Durante gli European Festival awards di quest’anno è arrivata la consacrazione: l’associazione europea dei festival Yourope, che premia i migliori festival d’Europa per qualità della programmazione, accoglienza e dei valori intrinsechi allo spettacolo, ha incoronato la manifestazione elvetica la migliore del continente.
La magia si rinnova ogni estate a Nyon, Canton Vaud, davanti alla meravigliosa cornice del Lago Lemano, dove centinaia di migliaia di persone vengono accolte da tutto il mondo per ballare e vivere un’esperienza indimenticabile lungo l’arco di sei intensi giorni di programmazione.
Per capire come ci si sia arrivati però bisogna tornare alla genesi del festival, indietro di mezzo secolo. Nel 1976, l’avventura comincia con un nome che dice tutto: “First Folk Festival”. Niente praterie oceaniche, niente mega-schermi: si parte da una sala comunale, con circa 1’800 spettatori e un’energia da scommessa collettiva. A metterla in moto è un’associazione culturale no-profit, Paléo Arts & Spectacles, nata dall’esperienza di un club che organizzava concerti e che a un certo punto decide di alzare l’asticella: non più singole serate, ma un appuntamento vero, ripetibile, riconoscibile.
Negli anni successivi, il festival cresce e cambia pelle. Dal 1977 alla fine degli anni Ottanta si sposta all’aperto, a Colovray, vicino al lago: due palchi, un pubblico in aumento, un’identità che si allarga oltre il folk. Tuttavia la svolta arriva durante l’estate del 1990 e coincide con il trasferimento alla Plaine de l’Asse, l’area che oggi è sinonimo stesso di Paléo. È un cambio di scala e di ambizione: la geografia permette di pensare in grande e, da lì in avanti, la traiettoria è quella di un festival che non vuole più essere una bella iniziativa locale, ma un punto fermo europeo.
C’è un dettaglio che spesso sfugge, ma che spiega molto: Paléo non è mai stato soltanto “concerti”. Con il tempo si è aperto a generi diversi e a forme di spettacolo che in un festival rock tradizionale sarebbero accessorie: arti di strada, circo, scenografie, aree tematiche. L’idea è semplice e ambiziosa: far sì che chi entra non compri un biglietto per un artista, ma per un’esperienza. Oggi l’organizzazione parla di centinaia di concerti e spettacoli, più palchi e un pubblico che si misura nell’ordine delle centinaia di migliaia nell’arco della settimana — numeri che non stanno in piedi da soli, se dietro non c’è un’architettura culturale pensata con metodo.
In questa evoluzione, alcune scelte raccontano più di molte statistiche. Una, in particolare, è il “Village du Monde”: un’area dedicata ogni anno a una regione del mondo, con musica, incontri e cucina come strumenti di conoscenza. Non è folklore da cartolina; è un modo per ricordare che l’idea di “aperto” non riguarda solo l’aria, ma anche la testa e di come Paléo continui a usare la programmazione come racconto e ne abbia fatto il suo fil rouge.
La storia del Paléo è anche una storia di persone — e qui il nome è inevitabile: Daniel Rossellat, fondatore e figura-chiave fin dall’inizio. In Svizzera siamo giustamente diffidenti verso le mitologie personali; però è difficile negare che, in questo caso, una visione individuale abbia avuto un ruolo determinante nel trasformare un esperimento giovanile in un’istituzione culturale.
Se il passato spiega la crescita, il presente racconta la direzione. E qui Paléo non fa sconti: la sostenibilità non è più un’aggiunta “verde”, è una linea strategica. Dal 2006 il festival dichiara l’uso di energia elettrica 100% rinnovabile e locale, con audit e misure di riduzione dei consumi. Negli ultimi anni ha anche cercato certificazioni e verifiche esterne: un audit indipendente condotto da A Greener Future (AGF) ha analizzato dati su rifiuti, energia, cibo e mobilità, evidenziando l’impostazione strutturata della politica ambientale.
Ma la notizia che più colpisce riguarda il 2026: il festival annuncia una propria “fattoria solare” adiacente al sito, con 261 pannelli e una produzione stimata oltre i 100’000 kWh annui, dichiarando che coprirà circa metà del fabbisogno elettrico di un’edizione. È un progetto iniziato nel 2023, completato nel 2025 e operativo dal gennaio 2026, pensato come circuito energetico locale con benefici anche per il quartiere in caso di surplus. Tradotto: non solo ridurre l’impatto, ma investire in infrastruttura.
Da giovane svizzero che vive in Italia, mi rendo conto che Paléo è anche un pezzo di identità esportabile. Non perché tutti debbano amarlo, i festival non sono un dovere civico, ma perché condensa alcune caratteristiche del Paese in una forma sorprendentemente pop: l’idea che la qualità non sia elitismo, che l’apertura culturale si costruisca e non si improvvisi, e che persino la festa possa diventare laboratorio di mobilità, energia, convivenza, sicurezza. La parte più interessante, forse, è proprio questa: Paléo è un evento effimero che lascia tracce stabili. In un’epoca in cui le grandi manifestazioni rischiano di essere solo consumo di intrattenimento, qui c’è ancora l’ambizione e la responsabilità di fare comunità.
In fondo, il segreto non è che per sei giorni la Svizzera balli. Il segreto è che lo faccia senza smettere di pensare al giorno dopo. E, onestamente, è un’idea che potremmo esportare ovunque, non solo oltreconfine.
Alessandro Ganahl
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