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Niente tetto massimo alla popolazione: la soluzione dell’UDC non convince

Un dibattito molto animato si è concluso domenica 14 giugno: “salvi” per ora gli accordi bilaterali, mentre con una nuova legge sul servizio civile la Svizzera potrà disporre di più effettivi nell’esercito.

La “Romandia” dice no al tetto da 10 milioni: respinta l’iniziativa sulla crescita demografica

Le svizzere e gli svizzeri hanno respinto in una calda domenica di votazioni uno degli oggetti più discussi della legislatura. Il testo, promosso dall’UDC, chiedeva di iscrivere nella Costituzione un limite massimo di 10 milioni di abitanti residenti permanenti entro il 2050. A scrutinio concluso, il 54,8% dei votanti ha detto no, mentre il 45,2% ha sostenuto la proposta. La partecipazione ha raggiunto il 58,9% - un livello elevato per una votazione federale. Una certa tendenza verso un “No” era emersa già dai sondaggi alla vigilia del voto.

La bocciatura è relativamente netta, ma non schiacciante. Il risultato conferma che il tema della crescita demografica e dell’immigrazione continua a dividere il Paese, pur senza convincere una maggioranza di elettori della necessità di introdurre un tetto rigido alla popolazione.

Che cosa chiedeva l’iniziativa

L’iniziativa partiva da un dato ormai noto: alla fine del 2025, la Svizzera contava circa 9,1 milioni di abitanti, contro poco più di 7,4 milioni all’inizio degli anni Duemila. Secondo i promotori, questa crescita – dovuta in larga misura all’immigrazione – sta esercitando una pressione eccessiva su alloggi, trasporti, territorio, ambiente e servizi pubblici.

Il testo prevedeva che la popolazione residente permanente non superasse i 10 milioni di persone prima del 2050. Già al raggiungimento della soglia di 9,5 milioni, Consiglio federale e Parlamento sarebbero stati tenuti ad adottare misure per rallentare la crescita demografica. Se tali misure non fossero bastate, la Confederazione avrebbe dovuto intervenire anche sugli accordi internazionali che favoriscono l’immigrazione, compresa – in ultima istanza – la libera circolazione delle persone con l’Unione europea.

Una forte campagna a sostegno dell’”Iniziativa sulla sostenibilità”

I sostenitori hanno impostato la campagna sulla qualità della vita. A loro avviso, la crescita della popolazione comporta un aumento degli affitti e dei prezzi delle abitazioni, maggiore congestione del traffico, infrastrutture sotto pressione e un consumo crescente di territorio. L’UDC ha sostenuto che la Svizzera rischia di perdere il controllo del proprio sviluppo e che occorre fissare limiti chiari prima che il Paese raggiunga dimensioni considerate insostenibili.

Rispetto a precedenti campagne sull’immigrazione, il partito ha cercato di ampliare il discorso oltre la sola questione migratoria, collegando il tema alla sostenibilità, alla tutela del paesaggio e alla capacità delle infrastrutture di assorbire la crescita. Diversi osservatori hanno riconosciuto che questa strategia ha contribuito a mantenere la votazione incerta fino agli ultimi giorni.

Economia, sindacati e i partiti di centro e sinistra contrari

Contro l’iniziativa si è schierato un fronte molto ampio che comprendeva Consiglio federale, Parlamento, partiti di centro e di sinistra, organizzazioni economiche e sindacati. Gli oppositori hanno sostenuto che la Svizzera dipende in misura significativa dall’immigrazione per coprire il fabbisogno di manodopera qualificata, in particolare nei settori della sanità, della ricerca, dell’industria e dei servizi.

Secondo il governo, un limite costituzionale rigido avrebbe ridotto la flessibilità necessaria per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e avrebbe potuto compromettere i rapporti con l’Unione europea. Molti avversari del testo hanno inoltre giudicato arbitraria la soglia dei 10 milioni di abitanti e hanno sostenuto che problemi reali come la carenza di alloggi o la pressione sulle infrastrutture richiedono politiche mirate, non un blocco generale della crescita demografica.

La geografia del voto

La votazione ha messo nuovamente in evidenza alcune tradizionali linee di frattura del Paese. La Romandia ha respinto nettamente l’iniziativa, con percentuali superiori al 60% in diversi cantoni. Anche i grandi centri urbani hanno votato in modo chiaro contro il progetto.

Al contrario, numerosi cantoni della Svizzera tedesca hanno sostenuto il testo. I risultati più favorevoli si sono registrati ad Appenzello Interno, Svitto e Uri. Il Ticino, un po’ a sorpresa, ha approvato l’iniziativa di stretta misura con circa il 50,7% dei voti, distinguendosi dalla maggior parte dei cantoni latini.

Secondo le analisi post-voto, è stata proprio la forte opposizione delle regioni francofone e delle città a determinare l’esito finale.

«Confermata la via bilaterale»

Gli oppositori dell’iniziativa hanno accolto il risultato come una conferma della scelta di mantenere aperta la via bilaterale con l’Unione europea e di non introdurre limiti costituzionali alla crescita della popolazione. Le organizzazioni economiche hanno espresso sollievo, sostenendo che il rifiuto evita incertezze per le imprese e preserva l’accesso alla manodopera estera qualificata.

