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	<title>Giovani Svizzeri all&#039;Estero Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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	<description>Mensile degli svizzeri in Italia. Fondata nel 1968.</description>
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	<title>Giovani Svizzeri all&#039;Estero Archivi - Gazzettasvizzera.org</title>
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		<title>“Zone di confusione”: Oltre il confine, verso sé stessi</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/mostra-zone-di-confusione-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 23:07:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/04/zone-di-confusione-300x300.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" />Nelle sale della Società svizzera di Milano l’ingresso alla mostra “Zone di Confusione” avviene già prima delle immagini. È l’allestimento a segnare il primo passaggio. La sensazione è quella di entrare in una bolla all’interno della quale, attraverso gli scatti dei fotografi esposti, ascoltare la propria interiorità e le proprie emozioni. Si ha la sensazione</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/mostra-zone-di-confusione-milano/">“Zone di confusione”: Oltre il confine, verso sé stessi</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/04/zone-di-confusione-300x300.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-26238"  class="panel-layout" ><div id="pg-26238-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26238-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26238-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Esposizione fotografica d’incontro fra confini, vissuti, relazioni e nuove generazioni italiane e svizzere</h3>
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	<p>Nelle sale della Società svizzera di Milano l’ingresso alla mostra “Zone di Confusione” avviene già prima delle immagini. È l’allestimento a segnare il primo passaggio. La sensazione è quella di entrare in una bolla all’interno della quale, attraverso gli scatti dei fotografi esposti, ascoltare la propria interiorità e le proprie emozioni.</p>
<p>Si ha la sensazione di entrare in un luogo che respira: presente e insieme distante, concreto e sfuggente.</p>
<p>Non esiste un percorso obbligato. Il visitatore si muove tra le immagini come dentro un paesaggio aperto: scegliendo il proprio ritmo, il proprio punto di vista e cosa ascoltare.</p>
<p>Ad accogliere il pubblico in una sala gremita all’inaugurazione, tenutasi lunedì 2 marzo, insieme alle opere, la presenza istituzionale che ha voluto riconoscere il valore dell’iniziativa: il Console generale Stefano Lazzarotto, il Console generale aggiunto Nicola Felder, l’assessore alla cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi e il presidente della Società svizzera di Milano avv. Markus Wiget e la direttrice artistica della Biennale della fotografia femminile (BFF) Alessia Locatelli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La mostra nasce da una call fotografica promossa dall’Unione giovani svizzeri, che ha organizzato l’iniziativa in collaborazione con la Sezione giovani della Società svizzera di Milano.</p>
<p>Il progetto si sviluppa con il patrocinio del Consolato generale di Svizzera a Milano, del Comune di Milano e della Biennale della fotografia femminile, a conferma di un’attenzione condivisa verso i linguaggi contemporanei e le nuove generazioni.</p>
<p>In questo percorso, l’UGS prosegue con coerenza il proprio impegno nel valorizzare i giovani talenti e i loro punti di vista, contribuendo al dialogo tra Italia e Svizzera.</p>
<p>Qui prende voce “Zone di Confusione”, un progetto che nasce da un’urgenza condivisa prima ancora che da un’intenzione curatoriale.</p>
<p>Sei giovani artisti italo-svizzeri – Niccolò Campana, Natalia Gonzales, Hanna Hildebrand, Jacopo Martinoni, Silvia Peronetti e Simone Zaugg – infatti raccontano un territorio che non coincide con una geografia, ma con una condizione interiore.</p>
<p>Come sottolinea il curatore Riccardo Pogliani, il confine si trasforma in luogo. Uno spazio simbolico, attraversato da tensioni e possibilità, dove appartenenza ed esperienza si ridefiniscono continuamente. In questo intreccio, le differenze tra Italia e Svizzera convivono con le somiglianze, generando una trama che invita a osservare con attenzione.</p>
<p>Le fotografie selezionate, tra cui spicca – in una classifica redatta da un’apposita giuria di esperti – il lavoro di Jacopo Martinoni, primo classificato, restituiscono questa complessità attraverso linguaggi diversi.</p>
<p>Ogni immagine resta aperta, capace di suggerire più letture.</p>
<p>C’è chi lavora sul corpo e sulla presenza, chi sulla distanza e sul paesaggio, chi ancora sulla memoria. In comune, una ricerca che prende forma nello sguardo e si completa nell’incontro con chi osserva.</p>
<p>È dall’osservazione di sé, da ciò che queste fotografie sono capaci di far risuonare in chi le guarda, che possono riemergere memorie o nascere spunti su quante sfaccettature possa assumere il trovarsi fra due modi di essere, di vedere, agire e pensare.</p>
<p>E che continua, anche dopo l’uscita, nel modo in cui scegliamo di guardare.</p>
<p>di Raffaele Sermoneta<br />
Immagini Niccolò Campana</p>
</div>
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	<p>Da sinistra Stefano Pogliani, il presidente UGS Raffaele Sermoneta, Riccardo Pogliani, il presidente della Società Svizzera di Milano avv. Markus Wiget, il vicepresidente UGS Niccolò Campana, l’assessore alla cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi, i fotografi Natalia Gonzales e Jacopo Martinoni, il Console generale Stefano Lazzarotto, il Console generale aggiunto Nicola Felder.</p>
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		<title>Le Olimpiadi, tra sogno e umanità</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/olimpiadi-cortina-2026-sport-emozioni-umanita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:15:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/03/olimpiadi-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Immagini e testo di Raffaele Sermoneta C’è qualcosa nelle Olimpiadi e nelle Paralimpiadi che continua a farci alzare lo sguardo. È la dimensione del sogno. Quando pensiamo ai Giochi olimpici immaginiamo atleti straordinari, persone che hanno dedicato una vita intera a un gesto tecnico, a una curva perfetta, a un salto che sembra sfidare la</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/03/olimpiadi-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-26140"  class="panel-layout" ><div id="pg-26140-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26140-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26140-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Reportage da Cortina</h3>
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	<p><em>Immagini e testo di Raffaele Sermoneta</em></p>
<p>C’è qualcosa nelle Olimpiadi e nelle Paralimpiadi che continua a farci alzare lo sguardo.</p>
<p>È la dimensione del sogno. Quando pensiamo ai Giochi olimpici immaginiamo atleti straordinari, persone che hanno dedicato una vita intera a un gesto tecnico, a una curva perfetta, a un salto che sembra sfidare la gravità. Sono i migliori; e quando li guardiamo gareggiare restiamo spesso in silenzio o a bocca aperta, quasi increduli davanti a ciò che il corpo umano riesce a fare.</p>
<p>Eppure, camminando per le vie di Cortina d’Ampezzo nei giorni che accompagnano i Giochi, emerge con chiarezza un’altra dimensione. Più discreta, forse meno spettacolare delle gare, ma profondamente autentica.</p>
<p>La dimensione delle persone.</p>
<p>Girando tra le strade del paese, tra bar affollati, piazze animate e piccoli gruppi che si fermano a parlare davanti a una vetrina, in un locale o a una pista innevata, ho avuto occasione di incontrare presenze provenienti da ogni parte del mondo: atleti, rappresentanti delle delegazioni, volontari, spettatori arrivati da lontano e abitanti della montagna. A molti ho posto la stessa domanda.</p>
<p><em>Quando pensi al periodo olimpico, che cosa ti viene in mente? Che cosa lo caratterizza davvero?</em></p>
<p>Le risposte, sorprendentemente, si assomigliano molto.</p>
<p>Qualcuno parla dell’emozione delle gare. Qualcun altro cita la tensione degli ultimi secondi prima di una partenza o di un arrivo. Ma quasi tutti, dopo un attimo di riflessione, arrivano allo stesso punto.</p>
<p><em>Le persone</em>.</p>
<p>«<em>La cosa più incredibile</em>», mi ha detto un ragazzo della delegazione tedesca incontrato davanti a un rifugio, «<em>è il senso di umanità</em> <em>che si crea.</em>»</p>
<p>Un volontario mi ha raccontato qualcosa di simile: «<em>Qui succede una cosa strana. Tifi per la tua squadra quando è il suo turno</em><em>… </em><em>e pochi minuti dopo ti ritrovi ad applaudire anche gli altri.</em>»</p>
<p>E in effetti basta restare qualche minuto tra la gente per accorgersene. Una bandiera passa di mano. Un applauso nasce da una curva dello stadio e si allarga fino a coinvolgere tutti. Una nazione gareggia, poi tocca a un’altra, e il tifo cambia colore con naturalezza.</p>
<p>In quelle ore sembra affermarsi una specie di accordo silenzioso: ognuno sostiene il proprio atleta, ma allo stesso tempo riconosce il valore di tutti gli altri.</p>
<p>Forse è per questo che il periodo olimpico lascia una sensazione difficile da spiegare.</p>
<p>L’energia che si crea è qualcosa che si percepisce pure fisicamente.</p>
<p>Un entusiasmo condiviso che attraversa le strade, gli spalti, i bar, i corridoi delle strutture sportive. È una forma di convivialità rara dove persone che non si sono mai incontrate prima iniziano a parlare come se si conoscessero da sempre.</p>
<p>Ci si scambia impressioni sulla gara appena vista, si commenta un gesto tecnico, si ride o ci si rattrista per un errore, si esulta per un’impresa.</p>
<p>E, a volte, succede anche qualcosa di più intimo. Mi è capitato di assistere a un momento durante una sessione paralimpica di curling su sedia a rotelle. Un tiro perfetto ha cambiato l’esito della partita. Per un attimo il palazzetto è rimasto sospeso, poi è esploso in un applauso spontaneo. In quel momento non si percepiva la differenza tra chi era in pista e chi era sugli spalti.</p>
<p>Si sentiva soltanto la forza di ciò che stava accadendo. La potenza di quegli atleti non si limitava al gesto sportivo, arrivava fino alle persone sedute a guardare.</p>
<p>Le Paralimpiadi, in particolare, rendono questo aspetto ancora più evidente. Non perché raccontino una storia di limiti, ma perché mostrano con straordinaria chiarezza quanto possa essere grande la capacità umana di trasformare le difficoltà in energia.</p>
<p>E così, mentre gli atleti competono sul ghiaccio o sulla neve, attorno a loro prende forma qualcosa di più ampio. Una rete invisibile in cui gli atleti fanno la loro parte; il pubblico la propria. I volontari aprono porte, indicano posti, accompagnano persone; e gli abitanti del luogo accolgono chi arriva.</p>
<p>Compiti diversi, gesti spesso piccoli, eppure tutti inseriti nella stessa scena.</p>
<p>Forse è anche questo il segreto dei Giochi olimpici e paralimpici. Non soltanto la straordinaria qualità delle prestazioni sportive, ma la possibilità – anche solo per qualche giorno – di sentirsi parte di qualcosa che supera le differenze, le lingue, le bandiere. Un grande spazio umano condiviso. E alla fine, mentre la sera scende sulle montagne di Cortina e le luci si accendono lungo le strade del paese, resta una sensazione difficile da definire ma impossibile da ignorare. La sensazione che, per qualche tempo, migliaia di persone abbiano respirato lo stesso entusiasmo, che abbiano fatto il tifo, parlato, riso, condiviso momenti con perfetti sconosciuti. Che abbiano scoperto, forse con un po’ di stupore, quanto possa essere potente ciò che accade quando gli esseri umani si ritrovano insieme attorno a qualcosa che li unisce.</p>
<p>E in fondo, forse, è proprio questo il vero spirito olimpico.</p>
</div>
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		<title>Young Swiss Weekend – Bologna</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/young-swiss-weekend-bologna-giovani-svizzeri-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:06:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/03/ugs-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Un weekend per incontrare altri giovani svizzeri in Italia, condividere idee e vivere Bologna insieme. È con questo spirito che, in occasione dell’87º Congresso del Collegamento Svizzero in Italia, nasce quest’anno il Young Swiss Weekend – Bologna, un momento pensato in particolare per i giovani della comunità svizzera. Il congresso si terrà sabato 9 e</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/young-swiss-weekend-bologna-giovani-svizzeri-italia/">Young Swiss Weekend – Bologna</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/03/ugs-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-26130"  class="panel-layout" ><div id="pg-26130-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26130-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26130-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Un weekend per incontrare altri giovani svizzeri in Italia, condividere idee e vivere Bologna insieme. È con questo spirito che, in occasione dell’87º Congresso del Collegamento Svizzero in Italia, nasce quest’anno il Young Swiss Weekend – Bologna, un momento pensato in particolare per i giovani della comunità svizzera.</p>
<p>Il congresso si terrà sabato 9 e domenica 10 maggio presso l’Hotel Royal Carlton, a pochi passi dalla stazione centrale di Bologna. Il programma del sabato pomeriggio sarà dedicato a due momenti di dialogo e approfondimento: il primo sul tema dell’ambiente e dell’acqua, con un parallelismo tra i canali di Bologna e le Alpi svizzere, affrontando temi come la gestione delle risorse idriche e delle alluvioni; il secondo sul mondo del cinema e dello spettacolo, con la partecipazione di ospiti e professionisti provenienti dall’Emilia-Romagna Film Commission e dalla Ticino Film Commission.</p>
<p>Accanto al congresso prenderà però forma anche un percorso pensato per i giovani: uno spazio di incontro, confronto e scambio di idee tra svizzeri che vivono e studiano in Italia, e non solo.</p>
<p>La mattina di sabato sarà dedicata allo Young Swiss Idea Lab, un momento pratico per chi ha un’idea, un progetto o semplicemente un’intuizione che vorrebbe sviluppare. Che si tratti di un’idea di startup, di un canale YouTube, di un evento culturale che si ha in mente, di un progetto sociale o anche solo di qualcosa che si stia ancora pensando, questo sarà lo spazio giusto per confrontarsi e dare forma alle proprie intuizioni.</p>
<p>Insieme a Francesco Salizzoni, professionista che affianca giovani e organizzazioni nello sviluppo di progetti, lavoreremo su come trasformare un’idea in un progetto reale e sostenibile, esplorando se e come può crescere fino a diventare anche un’opportunità professionale.</p>
<p>Durante l’incontro si terrà anche la Young Swiss Idea Clinic, in cui alcune idee dei partecipanti verranno analizzate dal vivo per mostrarne possibili sviluppi e prospettive. A questo si aggiungerà un momento informale dal titolo “3 idee in 3 minuti”, in cui tre partecipanti potranno presentare brevemente un progetto, una startup, un’iniziativa culturale o sociale.</p>
<p>Il weekend non sarà però fatto solo di incontri e dialoghi. Per scoprire Bologna in modo originale è stata organizzata anche la “caccia al tesoro urbana dei giovani svizzeri”, un percorso tra le strade della città alla ricerca di<em> tracce di svizzeritudine </em>nascosta, con piccoli premi per le squadre partecipanti.</p>
<p>Non mancheranno i momenti conviviali: <em>street food</em> <em>locale</em> per vivere la città insieme e, a conclusione del congresso, la tradizionale cena di gala, offerta ai partecipanti under 30. Come da tradizione UGS, la serata proseguirà poi con un momento informale pensato per conoscersi meglio e condividere il piacere di stare insieme, andando alla scoperta della Bologna notturna.</p>
<p>Il Young Swiss Weekend – Bologna vuole essere prima di tutto un’occasione per incontrare altri giovani svizzeri, scambiare idee e costruire nuove relazioni all’interno della nostra comunità.</p>
<p>Se hai un’idea che vorresti sviluppare, un progetto nel cassetto o semplicemente la curiosità di conoscere altri giovani svizzeri che vivono in Italia, questo è il momento giusto per esserci.</p>
<p>Vi aspettiamo a Bologna.<br />
<em>Raffaele Sermoneta</em></p>
</p>
<h3 class="widget-title">MODALITA’ D’ISCRIZIONE PER PARTECIPARE AL CONGRESSO 2026</h3>
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<p>• Compila il form sottostante<br />
• Effettua iI bonifico bancario sul c/c intestato al "Collegamento svizzero in Italia"<br />
• IBAN  IT92E0503401652000000001035 Indicando come causale: nome cognome “Congresso Bologna Rimborso spese 2026”<br />
• Invia la scheda e la ricevuta del bonifico via e-mail a: <a href="mailto:circolosvizzero.bo@gmail.com">circolosvizzero.bo@gmail.com</a></p>
<p>Per ulteriori informazioni contattare:<br />
<strong>Presidente:</strong> Laura Andina   +39 347 1670912<br />
<strong>Vicepresidente:</strong> Anna Maria Marocci +39 349 2726158<br />
