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Quando l’inverno prende volto: le maschere arcaiche della Svizzera

In Svizzera, l’inverno non è mai soltanto una stagione.

È una presenza, un tempo sospeso, un paesaggio dell’anima prima ancora che geografico.

Tra scorci alpini, chalet in legno e città dal rigore elegante, il freddo non viene semplicemente subito e tollerato: viene narrato, sfidato e ritualizzato.

È in questo contesto che le maschere entrano in scena.

Nel corso dei secoli, la comunità svizzera ha affidato a figure grottesche, magnifiche e inquietanti la missione di dare un volto all’invisibile, al tempo che passa, alla paura che l’inverno possa non finire mai, all’esigenza umana di segnare una soglia tra ciò che muore e ciò che ricomincia.

Le maschere invernali non sono solo folklore, ma dei veri e propri linguaggi simbolici, eredità ancora viventi di un’Europa arcaica che continua a raccontare e ad affascinare attraverso il legno intagliato, i campanacci, il fuoco e la processione.

Dall’Appenzello al Vallese, dall’Oberland bernese a Zurigo, questa tradizione non mette in scena solo la rappresentazione della fine dei mesi più freddi dell’anno, ma bensì, qualcosa di più profondo: il bisogno collettivo di dare forma al cambiamento.

I SILVESTERCHLÄUSE DI URNÄSCH

Ad Urnäsch l’anno non cambia data: cambia passo.

Arrivano a gruppi, lentamente. I campanacci precedono i corpi, come se il suono fosse più antico delle figure che lo portano. I Silvesterchläuse non parlano. Si annunciano. Le loro maschere non servono a nascondere un volto, ma a sostituirlo.

I Schöne portano sulla testa paesaggi interi: villaggi, pascoli, scene minuziose che sembrano ricordi più che decorazioni. I Wüeschte sono il contrario: pelli, rami, volti deformati, materia grezza. I Schö-Wüeschte tengono insieme entrambe le cose, come se l’ordine e il disordine non potessero mai davvero separarsi.

Passano di casa in casa, cantano senza parole, si muovono come se stessero seguendo un ritmo che non appartiene al calendario. Non celebrano soltanto l’anno nuovo. Mettono in scena l’idea che il tempo non scorra: ritorni.

LA PROCESSIONE HARDER-POTSCHETE AD INTERLAKEN

Per salutare il nuovo anno, Interlaken affonda le radici nella sua storia, al tempo in cui la città era retta da un monastero. L’usanza nacque per iniziativa dei ragazzi che domandavano un’offerta di nuovo anno in pane, vino e denaro da parte degli stessi governanti. Ma è anche legata alla leggenda di Hardermannli, che con la consorte Wyb, scese dalla montagna fino al villaggio in compagnia di una rumorosa processione.

Ancora oggi questa processione sfila per le strade cittadine, puntuale ogni due di gennaio, mettendo in scena l’antico mito. I ragazzi indossano maschere di legno terrificanti, pezzi unici intagliati a mano dai mastri locali, mentre urlano e fanno festa rendendo l’atmosfera magica ed ancestrale, scacciando gli spiriti maligni dell’anno passato e salutando quello nuovo con un caloroso benché spaventoso benvenuto.

LE TSCHÄGGÄTTÄ DEL VALLESE

In Vallese, l’inverno non viene accompagnato. Viene disturbato.

Le Tschäggättä non hanno nulla di cerimoniale. Sono maschere di legno intagliate con eccesso: troppi denti, troppi nasi, troppa espressione. Non cercano una forma umana, ma qualcosa che le precede.

Chi le indossa non sfila: irrompe. Pelli addosso, campanacci alla cintura, il volto trasformato in una presenza. Entrano nei villaggi come si entra in un territorio che non è mai stato del tutto addomesticato.

Spaventano, inseguono, ridono. Ma non è uno spettacolo. È un residuo. Qualcosa che resta di un tempo in cui l’inverno non era una stagione, ma una forza.

Le Tschäggättä non rappresentano l’inverno. Gli danno un volto.

GLI PSCHUURI DEL CANTON GRIGIONI

A Splügen, il centro del Rheinwald, in concomitanza col Mercoledì delle Ceneri, sopravvive ancora oggi un’antica tradizione.

Gli Pschuurirollis, ragazzi mascherati per il carnevale, danno la caccia alle ragazze ed ai bambini che, se catturati, termineranno la giornata con la faccia sporca di carbone e grasso.

Una volta era considerato un vero e proprio onore arrivare a fine giornata con la faccia ancora pulita, oggigiorno l’antica usanza dello Pschuurimittwucha è un divertente momento di comunione e rievocazione storica, un simbolico e divertito saluto all’inverno che sta per lasciare spazio alla primavera.

Alessandro Ganahl e Nicola Magni

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