Filippo Rossi svolge la sua missione di giornalista in paesi difficili.

Come affronta le tragedie che descrive? «Con sangue freddo, è necessario. Si piange dopo»

Lugano – Una vita di quelle che si scelgono solo per passione è senz’altro quella del reporter professionista Filippo Rossi. Nato a Lugano, dopo gli studi universitari a Zurigo, si immerge subito nella realtà nuda e cruda di paesi difficili, specializzandosi in politica estera e situazioni di guerra con reportage soprattutto dall’Africa e dal Medio Oriente di cui scrive anche per testate italiane e svizzere.

Nel 2017 viene arrestato in Venezuela, insieme ad altri due colleghi tra cui l’italiano Roberto Di Matteo, disavventura che per fortuna finisce in fretta e bene, ma che lo ha comunque segnato, come ci racconta.

Ritrovarsi in una delle carceri più inumane al mondo… eri certo di venirne presto fuori o c’era il terrore di trascorrervi molto tempo?

«La mia paura era di trascorrere decenni, magari con un’accusa di spionaggio, in una struttura dove forse mi avrebbero violentato, torturato, minacciato… ho valutato l’ipotesi di uccidermi nel caso fosse stato quello lo scenario. Per fortuna si è risolto tutto velocemente e ho superato quel trauma che però ricordo vividamente a distanza di anni».

Puoi raccontare un particolare episodio dentro quelle mura?

«In mezzo a tante cose negative, non solo le guardie ma anche i detenuti trattarono me e i miei colleghi con molto rispetto perché eravamo giornalisti. Ci trovavamo nel carcere dove si trovavano i prigionieri in attesa di processo. Questi, che si trovavano ammassati in altre celle, cercarono di avvicinarsi per raccontarci le loro storie scritte in bigliettini. Ne raccolsi una ventina. Mi accorsi che erano troppe, le guardie avrebbero potuto usarle contro di noi se le avessero scoperte. I ragazzi erano tutti accusati di aver rubato “materiale strategico” dello Stato… ».

Ossia?

«… il rame, tolto dai cavi dell’elettricità, per poterlo vendere e guadagnare qualcosa. Per salvare almeno qualcuno di quei bigliettini, li piegai e infilai in quel mini taschino posto in angolo nella tasca sinistra dei jeans. Purtroppo, per la sicurezza di tutti, gli altri fui costretto a stracciarli dopo averli letti e a liberarmene nel “tubo” di un improbabile wc della cella. Non scorderò mai quei bigliettini stracciati…».

Un reporter in cosa differisce da un collega giornalista di redazione?

«Il reporter va in un luogo per assistere alle cose che accadono e le descrive. Soprattutto nel passato, ha avuto sempre un ruolo molto importante. Un ruolo fondamentale per quello che io considero il vero giornalismo. Anche i colleghi di redazione sono importanti, ma oggi molti si basano solo sulle agenzie d’informazione, come l’ATS per la Svizzera o l’Ansa per l’Italia. Ora, addirittura, sembra normale far ricorso ad Internet con il copia-incolla. Per me è inconcepibile».

Questo è vero.

«Spesso si lavora in maniera più superficiale rispetto a un tempo. Non riescono ad approfondire perché le notizie devono correre veloci… non ci sono più molti soldi per inviare reporter all’estero. Nemmeno a livello locale, cioè sul proprio piccolo territorio, si riescono ad approfondire i fatti».

Con quali conseguenze?

«Quelle di un’informazione assai poco differenziata, molto omogenea. Tv e stampa riportano la stessa visione. Il reporter dava un valore aggiunto alla notizia. Questa figura che sta venendo sempre meno è per me imprescindibile per un buon giornalismo».

Nei paesi che segui, tra guerre e tragedie sociali, assisti a molte atrocità. Come le affronti psicologicamente?

«È una delle cose che mi fa più ribrezzo della mia professione. Ho dovuto comportarmi come una macchina vedendo gente che soffriva sul serio, disperata, ferita e io dovevo tenere la macchina fotografica fissa davanti a loro e riprenderli. In quel momento sono obbligato a fare così».

