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Acque che uniscono – Acque che dividono

Nell’ambito del Congresso del Collegamento, il Consigliere nazionale Bruno Storni, ingegnere, ha raccontato la sua esperienza nell’ambito della gestione delle acque, uno strumento ambientale e, sempre di più, politico. L'esperienza di Storni con l'acquedotto di Gordola è considerata un modello di eccellenza tecnologica e sostenibilità, tanto da aver ottenuto riconoscimenti internazionali. In qualità di capo Dicastero (approvvigionamento idrico, energia e mobilità), Storni ha guidato la trasformazione di una rete desueta e in deficit in un sistema all'avanguardia. La Gazzetta si è intrattenuta con lui a margine del Congresso di Bologna, parlando del “suo” acquedotto come pure della regolazione delle acque a cavallo tra Svizzera e Italia.

Onorevole Storni, quanto siamo preparati oggi ad affrontare eventi estremi legati all’acqua nelle regioni alpine?

«Poco preparati, come dimostrano i disastri che i recenti eventi estremi hanno causato in Mesolcina e in Valle Maggia (Canton Ticino) ma anche a Gondo (Canton Vallese) con purtroppo numerosi morti.»

Quali sono le principali sfide nella gestione sostenibile delle acque tra Alpi svizzere e territori limitrofi italiani?

«Da una parte i sempre più frequenti periodi di siccità quando in Italia non arriva più abbastanza acqua dalle Alpi e dall’altra quando abbiamo eventi con fortissime precipitazioni, situazioni che con il surriscaldamento del clima stanno diventando più frequenti e intense. Gestire questi estremi regimi delle acque è più facile da dire che da fare.»

Dove vede le maggiori lacune a livello politico nella gestione delle risorse idriche?

«Credo siano gli interessi contrastanti citati prima. Sulla Pianura padana abbiamo storiche coltivazioni agricole irrigate ancora alla vecchia maniera con grandi fabbisogni e sprechi d’acqua. Anche le bonifiche del passato, con l’incanalamento dei fiumi, hanno tolto spazi al deflusso dell’acqua, come l’ampliamento delle zone agricole e edificabili.»

Gli eventi recenti in Ticino e in Italia mostrano una crescente vulnerabilità: siamo di fronte a una nuova normalità?

«Sì. I sempre più frequenti eventi estremi legati al riscaldamento climatico derivano dall’accumulo di enormi masse di vapore acqueo nell’atmosfera, che quando si scaricano in grandi quantitativi creano enormi danni al territorio. Questo non è (ancora) stato modellato per queste situazioni.»

Quali misure concrete e urgenti dovrebbero essere adottate per prevenire catastrofi come quelle in Valle Maggia o in Emilia-Romagna?

«Idealmente, alla fonte, eliminando le immissioni di gas a effetto serra, ma questo è un discorso attuabile a livello globale e avrà effetti a medio-lungo termine. In parallelo, dovremmo considerare misure per gestire le grandi improvvise masse d’acqua che molti corsi d’acqua non posso accogliere negli alvei attuali. Un esempio è Zurigo, dove – per gestire le potenziali piene del fiume Sihl che allagherebbero buona parte della città e la stazione ferroviaria – si sta realizzando un enorme tunnel per deviare l’acqua di piena verso il lago di Zurigo e non lasciarla entrare in città.

In altre situazioni occorre riallargare gli alvei dei fiumi. Ma soluzioni di questo tipo non sono sempre possibili. In Ticino possiamo basarci in parte sui bacini idroelettrici che contribuiscono a fermare l’acqua, limitando i danni a valle.»

Il suo impegno per l’acquedotto di Gordola ha avuto eco internazionale, addirittura in Cina: cosa ha imparato da questa esperienza?

«Molto, in particolare che è possibile gestire un acquedotto in modo sostenibile ed economico, ma soprattutto che ci vuole costanza e si può sempre contare sullo sviluppo tecnologico e sfruttare al meglio le innovazioni per nuove applicazioni.»

Può raccontarci un momento chiave in cui ha capito l’importanza strategica di queste infrastrutture?

«Esaminando i problemi dell’Azienda Acqua Potabile Comunale e calcolando il bilancio idrico presi atto di notevoli perdite dovute al pessimo stato degli impianti. Mi sono detto che, sebbene interrate e non visibili – e direi dimenticate dai politici – doveva essere possibile monitorarle e mantenerle meglio, evitando sprechi. Da ingegnere elettronico conosco come si misurano i flussi di corrente in circuiti complessi: una rete idrica ha caratteristiche e regole matematiche simili a circuiti elettrici.

