Carrellata su come la passione italiana per il pallone ha contribuito al movimento calcistico (e alla nazionale) svizzero.
Quando mi chiedono quali siano stati i migliori Mondiali che abbia mai seguito, rispondo sempre senza esitare e a colpo sicuro: Spagna 1982. Quel Mondiale ha offerto sport di altissimo livello, momenti euforici indimenticabili, vittorie grandiose e sconfitte tragiche e profondamente tristi. Nella democrazia post-franchista, ancora agli albori, ogni partita era, per così dire, una “chicca”: si giocava quasi sempre in modo offensivo e, alla fine, non senza difficoltà iniziali, vinsero gli italiani, che in Spagna si sentivano a proprio agio come tifosi e non di rado stringevano teneri legami con belle ragazze spagnole. L’Italia disponeva di forti giocatori offensivi come il regista Antognoni, Bruno Conti, Graziani, Causio e il capocannoniere del Mondiale (6 gol) Paolo Rossi.
Il popolare capo di Stato italiano, Sandro Pertini, esultò euforico in tribuna d’onore durante la finale. Tutta l'Italia festeggiò il suo terzo titolo mondiale dopo quello del 1934 in casa e quello del 1938 in Francia. I miei amici italiani, ragazzi calabresi di “Fabrigglern” e “muratori”, esultarono nel piccolo villaggio di Neu St. Johann sulla strada principale con un tricolore improvvisato insieme ai loro padri, formando un piccolo corteo. Donne e ragazze non c'erano. I tifosi svizzeri esultarono poi con gioia maliziosa quando, nel “piccolo derby”, riuscirono a vincere la partita in trasferta a Roma contro i neocampioni del mondo grazie a un gol di Ruedi Elsener. Il calcio svizzero ha potuto beneficiare per molti decenni dei “primi” e dei “secondi” italiani, figli con un background migratorio i cui genitori si erano trasferiti nel nostro paese per lavorare. Le italiane e gli italiani si impegnavano anche politicamente, nel socialismo, dopo il 1921 anche sempre più nel movimento fascista e nella Chiesa con la “Missione Cattolica”. Per molti decenni hanno costituito il più grande gruppo di migranti in Svizzera. Intorno al 1900 provenivano ancora prevalentemente dal Nord Italia, dalla Valtellina o dalla zona di Como, poiché nel Mezzogiorno si emigrava spesso in modo temporaneo verso il Sudamerica, l’Argentina, il Brasile o l’Uruguay, lasciando anche lì tracce nel mondo del calcio. Anche in Svizzera gli uomini italiani amavano il calcio e fondarono presto delle proprie società, ispirate ai primi successi di politica interna ed estera di Benito Mussolini, sfruttati a fini propagandistici, anche nello sport (campioni del mondo nel 1934 e nel 1938 sotto la guida dell’allenatore Vittorio Pozzo).
Il Dopolavoro di Ginevra, ad esempio, si ispirava all’organizzazione fascista del tempo libero Dopolavoro e veniva spesso contestato durante le partite. Altre società, politicamente più neutre, erano la Juventus Zurigo (oggi YF Juventus), l’Internazionale Zurigo o anche, in una cittadina di San Gallo, l’Inter Uznach.
Negli anni '30 compaiono nella lega professionistica svizzera anche i primi “secondi”, come Severino Minelli, il duro difensore di Küsnacht am See, capitano della nazionale e per molti anni recordman di presenze in nazionale, che una volta aveva pedalato dal Lago di Zurigo al Lago di Ginevra per sostenere un provino al Servette Ginevra. Minelli, i cui genitori erano emigrati dal Bergamasco, era presente quando la Svizzera fece scalpore ai Mondiali di Parigi del 1938, battendo la Germania di Hitler per 4 a 2. Sotto la guida del famoso allenatore austriaco Karl Rappan, maturò al Grasshoppers Club Zürich (GC) al fianco dei fratelli Xam e Trello Abegglens e del fuoriclasse Alfred Bickel, diventando uno dei migliori difensori d’Europa. Insieme a Minelli, anche Siro Vernati giocava per il GC e i Rotjacken (“giacche rosse”). Aveva imparato a giocare a calcio per le strade del quartiere operaio di Zurigo-Aussersihl.
Facciamo un salto in avanti negli anni '70 e nei primi anni '80, un decennio pieno di razzismo, discussioni politiche sull'espulsione di tutti gli stranieri e campagne condotte con durezza da James Schwarzenbach, che con i manifesti venivano portate anche negli stadi: «Ora ci riprovano, gli svizzeri e i…». I calciatori svizzeri erano semiprofessionisti, i risultati erano scarsi, anche se contro l’Italia spesso si ottenevano risultati di tutto rispetto. Arrivarono i “secondi” come il servettino Serge Trinchero, Franco Cucchinota di Montreux sul Lago di Ginevra, il motore del centrocampo Umberto Barberis del Servette, eletto calciatore francese dell’anno all’AS Monaco e che, come allenatore del Lausanne-Sports dopo la carriera, scoprì e promosse talenti del secolo come Stéphane Chapuisat o Christophe Ohrel, o anche Raimondo Ponte del GC. Proprio Ponte, per molti anni allenatore dell’FC Zurigo (FCZ) sotto la presidenza di Sven Hotz, ha promosso a titolari “secondi” come il nazionale Francesco “Franco” di Jorio (in seguito anche alla Salernitana in Serie B), Dani Tarone, il fantasioso Giuseppe Mazzarelli (brevemente riserva alla Juventus), Giuseppe Gambino, Luca Iodice, Salvatore Romano, l’attaccante della Nazionale Davide Sesa (in seguito al Lecce e al SSC Napoli) o Feliciano Magro e dovette subire accuse di praticare un certo “clientelismo”.
L'elenco sarebbe certamente incompleto senza due grandi nomi del calcio svizzero: Ciriaco “Ciri” Sforza, che debuttò a 16 anni con l'FC Wohlen, maturò al GC, vinse il campionato tedesco con il 1. FC Kaiserlautern come regista sotto la guida dell'allenatore Otto Rehagel, giocò nel Bayern Monaco e nell'Inter e fu capitano della Nazionale. Ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti, in porta dietro a Ciri Sforza c'era il portiere Marco Pascolo, dotato di ottimi riflessi e forte sulla linea, che si è cimentò anche in Italia con l'US Cagliari.
Dr. Fabian Brändle, Wil SG, storico
Nella storia, la nazionale e il movimento calcistico svizzero sono sempre stati segnati dagli italiani di prima e seconda generazione. Qui la nazionale alla vigilia dei mondiali 1962 in Cile. La Svizzera fu eliminata nella fase a gironi, perdendo proprio contro l'Italia per 3-0
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