Cresciuta in Italia come svizzera all’estero, Stella Faggioli vive la sua doppia appartenenza come una prospettiva privilegiata sul mondo. Fra cultura visiva e design, impegno associativo e attenzione alla partecipazione giovanile, riconosce nel dialogo tra lingue, esperienze e identità diverse un’occasione concreta per creare legami, immaginare nuove possibilità e trasformare le differenze in progettualità condivisa.
Sei legata alla Svizzera e se sì in che modo?
«Il mio è forse un legame un po’ particolare. Sono nata e cresciuta in Italia e inevitabilmente è qui che si è formata gran parte della mia quotidianità e della mia identità. Allo stesso tempo, la Svizzera è sempre stata una parte della mia storia familiare e personale.
Più che sentirmi definita da una sola appartenenza, mi piace pensare di avere due prospettive diverse da cui guardare le cose. Negli ultimi anni, anche attraverso l’incontro con altri svizzeri in Italia, questa seconda parte della mia identità è diventata per me soprattutto un’occasione di scoperta e di relazione.»
Cosa ti ha spinta ad impegnarti nell’ambito dell’UGS?
«Mi ha incuriosita prima di tutto la possibilità di incontrare altri giovani con storie molto diverse, ma accomunati da questa doppia appartenenza. Poi ho scoperto una dimensione che sento particolarmente vicina: quella dell’associazionismo.
Credo molto negli spazi in cui le persone possono incontrarsi, organizzare qualcosa insieme, scambiarsi competenze e costruire relazioni che probabilmente non nascerebbero altrove. È una dimensione che ritrovo anche in altre esperienze di volontariato e di educazione non formale che fanno parte della mia vita.
Per me il valore di una realtà come l’UGS sta soprattutto qui: trasformare qualcosa di astratto come una cittadinanza condivisa in occasioni concrete di incontro, partecipazione e progettualità comune.»
Ti interessa la politica, la scena culturale svizzera o lo sport svizzero?
«La politica mi interessa molto, soprattutto quando riguarda temi sociali, diritti, partecipazione, ambiente e disuguaglianze. Vivendo in Italia seguo naturalmente più da vicino il dibattito italiano, ma trovo interessante confrontarmi anche con un sistema politico e sociale diverso.
La scena culturale, però, è probabilmente l’ambito in cui sento il legame più diretto. Lavorando nella comunicazione e nell’art direction ho studiato molto la tradizione del graphic design svizzero e lo Swiss Style: dalla costruzione delle griglie alla tipografia, molti principi nati da quella scuola fanno ormai parte degli strumenti che utilizzo quasi inconsapevolmente ogni giorno.
Sono inoltre molto appassionata di arte contemporanea e seguo con curiosità sia artisti svizzeri sia contesti internazionali come la Biennale di Venezia. Da questo punto di vista sento di avere molti più riferimenti culturali svizzeri di quanto inizialmente pensassi.
Sullo sport, invece, confesso di essere decisamente meno preparata!»
Hai mai letto un autore svizzero e se sì quale libro ti ha influenzata più di tutti?
«Non c’è un libro di un autore svizzero che senta di poter indicare come particolarmente determinante nel mio percorso, e preferisco non inventarmi una folgorazione letteraria che non ho avuto.Il mio rapporto con la cultura passa molto di più attraverso le immagini, l’arte e il design. Mi affascina moltissimo Jean Tinguely, per esempio, ma seguo con interesse anche artisti molto diversi tra loro come Roman Signer, Olaf Breuning e Thoma Vuille, conosciuto soprattutto per il suo “Monsieur Chat.”
Probabilmente, quindi, se dovessi parlare delle influenze culturali svizzere che porto davvero con me, partirei da un museo o da una mostra prima ancora che da una libreria.»
Se avessi la possibilità di cenare con un personaggio pubblico svizzero ed uno italiano chi incontreresti e perché? Quale piatto cucineresti?
«Dalla Svizzera sceglierei Jean Tinguely. Mi affascina il suo modo di trasformare movimento, meccanica, gioco e assurdo in un linguaggio artistico. Mi piacerebbe capire come guardava gli oggetti e come riusciva a immaginare possibilità così imprevedibili partendo da elementi apparentemente ordinari.
Per l’Italia sceglierei Michela Murgia. Mi sarebbe piaciuto parlare con lei di linguaggio, diritti, comunità e di quanto le parole che scegliamo possano influenzare il modo in cui immaginiamo la società e le relazioni tra le persone.
Preparerei una fondue, soprattutto per quello che rappresenta. Mi piace molto il concetto di convivium: stare attorno allo stesso tavolo, condividere il cibo ma soprattutto tempo, parole e presenza. La fondue ha qualcosa di profondamente conviviale perché non si limita a essere un piatto servito a ciascuno, ma crea quasi automaticamente un piccolo rito collettivo.