<strong>Rappresentante UGS:</strong> Alessandro Ganahl +39 3312189058</p>
<p><strong>Iscrizione entro il 31 Marzo 2026</strong></p>
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<p><em> </em></p>
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</div></div><div id="panel-26130-0-0-1" class="so-panel widget widget_wpforms-widget wpforms-widget panel-last-child" data-index="1" ><h3 class="widget-title">Iscriviti al Congresso 2026</h3><div class="wpforms-container wpforms-container-full" id="wpforms-25975"><form id="wpforms-form-25975" class="wpforms-validate wpforms-form" data-formid="25975" method="post" enctype="multipart/form-data" action="/category/giovani-svizzeri-allestero/feed/" data-token="545428be3d966d82cf1986ab8f94ba4a" data-token-time="1777935151"><noscript class="wpforms-error-noscript">Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.</noscript><div class="wpforms-field-container"><div id="wpforms-25975-field_2-container" class="wpforms-field wpforms-field-name" data-field-id="2"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_2">Nome e Cognome <span class="wpforms-required-label">*</span></label><input type="text" id="wpforms-25975-field_2" class="wpforms-field-large wpforms-field-required" name="wpforms[fields][2]" required></div><div id="wpforms-25975-field_3-container" class="wpforms-field wpforms-field-text" data-field-id="3"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_3">Istituzione <span class="wpforms-required-label">*</span></label><input type="text" id="wpforms-25975-field_3" class="wpforms-field-large wpforms-field-required" name="wpforms[fields][3]" required></div><div id="wpforms-25975-field_9-container" class="wpforms-field wpforms-field-text" data-field-id="9"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_9">Carica <span class="wpforms-required-label">*</span></label><input type="text" id="wpforms-25975-field_9" class="wpforms-field-large wpforms-field-required" name="wpforms[fields][9]" required></div><div id="wpforms-25975-field_10-container" class="wpforms-field wpforms-field-text" data-field-id="10"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_10">Indirizzo <span class="wpforms-required-label">*</span></label><input type="text" id="wpforms-25975-field_10" class="wpforms-field-large wpforms-field-required" name="wpforms[fields][10]" required></div><div id="wpforms-25975-field_5-container" class="wpforms-field wpforms-field-text" data-field-id="5"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_5">CAP - 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I prezzi sotto elencati vanno moltiplicati per il numero dei partecipanti al fine di predisporre il pagamento da inviare con bonifico come descritto.</div></div><div id="wpforms-25975-field_20-container" class="wpforms-field wpforms-field-checkbox" data-field-id="20"><label class="wpforms-field-label">Attività <span class="wpforms-required-label">*</span></label><ul id="wpforms-25975-field_20" class="wpforms-field-required"><li class="choice-1 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_1" name="wpforms[fields][20][]" value="Iscrizione al Congresso * - 40€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_1">Iscrizione al Congresso * - 40€</label></li><li class="choice-2 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_2" name="wpforms[fields][20][]" value="Pranzo - 35€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_2">Pranzo - 35€</label></li><li class="choice-3 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_3" name="wpforms[fields][20][]" value="Cena Ufficiale - 80€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_3">Cena Ufficiale - 80€</label></li><li class="choice-4 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_4" name="wpforms[fields][20][]" value="UGS 30-35 anni - 40€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_4">UGS 30-35 anni - 40€</label></li><li class="choice-5 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_5" name="wpforms[fields][20][]" value="Visita guidata del centro storico di Bologna - 30€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_5">Visita guidata del centro storico di Bologna - 30€</label></li><li class="choice-6 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_20_6" name="wpforms[fields][20][]" value="Pranzo presso il ristorante “La Mela” - 30€" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_20_6">Pranzo presso il ristorante “La Mela” - 30€</label></li></ul><div class="wpforms-field-description">* Il costo dell'iscrizione al Congresso è obbligatorio</div></div><div id="wpforms-25975-field_27-container" class="wpforms-field wpforms-field-text" data-field-id="27"><label class="wpforms-field-label" for="wpforms-25975-field_27">Totale - I prezzi vanno moltiplicati per il numero dei partecipanti. <span class="wpforms-required-label">*</span></label><input type="text" id="wpforms-25975-field_27" class="wpforms-field-medium wpforms-field-required" name="wpforms[fields][27]" required></div><div id="wpforms-25975-field_7-container" class="wpforms-field wpforms-field-checkbox" data-field-id="7"><label class="wpforms-field-label">Previa lettura dell&#039;informativa <span class="wpforms-required-label">*</span></label><ul id="wpforms-25975-field_7" class="wpforms-field-required"><li class="choice-1 depth-1"><input type="checkbox" id="wpforms-25975-field_7_1" name="wpforms[fields][7][]" value="Autorizzo il trattamento dei dati personali ex Regolamento UE n. 2016/679 &quot;GDPR&quot;" required ><label class="wpforms-field-label-inline" for="wpforms-25975-field_7_1">Autorizzo il trattamento dei dati personali ex Regolamento UE n. 2016/679 "GDPR"</label></li></ul><div class="wpforms-field-description">*  <a href="https://gazzettasvizzera.org/informativa-sulla-privacy/">INFORMATIVA SULLA PRIVACY</a>  

</div></div></div><!-- .wpforms-field-container --><div class="wpforms-submit-container" ><input type="hidden" name="wpforms[id]" value="25975"><input type="hidden" name="page_title" value="Giovani Svizzeri all&#8217;Estero"><input type="hidden" name="page_url" value="https://gazzettasvizzera.org/category/giovani-svizzeri-allestero/feed/"><input type="hidden" name="url_referer" value=""><button type="submit" name="wpforms[submit]" id="wpforms-submit-25975" class="wpforms-submit" data-alt-text="Invio in corso..." data-submit-text="Invia" aria-live="assertive" value="wpforms-submit">Invia</button></div></form></div>  <!-- .wpforms-container --></div></div><div id="pgc-26130-0-1"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26130-0-1-0" class="so-panel widget widget_sow-image panel-first-child" data-index="2" ><div
			
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		<title>A Vicenza la mostra “Isole felici”: giovani artisti tra Venezia e Svizzera</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/mostra-isole-felici-vicenza-giovani-artisti-venezia-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 16:03:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/02/ugs-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />C’è un filo che unisce Venezia e la Svizzera. Un filo fatto di paesaggi, memoria, identità e sguardi giovani capaci di trasformare un incontro in opera. Quel filo arriva ora a Vicenza, dove dall’11 al 25 aprile 2026 saranno esposte presso la Libreria Galla 1880 sei tele nate durante la prima Residenza d’Artista UGS, intitolata</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/mostra-isole-felici-vicenza-giovani-artisti-venezia-svizzera/">A Vicenza la mostra “Isole felici”: giovani artisti tra Venezia e Svizzera</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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	<p>C’è un filo che unisce Venezia e la Svizzera. Un filo fatto di paesaggi, memoria, identità e sguardi giovani capaci di trasformare un incontro in opera. Quel filo arriva ora a Vicenza, dove dall’11 al 25 aprile 2026 saranno esposte presso la Libreria Galla 1880 sei tele nate durante la prima Residenza d’Artista UGS, intitolata <em>“</em><em>Isole felici. Venezia e Svizzera – mondi interconnessi”</em>.</p>
<p>L’iniziativa, promossa dall’Unione Giovani Svizzeri in collaborazione con il Circolo Svizzero di Vicenza e Verona, porta in città il risultato di un’esperienza vissuta a settembre 2024 negli spazi di Palazzo Trevisan degli Ulivi a Venezia, sede del Consolato Onorario di Svizzera. Un progetto realizzato con il patrocinio del Consolato Generale di Svizzera a Milano, nato con l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani svizzeri all’estero e di rafforzare il dialogo culturale tra Italia e Svizzera.</p>
<p>Tre giovani artisti – Elisabetta Agrelli, Nathaniel Cartier e Filippo Gori Knöpfli – hanno analizzato e interpretato le connessioni fra queste due realtà attraverso linguaggi e sensibilità differenti. Ognuno ha sviluppato due opere in acrilico su tela (80x100), dando forma a un percorso personale che ha attraversato architetture, leggende, paesaggi montani e lagunari, simboli condivisi e identità intrecciate.</p>
<p>L’esposizione vicentina rappresenta un nuovo passaggio di questo cammino. È la possibilità di fermarsi davanti a un’opera e riconoscere un ponte: tra territori, tra generazioni, tra esperienze vissute in luoghi diversi ma capaci di parlarsi.</p>
<p>L’inaugurazione è prevista per <strong>sabato 11 aprile alle ore 17,</strong> con un momento conviviale che accompagnerà l’apertura ufficiale della mostra e un buffet a disposizione dei partecipanti. Sarà un’occasione per incontrare l’associazione, conoscere il progetto e condividere uno spazio di dialogo culturale che continua a crescere.</p>
<p>Portare <em>“</em><em>Isole felici”</em> a Vicenza significa dare continuità a un’esperienza che ha già dimostrato il valore dell’incontro tra giovani, istituzioni e comunità. Le opere raccontano un legame, la mostra vi invita a viverlo.</p>
<p><em>Raffaele Sermoneta</em></p>
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		<title>Paléo Festival di Nyon, il miglior festival europeo</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/paleo-festival-nyon-miglior-festival-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 15:51:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/02/concerto-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Durante gli European Festival awards di quest’anno è arrivata la consacrazione: l’associazione europea dei festival Yourope, che premia i migliori festival d’Europa per qualità della programmazione, accoglienza e dei valori intrinsechi allo spettacolo, ha incoronato la manifestazione elvetica la migliore del continente. La magia si rinnova ogni estate a Nyon, Canton Vaud, davanti alla meravigliosa</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/02/concerto-300x300.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-26038"  class="panel-layout" ><div id="pg-26038-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-26038-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-26038-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Durante gli European Festival awards di quest’anno è arrivata la consacrazione: l’associazione europea dei festival Yourope, che premia i migliori festival d’Europa per qualità della programmazione, accoglienza e dei valori intrinsechi allo spettacolo, ha incoronato la manifestazione elvetica la migliore del continente.</p>
<p>La magia si rinnova ogni estate a Nyon, Canton Vaud, davanti alla meravigliosa cornice del Lago Lemano, dove centinaia di migliaia di persone vengono accolte da tutto il mondo per ballare e vivere un’esperienza indimenticabile lungo l’arco di sei intensi giorni di programmazione.</p>
<p>Per capire come ci si sia arrivati però bisogna tornare alla genesi del festival, indietro di mezzo secolo. Nel 1976, l’avventura comincia con un nome che dice tutto: “First Folk Festival”. Niente praterie oceaniche, niente mega-schermi: si parte da una sala comunale, con circa 1’800 spettatori e un’energia da scommessa collettiva. A metterla in moto è un’associazione culturale no-profit, Paléo Arts &amp; Spectacles, nata dall’esperienza di un club che organizzava concerti e che a un certo punto decide di alzare l’asticella: non più singole serate, ma un appuntamento vero, ripetibile, riconoscibile.</p>
<p>Negli anni successivi, il festival cresce e cambia pelle. Dal 1977 alla fine degli anni Ottanta si sposta all’aperto, a Colovray, vicino al lago: due palchi, un pubblico in aumento, un’identità che si allarga oltre il folk. Tuttavia la svolta arriva durante l’estate del 1990 e coincide con il trasferimento alla Plaine de l’Asse, l’area che oggi è sinonimo stesso di Paléo. È un cambio di scala e di ambizione: la geografia permette di pensare in grande e, da lì in avanti, la traiettoria è quella di un festival che non vuole più essere una bella iniziativa locale, ma un punto fermo europeo.</p>
<p>C’è un dettaglio che spesso sfugge, ma che spiega molto: Paléo non è mai stato soltanto “concerti”. Con il tempo si è aperto a generi diversi e a forme di spettacolo che in un festival rock tradizionale sarebbero accessorie: arti di strada, circo, scenografie, aree tematiche. L’idea è semplice e ambiziosa: far sì che chi entra non compri un biglietto per un artista, ma per un’esperienza. Oggi l’organizzazione parla di centinaia di concerti e spettacoli, più palchi e un pubblico che si misura nell’ordine delle centinaia di migliaia nell’arco della settimana — numeri che non stanno in piedi da soli, se dietro non c’è un’architettura culturale pensata con metodo.</p>
<p>In questa evoluzione, alcune scelte raccontano più di molte statistiche. Una, in particolare, è il “Village du Monde”: un’area dedicata ogni anno a una regione del mondo, con musica, incontri e cucina come strumenti di conoscenza. Non è folklore da cartolina; è un modo per ricordare che l’idea di “aperto” non riguarda solo l’aria, ma anche la testa e di come Paléo continui a usare la programmazione come racconto e ne abbia fatto il suo fil rouge.</p>
<p>La storia del Paléo è anche una storia di persone — e qui il nome è inevitabile: Daniel Rossellat, fondatore e figura-chiave fin dall’inizio. In Svizzera siamo giustamente diffidenti verso le mitologie personali; però è difficile negare che, in questo caso, una visione individuale abbia avuto un ruolo determinante nel trasformare un esperimento giovanile in un’istituzione culturale.</p>
<p>Se il passato spiega la crescita, il presente racconta la direzione. E qui Paléo non fa sconti: la sostenibilità non è più un’aggiunta “verde”, è una linea strategica. Dal 2006 il festival dichiara l’uso di energia elettrica 100% rinnovabile e locale, con audit e misure di riduzione dei consumi. Negli ultimi anni ha anche cercato certificazioni e verifiche esterne: un audit indipendente condotto da A Greener Future (AGF) ha analizzato dati su rifiuti, energia, cibo e mobilità, evidenziando l’impostazione strutturata della politica ambientale.</p>
<p>Ma la notizia che più colpisce riguarda il 2026: il festival annuncia una propria “fattoria solare” adiacente al sito, con 261 pannelli e una produzione stimata oltre i 100’000 kWh annui, dichiarando che coprirà circa metà del fabbisogno elettrico di un’edizione. È un progetto iniziato nel 2023, completato nel 2025 e operativo dal gennaio 2026, pensato come circuito energetico locale con benefici anche per il quartiere in caso di surplus. Tradotto: non solo ridurre l’impatto, ma investire in infrastruttura.</p>
<p>Da giovane svizzero che vive in Italia, mi rendo conto che Paléo è anche un pezzo di identità esportabile. Non perché tutti debbano amarlo, i festival non sono un dovere civico, ma perché condensa alcune caratteristiche del Paese in una forma sorprendentemente pop: l’idea che la qualità non sia elitismo, che l’apertura culturale si costruisca e non si improvvisi, e che persino la festa possa diventare laboratorio di mobilità, energia, convivenza, sicurezza. La parte più interessante, forse, è proprio questa: Paléo è un evento effimero che lascia tracce stabili. In un’epoca in cui le grandi manifestazioni rischiano di essere solo consumo di intrattenimento, qui c’è ancora l’ambizione e la responsabilità di fare comunità.</p>
<p>In fondo, il segreto non è che per sei giorni la Svizzera balli. Il segreto è che lo faccia senza smettere di pensare al giorno dopo. E, onestamente, è un’idea che potremmo esportare ovunque, non solo oltreconfine.</p>
<p><em>Alessandro Ganahl</em></p>
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		><h3 class="widget-title">La Gazzetta ha bisogno di te.</h3>
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	<p>Cara lettrice, caro lettore online,<br />
la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico <a href="https://gazzettasvizzera.org/come-ci-finanziamo/">clicca qui</a> per i dettagli.</p>
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		<item>
		<title>Hai una fotografia che racconta chi sei? Questa è la tua occasione.</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/hai-una-fotografia-che-racconta-chi-sei-questa-e-la-tua-occasione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 20:42:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio Febbraio 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Svizzero di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[doppia appartenenza]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gazzetta Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[giovani svizzeri in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[identità culturale]]></category>