Tuttavia, occorre essere distaccati.

«Per forza. Anche se vengo colpito emotivamente da quello che io vedo, devo mantenere un certo sangue freddo. È importante rimanere attenti in certe situazioni. Se si perde la testa si rischia di mettere in pericolo sé stessi e gli altri. Ciò non vuol dire che non si possa essere empatici. Ma, come dico sempre: si piange dopo. In camera, in auto, quando si può… ».

Come gestisci ciò che vedi ai fini della divulgazione giornalistica?

«Il discorso è complesso. Vengono imposti dei “limiti”, non lo nascondo. Ciò è successo in Francia, in Svizzera e in Italia».

C’è qualcos’altro che proprio non ti piace della tua professione?
«La superficialità dilagante. Devo essere sincero, il giornalismo mi ha molto deluso. Ho lottato per entrare in questa professione, avevo un’idea molto positiva dei giornalisti, quando poi sono entrato nell’ambiente del grande giornalismo, mi sono reso conto di quanta superficialità ci fosse. Quando tutta la popolazione mondiale approfondirà certe verità – e ciò è inevitabile – penso, come molti miei colleghi, che ne rimarrà scioccata».

Pensi di fare il reporter in paesi difficili ancora per molti anni?

«Di sicuro so solo che continuerò a scrivere libri per approfondire e fare investigazioni a tutto campo. Non so per quanto ancora continuerò a mettere a repentaglio la mia vita se non dovesse valerne più la pena».

Che rapporto hai con la morte?

«Molto positivo. Potrebbe accadere di “lasciare il corpo” quando vado in determinate zone. Ma ho una visione molto chiara: non sarebbe la fine, ma un nuovo inizio».

Si parla sempre più spesso del “nuovo mondo che sta per arrivare”, del mondo multipolare, di Stati nazionali. Vedi riscontri concreti?

«Sì. A partire dalla Turchia, uno dei tanti stati che sta esprimendo il suo disagio nei confronti dell’egemonia unipolare Occidentale. Alcuni popoli si stanno ribellando apertamente in massa. L’Occidente ha spesso depredato e distrutto e, come dicono molti analisti, presto dovrà fare i conti con una nuova realtà geopolitica».

Alludi ai “Paesi del BRICS”?

«Il BRICS è una unione commerciale-economica che ultimamente si avvia a diventare un’alternativa al FMI per veicolare altri stati nel nuovo mondo multipolare. È stata fondata da cinque paesi emergenti, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, ai quali si stanno associando altre nazioni tra cui Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Argentina».

È possibile, nonostante tutte le preoccupanti notizie quotidiane, avere uno sguardo fiducioso sul futuro?

«Sì, decisamente. Occorre porre lo sguardo su ciò che di nuovo e positivo sta realmente, concretamente accadendo. Non ci sarà alcuna guerra nucleare, e non sono solo io a crederlo. Teniamo alte le nostre vibrazioni ricercando notizie ed eventi molto belli che avvengono ogni giorno in tutto il mondo!».

Torniamo sul personale, tutte le brutture che vedi e descrivi, è possibile che influenzino negativamente la tua vita?

«No. Perché proprio grazie al “Male” ho conosciuto l’umanità, nel male ho scoperto delle cose incredibili e nel male mi sono accorto che il Bene esiste».

Filippo Rossi, giornalista e reporter svizzero, ha studiato scienze politiche, letteratura e linguistica araba e portoghese all’università di Zurigo. Specializzato in politica internazionale e conflitti, collabora con testate italiane, svizzere e internazionali.

Maratoneta pluripremiato, partecipa a competizioni sportive nei paesi in cui si trova per lavoro, in condizioni estreme come quelle dei deserti africani, risultando tra i migliori atleti runner del mondo.

Il libro di Filippo Rossi descrive le aspirazioni di un ragazzo camerunese, legittime come quelle di qualsiasi altro ragazzo nel mondo.

«Quei bigliettini stracciati…» Nei ricordi della vita rischiosa di un reporter svizzero