Benedikt Roos è il nuovo capo dell’Esercito svizzero, chiamato a guidare le Forze armate in una fase caratterizzata da crescenti tensioni geopolitiche e nuove sfide per la sicurezza. Con lui abbiamo parlato delle priorità dell’esercito, della preparazione di fronte alle minacce attuali e future e del ruolo di ogni svizzero nell’ambito della difesa della nazione.
Benedikt Roos, lei è a capo dell’Esercito dall’inizio del 2026. Cosa l’ha sorpresa maggiormente nei primi mesi in questo ruolo?
«I compiti legati alla carica di capo dell’Esercito non mi hanno sorpreso, ero ben preparato. Ciò che invece mi ha sorpreso, e continua a sorprendermi, è l’interesse nei confronti della mia persona: non mi sarei mai aspettato che qualcuno volesse farsi un selfie con me o chiedermi un autografo.»
Quali sono le priorità personali che vorrebbe perseguire durante il suo mandato?
«L’Esercito deve concentrarsi con coerenza su tutto ciò che rafforza la nostra capacità di difesa. Dobbiamo colmare le nostre lacune operative: nella protezione dalle minacce a distanza, nella difesa dai minidroni, nelle attrezzature e nelle munizioni. Altrettanto importanti sono una logistica efficiente, mezzi di comando moderni e un addestramento realistico. Per me questo ha anche a che fare con la responsabilità, perché gli sviluppi in Europa e nel mondo ce lo richiedono. Se mandiamo i giovani in servizio e chiediamo loro di portare a termine una missione militare, allora dobbiamo fornire loro la migliore formazione possibile e il materiale giusto per farlo. Inoltre, vogliamo attuare rapidamente le linee guida stabilite dal Consiglio federale, puntando anche sull’innovazione.»
Cosa contraddistingue oggi a suo avviso un esercito ben guidato?
«Non vedo alcuna differenza rispetto al passato. Un esercito ben guidato stabilisce priorità chiare, identifica apertamente le sfide e prende decisioni coerenti. Ma soprattutto, un esercito ben guidato deve fidarsi dei propri uomini, addestrarli bene e assegnare loro un mandato chiaro.»
Quali capacità deve assolutamente padroneggiare (meglio) oggi l’Esercito svizzero per poter adempiere al proprio mandato?
«Oggi i conflitti spesso iniziano in modo ibrido e nascosto, ad esempio con attacchi informatici, disinformazione o sabotaggio. A ciò si aggiungono minacce a distanza, come quelle provenienti da droni o missili. Per questo la difesa antidroni, la difesa aerea a terra e una forte difesa informatica hanno la priorità. Stiamo lavorando per migliorare in questi settori. Allo stesso tempo, non dobbiamo perdere nessuna competenza, perché l’Esercito è un sistema integrato: solo se tutte le parti collaborano – dalla ricognizione alle truppe di terra fino alla logistica – può portare a termine la sua missione.
In questo senso, il nostro sistema di milizia è un punto di forza particolare. I nostri militi apportano competenze acquisite nelle università, nelle aziende e nella loro vita professionale civile. Proprio nei settori della sicurezza informatica, dei droni, della robotica e di altre nuove tecnologie, dobbiamo rendere queste conoscenze utilizzabili dall’Esercito più rapidamente.»
Cosa significa per lei oggi “capacità di difesa” – e come si fa a stabilire se un esercito è davvero in grado di difendersi?
«Un esercito è in grado di difendersi se, con personale ben formato e il materiale giusto, può prevenire o respingere in modo credibile un attacco. In altre parole: saper difendere per non dover difendere.»
Quanto è importante per l’Esercito svizzero collaborare con forze armate straniere e addestrarsi insieme?