		<category><![CDATA[mostra fotografica]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzeri all'estero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/01/Zone-confusione-sm-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Hai mai pensato che la tua esperienza tra Italia e Svizzera potrebbe diventare una fotografia esposta in una mostra? Unione Giovani Svizzeri, in collaborazione con la Sezione Giovani della Società Svizzera di Milano, presenta “Zone di Confusione”, un progetto fotografico con call aperta a fotografi professionisti e non, senza limiti di nazionalità. Cerchiamo sguardi autentici,</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/hai-una-fotografia-che-racconta-chi-sei-questa-e-la-tua-occasione/">Hai una fotografia che racconta chi sei? Questa è la tua occasione.</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2026/01/Zone-confusione-sm-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25889"  class="panel-layout" ><div id="pg-25889-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25889-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25889-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Hai mai pensato che la tua esperienza tra Italia e Svizzera potrebbe diventare una fotografia esposta in una mostra?</p>
<p>Unione Giovani Svizzeri, in collaborazione con la Sezione Giovani della Società Svizzera di Milano, presenta “Zone di Confusione”, un progetto fotografico con call aperta a fotografi professionisti e non, senza limiti di nazionalità.</p>
<p>Cerchiamo sguardi autentici, capaci di raccontare attraverso le immagini cosa significa vivere una doppia appartenenza; luoghi di confine, fisici o interiori; simboli e tradizioni che parlano di identità mista; dettagli della vita quotidiana tra due Paesi; segni di incontro, mescolanza, appartenenza.</p>
<p>Contesti e situazioni che esprimono il vivere “a cavallo” tra due Stati, tra due modi di essere.</p>
<p>A chi non è capitato di sentirsi a casa in due luoghi diversi e, a volte, straniero in entrambi?</p>
<p>Di portarsi dentro un’identità doppia che non sempre trova parole, ma che può trovare espressione attraverso le immagini.</p>
<p>Di vivere interiormente il confine, ogni giorno.</p>
<p>Stai aspettando “il momento giusto” per condividere il tuo sguardo?</p>
<p>Quel momento è adesso.</p>
<h3>Come partecipare</h3>
<p>📷 Invia max 3 fotografie<br />
📧 a zone_di_confusione@unionegiovanisvizzeri.org<br />
📅 entro il 12 febbraio</p>
<p>Tutte le informazioni pratiche, il regolamento e i dettagli tecnici sono disponibili su 👉 unionegiovanisvizzeri.org</p>
<h3>Cosa succede se vieni selezionato/a?</h3>
<p>Le 20 fotografie selezionate entreranno a far parte di una mostra collettiva nell’inverno 2026.</p>
<p>La mostra sarà ospitata presso il Centro Svizzero di Milano, con il patrocinio del Consolato Generale di Svizzera a Milano.</p>
<p>Tutti i fotografi selezionati saranno inoltre nominati su Gazzetta Svizzera, giornale con oltre 35.000 lettori mensili.</p>
<p>Un’occasione per esporre, per farti conoscere, ma soprattutto per raccontare al mondo il tuo punto di vista.</p>
<p>Se questa frontiera la senti addosso, non tenerla dentro.</p>
<h3>Mettila a fuoco. Fotografala. Condividila.</h3>
<p><em>Raffaele Sermoneta</em></p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">La Gazzetta ha bisogno di te.</h3>
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	<p>Cara lettrice, caro lettore online,<br />
la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico <a href="https://gazzettasvizzera.org/come-ci-finanziamo/">clicca qui</a> per i dettagli.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Partecipa alla mostra fotografica Zone di confusione</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/mostra-zone-di-confusione-italia-svizzera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2025 18:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Novembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Consolato Svizzera Milano]]></category>
		<category><![CDATA[cultura svizzera in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[frontiera Italia Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[identità svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[mostra fotografica]]></category>
		<category><![CDATA[Società Svizzera di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[UGS]]></category>
		<category><![CDATA[Zone di confusione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/10/Locandina-Zone-di-confusione-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Tra due nazioni c’è sempre una frontiera. Una terra di mezzo che non appartiene a nessuno: senza leggi chiare, senza padroni, dove i cartelli cambiano lingua ma le strade sembrano le stesse di prima. Un luogo sospeso, in cui non ci si sente né di qua né di là. E se quella frontiera esiste fuori,</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/mostra-zone-di-confusione-italia-svizzera/">Partecipa alla mostra fotografica Zone di confusione</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/10/Locandina-Zone-di-confusione-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25590"  class="panel-layout" ><div id="pg-25590-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25590-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25590-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Racconta attraverso la fotografia la frontiera interiore tra Italia e Svizzera</h3>
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	<p>Tra due nazioni c’è sempre una frontiera.</p>
<p>Una terra di mezzo che non appartiene a nessuno: senza leggi chiare, senza padroni, dove i cartelli cambiano lingua ma le strade sembrano le stesse di prima. Un luogo sospeso,<strong> in cui non ci si sente né di qua né di là.</strong> E se quella frontiera esiste fuori, vive anche dentro molti di noi.</p>
<p>Noi lettori e lettrici della <em>Gazzetta Svizzera</em>, ad esempio, abbiamo costruito la nostra quotidianità in Italia ma custodiamo una parte importante del nostro cuore in Svizzera.</p>
<p>UGS - in collaborazione con la sezione giovani della Società Svizzera di Milano - vuole <strong>intercettare proprio questo confine interiore</strong>, a volte ben delineato e altre appena scarabocchiato, per dargli vita attraverso la fotografia.</p>
<p>Come? Vi presentiamo il progetto <strong>“<em>Zone di confusione</em>.”</strong></p>
<p>Confusione, perché appartenere a un’identità bifronte può<strong> generare smarrimento</strong> (non bisogna avere paura di dirlo), ma altre volte la collisione fertile tra due mondi diversi è capace di <strong>sprigionare un motore di energia creativa.</strong> E allora questa energia creativa mettiamola nel rullino!</p>
<p><strong>Ecco il nostro richiamo:</strong> fotografate i luoghi, i simboli, le icone, le tradizioni che non smetteranno mai di<strong> raccontare il legame a doppio filo</strong> del vostro essere italiani e svizzeri.</p>
<p>Confidateci, con le immagini, cosa significa per voi vivere questa soglia. Poi, inviateci i vostri scatti (max 3) alla mail: zone_di_confusione@unionegiovanisvizzeri.org.</p>
<p>Una giuria selezionerà <strong>20 fotografie</strong> che diventeranno parte di una mostra collettiva nell’inverno 2026, ospitata nella suggestiva Chiesa Protestante di Milano con il patrocinio del Consolato Generale di Svizzera a Milano.</p>
<p>La call è aperta a tutti e tutte (sì, ogni età è benvenuta!) <strong>fino al 20 dicembre.</strong><br />
Sul sito dell’Unione Giovani Svizzeri <a href="https://unionegiovanisvizzeri.org/eventi/">(unionegiovanisvizzeri.org)</a> trovate il bando completo e tutte le istruzioni per partecipare.</p>
<p>Vi aspettiamo!<br />
Il comitato organizzativo</p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">La Gazzetta ha bisogno di te.</h3>
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	<p>Cara lettrice, caro lettore online,<br />
la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico <a href="https://gazzettasvizzera.org/come-ci-finanziamo/">clicca qui</a> per i dettagli.</p>
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		<item>
		<title>Fede e Confederazione: il dialogo secolare tra la Svizzera e la Chiesa Cattolica</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/svizzera-chiesa-cattolica-storia-convivenza-diplomazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 19:24:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Ottobre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[cattolicesimo in Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[convivenza confessionale]]></category>
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		<category><![CDATA[diplomazia Santa Sede]]></category>
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		<category><![CDATA[storia religiosa Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzera e Chiesa cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[Urban Fink]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/09/ugs4-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />La Svizzera, con la sua pluralità linguistica, culturale e religiosa, ha trasformato la diversità in un punto di forza del proprio modello federale. L’equilibrio tra cantoni cattolici e protestanti e il rispetto tra confessioni hanno plasmato un’identità nazionale fondata sulla tolleranza. In questo contesto, il rapporto tra Chiesa cattolica e Confederazione svizzera è un esempio</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/svizzera-chiesa-cattolica-storia-convivenza-diplomazia/">Fede e Confederazione: il dialogo secolare tra la Svizzera e la Chiesa Cattolica</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/09/ugs4-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25438"  class="panel-layout" ><div id="pg-25438-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25438-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25438-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Svizzera e Chiesa cattolica: radici storiche, convivenza e diplomazia</h3>
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	<p>La Svizzera, con la sua pluralità linguistica, culturale e religiosa, ha trasformato la diversità in un punto di forza del proprio modello federale. L’equilibrio tra cantoni cattolici e protestanti e il rispetto tra confessioni hanno plasmato un’identità nazionale fondata sulla tolleranza. In questo contesto, il rapporto tra Chiesa cattolica e Confederazione svizzera è un esempio emblematico di dialogo tra storia e istituzioni.</p>
<p>Ne parliamo con il dottor Urban Fink, storico e teologo, direttore della Missione Interna e specialista in storia della diplomazia papale e della Chiesa in Svizzera.</p>
<h3>LE RADICI CRISTIANE DELLA CONFEDERAZIONE</h3>
<p>Già prima della nascita ufficiale della Confederazione, il territorio elvetico era attraversato da tradizioni religiose radicate che avrebbero influenzato profondamente la struttura sociale e politica dei futuri cantoni.</p>
<p><strong>Quali erano le principali forme di organizzazione religiosa presenti nei territori alpini prima della nascita della Confederazione nel 1291?</strong></p>
<p><em>«Nel territorio dell’odierna Svizzera esistevano già in epoca precoce diocesi e, di conseguenza, anche parrocchie. Le origini delle diocesi risalgono alla tarda antichità. La sede vescovile di Coira è documentata nel 451, quella di Martigny nel 381 (successivamente trasferita a Sion) e quella di Ginevra nel 441. Una sede vescovile è attestata ad Augst nel 346 e infine, dopo il 500, a Losanna. Una fondazione altomedievale è la diocesi di Costanza, istituita intorno al 600, alla quale fino al 1815 apparteneva quasi tutta la Svizzera germanofona.»</em></p>
<p><strong>In che modo il cristianesimo si è diffuso nei territori elvetici e quali figure o istituzioni religiose ne furono protagoniste?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>Il cristianesimo si diffuse dalle città alle campagne, dove furono fondate numerose parrocchie. Nel IV secolo, dopo essere stato tollerato nell’Impero Romano, il cristianesimo riuscì ad affermarsi soprattutto nella Svizzera occidentale e centrale e nella regione alpina, mentre la Svizzera orientale fu convertita solo più tardi dai missionari irlandesi.»</em></p>
<h3>UNA CONVIVENZA CONFESSIONALE ESEMPLARE</h3>
<p>La Svizzera come modello di equilibrio tra cattolicesimo e protestantesimo; un’analisi storica e culturale della pluralità religiosa nel cuore dell’Europa.</p>
<p><strong>Possiamo parlare della Svizzera come di uno dei primi laboratori europei di convivenza tra confessioni diverse?</strong></p>
<p><em>«La Svizzera è sicuramente un laboratorio in Europa, dove nonostante due confessioni religiose diverse la Confederazione non si è frammentata a causa di questa divisione. La coesione politica era quindi più forte della distinzione confessionale, integrata dal multilinguismo, che è anche una caratteristica particolare. I cantoni cattolici e quelli riformati erano in qualche modo entrambi più o meno ugualmente forti dal punto di vista politico, cosicché nessun blocco poteva semplicemente soppiantare l’altro.»</em></p>
<p><strong>In che modo la frattura confessionale ha influenzato l’equilibrio politico e culturale tra i cantoni?</strong></p>
<p><em>«Dal punto di vista economico e culturale, i cantoni riformati delle città erano superiori ai cantoni cattolici delle campagne. Questi ultimi, tuttavia, godevano dell’appoggio di potenze cattoliche come la Francia (dal 1530 con un ambasciatore a Soletta), la Spagna e lo Stato Pontificio (con ambasciatori a Lucerna). Ciò era molto importante per il rafforzamento degli Stati cattolici.»</em></p>
<h3>DIPLOMAZIA E FEDE: I RAPPORTI TRA LA SVIZZERA E LA SANTA SEDE</h3>
<p>La diplomazia tra la Svizzera e la Santa Sede ha radici profonde e complesse, caratterizzate da un equilibrio delicato tra neutralità politica e coinvolgimento in tematiche internazionali.</p>
<p><strong>Come si sono sviluppati i legami diplomatici tra la Confederazione Svizzera e la Santa Sede nel corso della storia? Quali furono i momenti chiave?</strong></p>
<p><em>«Nel 1586 lo Stato Pontificio inviò un nunzio permanente a Lucerna. Questo ambasciatore papale era però accreditato solo presso gli Stati cattolici, non presso quelli riformati. L’obiettivo dichiarato dei nunzi era quello di mantenere gli Stati cattolici uniti nella fede cattolica. La ricattolicizzazione dei riformati era certamente un obiettivo, ma rimase irraggiungibile.»</em></p>
<p><strong>In che modo la Svizzera, pur mantenendo la sua neutralità, ha gestito le sue relazioni con la Chiesa Cattolica, soprattutto durante periodi di tensione religiosa come la Riforma protestante?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>Fino al 1515 la Svizzera non era neutrale, ma aspirava a un’espansione che però, dopo la battaglia di Marignano, non fu più realizzabile. Nonostante la divisione religiosa avvenuta pochi anni dopo, tutti i 13 cantoni erano interessati a mantenere l’alleanza federale. La politica di coesione era quindi più importante della confessione religiosa. Già nell’antica Confederazione si preparava così la convivenza tra diverse confessioni e visioni del mondo, cosa che oggi ci sembra assolutamente normale.»</em></p>
<p><strong>Qual è stato il ruolo della Svizzera nella diplomazia vaticana, specialmente in relazione agli Stati europei cattolici, durante i conflitti religiosi che segnarono l’Europa?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>Fino al XX secolo, la diplomazia papale era orientata in senso confessionale con l’obiettivo di creare uno Stato cattolico. Naturalmente, ciò non era realizzabile in Svizzera. Il Kulturkampf, che in Svizzera era essenzialmente un conflitto interno alla Chiesa cattolica, portò infine nel 1873 all’espulsione del nunzio apostolico. Un primo cambiamento avvenne durante la Prima guerra mondiale, quando papa Benedetto XV si impegnò a fondo per porre fine al conflitto, promuovere la pace e aiutare le vittime della guerra. Ciò ha portato alla definizione di nuovi obiettivi, che oggi rivestono grande importanza per la diplomazia vaticana e che durante la Prima guerra mondiale hanno permesso un avvicinamento tra il Vaticano e la Svizzera e, nel 1920, l’insediamento del nunzio a Berna. Dal 1920 la collaborazione tra la Svizzera e la Santa Sede è eccellente.</em></p>
<p><em>Dal Concilio Vaticano II (1962–1965), la diplomazia vaticana si impegna a promuovere la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, nonché i diritti umani e la libertà religiosa.</em><em>»</em></p>
<h3>LA GUARDIA SVIZZERA PONTIFICIA: TRADIZIONE, IDENTITA’ E SERVIZIO</h3>
<p>La Guardia Svizzera Pontificia, fondata nel 1506 da Papa Giulio II, rappresenta la fedeltà al Papa e il profondo legame storico-culturale tra Svizzera e Vaticano.</p>
<p><strong>Come nasce, storicamente, la vocazione di molti giovani svizzeri a diventare membri della Guardia Svizzera Pontificia? Qual è il significato di questa scelta nella cultura svizzera?</strong></p>
<p><em>«Il servizio militare all’estero era fondamentale per i cantoni cattolici dell’antica Confederazione, poiché questi cantoni rurali, economicamente poco forti, dipendevano da questa fonte di reddito. Già allora il Papa, in quanto garante dell’unità, esercitava un forte ascendente sui cattolici, rendendo il servizio nella Guardia Svizzera attraente sia dal punto di vista economico che religioso.»</em></p>
