Sarà trasmesso anche in Svizzera “Pane dal cielo”, un film di Giovanni Bedeschi

Lugano - Sul confine italo-ticinese, in provincia di Varese, incontriamo il regista Giovanni Bedeschi autore del film uscito un paio di anni fa, “Pane da cielo” la favola del bambino invisibile: «Peccato che ora sia vietato transitare altrimenti avrei fatto volentieri uno dei miei giri in moto almeno fino a Bellinzona e Locarno…», ci dice.
Bedeschi è molto noto nell’ambiente della pubblicità per i suoi spot e videoclip nazionali e internazionali di tanti marchi blasonati tra cui diverse multinazionali, istituzioni e grandi artisti. Il film di Giovanni Bedeschi che verrà prossimamente trasmesso in Svizzera è stato il suo debutto nel cinema.
“Pane dal cielo” propone una sorta di “sacra famiglia” di barboni, con tanto di bambinello, per mostrarci che esprimendo la nostra solidarietà, avvicinandoci in prima persona agli altri, possiamo risvegliare la nostra anima.

Un film dove il bizzarro - come il neonato che risulta invisibile gli occhi dei gretti - non sfuma in una trovata cinematografica fine a se stessa, ma esplicita un significato assai credibile, portatore di verità: solo chi ha il cuore aperto può “vedere” davvero ed evolvere.
Grazie a questo film, è ritornata al cinema, in un bel ruolo, la grande attrice italiana Paola Pitagora.

In moto da Milano: appena si potrà, tornerà in Svizzera?
«Certo, con gli amici mi piace andare nelle belle valli svizzere e poi sul passo dello Spluga».

Le piacciono i paesaggi montani.
«Oltre alla bellezza dei paesaggi, amo l’accoglienza delle persone che sono sempre tanto gentili, inoltre sono molto attirato dal cibo, mi piacciono tutte le pietanze che assaggio nelle varie regioni svizzere».

Da anni è volontario alla mensa dei poveri presso i Frati Cappuccini a Milano: è da questa esperienza che è nato “Pane dal cielo”?
«Sì, un’esperienza di volontariato che svolgo dal 2006 ogni sabato. Ho conosciuto le storie di tante persone che si son ritrovate povere. Storie che ci riguardano perché potremmo ritrovarci noi in quella stessa condizione, se capita un fatto drammatico. Succede che non si riesce più a gestire la propria vita se non si ha una famiglia a sostenere certi pesi. Ho capito che è molto facile trovarsi in questa situazione se non si è aiutati».

Da regista pubblicitario il salto nel cinema come è stato?
«La pubblicità insegna la grammatica visiva, è un esercizio continuo, in pochi secondi dobbiamo raccontare tante cose. Un regista che proviene dalla pubblicità è ben formato nei vari tipi di linguaggi, per cui quando ho dovuto raccontare una storia così bella, come quella di “Pane dal cielo”, mi è venuto facile, prima di tutto perché era una storia che partiva dal cuore. Volevo mettere in luce la situazione di queste persone meno fortunate di noi, i cosiddetti “invisibili”».

Che problemi ha dovuto affrontare?
«Tanti. È un genere di film verso il quale i finanziatori e i distributori sono poco interessati. Un film abbastanza coraggioso, che usciva dai soliti canoni commerciali. Non ci siamo scoraggiati e la Bedeschi film è riuscita ad autofinanziarsi, grazie alla generosità di collaboratori interni ed esterni».

Si tratta quindi di cinema indipendente.
«Esatto. È stato bello vederlo nelle sale… è stato riconosciuto anche dal mondo cattolico dato il tema su carità e povertà, ha vinto un premio per la miglior regia e miglior film e questo lo ha messo in luce dando la possibilità di distribuirlo all’estero».