«Estremamente importante. Per garantire al Consiglio federale libertà d’azione, l’Esercito deve essere in grado di collaborare. Inoltre, chi vuole avere successo in caso di emergenza dovrebbe misurarsi con i migliori durante l’addestramento. Soprattutto nelle esercitazioni con formazioni più grandi, per le quali in Svizzera manca lo spazio. L’anno prossimo faremo ulteriori progressi con l’esercitazione TRIAS 27, in cui circa 1'000 militari potranno formarsi in un campo di addestramento davvero grande in Germania. La neutralità rimane salvaguardata e la collaborazione rafforza la nostra capacità di difesa.»
L’Esercito svizzero fa parte di un Paese la cui popolazione non vive più solo in Svizzera. Che importanza hanno per lei e per l’Esercito gli svizzeri all’estero?
«Fanno parte della Svizzera e possono dare un contributo alla sicurezza del Paese. Siamo molto grati e colpiti dal fatto che alcuni di loro tornino volontariamente in Svizzera per la scuola reclute o i corsi di ripetizione. Portano con sé esperienze, conoscenze e lingue provenienti da altre culture. Anche l’Esercito ne trae beneficio.»
E quali possibilità ci sono per i giovani svizzeri cresciuti all’estero di informarsi sull’Esercito o di impegnarsi militarmente?
«Su esercito.ch e sui nostri canali social si trovano tutte le informazioni. E si possono chiedere informazioni anche alle rappresentanze svizzere all’estero o al Servizio del personale dell’Esercito. Il mio consiglio: contattateci, rispondiamo volentieri a qualsiasi domanda.»
Cosa direbbe a un giovane svizzero o a una giovane svizzera che vive all’estero e ha pochissimi punti di contatto con l’Esercito svizzero?
«Dia un’occhiata al nostro sito. L’Esercito è un pezzo della sua Svizzera: persone provenienti da diverse regioni, comunità linguistiche e professioni adempiono insieme a una missione. Proprio per chi è cresciuto all’estero, questo può creare un legame davvero speciale con la Svizzera.»
Secondo lei, cosa possono imparare i giovani dal servizio militare che possa tornare utile anche fuori dall’Esercito?
«Sono convinto che i giovani possano imparare moltissimo nel nostro Esercito: assumersi responsabilità, acquisire preziose competenze specialistiche, prendere decisioni sotto pressione e far parte di una squadra, soprattutto quando le cose si fanno difficili. E chi diventa ufficiale, guida altre persone già da giovanissimo. Molti datori di lavoro apprezzano molto questo tipo di esperienza di leadership.»
Quali sono le competenze dei giovani particolarmente richieste oggi nell’Esercito?
«In linea di massima, abbiamo bisogno di tutte le competenze che i giovani possiedono oggi. Sono particolarmente ricercate, ad esempio, le competenze digitali, come quelle nel campo della sicurezza informatica, dell’IT e della tecnologia dei droni. Ma anche altre abilità sono molto richieste, come lo spirito di squadra, la resistenza allo stress, la volontà di assumersi responsabilità, le conoscenze linguistiche e, non da ultimo, la forma fisica. Nell’Esercito, ognuno può mettere a frutto e sviluppare i propri punti di forza. Il mio messaggio è chiaro: la sicurezza della Svizzera riguarda tutti noi. Chiunque possa dare un contributo è benvenuto. Ecco perché il mio motto è proprio questo: “Avanti insieme”».
Cosa significa per lei personalmente “responsabilità”?
«Per me responsabilità significa assumersela con coerenza, anche e soprattutto quando qualcosa non va come previsto.
La mia più grande responsabilità, però, è quella di formare bene le persone che guidiamo e di dare loro ciò di cui hanno bisogno per la loro missione. In casi estremi, i soldati devono essere pronti a sacrificare la propria vita. È il massimo contributo di solidarietà che uno Stato possa chiedere ai propri cittadini. Per questo meritano ancora di più la migliore formazione e il miglior equipaggiamento possibili. Di questo mi assumo la responsabilità.»
Angelo Geninazzi

Il capo dell’Esercito, Benedikt Roos, in visita alla Scuola per sottufficiali dei carri armati a Thun.
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