<p><strong>Cosa rappresenta, a livello culturale, il giuramento alla Guardia Svizzera Pontificia per un giovane elvetico? È </strong></p>
<p><strong>solo un atto di fede o ha anche una valenza simbolica legata all’identità nazionale?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>Il servizio nella Guardia Svizzera è sicuramente un atto di fede, ma è anche legato all’orgoglio di essere svizzeri, che è un requisito fondamentale per entrare a farne parte. In questo modo, ai guardiani si apre un nuovo mondo e una nuova cultura che segna la loro vita, se penso ai tanti ex guardiani che guardano con orgoglio e gioia ai loro anni trascorsi a Roma.»</em></p>
<p><strong>Oltre alla protezione fisica del Papa, qual è il valore simbolico che la Guardia Pontificia ha rappresentato nel corso dei secoli per la Svizzera e il suo rapporto con la Chiesa Cattolica?</strong></p>
<p><em>«È un simbolo della Svizzera che va oltre i confini confessionali, simbolo di fedeltà, disciplina e coraggio, valori che ancora oggi sono molto apprezzati in Svizzera. Ecco perché la Guardia Svizzera è così amata ovunque.»</em></p>
<h3>LA CHIESA CATTOLICA NELLA SVIZZERA CONTEMPORANEA</h3>
<p>Nel contesto multiculturale e multireligioso contemporaneo, la Chiesa Cattolica affronta nuove sfide: dialogo interreligioso, ruolo sociale e prospettive future in una società in continua evoluzione.</p>
<p><strong>Come si inserisce oggi la Chiesa Cattolica in un contesto nazionale sempre più multiculturale e multireligioso?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>La Chiesa è una parte molto attiva della Svizzera multiculturale e multireligiosa, che riesce a offrire una patria anche agli immigrati, svolgendo così un importante lavoro di integrazione.»</em></p>
<p><strong>In che modo la Chiesa dialoga oggi con le altre confessioni religiose e con lo Stato?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>La Chiesa cattolica romana è oggi un importante interlocutore nel dialogo tra religioni e confessioni. È membro di commissioni di dialogo e intrattiene costanti rapporti con persone e istituzioni che si impegnano a favore della convivenza pacifica.»</em></p>
<p><strong>Secondo Lei, il modello svizzero di convivenza può essere un esempio anche per altri Paesi?</strong></p>
<p><strong>«</strong><em>La Svizzera è sicuramente un modello per altri paesi perché consente una buona convivenza tra lingue, culture, religioni e confessioni diverse. Vorrei incoraggiare tutti a impegnarsi nella vita quotidiana affinché tutto questo sia possibile anche in futuro in Svizzera e dalla Svizzera in tutto il mondo.»</em></p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">IL CONSOLATO DEL MESE</h3>
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	<p><strong><u>CONSOLATO ONORARIO DI SVIZZERA A VENEZIA </u></strong></p>
<p><strong>Sede:</strong> Venezia; Palazzo Trevisan degli Ulivi<br />
<strong>Console Onorario:</strong> arch. Leo Schubert<br />
<strong>Zona di competenza:</strong> Venezia e provincia</p>
<p><strong>Mansionario:</strong> Il Consolato onorario di Venezia fornisce assistenza ai cittadini svizzeri presenti nella circoscrizione, anche se solo di passaggio, e coltiva i rapporti con la comunità elvetica locale. Trasmette le informazioni rilevanti per gli interessi della Confederazione al Consolato generale di Milano da cui dipende direttamente. Inoltre, il Consolato di Venezia cura le relazioni con le autorità del territorio e promuove l'immagine della Svizzera, in conformità con la strategia di politica estera svizzera 2024 – 2027 e la strategia di comunicazione internazionale del DFAE ivi compreso sotto il profilo culturale.</p>
<p><strong>Telefono: </strong>+39 320 70 92 411; +39 041 52 25 996<br />
<strong>E-mail</strong><strong>:</strong> venezia@honrep.ch; milano.venezia@eda.admin.ch</p>
<p><strong>Frase conclusiva del console: </strong></p>
<p>«<em>Venezia continua ad arricchire il suo vastissimo patrimonio ed è luogo di primaria importanza per la cultura contemporanea e per le riflessioni sulla sostenibilità. Mi adopero per contribuire a rafforzare lo storico legame tra Venezia e la Svizzera e consolidarne le strette relazioni.</em>»</p>
<p>Leo Schubert<br />
Console Onorario di Svizzera a Venezia</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">La Gazzetta ha bisogno di te.</h3>
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	<p>Cara lettrice, caro lettore online,<br />
la Gazzetta Svizzera vive anche nella versione online soprattutto grazie ai contributi di lettrici e lettori. Grazie quindi per il tuo contributo, te ne siamo molto grati. Clicca sul bottone "donazione" per effettuare un pagamento con carta di credito o paypal. Nel caso di un bonifico <a href="https://gazzettasvizzera.org/come-ci-finanziamo/">clicca qui</a> per i dettagli.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Intervista a Marco Tagliaferri</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 20:41:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Settembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Carriera internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
		<category><![CDATA[giovani ricercatori]]></category>
		<category><![CDATA[intervista ricercatore]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro all’estero]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Tagliaferri]]></category>
		<category><![CDATA[quantum computing]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[scienza e tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/08/Tagliaferri-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Nel cuore della fisica non ci sono solo formule e teorie: ci sono scelte di vita, passaggi complessi e spesso anche lunghi viaggi. Fare ricerca oggi significa anche questo: inseguire la propria curiosità scientifica oltre i confini geografici, culturali e personali. Giovani ricercatori e ricercatrici si spostano da una città all’altra, da un Paese all’altro,</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/">Intervista a Marco Tagliaferri</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/08/Tagliaferri-2-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25359"  class="panel-layout" ><div id="pg-25359-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25359-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25359-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Senior Product (non volatile memories) Engineer</h3>
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	<p>Nel cuore della fisica non ci sono solo formule e teorie: ci sono scelte di vita, passaggi complessi e spesso anche lunghi viaggi. Fare ricerca oggi significa anche questo: inseguire la propria curiosità scientifica oltre i confini geografici, culturali e personali. Giovani ricercatori e ricercatrici si spostano da una città all’altra, da un Paese all’altro, mossi dalla passione per la conoscenza, ma spesso a caro prezzo.</p>
<p>Cambiare nazione per proseguire gli studi o lavorare in un laboratorio significa, per molti, ricominciare tutto da capo: nuove abitudini, nuovi ambienti, lontani da casa e dagli affetti. Non è una pratica straordinaria, anzi, è sempre più comune. Ma resta una sfida impegnativa, che richiede adattamento, sacrificio e molta determinazione.</p>
<p>Oggi ne parliamo con Marco Tagliaferri, giovane ricercatore e ingegnere cresciuto in mezzo alla scienza. Fin da bambino ha respirato l’aria dei laboratori e delle sperimentazioni, e oggi continua quel percorso come protagonista, tra studi internazionali, esperienze all’estero e nuove frontiere della fisica. Con lui esploreremo non solo il suo lavoro, ma anche il lato umano della ricerca: cosa significa davvero partire, cambiare, imparare a ricominciare.</p>
<ol>
<li><strong>Ciao Marco, com'è nata la tua passione per la fisica e per la ricerca? Quale iter accademico e professionale hai intrapreso?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non c’è stato un momento preciso, è stato un percorso naturale direi probabilmente coltivato da mio nonno materno che era medico, ma appassionato di scienza. Mio padre è un astrofisico, sono cresciuto all’Osservatorio Astronomico di Brera, sede di Merate, e sin da piccolo vivevo in mezzo a scienziati. Guardare le stelle, intrufolarsi nelle visite guidate… la scienza per me era un gioco. A scuola mi piacevano fisica e matematica, e ho scelto il liceo scientifico quasi senza pensarci troppo.</em></p>
<p><em>All’università ho studiato Fisica alla Bicocca, e per la triennale ho scelto fisica della materia per trovare la mia strada differenziandomi da mio padre<span style="text-decoration: line-through;">.</span> Poi mi sono appassionato alla meccanica quantistica e ai dispositivi quantistici.</em></p>
<p><em>Dalla triennale alla magistrale e poi al dottorato, ho lavorato sempre in quel campo, tra Como e Agrate, soprattutto su tecnologie per il quantum computing. È stato un percorso lineare, più che una scelta improvvisa. Crescere in quell’ambiente, e con la libertà di perseguire ciò che mi piaceva, ha fatto la differenza.</em>»</p>
<ol start="2">
<li><strong>Per approfondire la ricerca hai viaggiato molto. Ci puoi raccontare le tue esperienze nei vari luoghi? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Durante il dottorato era caldamente consigliato trascorrere un periodo all’estero, per chi fa ricerca in Europa il passaggio all’estero è praticamente obbligatorio. </em></p>
<p><em>Inizialmente avrei voluto andare a Grenoble, ma poi un po’ per caso sono finito a Cambridge, nel laboratorio europeo di ricerca di Hitachi, proprio davanti al Cavendish Institute.</em></p>
<p><em>Facevano ricerca su dispositivi quantistici, in collaborazione col mio supervisore in Italia, ed erano parte di un progetto europeo. Lì ho potuto sviluppare competenze nuove, vincere un piccolo progetto indipendente e ampliare la rete di contatti. Alla fine del periodo, mi avevano anche proposto di restare, ma poi l’offerta non si è concretizzata.</em></p>
<p><em>Tornato in Italia, ho concluso il dottorato e dopo qualche mese come assegnista di ricerca nel gruppo del mio ex supervisore, ho avuto l’opportunità di entrare in un nuovo gruppo a Delft nei Paesi Bassi, presso il Qutech uno dei principali centri di ricerca nel campo del Quantum Computing, dove sono rimasto due anni. Terminata quell’esperienza, nonostante la possibilità di entrare al Niels Bohr Institute a Copenaghen, ho scelto di trasferirmi a Grenoble in Francia, dove ho trascorso un altro anno di ricerca nello stesso ambito presso il CEA. Dopodiché ho fatto una scelta abbastanza drastica accettando l’offerta di una multinazionale americana che produce dispositivi elettronici, decidendo di rientrare in Italia e abbandonando la ricerca accademica. Se da un lato questa scelta ha comportato il dover cambiare campo di ricerca, dall’altro mi ha permesso sia di continuare a fare ricerca industriale partecipando allo sviluppo di nuovi prodotti tecnologici che di esplorare nuovi orizzonti.</em>»</p>
<ol start="3">
<li><strong>Lasciare la propria città o il proprio Paese per nuove opportunità è sempre una sfida. Quanto è stato difficile e che consigli sentiresti di dare a chi affronta lo stesso percorso, specialmente ai più giovani? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non è stato troppo difficile per me, forse perché ero già abituato al cambiamento: sono nato nei Paesi Bassi e mi sono trasferito in Italia da piccolo. Uscire dalla comfort zone tutto sommato mi è sempre piaciuto. La fase iniziale di adattamento, rifarsi una rete, imparare come funziona la quotidianità, l’ho vissuta con curiosità.</em></p>
<p><em>È normale, quando si arriva in un posto nuovo, sentirsi soli all’inizio. È una fase che fa parte del percorso. Non c’è una ricetta per uscirne: sta molto alle persone, alla loro voglia di mettersi in gioco. Personalmente, non ho mai seguito uno schema preciso, neanche nelle tre esperienze che ho fatto all’estero. Però una cosa che conta davvero è costruirsi una propria routine: avere dei piccoli punti fermi ogni giorno aiuta tanto a sentirsi a casa.</em>»</p>
<ol start="4">
<li><strong>Quali sono le differenze per quanto riguarda il ruolo e la considerazione dei ricercatori in Italia e all’estero? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>Le differenze sono sia economiche che culturali. In Italia, il dottorato può essere finanziato dallo Stato o dai progetti del professore, e spesso, come nel mio caso, si percepisce uno stipendio molto basso. Questo riflette una visione del dottorando come studente più che come lavoratore. All’estero, invece, il dottorato è considerato un vero e proprio lavoro, con stipendi più vicini a quelli di uno junior engineer e con una struttura più chiara e valorizzata.</em></p>
<p><em>In Italia inoltre mancava, e spesso manca ancora, una prospettiva definita dopo il dottorato: non è raro che chi resta troppo a lungo nella ricerca accademica fatichi poi a trovare spazio nell’industria. Questo crea un’incertezza che scoraggia molti giovani talenti.</em></p>
<p><em>Anche la percezione sociale è diversa. All’estero dire che fai il ricercatore o lo scienziato implica prestigio e riconoscimento. In Italia suscita curiosità, ma manca una comprensione diffusa di cosa significhi davvero fare ricerca, e questo si riflette anche nel poco investimento pubblico e privato nel settore.</em>»</p>
<ol start="5">
<li><strong>Quali sono gli aspetti più gratificanti e quelli più difficili della ricerca? </strong></li>
</ol>
<p>«<em>La gratificazione più grande è vedere un risultato concreto, sapere che è frutto del tuo lavoro e, ancora di più, contribuire alla crescita delle persone nel tuo team. È un orgoglio che va oltre il singolo progetto: è il senso di fare qualcosa che lascia un segno, anche piccolo, nella comunità scientifica e nelle persone.</em></p>
<p><em>La parte più difficile è che, nonostante l’impegno, i risultati non sempre arrivano. E in ricerca questo pesa: rinnovi, borse di studio, avanzamenti di carriera dipendono spesso da metriche rigide. C’è una forte pressione a pubblicare, talvolta a scapito della qualità. Questo sistema rischia di spingere anche i ricercatori più seri a forzare i tempi o le conclusioni, alimentando la pubblicazione di studi poco accurati. Sarebbe importante ridare valore alla ricerca solida, anche se più lenta.</em>»</p>
<ol start="6">
<li><strong>Cosa ti ha insegnato la ricerca, al di là della scienza?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Sicuramente il mondo della ricerca accademica può essere molto focalizzante ed essere percepito come una attività diversa dal lavoro “vero”. Però non sono da sottovalutare le innumerevoli soft skills che il fare ricerca richiede di sviluppare e che permettono, come nel mio caso, di poter fare scelte abbastanza radicali. Innanzitutto, nel mondo della ricerca è abbastanza normale dover lavorare con persone di culture e nazionalità diverse, spesso in team multidisciplinari. Inoltre, come detto prima, saper fare networking fa parte del fare ricerca, come il saper affrontare e risolvere problemi ed imprevisti, oltre a contribuire alla crescita di nuove generazioni di studenti. Inoltre, dover presentare i propri risultati in modo chiaro ed efficace permette di perfezionare la comunicazione. Da ultimo il senso critico, il voler capire le cose e non accontentarsi di spiegazioni facili.</em></p>
<p><em>Tutte queste conoscenze, unite alla curiosità, permettono ad un ricercatore di reinventarsi e possono facilitare il passaggio dal mondo della ricerca accademica a quello extra-accademico ed imprenditoriale (come dimostrano le innumerevoli nuove startup nel mondo delle tecnologie). Potremmo dire che la ricerca insegna ad imparare.</em>»</p>
<ol start="7">
<li><strong>Che consigli ti sentiresti di dare a una nuova generazione che si vuole affacciare al mondo della fisica e della ricerca?</strong></li>
</ol>
<p><strong>«</strong><em>Chi sceglie la fisica lo fa per passione: è quella il vero motore. Se c’è passione, vale la pena buttarsi nella ricerca. Bisogna però sapere che, in ogni caso, qualcosa si sacrifica. Se si va all’estero per crescere, per appagamento scientifico, personale o anche economico, spesso si rinuncia ai rapporti quotidiani con la famiglia e agli affetti. È un compromesso: da una parte vinci, dall’altra perdi.</em></p>
<p><em>Certo, dipende dalle persone: c’è chi riesce a mantenere forti legami e sente meno il distacco. Ma in ogni caso andare all’estero è utile, se non fondamentale, per allargare il proprio network nella comunità scientifica e anche per allargare la propria mente grazie all’incontro con altre culture e modi di pensare o agire.</em></p>
<p><em>Chi invece sceglie di restare in Italia oggi trova condizioni migliori rispetto al passato: con il pensionamento della generazione dei baby boomers, si stanno aprendo nuove possibilità anche nelle università.</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
</div>
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		><h3 class="widget-title">Il consolato del mese</h3>
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	<p><strong><u>CONSOLATO ONORARIO DI SVIZZERA A BERGAMO</u></strong></p>
<p><strong>Sede:</strong> Bergamo<br />