Cosa ricorda in particolare della lavorazione del film?
«Deve sapere che la maggior parte delle numerose comparse presenti nel film sono realmente dei senzatetto. Le abbiamo individuate nei dormitori e per strada, abbiamo chiesto loro di partecipare al film interpretando se stesse, nella loro condizione. L’immagine che porto nel cuore è questa: quando giravamo nella caserma abbandonata dove si svolge gran parte del film, vedevamo arrivare al mattino tutta questa umanità che era davvero in una situazione drammatica e che però, in quelle settimane di riprese, era felice di condividere con noi questa esperienza artistica e anche umana».

Paola Pitagora, finalmente la rivediamo al cinema…
«È una Signora del nostro cinema e del nostro teatro. È umanamente e culturalmente una persona illuminata. È l’unica attrice famosa presente nel film. L’incontro con lei è stato davvero speciale».

Perché ha pensato a lei per la parte della signora ricca?
«Perché era perfetta per il ruolo di una donna appartenente alla borghesia milanese che viveva la sua vita agiata e molto ripetitiva, fino al momento dell’incontro con la barbona, quando si metterà in gioco in un risveglio di sentimenti veri».

Questo suo primo film è piaciuto anche alla critica, cosa non da poco.
«Le soddisfazioni sono state prima di tutto umane. Il film non nasce con uno scopo commerciale bensì per cercare di fare luce su questo universo invisibile della povertà a Milano e in tante altre città del mondo. Milano è la capitale del business ma è anche la capitale dei senza dimora».

So che le sale cinematografiche le hanno chiesto di commentare il film.
«Per me è stata una gioia. Una volta finita la proiezione, vedendo gli occhi degli spettatori e dalle domande che mi facevano, capivo che il film era arrivato nel cuore delle persone. E questo per un autore è la cosa più bella che può accadere, mi ha fatto molto bene al cuore».

Come concilia il volontariato con un lavoro frenetico e imprevedibile come il suo?
«I frati danno delle regole da rispettare. Il sabato so che ho del tempo e ho dato il mio impegno per la mensa. Se si fa volontariato occorre essere seri nel dare la disponibilità».

Ha inserito nel film storie di senzatetto di sua conoscenza?
«Nel film ho inserito segmenti di tante storie vere. La cosa che mi ha colpito ultimamente è che in mensa arrivano persone che si sono ritrovate di colpo povere. E parlo di italiani che prima delle restrizioni per il Covid stavano bene, ora ci sono tanti imprenditori falliti, operai senza più un lavoro. Dalla sera alla mattina chiunque di noi può ritrovarsi con le spalle al muro, è più facile di quanto si creda. Per questo è fondamentale diffondere il sentimento della solidarietà».

Che ne pensa di un mondo dove permane il malessere di tutti i popoli, e “sora panchina e frate cartone” sono tutt’oggi la casa di tanta umanità sconfitta?
«Penso che non si faccia abbastanza. Ho un amico che vive a Lugano e che come me fa il volontario, Marco Silvani, Vice Presidente della Fondazione Francesco il cui direttore è Fra Martino Dotta. Marco mi racconta che anche in Ticino si sta alzando il livello di problematiche per le persone più povere. E questo succede in un Paese ricco!».

Per spiegare il suo film lei cita sempre Mandela.
«Nelson Mandela in un suo famoso discorso ha detto che la povertà non è un fatto naturale ma è creato dagli uomini… Se l’abbiamo creata, dovremmo cercare di eliminarla. Cerchiamo di mettere la nostra goccia in questo oceano. Bisogna avere sempre speranza, nonostante tutto, affinché le cose cambino».

“Pane dal cielo” la favola del bambino invisibile sarà proiettato anche in Svizzera. Al film hanno partecipato come comparse dei veri senzatetto ed è stato vincitore all’International Catholic film (2018). È vedibile su alcune piattaforme on line.

Paola Pitagora, grande attrice di teatro e cinema in Italia, nel film è la ricca signora che "vede" il bambino invisibile.

Il regista Giovanni Bedeschi, famoso nell’ambiente pubblicitario internazionale e vincitore di un Addy Award in America con lo spot per la birra Corona, è da anni volontario alla mensa dei poveri dell’Opera San Francesco dei Frati Cappuccini a Milano.

Il bambino invisibile e i barboni veri che diventano attori