Come è percepita la Svizzera dai tuoi amici e dai tuoi conoscenti?
«Direi attraverso un misto di ammirazione e stereotipi. Tornano spesso la precisione, gli stipendi, i paesaggi, il cioccolato e naturalmente l’idea che tutto costi moltissimo.
La cosa divertente è che spesso, quando racconto di essere anche svizzera, suscita una certa sorpresa perché, conoscendomi principalmente nella mia vita italiana, non è necessariamente la prima cosa che le persone associano a me, se non forse per quelli che definiscono i miei “connotati molto nordici”.
Credo però che proprio questo renda interessante essere svizzeri all’estero: dietro una cittadinanza esistono esperienze e identità molto più diverse di quanto si immagini.»
Hai qualche aneddoto divertente da raccontare riguardo al tuo essere svizzera e italiana?
«Ormai ho imparato che dichiarare di essere svizzera davanti a un gruppo di italiani attiva quasi sempre la stessa sequenza di associazioni: cioccolato, banche, puntualità e, immancabilmente, Aldo, Giovanni e Giacomo. Prima o poi qualcuno cita i loro sketch sugli svizzeri, cosa che in realtà mi diverte moltissimo perché li amo anch’io. È diventato quasi un piccolo rito: dico di essere svizzera e so già più o meno quali battute arriveranno nei trenta secondi successivi.
Poi c’è la piccola crisi diplomatica ogni volta che Italia e Svizzera si incontrano in qualche competizione e improvvisamente tutti vogliono sapere da che parte sto. In quei casi cerco di appellarmi alla doppia cittadinanza come immunità diplomatica.»
Quali pensi siano i punti di forza e/o d’eccellenza dell’Italia e della Svizzera?
«Dell’Italia amo soprattutto la straordinaria ricchezza culturale e la capacità di creare relazioni. È un Paese fatto di differenze, linguaggi, territori e modi di vivere molto diversi tra loro, e credo che proprio questa complessità alimenti una grande creatività.
Della Svizzera mi affascina soprattutto la capacità di far convivere identità linguistiche e culturali differenti all’interno dello stesso Paese. Apprezzo molto anche la sua tradizione nel design, nell’architettura, nella ricerca e più in generale nella cultura del progetto: forse è anche deformazione professionale, ma è un patrimonio che sento particolarmente vicino.
Sono due Paesi molto diversi e credo che proprio questo renda interessante avere un rapporto con entrambi. Personalmente mi piace poter abitare questa doppia prospettiva senza sentire il bisogno di stabilire quale delle due sia “migliore”.»
Cosa saresti felice di ricevere dalla comunità dei giovani svizzeri in Italia e come pensi potresti contribuire al meglio?
«Mi piacerebbe che fosse soprattutto una comunità viva, capace di creare occasioni per conoscersi e fare cose insieme, non soltanto di mantenere un legame formale con la Svizzera.
Mi interesserebbero incontri, progetti, momenti culturali e attività pensate realmente dai giovani per altri giovani. Credo che una comunità funzioni quando lascia spazio alle persone per modificarla, sperimentare e portarci qualcosa di proprio.
È probabilmente qui che penso di poter dare il contributo maggiore: mi piace ideare attività, inventare format, organizzare eventi e trasformare un’intuizione iniziale in qualcosa che possa essere costruito insieme agli altri. Mi piacerebbe quindi avere un ruolo da ideatrice, organizzatrice e co-progettista, più che limitarmi a partecipare ad attività già definite.
Mi interessa particolarmente tutto ciò che riguarda la partecipazione giovanile e l’educazione non formale: creare contesti in cui le persone non siano semplicemente pubblico, ma possano prendere parte attivamente a quello che succede e contribuire a trasformarlo.»
Infine, in quanto svizzeri di seconda generazione e portatori di un bagaglio multiculturale, cosa pensi che potreste apportare ai vostri stati di appartenenza?
«Non credo che il valore di una seconda generazione stia nell’essere “metà di una cosa e metà dell’altra”. Credo piuttosto che significhi avere a disposizione più di un punto di vista. Crescere tra riferimenti diversi può insegnare che molti comportamenti che consideriamo naturali sono in realtà culturali e che quindi possono essere osservati, messi in discussione e ripensati. Questo aiuta anche a sentirsi più a proprio agio davanti alle differenze.
Forse il contributo più interessante che possiamo portare sia all’Italia sia alla Svizzera è proprio questo: fare da ponte, creare dialogo e ricordare che l’appartenenza non deve necessariamente essere un confine. Può essere anche uno spazio da condividere e trasformare insieme.»
Raffaele Sermoneta

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