<strong>Console Onorario:</strong> avv. Daniel Vonrufs<br />
<strong>Zona di competenza:</strong> Bergamo e Provincia</p>
<p><strong>Mansionario:</strong> mantenere i contatti con le autorità locali, la promozione dell’immagine della Svizzera in relazione ai suoi interessi economici e commerciali, mantenere contatti stretti con la comunità svizzera locale, assistere i cittadini svizzeri anche di passaggio nella circoscrizione di Bergamo, informativa regolare al Consolato generale su accadimenti di interesse della Confederazione nella circoscrizione di Bergamo.</p>
<p><strong>Telefono:</strong> +39 035 212915<br />
<strong>Mail:</strong> bergamo@honrep.ch</p>
<p><em>«Bergamo e la Svizzera si assomigliano per serietà, operosità e sobrietà. Lavoro per custodire e rafforzare il legame con la tradizione elvetica, radicata nei profondi rapporti culturali ed economici che uniscono da tempo queste due realtà.»</em></p>
</div>
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	</div>

</div></div></div></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-marco-tagliaferri-ricerca-carriera-fisica/">Intervista a Marco Tagliaferri</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I Giovani UGS al Congresso del Collegamento Svizzero in Italia</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/giovani-ugs-congresso-svizzeri-italia-lecce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 11:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Luglio Agosto 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[barocco]]></category>
		<category><![CDATA[Congresso Collegamento Svizzero in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[educationsuisse]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Lecce]]></category>
		<category><![CDATA[partecipazione giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[scambio culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzera]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzeri all'estero]]></category>
		<category><![CDATA[UGS]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://gazzettasvizzera.org/?p=25224</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/Foto-giovani-1-copia-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Durante il weekend, in particolare all’interno della nostra assemblea e nei momenti di conversazione e scambio, si è riflettuto e dialogato sui temi legati alla nostra unione giovanile, e su come questa possa svilupparsi in significato e trasmettere concretamente agli iscritti qualcosa che possa essere per loro di attualità e valore. Credo molto nella forza</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/giovani-ugs-congresso-svizzeri-italia-lecce/">I Giovani UGS al Congresso del Collegamento Svizzero in Italia</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/Foto-giovani-1-copia-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25224"  class="panel-layout" ><div id="pg-25224-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25224-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25224-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Pure quest’anno UGS ha preso parte al Congresso del Collegamento svizzero in Italia seguendo con coinvolgimento e interesse le attività organizzate.</h3>
<div class="siteorigin-widget-tinymce textwidget">
	<p>Durante il weekend, in particolare all’interno della nostra assemblea e nei momenti di conversazione e scambio, si è riflettuto e dialogato sui temi legati alla nostra unione giovanile, e su come questa possa svilupparsi in significato e trasmettere concretamente agli iscritti qualcosa che possa essere per loro di attualità e valore.</p>
<p>Credo molto nella forza del gruppo, nel suo saper portare sostegno e crescita personale ad ognuno dei suoi componenti attraverso le relazioni interpersonali che lo rendono vivo.</p>
<p>Quando un gruppo è attivo la sua forza e il suo valore per la comunità hanno un peso, se ne percepisce la presenza.</p>
<p>Ho chiesto quindi ai giovani UGS che hanno partecipato al Congresso di scrivere un loro piccolo feedback, così da dare, unendo assieme le nostre voci, una visione collettiva. Perché, fin dalle origini della storia dell’uomo, è la comunità e la sua direzione a fare la differenza.</p>
<p>Vi lascio quindi con i nostri soci e amici che vi racconteranno il congresso.</p>
<p><strong>Raffaele Sermoneta<br />
</strong>Presidente UGS</p>
<hr />
<p>L'impegno e la dedizione della presidente Anita Gnos del Circolo svizzero Salentino e della vicepresidente Ursula Schneider insieme ai membri del consiglio è stato molto evidente. Non sono mancati i complimenti, oltre che per la puntuale organizzazione anche per il coinvolgimento di ogni singolo partecipante. La prima giornata del congresso è stata svolta nella sala congressi messa a disposizione dall'Hotel Leone di Messapia, ponendo l'attenzione su temi rilevanti relativi alla cultura e le tradizioni del luogo. La serata è stata veramente piacevole. La cena è stata gustosa. Un gruppo locale ha cantato e ballato la pizzica, animando la serata, e tra una portata e l'altra si è riso e scherzato. È stata molto divertente anche la consegna dei premi della lotteria. La seconda giornata è stata più rilassante. Passeggiando per Lecce con la guida turistica abbiamo acquisito delle informazioni in più sulla storia della Città e dopo il pranzo in una trattoria con cucina tipica nel centro, siamo tornati tutti a casa veramente soddisfatti e felici di aver incontrato tante persone. Ci vediamo al prossimo Congresso.</p>
<p><strong>Deepali Manfredi<br />
</strong>Rappresentante Giovani Svizzeri Puglia</p>
<hr />
<p>La mattina di sabato 10 maggio noi giovani UGS ci siamo riuniti all'Hotel Leone di Messapia a Lecce per la nostra assemblea annuale: la bella giornata di sole ci ha permesso di incontrarci all'aperto, per confrontarci sulle nostre esperienze di giovani svizzeri all'estero e proporre idee su come coinvolgere altri giovani nelle nostre iniziative.</p>
<p>Conoscevo già Raffaele, il nostro presidente, e anche con gli altri ragazzi si è subito creata un'atmosfera amichevole e frizzante.</p>
<p>Dopo l’assemblea, infatti, siamo andati tutti insieme in centro, dove abbiamo gustato la "puccia", specialità Pugliese, mentre nel pomeriggio invece abbiamo partecipato ai lavori del collegamento. Diversi relatori hanno parlato delle opportunità per gli svizzeri all'estero e abbiamo anche avuto la possibilità di conoscere meglio l'arte e la cultura leccese, grazie a due interventi sul barocco leccese e sul grico, dialetto di origine greca che si parlava nel Salento. Infine il prof. Trivilini della SUPSI ci ha parlato di intelligenza artificiale e cybersecurity, coinvolgendoci in un interessante discussione sulle potenzialità, ma anche sui rischi di questo nuovo potente strumento.</p>
<p>La sera infine abbiamo partecipato alla cena, che prevedeva anche l'intrattenimento musicale e uno spettacolo di taranta.</p>
<p>Ci siamo poi lasciati promettendoci di rimanere in contatto per altre iniziative e di rivederci l'anno prossimo a Bologna!</p>
<p><strong>Chiara Ammenti</strong></p>
<hr />
<p>Come ogni anno mi colpiscono i tempi estremamente attuali, trattati al Congresso del Collegamento degli svizzeri in Italia.</p>
<p>Primo fra tutti l’intervento sulla cybersecurity mi ha portata a fare una riflessione profonda sulla nostra società.</p>
<p>In un mondo in cui tutto può essere falsificato (voce, volti, chiamate, video, est.), infatti, o lasciamo che la paura prenda il sopravvento, oppure possiamo cogliere questa “crisi” (letteralmente dal greco “opportunità”) per essere maggiormente autentici gli uni con gli altri e costruire dei rapporti basati su onestà, sincerità e fiducia.</p>
<p>Che dire del resto? Meteo non nei migliori a parte… L’architettura delle chiese barocche mozzafiato, il cibo squisito, la tarantella estremamente entusiasmante e la compagnia eccezionale. Lecce 2025 è stato, per quanto mi riguarda, un vero successo.</p>
<p><strong>Debora Covolo</strong></p>
<hr />
<p>Devo dire che fa sempre piacere partecipare al Congresso. un’emozione e un piacere ritrovarsi e ritrovare le persone che già conosco, e mi fa piacere entrare in contatto con nuove conoscenze.</p>
<p>Mi emoziona ogni volta il programma proposto, che ho trovato molto interessante, soprattutto quando si parla di formazione. Educationsuisse, come sempre, mi ha lasciato piacevolmente senza parole.</p>
<p>Rimango poi ogni volta stupita di quante cose l'intelligenza artificiale sia sempre più in grado di fare. Dal ricreare i messaggi vocali al viso di una persona.</p>
<p>Avrei piacere che nei prossimi congressi, sempre in tema IA, si andasse ad affrontare il come impostare la chat usufruendo della possibilità di scrivere dei contenuti in modo mirato o ricercare anche i contratti lavorativi. Ecco, un ulteriore approfondimento dell'intelligenza artificiale, sapendola impostare e rendendola ancora più efficace nell’utilizzo.</p>
<p>Poi è stato sicuramente bello alla cena dove ho potuto assaggiare i prodotti tipici.</p>
<p>Insomma ogni volta il congresso mi emoziona, anche per il fatto di essere in mezzo a tanti svizzeri.</p>
<p><strong>Serena Crastan</strong></p>
<hr />
<p>Il 10 e 11 maggio ho avuto il piacere di partecipare per la prima volta all’86° Congresso del Collegamento Svizzero in Italia, organizzato nel Salento da mia madre, Anita Gnos, presidente del Circolo Svizzero Salentino.</p>
<p>Un evento che ha riunito persone provenienti da diverse parti del mondo, creando un’occasione unica di incontro e condivisione.</p>
<p>Sono felice di essere stata coinvolta e scoprire quanto incontri di questo tipo possano andare ben oltre il dialogo sulle tematiche legate alla Svizzera: diventano momenti di scambio umano, di confronto tra storie e vissuti differenti, e anche opportunità per esplorare nuovi luoghi e culture.</p>
<p>Mi piacerebbe partecipare anche ai prossimi eventi: credo siano esperienze preziose, che arricchiscono il bagaglio culturale… e che scaldano il cuore.</p>
<p><strong>Torana Jasmin Manfredi</strong></p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Intervista a Francesco Sommaruga professionista nel campo delle risorse umane</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/francesco-sommaruga-consigli-cv-lavoro-giovani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 10:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Luglio Agosto 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[carriera]]></category>
		<category><![CDATA[colloquio di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[consigli lavoro estero]]></category>
		<category><![CDATA[curriculum]]></category>
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		<category><![CDATA[Francesco Sommaruga]]></category>
		<category><![CDATA[giovani e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro giovani]]></category>
		<category><![CDATA[recruiting]]></category>
		<category><![CDATA[risorse umane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/Sommaruga1a-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Il mondo del lavoro oggi sembra un grande punto interrogativo, soprattutto per i giovani. Tra CV da perfezionare, candidature che spariscono nel nulla e colloqui che mettono più ansia che entusiasmo, orientarsi è tutt’altro che semplice. A tutto questo si aggiunge un’altra variabile: la geografia. Cambia tutto e spesso anche radicalmente a seconda che si</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/francesco-sommaruga-consigli-cv-lavoro-giovani/">Intervista a Francesco Sommaruga professionista nel campo delle risorse umane</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/06/Sommaruga1a-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25217"  class="panel-layout" ><div id="pg-25217-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25217-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25217-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Giovani, curriculum, colloqui e incertezze: Francesco Sommaruga ci guida nel labirinto del lavoro giovanile.</h3>
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	<p>Il mondo del lavoro oggi sembra un grande punto interrogativo, soprattutto per i giovani. Tra CV da perfezionare, candidature che spariscono nel nulla e colloqui che mettono più ansia che entusiasmo, orientarsi è tutt’altro che semplice. A tutto questo si aggiunge un’altra variabile: la geografia. Cambia tutto e spesso anche radicalmente a seconda che si cerchi lavoro in Italia, in Svizzera o altrove in Europa. Ma come affrontare questa complessità?</p>
<p>Per capirlo, abbiamo incontrato Francesco Sommaruga, giovane professionista italo-svizzero che lavora nel settore delle risorse umane. Con lui abbiamo parlato di strategie, errori comuni e differenze culturali nel mondo del lavoro, con un focus particolare sul primo grande scoglio per ogni candidato: il curriculum. Perché spesso, prima ancora di un “sì” o un “no”, ci si gioca tutto in una pagina A4.</p>
<ol>
<li><strong> Ciao Francesco, ci racconti brevemente il tuo percorso professionale e come sei arrivato a occuparti di risorse umane?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Tutto ha preso forma da un incontro informale con un amico di famiglia, </em>head hunter<em> di professione. Le sue riflessioni sulle risorse umane hanno risvegliato in me una profonda curiosità verso il mondo del lavoro e l’essenza del valore umano, spingendomi a riflettere su come un buon posto di lavoro possa favorire sia la produttività che la felicità, personale e sociale. Con alle spalle una formazione giuridica che mi ha insegnato il valore delle regole e dell’equità, ho capito presto che il mio vero interesse era legato alla valorizzazione del capitale umano. Ho quindi intrapreso un master in human resource management alla Rome Business School, un percorso che ha contribuito in modo decisivo al mio sviluppo professionale e mi ha aperto le porte a esperienze rilevanti nel recruiting con Keystone Randstad e Nextre, oltre che nel career development in Domus Academy. Ogni esperienza mi ha insegnato a dare valore all’ascolto consapevole, aiutandomi a essere proattivo nel riconoscere il valore di ogni individuo.</em>»</p>
<ol start="2">
<li><strong> Che cosa ti ha colpito maggiormente osservando le difficoltà dei giovani nel mondo del lavoro oggi?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Ciò che mi colpisce maggiormente osservando le difficoltà dei giovani nel mondo del lavoro oggi è il disallineamento tra le competenze richieste dal mercato e quelle offerte dal sistema educativo. Viviamo in un mondo sempre più complesso, che richiede competenze trasversali e articolate, spesso trascurate o poco sviluppate nei percorsi formativi tradizionali. Proprio questo scarto tra domanda e offerta rende l’ingresso nel mercato del lavoro particolarmente difficile per molti giovani.</em>»</p>
<ol start="3">
<li><strong> Quali sono gli errori più comuni che noti nei CV dei candidati junior?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Uno degli errori più comuni nei CV dei candidati junior è l’inserimento di troppe informazioni non strettamente necessarie, che rendono il documento dispersivo e poco incisivo. Per costruire un curriculum efficace è fondamentale curare i dettagli e adottare strategie che favoriscano una lettura chiara, ordinata e mirata. Sintesi ed essenzialità rappresentano elementi chiave: è importante selezionare con attenzione solo i contenuti realmente rilevanti per il ruolo a cui si aspira. In quest’ottica, un principio fondamentale nella redazione è senza dubbio “</em>less is more<em>”.</em>»</p>
<ol start="4">
<li><strong>Esistono delle differenze sostanziali tra un CV efficace in Italia e uno in Svizzera o in altri paesi europei?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Sì, esistono differenze significative nella redazione del CV a seconda del Paese. Ogni contesto culturale e normativo ha le proprie regole e aspettative. Ad esempio, nei Paesi anglosassoni è prassi evitare l’inserimento di informazioni personali come sesso, età, stato civile o fotografia, per ridurre il rischio di bias e discriminazioni da parte dei recruiter. In Italia, al contrario, è ancora comune e spesso apprezzato includere elementi come la data di nascita, la nazionalità e una foto. Per questo motivo è importante adattare il proprio CV al contesto specifico in cui si intende candidarsi, tenendo conto della normativa nazionale.</em>»</p>
<ol start="5">
<li><strong> Come può un giovane senza molta esperienza rendere interessante il proprio curriculum?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Un ragazzo/a può rendere interessante il proprio CV valorizzando attività extra-curriculari come volontariato, sport agonistici o progetti personali, evidenziando competenze trasversali utili nel mondo del lavoro.</em>»</p>
<ol start="6">
<li><strong> Lettera di motivazione: ancora utile o ormai superata?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Molto dipende dal selezionatore, ma secondo la mia esperienza, quando ci sono molte candidature, raramente si ha il tempo di leggere a fondo le lettere motivazionali. Per questo consiglio di inserire direttamente nel CV una breve sezione introduttiva, in alto, in cui presentarsi in modo sintetico. Questo consente di trasmettere fin da subito motivazione e personalità, rendendo il profilo più efficace e mirato.</em>»</p>