Per il Consiglio federale e per i partiti del fronte del no, il voto dimostra che la maggioranza degli elettori riconosce l’esistenza delle sfide legate alla crescita demografica, ma non ritiene adeguata la soluzione di un tetto massimo. Diverse associazioni economiche hanno sottolineato che il risultato rafforza anche la stabilità delle relazioni tra Berna e Bruxelles in una fase delicata dei negoziati bilaterali.

Le reazioni degli sconfitti

L’UDC ha preso atto della sconfitta, ma ha rivendicato il forte consenso raccolto dall’iniziativa, osservando che ampie zone rurali e numerosi cantoni hanno sostenuto il progetto, interpretando il risultato come un segnale che le preoccupazioni legate all’immigrazione e alla crescita della popolazione restano molto diffuse.

In questo senso, il risultato del 14 giugno non sembra segnare la fine della discussione sulla crescita demografica. Piuttosto, conferma che una parte importante dell’elettorato percepisce il tema come prioritario, mentre una maggioranza relativa continua a ritenere che le risposte debbano essere cercate attraverso strumenti più flessibili di un tetto costituzionale alla popolazione.

Sì risicato ad una legge che «che rafforza la sicurezza in Svizzera»

Oltre a rifiutare l’iniziativa sui 10 milioni, gli elettori hanno approvato la modifica della legge sul servizio civile con il 52,5% dei voti. La riforma, sostenuta da Consiglio federale e Parlamento, mira a rendere più difficile il passaggio dall’esercito al servizio civile e a rafforzare il principio secondo cui quest’ultimo deve restare un’eccezione riservata a chi è confrontato con un conflitto di coscienza autentico.

Il dibattito nasce dall’aumento costante delle ammissioni al servizio civile dopo la semplificazione introdotta nel 2009. Secondo il Consiglio federale, il numero crescente di militari che chiedono il trasferimento – in particolare dopo aver completato la scuola reclute – rischia di indebolire gli effettivi dell’esercito. Nel 2025, si sono registrate oltre 7’200 nuove ammissioni, un dato considerato problematico soprattutto per la perdita di specialisti e quadri militari.

La revisione introduce diverse misure restrittive. La più discussa prevede che chi passa al servizio civile debba svolgere un minimo di 150 giorni di servizio, anche se ha già assolto gran parte degli obblighi militari. Vengono inoltre irrigidite le condizioni per la pianificazione degli impieghi e ridotti quelli che i promotori definiscono vantaggi rispetto al servizio militare.

A livello nazionale, la revisione è stata approvata con il 52,5% di sì. La maggioranza dei cantoni ha sostenuto il progetto, soprattutto nella Svizzera tedesca e nelle regioni rurali.

I risultati più favorevoli sono arrivati da numerosi cantoni germanofoni, dove l'argomento del mantenimento degli effettivi dell'esercito ha convinto una quota importante dell'elettorato. Fra i primi risultati pubblicati durante lo spoglio figuravano ad esempio Zurigo (circa 59,5% di sì), Grigioni (60,2%) e Ticino (56,6%), tutti orientati chiaramente a favore della riforma.

Più critici si sono mostrati invece alcuni cantoni urbani e tradizionalmente progressisti. Ginevra ha respinto la revisione con circa il 55,7% di no, mentre Basilea Città l'ha bocciata con il 61,6% di no.

Sulla falsa riga dell’iniziativa dell’UDC, si nota dunque una frattura piuttosto classica della politica svizzera: da una parte i cantoni urbani e di sinistra, più sensibili al ruolo sociale del servizio civile e contrari a limitarne l'accesso; dall'altra gran parte della Svizzera tedesca e dei cantoni più rurali, che hanno privilegiato l'argomento della sicurezza e del rafforzamento dell'esercito.

Le reazioni dopo il voto sono state contrastanti. Tra i favorevoli ha prevalso il sollievo. La società degli ufficiali ha accolto con soddisfazione il risultato, affermando che la revisione dovrebbe riportare il servizio civile alla funzione originaria immaginata dal legislatore, ossia uno strumento destinato a chi vive un reale conflitto di coscienza.

Delusione invece tra gli oppositori. La Federazione svizzera per il servizio civile, dal canto suo, ha dichiarato di rispettare il verdetto delle urne ma ha sottolineato come il tema resti aperto politicamente. Secondo l’organizzazione, la campagna è stata oscurata da altri oggetti in votazione e spesso ridotta a una contrapposizione semplicistica tra sostenitori e avversari dell’esercito.

Con il Sì alla riforma, la maggioranza degli elettori ha dunque scelto di rafforzare il legame tra obbligo militare e servizio civile. La relativa ristrettezza del risultato mostra però che il ruolo del servizio civile e il suo rapporto con l’esercito restano temi controversi nella società svizzera.

Ampio il fronte contrario all’iniziativa: tutti i partiti di centro e sinistra, economia e sindacati

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I sondaggi alla vigilia indicavano una leggera tendenza verso il No. Così è stato.

“A rischio gli effettivi dell’esercito in un momento geopolitico instabile”: con questa argomentazione, il fronte del Sì ha convinto le cittadine e i cittadini

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