Sviluppammo con i mezzi allora a disposizione metodi di misura particolari per identificare le zone della rete con le maggiori perdite, che abbiamo trovato ed eliminato in breve tempo. Da allora abbiamo continuato a cercare e adottare sempre nuove tecnologie e processi per mantenere l’infrastruttura in uno stato efficiente, rinnovando anche sorgenti e bacini e sensibilizzando i cittadini all’uso parsimonioso dell’acqua.»

Cosa consiglierebbe ad altre regioni che devono modernizzare le proprie reti idriche?

«Invito ad adottare le tecnologie che nel frattempo sono a diposizione e rivedere certi modelli di consumo.»

Come si può migliorare la collaborazione transfrontaliera nella gestione dei rischi idrici?

«Non è facile poiché ogni situazione è diversa. Ad esempio, il Lago Maggiore è molto particolare, ha un enorme bacino imbrifero di 6’500 km2 pari a 3 volte la superficie del Canton Ticino e comprende il lago di Lugano, che defluisce nel Lago Maggiore. Inoltre, dispone di un sistema di regolazione del livello che permette di evitare grandi piene sulla Pianura padana. Il livello tra minimo e massimo può salire di 3 metri esondando fino in Piazza Grande a Locarno. In caso di forti piogge può crescere di più di 1 metro in 24 ore. Per i rischi di siccità abbiamo altre problematiche che spingono a voler mantenere alto il livello, riducendo il ruolo di tampone per gli eventi di grandi precipitazioni.»

Effettivamente, la sua interpellanza sul livello del Lago Maggiore ha sollevato temi cruciali: qual è oggi la situazione?

«Abito sul Lago Maggiore che sta diventando un caso per gli interessi contrastanti che la regolazione del suo livello sta delineando. Mi sembra che la situazione non si stia sbloccando: la parte italiana insiste nel voler alzare il livello del Lago per garantirsi acqua in caso di lunghi periodi di siccità; si parla di nuove sperimentazioni ma non ritengo accettabile l’ipotizzato ulteriore aumento del livello.»

Come si conciliano interessi ambientali, sicurezza e sviluppo economico nella regolazione dei laghi?

«Non è facile, poiché un livello troppo elevato danneggia gli ecosistemi naturali, ad esempio le Bolle di Magadino o il Fondo Toce, e danneggia l’economia delle zone abitate lungo i litorali che possono più facilmente essere inondate. Dall’altra parte è vero che garantisce più a lungo l’irrigazione agricola in periodi di siccità. Si tratta di un equilibrio difficile.»

Ritiene che gli strumenti attuali siano sufficienti o serve un nuovo approccio politico?

«Chiaramente, un lago in una regione antropizzata non può diventare una riserva idrica. Gli abitati sul lago in Svizzera e Italia hanno già predisposto misure contro l’acqua alta, paratie o nuove costruzioni non abitate al pian terreno e senza cantine – anche perché le assicurazioni non rispondono più per questi danni. Ma più di così è difficile fare.»

Più in generale, qual è il ruolo della politica nazionale rispetto a problematiche che sono sempre più globali?

«La Svizzera ha ratificato l’Accordo di Parigi e il popolo ha votato leggi per raggiungere la decarbonizzane entro il 2050. Ma questo non basta se poi non si implementano le misure necessarie nei tempi stabiliti.»

Se dovesse indicare una priorità assoluta per il futuro della gestione delle acque alpine, quale sarebbe?

«Laddove il territorio lo premette, dovremmo dare più spazio alle acque risanando incanalamenti del passato. In Svizzera, oltre al progetto della Sihl, sono previsti grandi progetti di correzione delle acque per protezioni contro le piene del Rodano in Vallese e nella valle del Reno Alpino. Oltre a ingenti somme finanziarie costeranno anche in forma di terreno “perso” che dovrà ritornare alle acque.»

Ivana Sambo

Che messaggio vuole lasciare oggi agli svizzeri all’estero su questo tema?

«Siamo tutti coscienti che saremo confrontati con una crescita di eventi estremi che comporteranno interventi di protezione sul territorio; in Svizzera, laddove possibile, ci stiamo lavorando.»

Il Consigliere nazionale è intervenuto durante il Congresso del Collegamento a Bologna

Bruno Storni ha spiegato il suo acquedotto nell’ambito di un telegiornale… in Cina.

Storni nel “suo” acquedotto.

Il Lago Maggiore, oggetto del contenere in relazione alle sue acque.

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