<ol start="7">
<li><strong> Quali sono i principali consigli che daresti a un giovane che deve affrontare un colloquio per la prima volta?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Il colloquio è un momento naturalmente stressante, soprattutto perché si hanno molte aspettative verso sé stessi e verso il futuro lavorativo. Consiglio di preparare una breve descrizione del proprio percorso accademico e delle esperienze extra-studio, mettendo in evidenza le competenze acquisite. È importante anche rivedere il CV per anticipare le domande che potrebbero nascere da quanto scritto. Infine, il consiglio più importante è essere autentici, mantenendo però un atteggiamento positivo e costruttivo nel modo di esprimersi.</em>»</p>
<ol start="8">
<li><strong> Ci sono aspetti che, secondo te, sono spesso sottovalutati nella preparazione a un colloquio?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Spesso si sottovaluta l’importanza di prepararsi a descrivere le attività extra-curriculari, che per un ragazzo/a alle prime armi nell’ambiente lavorativo costituiscono un elemento chiave di valutazione, insieme alle conoscenze acquisite nel percorso accademico. Queste esperienze raccontano molto della personalità, delle attitudini e delle capacità, e dovrebbero essere valorizzate nella preparazione al colloquio.</em>»</p>
<ol start="9">
<li><strong> Hai qualche suggerimento per chi sta valutando un’esperienza lavorativa all’estero per la prima volta?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Se si sta considerando un’esperienza lavorativa all’estero, è fondamentale prima di tutto informarsi sui requisiti legali necessari per poter lavorare nel paese scelto. Successivamente, è altrettanto importante conoscere usi, consuetudini e cultura lavorativa locali, per facilitare l’inserimento e adattarsi al meglio al nuovo contesto.</em>»</p>
<ol start="10">
<li><strong> Quanto conta davvero il network oggi, e come si può iniziare a costruirlo anche da studenti o neolaureati?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Costruire un buon network già durante il periodo universitario, e continuare a svilupparlo nel corso della carriera, è estremamente importante, perché molte opportunità e informazioni si diffondono attraverso il passaparola. Per iniziare, è utile partecipare a eventi di settore, conferenze e seminari, oltre a utilizzare in modo strategico piattaforme come LinkedIn per creare e mantenere contatti professionali.</em>»</p>
<ol start="11">
<li><strong> Un consiglio concreto che daresti a un giovane che oggi ha appena finito di scrivere il suo primo curriculum?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Un consiglio che mi sento di dare è di non avere paura di sperimentare e di fare qualche errore, perché il CV è un documento vivo che evolve con la persona e racconta la sua storia. È fondamentale chiedere feedback a chi ha esperienza, prendere ispirazione da altri modelli e informarsi costantemente su come migliorarlo. Solo così si può creare un curriculum che rappresenti davvero chi lo scrive e che cresca insieme a lui o lei nel tempo.</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
</div>
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		<title>Intervista a Paolo Bolis: Vice presidente CFO Volley Bergamo</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/valore-sfide-pallavolo-femminile-italiana-paolo-bolis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2025 10:36:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Giugno 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/Bolis-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />In Italia come in Svizzera, la pallavolo femminile non è solo uno sport, ma un fenomeno che ha saputo conquistare milioni di appassionati, diventando simbolo di eccellenza e determinazione. Dalle palestre scolastiche ai grandi campi internazionali il movimento ha visto una crescita esponenziale, grazie a società solide e al campionato più competitivo al mondo. Dietro</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/valore-sfide-pallavolo-femminile-italiana-paolo-bolis/">Intervista a Paolo Bolis: Vice presidente CFO Volley Bergamo</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/05/Bolis-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25123"  class="panel-layout" ><div id="pg-25123-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25123-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25123-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Il valore della pallavolo femminile italiana</h3>
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	<p>In Italia come in Svizzera, la pallavolo femminile non è solo uno sport, ma un fenomeno che ha saputo conquistare milioni di appassionati, diventando simbolo di eccellenza e determinazione. Dalle palestre scolastiche ai grandi campi internazionali il movimento ha visto una crescita esponenziale, grazie a società solide e al campionato più competitivo al mondo.</p>
<p>Dietro ogni squadra, dietro ogni vittoria o sconfitta, ci sono figure che operano lontano dai riflettori ma che svolgono un ruolo essenziale per la crescita e la sostenibilità del movimento. Dirigenti, allenatori, staff tecnico, sponsor e società sportive sono l’anima organizzativa che permette agli atleti di scendere in campo e competere ai massimi livelli.</p>
<p>Oggi, con noi, c’è Paolo Bolis, VP e Chief Financial Officer della Volley Bergamo, una delle realtà più storiche e vincenti del volley italiano. Con lui vogliamo approfondire il valore di questo sport, le sue sfide e il lavoro che c’è dietro le quinte per permettere alla squadra di crescere e competere ai vertici.</p>
<p><strong>Buongiorno Paolo, quali sono le principali direttrici strategiche che guidano la programmazione della stagione sportiva?</strong></p>
<p>«<em>La direttrice principale è sicuramente la programmazione a medio termine; è importante pianificare e avere un orizzonte temporale non della singola stagione ma di medio periodo, perché la singola stagione fine a sé stessa porta ad avere delle modalità di lavoro di brevissimo termine che non permettono di costruire un qualcosa di duraturo. </em></p>
<p><em>Per programmare su più stagioni è essenziale avere un azionariato solido che dia sicurezza e affidabilità soprattutto nei momenti di difficoltà.</em></p>
<p><em>Altra direttrice essenziale è avere un gruppo di sponsor importante, in quanto la pallavolo si regge quasi esclusivamente con le sponsorizzazioni.</em></p>
<p><em>Una volta che hai gli azionisti, che hai gli sponsor, devi definire qual è il tuo budget per sostenere l'intera stagione. </em></p>
<p><em>Il budget viene utilizzato per due aspetti principali: copertura costi operativi e compensi atlete. I costi operativi in una squadra di vertice e in una squadra di media-bassa classifica sono abbastanza simili. Una squadra di media-bassa classifica ha un budget complessivo tra il milione e mezzo e i due milioni di euro; di questi i costi fissi possono incidere tra gli 800mila e il milione. Tutto il resto del budget è il valore tecnico che metti sulla squadra; quindi, l’avere a disposizione risorse economiche importanti da allocare all'acquisto delle atlete diventa un fattore distintivo fra l'essere in bassa classifica o essere in alta classifica. Una società come la nostra ha un budget per le atlete di circa un milione di euro, chi vince il campionato, vince con un budget tecnico di oltre 5 milioni.</em>»</p>
<p><strong>Quali sono i fattori chiave nella costruzione di un’identità di squadra solida e vincente?</strong></p>
<p>«<em>Noi siamo nati dalle ceneri della gloriosa Foppapedretti, e il nostro logo – una fenice incastonata in uno scudetto – rappresenta pienamente la nostra identità. La Fenice simboleggia la rinascita, il ripartire con determinazione dopo momenti difficili, ed è il cuore pulsante della nostra nuova avventura. Lo scudetto, che racchiude questa Fenice, ha la forma di un cuore: un omaggio alla passione viscerale per la pallavolo che ci anima. La sua forma richiama anche la nobiltà, un concetto che ci rappresenta profondamente, perché la nostra tifoseria si chiama proprio Nobiltà Rossoblù. All’interno del logo è inserito anche il pallone da pallavolo, testimonianza chiara della nostra missione sportiva. Questo simbolo ci accompagna e ci identifica nei palazzetti di tutta Italia.</em></p>
<p><em>L’identità di una società solida e vincente l’abbiamo nel nostro DNA. Tuttavia, consapevoli delle attuali risorse finanziarie limitate, agiamo con grande attenzione e rigore, fissando obiettivi chiari e raggiungibili. Il nostro fattore chiave è la serietà: il rispetto degli impegni presi, la costruzione e il mantenimento di rapporti virtuosi con le istituzioni locali, le federazioni, le organizzazioni sportive, e con tutti gli stakeholder – siano essi procuratori, sponsor, fornitori o partner commerciali.</em>»</p>
<p><strong>Come si bilancia l’aspetto sportivo con quello finanziario in un club di questo livello?</strong></p>
<p>«<em>Il bilanciamento tra questi due aspetti è senza dubbio la cosa più delicata da gestire, e riguarda molto il mio ruolo. Purtroppo, spesso vengo visto come quello con il “braccino corto” all’interno della società, sia per il lavoro che svolgo, sia perché, avendo vissuto per la mia professione diverse situazioni imprenditoriali critiche, cerco sempre di mantenere i piedi per terra. Nel mondo dello sport però c’è un elemento che complica ulteriormente la situazione: la passione. L’essere tifosi e appassionati di uno sport purtroppo a volte porta a prendere decisioni più guidate dal cuore e dall’entusiasmo che dalla ragione. Tutti vorrebbero avere nel proprio roster le migliori giocatrici per vincere sempre, ma sono quelle che costano di più. In una azienda non sportiva, anche l’imprenditore ci mette passione ma credo che nella gestione aziendale “l’effetto passione” abbia un peso decisionale inferiore rispetto a quanto possa accadere in una società sportiva.</em>»</p>
<p><strong>Quali sono le principali sfide economiche-finanziarie nella gestione di una squadra di pallavolo di alto livello e in che modo queste differiscono rispetto ad altri sport di squadra più seguiti?</strong></p>
<p>«<em>Come detto precedentemente, il budget di una squadra di media-bassa classifica come la nostra si aggira tra 1,5 e 2 milioni di euro. Di questi, circa 1 milione è destinato alle spese operative – affitto dei palazzetti e delle palestre, personale indiretto, locazione degli appartamenti per le atlete, spese per comunicazione e pubblicità, G&amp;A, ecc. La restante parte, circa un altro milione, viene destinata ai compensi per atlete e staff tecnico.</em></p>
<p><em>Le squadre di prima fascia, quelle che si contendono lo scudetto – per intenderci le prime quattro – hanno un budget compreso tra i 5 e i 6 milioni di euro. Considerando che i costi operativi sono più o meno simili tra le squadre di alta e bassa classifica, è evidente che la differenza si riversa quasi interamente sugli ingaggi: le squadre top possono permettersi atlete di livello nettamente superiore, e questo contribuisce ad accentuare il divario tecnico in campo.</em></p>
<p><em>La pallavolo è lo sport più praticato in Italia dopo il calcio, per numero di tesserati alla federazione, in particolare tra le donne, dove supera anche il basket. La vittoria dell’oro olimpico a Parigi ha dato un’ulteriore spinta alla notorietà di questo sport. Tuttavia, nonostante la grande diffusione, non si riesce nemmeno lontanamente ad avvicinare i numeri del calcio sia in termini di visibilità che di sostenibilità economica.</em></p>
<p><em>Nel calcio, infatti, sponsor e incassi da stadio rappresentano solo il 10-12% del fatturato complessivo. Il restante 90% proviene dai diritti televisivi e dalle plusvalenze legate alla compravendita dei calciatori.</em></p>
<p><em>Nella pallavolo, invece, il 90% dei ricavi deriva dagli sponsor, e solo il 10% dagli incassi delle partite. Non esistono diritti televisivi né un mercato significativo delle plusvalenze legate alla cessione delle atlete. Questo rende il sistema fortemente dipendente dagli sponsor e molto meno programmabile e più vulnerabile.</em></p>
<p><em>Quindi la principale sfida economica per una società pallavolistica è sì la raccolta delle sponsorizzazioni ma, soprattutto, il suo mantenimento nel tempo. Per questo abbiamo creato una struttura organizzativa articolata con funzioni commerciali, marketing e comunicazione che collaborano a stretto contatto con l’unico obiettivo di soddisfazione del nostro cliente, ovvero il nostro sponsor.</em>»</p>
<p><strong>Come si struttura e si gestisce il mercato delle giocatrici in una realtà di alto livello? Quali criteri guidano le scelte strategiche in fase di ingaggio?</strong></p>
<p>«<em>Da questa stagione abbiamo introdotto una figura nuova e di grande rilievo nel nostro organico: il nuovo direttore sportivo Matteo Bertini, persona di altissimo livello, con un’esperienza e una professionalità indiscutibili. </em></p>
<p><em>È stato viceallenatore della Nazionale italiana e ha guidato squadre sia in Seria A1 (tra cui anche la Foppapedretti) sia in Serie A2.</em></p>
<p><em>Dopo una stagione 2023-2024 complicata, in cui abbiamo rischiato la retrocessione, abbiamo capito che era necessario cambiare passo. Serviva un salto di qualità, e per questo abbiamo deciso di affidarci a persone competenti, capaci di assumersi la responsabilità delle scelte tecniche.</em></p>
<p><em>Matteo ha accettato con entusiasmo la nostra proposta e la nostra visione. Per lui si tratta di una sfida nuova, un passaggio dal campo a un ruolo dirigenziale, che ha scelto di affrontare proprio perché ha apprezzato il nostro progetto e la nostra determinazione.</em></p>
<p><em>In qualità di direttore sportivo, ha la responsabilità della costruzione della squadra. Il suo lavoro parte da un’analisi approfondita del budget, per capire entro quali margini economici può operare. Successivamente, in collaborazione con lo staff tecnico, analizza i punti di forza della squadra attuale e valuta quali giocatori confermare per la prossima stagione. Dare continuità al roster è fondamentale: non vogliamo rifondare la squadra ogni anno, come invece siamo stati costretti a fare quest’anno. Ovviamente si occupa anche della negoziazione con i procuratori dei contratti delle giocatrici.</em>»</p>
<p><strong>La figura dell’allenatore è centrale. Come scegliete i vostri coach e quali caratteristiche devono avere?</strong></p>
<p>«<em>Negli anni passati, a causa delle limitate risorse economiche, ci siamo trovati nella necessità di affidare la guida tecnica della squadra ad allenatori con poca esperienza. Questa scelta, pur comprensibile in quel momento, si è rivelata un errore: una squadra giovane, affiancata da un allenatore altrettanto giovane, ci ha portati a rischiare seriamente la retrocessione. Per la prima volta nella storia del Volley Bergamo, ci siamo trovati costretti a cambiare allenatore a stagione in corso, perché i risultati non arrivavano. È stato un campanello d’allarme che ci ha fatto capire quanto fosse urgente un cambiamento strutturale. </em></p>
<p><em>Da lì è nata una nuova impostazione del lavoro: è stata introdotta la figura di un Direttore sportivo specifico e si è scelto di investire con decisione sulla qualità dello staff tecnico. Un team di alto livello non solo garantisce una migliore preparazione, ma è anche in grado di valorizzare giocatrici con potenziale ancora inespresso. La guida tecnica è stata affidata a Carlo Parisi, allenatore di grande esperienza, vincitore di scudetti e di Champions League. Carlo ha subito creduto nel nostro progetto e ha costruito attorno a sé uno staff altamente qualificato, tra viceallenatori, preparatori atletici e fisioterapisti. Oggi possiamo dire che è stato uno degli elementi chiave nella costruzione e nella gestione della squadra: i risultati ottenuti sul campo sono in larga parte merito suo.</em>»</p>
<p><strong>La preparazione atletica e il recupero dagli infortuni sono sempre più importanti. Che investimenti state facendo in questo settore?</strong></p>
<p>«<em>È essenziale riuscire a mantenere le giocatrici sempre al top della condizione fisica.</em></p>
<p><em>Purtroppo, però, all’interno di una stagione ci sono inevitabilmente dei momenti di calo della prestazione. Per noi, ad esempio, è molto importante partire con le ragazze già in ottima forma all’inizio del campionato, perché è proprio in quel periodo che si riescono a portare a casa i punti determinanti per la salvezza.</em></p>
<p><em>Come detto, quest’anno abbiamo creato un team di alto livello di preparatori atletici e fisioterapisti, che ha lavorato molto bene, tanto che non abbiamo avuto alcun serio infortunio.</em></p>
<p><em>In particolare, il lavoro fatto con una delle nostre giocatrici di punta, Ailama Cesé Montalvo, è stato davvero eccellente: l’anno scorso praticamente non è mai scesa in campo a causa di un problema al ginocchio, tanto che faticava persino a piegare la gamba oltre i 90 gradi. Grazie al nostro team e alla sua determinazione quest’anno Aili ha disputato una stagione straordinaria.</em></p>
<p><em>Inoltre, anche grazie ad accordi e partnership con i nostri sponsor e fornitori – uno su tutti Habilita, che ha da poco inaugurato in collaborazione con Atalanta e il Volley Bergamo una struttura di riabilitazione nel Gewiss Stadium – possiamo contare su un supporto medico e fisioterapico ancora più efficace e tempestivo, condividendo metodologie e protocolli anche con il mondo del calcio.</em>»</p>
