccia alle streghe, al di là delle classiche giustificazioni fornite dagli storici.</p>
<p>«<em>La ragione</em> – sostiene Gabriella Tupini – <em>è da far risalire al <strong>passaggio dal matriarcato al patriarcato</strong>. Nei primordi, l’essere umano aveva in dotazione un’anima molto estesa, ad un certo punto con il sopravvento del maschile si è man mano sempre più mentalizzato dando sempre meno spazio all’anima. Le società matriarcali, con la <strong>Grande Madre</strong> erano lunari e uraniche, le dee e gli dei stavano sulla Terra. La religione animistica, infatti, vedeva uno spirito in ogni fiume, in ogni albero o sasso, quindi vedeva la Natura era divina, in ogni sua espressione. L’avvento del patriarcato con la sua ipertrofia della mente, ha portato tutto ciò che era sovrumano, quindi il divino, al di sopra della Terra. Così il grande padre si è innalzato sull’<strong>Olimpo</strong></em>».</p>
<p>All’epoca, quest’ultimo non era scalabile dagli uomini.</p>
<p>«<em>Il patriarcato ponendo gli dei sopra l’Olimpo li ha allontanati dalla Terra e dagli umani, contribuendo a un distacco degli umani dal divino e dalla natura spiritualizzata. </em></p>
<p><em>In seguito, con il cattolicesimo e le altre religioni monoteiste, tutta la spiritualità <strong>è passata in Cielo</strong>, staccando <strong>la mente dall’istinto</strong>. Infatti la via maestra di tutte le religioni e le filosofie occidentali e orientali è il distacco dalle emozioni. Ma quello stato d’essere (illuminazione per gli orientali) che annulla le emozioni, di fatto non partecipa alla Terra: c’è un distacco malato dalle emozioni e dall'istinto. Al contrario, le emozioni vanno sentite e capite per poter essere gestite. E devono essere vissute!». </em></p>
<p>Alla donna è sempre stato contestato, secondo i parametri maschili, di essere irrazionale, istintiva, emotiva…</p>
<p>«<em>Certo. In realtà la donna è detentrice dell’anima, è espressione del sentire, è generatrice di vita e perfettamente collegata con la Natura: per queste ragioni rappresenta <strong>un pericolo ancestrale per colui che mette la mente e il distacco dal sentire avanti a tutto</strong>. Sono i cardini di tutto l’atteggiamento maschile reputato razionale e forte rispetto a quello presunto debole del femminile. Le donne che sapevano curare con le erbe conoscendone i segreti, o che prevedevano il futuro o in genere erano più intelligenti o autonome, <strong>venivano tacciate di stregoneria</strong>. Chi non rientrava (o rientra, anche oggi) in questo paradigma maschile, metteva in pericolo il mentale, non permetteva l’esprimersi della forza, del dominio.</em> <em>Chi non accettava questo paradigma e provava a vivere secondo i propri parametri, doveva essere messa in riga o, meglio ancora, annientata.</em> <em>Le donne percepivano questa nuova logica patriarcale come estranea e fortemente lontana dalle leggi dell’anima e della natura</em>,<em> per cui <strong>continuavano a vivere come le loro ave</strong>». </em></p>
<p>Stessa sorte è toccata ai cosiddetti eretici, che desideravano vivere secondo criteri più spiritualmente puri.</p>
<p>Ma la vera ossessione era contro le donne, anche dopo la cessazione dell’inquisizione.</p>
<p>«<em>Il patriarcato ha temuto il “ritorno dell’anima”. Ed ha desiderato annientarla. Da questo deriva il grande odio verso le donne. <strong>Ricordiamoci che prima le donne erano capo tribù</strong> e con l’arrivo del grande padre vengono emarginate dal patriarcato il quale conferisce al maschio il diritto di vita e di morte sulla moglie e sui figli, per quest’ultimi almeno fino a che non sono in grado di portare le armi. </em></p>
<p><em>Dunque, mentre la donna aveva la forza e la capacità di modificare le proprie opinioni, grazie ad una mente libera, il maschio restava fedele ai principi, alle regole perché egli si appella alla mente. Ma non ad una mente libera, il che sarebbe positivo, bensì <strong>condizionata</strong></em>».</p>
<p>Opinione comune è che le religioni monoteiste occidentali abbiano comunque dato importanza alla figura femminile.</p>
<p>«<em>Non è così. Ripeto, basta leggere la storia più antica quando le donne erano capo tribù, mentre le religioni monoteiste patriarcali le hanno relegate al gradino più basso. Al tempo dei romani le donne abbracciarono il cattolicesimo perché pensavano che le avrebbero liberate, invece le ha schiavizzate maggiormente, per esempio togliendo loro il divorzio concesso loro dall'imperatore Augusto</em>».</p>
<p>Oggi possiamo scegliere individualmente di riscoprire tutti, donne e uomini, la nostra sostanza animica, il nostro sentire più profondo, a pensare ed agire con una mente più <strong>libera dai condizionamenti</strong>, se lo vogliamo, per una auspicata evoluzione umana in un mondo con meno violenze e sopraffazioni.</p>
<p><em>Annamaria Lorefice</em></p>
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	<p>Dopo trecento anni si stanno studiando le carte inquisitorie di Maria Bertoletti Toldini, detta Toldina una donna italiana (Trento) condannata per infanticidio e stregoneria, decapitata e bruciata. Nel 2015 il Comune di Brentonico ha voluto riaprire il processo e nelle anticipazioni del 2016 “è stata dichiarata sana di mente e probabilmente uccisa per un contenzioso sull'eredità”.</p>
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	<p>Anna Göldi (Sennwald, 24 ottobre 1734 – Glarona, 13 giugno 1782), fu l'ultima donna ad essere condannata a morte, in pieno Illuminismo, per stregoneria in Europa. Walter Hauser, presidente della Fondazione Anna Göldi, si è battuto per anni, documenti alla mano, affinché “l’ultima strega d’Europa” fosse riabilitata e così è avvenuto in via ufficiale tramite il parlamento di Glarona nel 27 agosto 2008. Nel 2017 a Glarona è stato istituito il Museo Anna Göldi che ospita mostre ed eventi in suo ricordo. (Autore del dipinto in foto, Patrick Lo Giudice). </p>
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	<p>La psicoterapeuta Gabriella Tupini, i suoi video sono vedibili su Youtube.</p>
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