<p><strong>Qual è il peso strategico del settore giovanile nella vostra visione di sviluppo? Quali iniziative state promuovendo per valorizzare i talenti emergenti?</strong></p>
<p>«<em>Noi riteniamo che il nostro compito sia anche quello di dare un supporto alla pallavolo a livello territoriale non solo sportivo ma anche sociale, per cui abbiamo sempre avuto e promosso le realtà giovanili, cercando di essere il punto di riferimento sul territorio, sia per livello di qualità, serietà e affidabilità del lavoro in palestra.</em></p>
<p><em>È proprio notizia di questi giorni il lancio di un ambizioso progetto in ambito giovanile in collaborazione con una realtà di assoluta qualità come il Chorus Volley Bergamo Academy che opera ormai da tanti anni con successo sul territorio bergamasco e non solo. L’obiettivo del progetto è quello di unire le forze per competere sempre a più alto livello sia nei campionati under provinciali che regionali e, perché no, nazionali. Ma soprattutto dare la possibilità alle nostre giovani atlete di guardare alla serie A come un traguardo raggiungibile, con tanto sacrificio e determinazione ma raggiungibile. </em></p>
<p><em>Il nostro sogno è vedere giocare stabilmente nella Nazionale Italiana di Pallavolo una ragazza cresciuta nelle nostre giovanili.</em>»</p>
<p><strong>Che rapporto avete con le scuole e le società minori per avvicinare le ragazze alla pallavolo?</strong></p>
<p>«<em>All’interno della nostra organizzazione, uno dei pilastri storici è rappresentato dalla Scuola Pallavolo, una realtà attiva da vent’anni sul territorio. La scuola accoglie ogni anno circa 200 bambine e ragazze, a partire dai corsi di minivolley per le più piccole (7-8 anni) fino alle categorie Under 12.</em></p>
<p><em>Oltre a offrire corsi di qualità, la Scuola Pallavolo è fortemente impegnata nella promozione dello sport nelle scuole, con l’obiettivo di avvicinare sempre più giovani alla pallavolo, valorizzandola non solo come disciplina sportiva, ma anche come strumento educativo, capace di contribuire in modo significativo allo sviluppo fisico e caratteriale delle atlete.</em></p>
<p><em>Accanto a questa attività, c’è una realtà a cui siamo profondamente legati: lo Special Team. Si tratta di una squadra composta da ragazze e ragazzi con disabilità, che partecipano al campionato Special Team, ispirato e collegato agli Special Olympics, il movimento internazionale fondato dalla famiglia Kennedy.</em></p>
<p><em>Per noi, lo Special Team rappresenta l’essenza più autentica dello sport: inclusione, entusiasmo, spirito di squadra e crescita personale.</em>»</p>
<p><strong>Guardando al futuro, quale ritieni possa essere l’evoluzione della pallavolo femminile in Italia e quale ambizione guida il percorso della Volley Bergamo nei prossimi anni?</strong></p>
<p>«<em>Il nostro obiettivo è riportare il Volley Bergamo ai livelli del passato, Bergamo se lo merita. È un percorso che richiederà tempo, pazienza e, soprattutto, una strategia chiara: bisogna procedere per step. Anche un singolo passo in avanti, se non ben strutturato, può essere rischioso. Ti può far credere di essere già arrivato, quando in realtà non hai ancora gettato basi solide. Non basta una stagione andata bene per considerarci al livello a cui aspiriamo. Dobbiamo costruire un percorso sostenibile e duraturo.</em></p>
<p><em>Il nostro traguardo triennale è quello di entrare stabilmente nei playoff, tra le prime otto squadre del campionato e magari toglierci la soddisfazione di partecipare ad una coppa europea. Ma non è solo una questione di risultati sportivi. Un altro obiettivo fondamentale è quello di sviluppare un movimento capace di autosostenersi nel lungo periodo, e questo lo possiamo fare solo con l’impegno e la disponibilità di tutti: soci, sponsor, istituzioni pubbliche, tifosi.</em></p>
<p><em>Siamo ottimisti anche per l’impatto che avranno il nuovo palazzetto in fase di costruzione e la piena operatività della Chorus Arena: due strumenti che potranno rendere la pallavolo più visibile e attrattiva, soprattutto nella città di Bergamo.</em></p>
<p><em>Quindi, due sono le direzioni fondamentali: da un lato, contribuire a far crescere la notorietà di tutto il movimento pallavolistico italiano; dall’altro, rendere Bergamo un punto di riferimento a livello europeo grazie alla sua storia, alla serietà e professionalità della società e alle nuove infrastrutture di assoluto valore.</em></p>
<p><em>Infine, tengo molto anche ai “sotto-sogni” – come mi piace chiamarli – che riguardano il nostro settore giovanile, il lavoro sul territorio, l’impegno sociale, lo sviluppo dello Special Team e, in generale, la promozione dello sport tra i giovani. Crediamo davvero che lo sport sia uno strumento determinante per la crescita individuale e collettiva.</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
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		<title>Intervista a Christa Rigozzi, conduttrice televisiva, criminologa e influencer</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/intervista-christa-rigozzi-tv-criminologia-influencer/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 14:16:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Christa Rigozzi]]></category>
		<category><![CDATA[criminologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/1-Rigozzi_Christa_ko_photography.ch_-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Volto noto della televisione, criminologa e influencer, Christa Rigozzi è un’eccellente rappresentante della nostra amata Svizzera nel mondo. Con il suo carisma e la sua versatilità, ha saputo conquistare il pubblico e costruire una carriera brillante, dimostrando che impegno, passione e determinazione possono trasformare i sogni in realtà. Il suo percorso è una testimonianza di</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-christa-rigozzi-tv-criminologia-influencer/">Intervista a Christa Rigozzi, conduttrice televisiva, criminologa e influencer</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/04/1-Rigozzi_Christa_ko_photography.ch_-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-25049"  class="panel-layout" ><div id="pg-25049-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-25049-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-25049-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Christa Rigozzi: dalla TV alla criminologia, il volto autentico della Svizzera</h3>
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	<p>Volto noto della televisione, criminologa e influencer, Christa Rigozzi è un’eccellente rappresentante della nostra amata Svizzera nel mondo. Con il suo carisma e la sua versatilità, ha saputo conquistare il pubblico e costruire una carriera brillante, dimostrando che impegno, passione e determinazione possono trasformare i sogni in realtà.</p>
<p>Il suo percorso è una testimonianza di come, con la giusta combinazione di talento e dedizione, sia possibile reinventarsi e affermarsi in ambiti diversi. Dalla vittoria a Miss Svizzera nel 2006 al successo televisivo, passando per il mondo della comunicazione e dei social media, Christa ha sempre saputo evolversi, rimanendo fedele a sé stessa e ai suoi valori.</p>
<p>Un esempio di ispirazione per tanti giovani, che spesso si trovano a dover scegliere tra seguire le proprie passioni o percorrere strade più convenzionali. Con la sua esperienza, Christa dimostra che è possibile unire le due cose, trovando il proprio posto nel mondo con determinazione e autenticità.</p>
<p>In questa intervista ripercorriamo il suo percorso, scoprendo il dietro le quinte del suo lavoro, le sfide affrontate e i consigli che può offrire a chi sogna di trasformare le proprie ambizioni in una carriera di successo.</p>
<p><strong><br />
Nel 2006 ha vinto Miss Svizzera, il concorso di bellezza più famoso della Confederazione. Qual è per lei la vera bellezza della Svizzera? Un luogo, un valore, un modo di essere?</strong></p>
<p>«<em>Per me, la vera bellezza della Svizzera è la diversità. Dalla natura mozzafiato – con le montagne, i laghi, i paesaggi da cartolina – alla nostra ricchezza culturale e linguistica. Ma soprattutto, è il rispetto: per le persone, per l’ambiente, per le differenze. Questo è il vero tesoro del nostro Paese.</em>»</p>
<p><strong>È considerata un’eccellente rappresentante della nostra amata Svizzera nel mondo. Qual è l’aspetto del suo Paese che porta più nel cuore e che cerca di raccontare ovunque vada?</strong></p>
<p>«<em>La Svizzera è sinonimo di qualità, precisione, ma anche di cuore. Cerco sempre di trasmettere il nostro spirito aperto, la nostra capacità di essere internazionali restando legati alle radici. E poi… la nostra cioccolata fa il resto!</em>»</p>
<p><strong>Ha saputo costruire un percorso unico, attraverso mondi diversi, senza mai perdere la sua autenticità. Quanto coraggio serve per avere la forza di reinventarsi continuamente e creare un’identità professionale che non rientra in schemi prestabiliti?</strong></p>
<p>«<em>Tanto coraggio, sì. Ma anche tanta curiosità! Io ho sempre seguito il mio istinto e le mie passioni. Reinventarsi non significa cambiare chi sei, ma scoprire nuove parti di te. L’importante è restare fedeli ai propri valori.</em>»</p>
<p><strong>I giovani di oggi vivono in un’epoca di possibilità infinite, ma anche di grande incertezza. Cosa pensa sia cambiato rispetto a quando ha iniziato lei? Quali strumenti servono per farsi strada</strong> <strong>oggi?</strong></p>
<p>«<em>Oggi tutto è più veloce, più visibile… e più giudicato. Ma ci sono anche molte più opportunità. Ai giovani direi: non abbiate paura di sbagliare, si impara anche così! Serve passione, costanza e tanta autenticità.</em>»</p>
<p><strong>Parla fluentemente cinque lingue, una competenza rara e preziosa per lavorare in tutte le aree della Svizzera e oltre. Quanto ha inciso sul suo percorso e quanto crede sia fondamentale per i giovani d’oggi?</strong></p>
<p>«<em>Parlare più lingue è stato un enorme vantaggio! Mi ha permesso di comunicare con più persone, di lavorare ovunque e di capire meglio le diverse culture. Per i giovani è fondamentale: è una chiave che apre tante porte.</em>»</p>
<p><strong>In un’epoca in cui l’immagine online è spesso curata nei minimi dettagli, come riesce a mantenere l’autenticità e quale messaggio vuole trasmettere ai giovani riguardo all’essere sé stessi sui social?</strong></p>
<p>«<em>Essere veri paga sempre. Anche sui social. io mostro chi sono, senza filtri finti. Non bisogna cercare la perfezione, ma la verità. Ai giovani dico: siate fieri di chi siete, anche con i vostri difetti.</em>»</p>
<p><strong>Spesso, sui social e tra i personaggi noti si tende a mostrare solo il successo, il culto del vincitore. Quanto è importante, invece, raccontare anche i momenti di vulnerabilità? Ha mai avuto periodi di crisi e come n’è uscita?</strong></p>
<p>«<em>Certo che ne ho avuti! Chi non ne ha? Raccontare anche i momenti difficili è importante, perché rende tutto più umano. Io sono molto grata alla mia famiglia, agli amici e… a un bel po’ di resilienza!</em>»</p>
<p><strong>L’autorealizzazione è spesso vista come un traguardo, ma per chi ha la sua energia sembra più un punto di partenza. Dove vede la sua evoluzione nei prossimi anni?</strong></p>
<p>«<em>Bellissima domanda! Per me ogni traguardo è l’inizio di qualcosa di nuovo. Mi vedo sempre più coinvolta in progetti che uniscono intrattenimento e contenuto, magari anche nel sociale. Ho molti progetti nella testa...!</em>»</p>
<p>Nicola Magni</p>
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		<title>Intervista a Luca Steinmann</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/intervista-luca-steinmann-reporter-guerra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 20:36:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Aprile 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
		<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/03/Steinmann-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />«Raccontare la guerra significa attraversarla, viverla in prima persona, cercare di restituire la realtà senza filtri, senza compromessi. Per molti, la guerra è un titolo di giornale, un’immagine fugace che scorre sullo schermo. Per chi la racconta, invece, è un'esperienza che segna, che cambia lo sguardo sul mondo e il modo di vedere la vita.»</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/intervista-luca-steinmann-reporter-guerra/">Intervista a Luca Steinmann</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/03/Steinmann-1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24951"  class="panel-layout" ><div id="pg-24951-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24951-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24951-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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		><h3 class="widget-title">Giornalista, reporter di guerra e autore di Vite al fronte</h3>
<div class="siteorigin-widget-tinymce textwidget">
	<p>«<em>Raccontare la guerra significa attraversarla, viverla in prima persona, cercare di restituire la realtà senza filtri, senza compromessi. Per molti, la guerra è un titolo di giornale, un’immagine fugace che scorre sullo schermo. Per chi la racconta, invece, è un'esperienza che segna, che cambia lo sguardo sul mondo e il modo di vedere la vita.</em>»</p>
<p>Oggi incontriamo Luca Steinmann, un giovane reporter italo-svizzero che ha scelto di essere in prima linea, di dare voce a chi spesso non ne ha, di raccontare le storie che altrimenti resterebbero sommerse dal rumore delle armi.</p>
<p>Un impegno che ha recentemente trasformato in parole con il suo libro “<em>Vite al fronte”</em>, in cui raccoglie le sue esperienze dirette nelle diverse aeree di conflitto. Con lui parleremo del suo lavoro sul campo, delle sfide di questa professione e di come il giornalismo possa ancora fare la differenza in un mondo sempre più complesso.</p>
<ol>
<li><strong>Ciao Luca, cosa ti ha spinto a diventare reporter di guerra? E in quali scenari sei stato?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Ho iniziato circa una decina di anni fa in cui mi interessavo dell’attualità in Italia, in Svizzera e in Europa, vedevo i grandi temi che venivano dibattuti come l’immigrazione e il terrorismo e mi dicevo che per poter raccontare e conoscere questi fenomeni bisognava andare là dove questi hanno origine o pensiamo abbiano origine, quindi in questo caso, nella regione Medio Orientale.</em></p>
<p><em>Sono partito per la prima volta e sono andato in Libano, da dove ho iniziato vendere i miei primi articoli e video.</em></p>
<p><em>Poi sono ritornato in Libano e ho viaggiato in altri Paesi e da lì a poco a poco è diventato il lavoro che faccio oggi.</em></p>
<p><em>Non è un lavoro che segue uno schema specifico, ma è molto spontaneo e artigianale.</em></p>
<p><em>Negli ultimi anni ho seguito principalmente tre grosse aeree di crisi: la regione russo – ucraina, il Medio Oriente (crisi siriana, crisi dei rifugiati in Giordania, guerra in Libano, Israele e Palestina ecc…) e il Caucaso (Guerra tra Armenia e Azerbaigian).</em></p>
<p><em>Inoltre, ho realizzato reportage nel Kosovo, in Cina, in Turchia e in altri Paesi europei.</em>»</p>
<ol start="2">
<li><strong>Cosa distingue un buon reportage di guerra da un “semplice” resoconto di eventi?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Penso che il principio sia lo stesso, fare reportage significa andare sul territorio e raccontare la complessità di quel territorio partendo dal lugo in cui ti trovi, non solo attraverso conoscenze astratte, ma combinando le conoscenze storiche di un Paese o di un fenomeno con l’esperienza sul campo, il confronto con le persone.</em></p>
<p><em>Non c’è un momento preciso in cui si possa dire da qui inizia ufficialmente la guerra, mentre in là non c’è.</em></p>
<p><em>Si tratta di un processo più graduale, ci sono aeree di crisi dove, a causa delle guerre, arriva la gente che scappa dai combattimenti, che sono lì a causa della guerra.</em></p>
<p><em>Ci sono i grandi problemi umanitari legati ai conflitti che si possono raccontare, le grandi migrazioni e da qui io a poco a poco mi sono avvicinato sempre di più al campo di battaglia.</em></p>
<p><em>Non ho mai avuto un momento che ho definito il mio battesimo col fuoco, il mio primo reportage di guerra, anche perché io sono un giornalista che si occupa di esteri e non solo di guerra. Le guerre purtroppo hanno un ruolo di primo piano nelle nostre relazioni internazionali e di conseguenza sono capitato anche lì.</em>»</p>
<ol start="3">
<li><strong>Hai lavorato in territori contesi tra grandi potenze, dove la narrativa cambia a seconda di chi racconta la propria versione della guerra. Qual è stato il caso più eclatante di manipolazione della verità che hai vissuto in prima persona?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non ho solo un caso maestro, in quanto la questione è più sfumata. </em></p>
<p><em>Oggi con le tecnologie che abbiamo a disposizione, i social, l’immediatezza dell’informazione, qualche secondo dopo che un evento succede è già su tutti gli smartphone del mondo, è più difficile creare delle trappole comunicative, delle cosiddette false flag, in cui inscenare qualcosa che non sia mai realmente esistito. </em></p>
<p><em>Penso che le diverse narrazioni, le diverse propagande che ci sono si fondino più che altro su tanti episodi, uno dietro l'altro, falsi o fuorvianti, che vengono raccontati, messi all'interno di una narrazione che poi porta a descrivere il mondo in modo propagandistico e bisogna fare attenzione al fatto che questi episodi possano essere delle menzogne, ma possono anche essere cose vere, dicendo soltanto alcune cose vere e tralasciandone delle altre si può raccontare una cosa. </em></p>
<p><em>Ad esempio, il caso più classico è dire c’è l’esercito X che bombarda la popolazione civile di una città. </em></p>
<p><em>Noi assumiamo che sia una cosa assolutamente vera, ma bisogna verificare: ci sono anche dei soldati che da quella città bombardano verso esercito X?</em></p>
<p><em>In quel caso la situazione cambia, non è più un bombardamento gratuito su una popolazione, ma è una guerra in cui la popolazione si trova in mezzo o addirittura viene utilizzata come scudo umano. </em></p>
<p><em>Questo dibattito l’ho ritrovato in tutte le guerre in cui sono stato, nella guerra in Ucraina, nel Donbass, anche naturalmente per tutto quello che riguarda la Striscia di Gaza.</em></p>
<p><em>Non ho un episodio da citare che sia maestro di disinformazione, perché oggi questi episodi troppo grossi sono facilmente verificabili. Tutti hanno uno smartphone, tutti possono vedere, tutti possono fare circolare le proprie informazioni, ma è più una questione di dichiarazione di narrazioni propagandistiche fondate su frame fuorvianti.</em>»</p>
<ol start="4">
<li><strong>Essere fermato e affrontare processi in territori occupati è una realtà che pochi giornalisti raccontano apertamente, cosa, invece che tu hai fatto nel tuo ultimo libro. Hai mai avuto paura che un fermo potesse trasformarsi in una condanna definitiva? E quanto queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di fare reportage?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Io ho avuto la fortuna di non essere mai stato veramente maltrattato. Ho subito magari delle prepotenze, ma mai delle violenze. Certamente, il problema diventa di tipo professionale, in quanto se uno stato di fermo o uno ostracismo da parte di qualcuno ti impedisce di fare il tuo lavoro, ti impedisce di raccogliere informazioni o di pubblicare il tuo operato diventa una fonte di lavoro in meno per il giornalista.</em></p>
<p><em>In questo libro, in tutti quelli che ho scritto e come in tutto il mio lavoro cerco di non mettermi troppo al centro perché penso che sia poco rispettoso nei confronti delle persone che incontro e credo sia importante dar voce alle persone e come le dinamiche locali si sviluppino.</em></p>
<p><em>Però in alcuni casi, come ad esempio l’inizio del mio libro “Vite al fronte”, vengo trasformato in un protagonista, mio malgrado e ho deciso di raccontare questi episodi, come anche la volta in cui mi sono trovato a dover lasciare sia la Siria che il Libano nell'arco di un giorno proprio per far comprendere come sia complesso e complicato lavorare in certi territori e dover gestire tutta una serie di relazioni spigolose.</em></p>
<p><em>Lo scrivere, il girare, o anche l'incontrare certi tipi di persone risulta essere nella maggior parte dei casi una parte davvero minima della quotidianità lavorativa. </em></p>
<p><em>Infatti, gran parte del lavoro lo si passa a preparare documenti, a tessere relazioni, a conquistare la fiducia delle persone. </em></p>
<p><em>Si tratta di una piccola diplomazia quotidiana che occorre fare e penso che insegni anche molto e faccia vedere certi aspetti delle società e dei regimi con cui ho avuto modo di entrare in contatto e che altrimenti non avrebbero luce.</em>»</p>
<ol start="5">
<li><strong>Nel tuo ultimo libro “Vite al fronte”, hai raccontato guerre molto diverse tra loro. Quali dinamiche comuni hai osservato tra questi conflitti?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Innanzitutto, la voglia delle popolazioni di vivere in pace e di molte di queste di continuare a vivere lì dove appartengono e dove hanno casa, che è un’attitudine alla vita che magari da noi in Europa si è un po’ persa.</em></p>
<p><em>Nel momento in cui si viene forzati ad andarsene e si rischia di perdere tutto ciò che si ha, si sviluppa un senso d’attaccamento di patria fortissimo e genuino.</em></p>
<p><em>Da parte di molte delle persone un basso livello di ideologia. Le ideologie ci sono, così come i simboli, però poi scavando sotto, conoscendo le persone, ti rendi veramente conto che il senso di appartenenza che hanno è spesso qualcosa di molto meno politico e più umano e naturale.</em></p>
<p><em>Inoltre, il concetto di memoria è fortissimo, come le memorie di quello che è successo ieri vengano ereditate e tramandate dalle generazioni successive e su queste oggi si fondino le identità degli individui, delle famiglie, delle comunità e dei popoli. </em></p>
<p><em>Si creano così sensi di comunità strettissimi, pensiamo che cosa rappresenta la memoria dell'Olocausto per gli ebrei, la memoria della Nakba per i palestinesi, la memoria del genocidio per gli armeni. </em></p>
<p><em>Al contempo è proprio anche su queste memorie che germoglia l'odio per coloro o per i discendenti di coloro che hanno perpetrato le sofferenze del proprio popolo, dei propri genitori, dei propri nonni e dei propri bisnonni. </em></p>
<p><em>Il concetto di memoria funge da spartiacque tra amore e odio, dove da una parte lega una comunità in maniera profonda e dall’altra genera avversione.</em>»</p>
<ol start="6">
<li><strong>Nel libro hai raccontato le storie di coloro che ti hanno fatto da guida nelle tue missioni, ma anche di civili locali che hai incontrato, come Bogdan, Rami e Taima. Quale di questi incontri ti ha colpito di più e perché?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Non ho un personaggio preferito o che considero maggiormente sfortunato rispetto agli altri.</em></p>
<p><em>Penso che quello che mi colpisce in tutti, o perlomeno in tanti è questa forza nel reinventarsi.</em></p>
<p><em>Spesso a volte mi viene chiesto: “</em>come fanno queste persone o continuare a vivere? Ma come si vive in guerra?<em>” E io dico, si vive in maniera assolutamente terribile, ma anche con una normalità molto semplice e molto poco eroica. Nel momento in cui tu vivi in una situazione di guerra, di conflitto e questo conflitto perdura, dopo un po’ la vita va avanti. I bambini crescono, diventano adolescenti, e devono fare le loro esperienze, gli adolescenti diventano adulti devono se vogliono mettere su famiglia. </em></p>
<p><em>In tutti è presente questa ricerca di una normale quotidianità in una situazione che di normale non ha nulla e che si traduce nell'essere una grandissima forza.</em>»</p>
<ol start="7">
<li><strong>Tra le varie figure, hai dedicato un capitolo a Mons. Hanna Jallouf, un religioso che con coraggio e forza d’animo si è posto come mediatore tra la sua comunità e le forze occupanti. Qual è, secondo te, il ruolo dei religiosi e delle religiose in contesti così complessi e drammatici?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>È un ruolo spesso fortissimo per più motivi. Come prima cosa, bisogna pensare che nel momento in cui si assume la consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, molte persone sviluppano caratteristiche umane terribili, ma tante altre assumono caratteri di una spiritualità profonda, in cui quindi la guida spirituale diventa una figura importantissima.</em></p>
<p><em>Spesso non si tratta di persone che si occupano soltanto di accudire spiritualmente i propri fedeli, ma che vanno ad assumere concretamente dei ruoli di capi comunità proprio alla luce della fiducia di cui godono tra i propri discepoli e quindi figure che negoziano, parlano direttamente con il potere, che incarnano loro stessi il potere.</em></p>
<p><em>Spesso, una loro fuga o dipartita comporterebbe la fuga e la fine della comunità che rappresentano.</em></p>
<p><em>Queste figure hanno la responsabilità di rimanere per far sì che la loro comunità non si sciolga.</em>»</p>
<ol start="8">
<li><strong>Quanto è difficile tornare alla vita normale dopo una missione sul campo? La percezione dei problemi della nostra quotidianità dopo aver vissuto determinate situazioni muta?</strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>«<em>Forse cambia col tempo, ma comunque si rimane persone normali.</em></p>
<p><em>Ci sono periodi in cui di viaggi come questi ne si fa uno al mese oppure periodi in cui si viaggia di meno. </em></p>
<p><em>Quando si torna a casa si è assorbiti da tante cose da fare, azioni banali ma che sono comunque molto importanti. Intraprendere viaggi di questo tipo ti porta a fuggire da certi tipi di responsabilità.</em></p>
<p><em>Il rischio maggiore non è quello di vedere la vita in maniera più profonda, secondo me, ma di utilizzare questo lavoro come strumento di fuga da responsabilità della vita quotidiana.</em>»</p>
<ol start="9">
<li><strong>Che consigli ti sentiresti di dare a un giovane che vorrebbe diventare giornalista di guerra?</strong></li>
</ol>
<p>«<em>Fare il giornalista in Italia, ma non soltanto, è diventato molto più difficile perché gli editori sono in crisi e di conseguenza anche il settore lo è.</em></p>
<p><em>Può essere una bellissima passione il cui rischio di trasformarla in professione è sempre più complesso.</em></p>
<p><em>Personalmente avevo già l'idea di voler fare il giornalista e quando dovetti scegliere l’università la mia domanda era fare scienze delle comunicazioni o scienze politiche? Ossia studiare come comunicare nella mia banalità dovuta all’età di allora oppure studiare quello che avrei voluto comunicare?</em></p>
<p><em>Secondo una mia interpretazione personale, consiglio di studiare il più possibile la storia, le lingue e i contesti di cui ci si vorrebbe occupare.</em></p>
<p><em>E poi bisogna un po’ buttarsi. Non c'è un percorso di inserimento in questo lavoro che sia definito sicuro. Bisogna accettare una buona dose di rischio non soltanto fisico ma anche professionale, accettare una carriera sul filo del rasoio, non soltanto nei campi di battaglia, ma anche nel lavoro, proprio nella relazione coi datori di lavoro.</em></p>
<p><em>Infine, penso che quello che faccia la differenza sia che ciò che stai facendo ti piaccia davvero, io ad esempio, nel tempo libero farei quello che faccio di lavoro.</em>»</p>
<ol start="10">
<li><strong>Oriana Fallaci scrisse «<em>che nulla quanto la guerra, e ancor più una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo</em>». Nel tuo percorso da reporter, hai mai visto un uomo perdere la dignità e poi ritrovarla? Esiste un momento, un volto, una storia che ti ha fatto dubitare, anche solo per un istante, che la dignità potesse sopravvivere alla guerra? </strong></li>
</ol>
<p><strong> </strong>«<em>Non la ricollegherei ad un volto, perché io non ho mai visto i cattivi in quanto tali, il cattivo che ti ruba la borsetta all’anziana signora o spara ai gattini per strada.</em></p>
<p><em>La psicologia umana è molto più complessa, ho visto persone accusate dei crimini più efferati essere degli straordinari padri di famiglia o avere dei modi di fare accoglienti e gentili.</em></p>
<p><em>Credo soprattutto che il fatto di essere fortemente sotto pressione e vivere una guerra, in una società fortemente polarizzata possa facilitare l’emergere del peggio delle persone, ma anche del meglio.</em></p>
<p><em>Per questo motivo, in guerra si trovano spesso le cattiverie più gratuite e disumane e al contempo la spontaneità, la gentilezza e la dolcezza da parte di persone dalle quali non te lo aspetteresti.»</em></p>
<p>Nicola Magni</p>
</div>
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	<p>Sono ad Aleppo insieme al vescovo Armeno MagarAshkarian (2024)</p>
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	<p>Sono di fronte al Monastero serbo di Peć, in Kosovo (2024)</p>
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	<p>Sono nel Donbass con i soldati russi</p>
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		<item>
		<title>Le maschere dei carnevali svizzeri: simboli di tradizione e cultura</title>
		<link>https://gazzettasvizzera.org/le-maschere-dei-carnevali-svizzeri-simboli-di-tradizione-e-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 17:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Gennaio Febbraio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Svizzeri all'Estero]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Giovani Svizzeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/maschere1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" />Quando si è bambini il carnevale e le sue maschere rappresentano una magia senza fine. Si ha la possibilità di travestirsi e trasformarsi in qualsiasi cosa si voglia. In Svizzera, la tradizione del carnevale è ben radicata e a seconda delle zone troviamo maschere differenti per caratteristiche e significato, ciò riflette la diversità culturale del</p>
<p>L'articolo <a href="https://gazzettasvizzera.org/le-maschere-dei-carnevali-svizzeri-simboli-di-tradizione-e-cultura/">Le maschere dei carnevali svizzeri: simboli di tradizione e cultura</a> proviene da <a href="https://gazzettasvizzera.org">Gazzettasvizzera.org</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="300" src="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/2025/01/maschere1-300x300.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /><div id="pl-24733"  class="panel-layout" ><div id="pg-24733-0"  class="panel-grid panel-no-style" ><div id="pgc-24733-0-0"  class="panel-grid-cell" ><div id="panel-24733-0-0-0" class="so-panel widget widget_sow-editor panel-first-child panel-last-child" data-index="0" ><div
			
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	<p>Quando si è bambini il carnevale e le sue maschere rappresentano una magia senza fine.<br />
Si ha la possibilità di travestirsi e trasformarsi in qualsiasi cosa si voglia.</p>
<p>In Svizzera, la tradizione del carnevale è ben radicata e a seconda delle zone troviamo maschere differenti per caratteristiche e significato, ciò riflette la diversità culturale del Paese.<br />
Da semplici travestimenti, sono diventate autentiche opere d’arte, spesso legate a leggende locali o a temi satirici.<br />
Ecco di seguito alcune delle maschere più significative e famose della Svizzera, simboli che raccontano la storia e le tradizioni delle diverse regioni.</p>
<ul>
<li><strong>Basilea e le maschere satiriche</strong></li>
</ul>
<p>Il <em>Basler Fasnacht</em>, il carnevale più famoso della Svizzera, è noto per le maschere di cartapesta dai tratti caricaturali, usate per commentare con ironia temi politici e sociali. Queste maschere, indossate dai partecipanti, incarnano lo spirito critico e creativo della città. Ogni anno, gli artigiani e i gruppi carnevaleschi realizzano nuove creazioni, rendendo ogni edizione unica e profondamente legata all’attualità.</p>
<ul>
<li><strong>Lucerna e la Svizzera Centrale</strong></li>
</ul>
<p>A Lucerna, le maschere hanno un aspetto fiabesco e grottesco, raffigurando demoni o spiriti naturali. Accompagnano le esibizioni delle <em>Guggenmusik,</em> le celebri bande musicali che animano le sfilate. Le maschere, spesso realizzate a mano, sono decorate con colori vivaci e dettagli intricati che esaltano il carattere festoso del carnevale. Questa combinazione di musica e travestimenti crea un’atmosfera gioiosa e coinvolgente, attirando migliaia di visitatori ogni anno.</p>
<ul>
<li><strong>Ticino: Il Re Rabadan e le maschere tradizionali</strong></li>
</ul>
<p>Nel Ticino, il carnevale di Bellinzona vede protagonista il <em>Re Rabadan</em>, simbolo delle celebrazioni, che guida i festeggiamenti con sfilate e spettacoli. Le maschere includono figure tradizionali, come contadini e nobili, ma anche personaggi fantastici. In alcune località, si trovano ancora maschere in legno intagliato, testimonianza delle radici rurali e artigianali della regione.</p>
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<li><strong>Lötschental: le Tschäggättä</strong></li>
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<p>Nel Vallese, le inquietanti maschere <em>Tschäggättä,</em> intagliate in legno, rappresentano spiriti montani con volti selvaggi e spaventosi. Gli uomini che le indossano, coperti di pelli e campanacci, vagano per i villaggi durante il carnevale, spaventando e divertendo gli abitanti. Queste maschere, risalenti a tradizioni precristiane, evocano antichi riti per scacciare il male e celebrare il passaggio dall’inverno alla primavera.</p>
<p><strong>L’Importanza culturale</strong></p>
<p>Le maschere dei carnevali svizzeri non sono solo simboli di festa, ma anche testimonianze di storia e identità locale. Ogni maschera racconta una storia unica, conservando le tradizioni folkloristiche e valorizzando l’artigianato tradizionale. Realizzate con cura da artigiani esperti, le maschere incarnano l’essenza del carnevale, unendo passato e presente in una celebrazione vibrante e creativa.</p>
<p>Il carnevale svizzero, attraverso le sue maschere, si conferma un evento culturale unico, capace di unire comunità e di affascinare chiunque vi partecipi.</p>
<p>E tu? Quale maschera preferisci?<br />
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