Come ampiamente previsto dai sondaggi alla vigilia della domenica di votazioni del 27 settembre, i due testi sono stati rifiutati con oltre il 70% dei voti. La partecipazione al voto è stata del 47,1%.
Neutralità: un autogol da destra
Il verdetto è netto: l’iniziativa «Salvaguardia della neutralità svizzera» è stata respinta dal 70,15% dei cittadini votanti. Il no ha prevalso in tutti i Cantoni. Il risultato più «risicato» è arrivato dal Ticino, dove il testo è stato respinto con il 51,75% dei voti; il rifiuto più marcato si è registrato a Basilea Città, con i no che hanno sfiorato l’80%.
Il dato più significativo è però il messaggio che gli elettori hanno mandato sul modo in cui intendono la neutralità svizzera nel mondo di oggi. Il voto non metteva in discussione l’esistenza della neutralità, che resta un principio della Confederazione, sancito dalla Costituzione e riconosciuto dal diritto internazionale. La domanda era piuttosto quale dovesse essere la sua applicazione concreta.
L’iniziativa proponeva di iscrivere nella Costituzione una concezione più rigida della neutralità svizzera, che avrebbe dovuto essere dichiarata esplicitamente «permanente e armata». La Confederazione avrebbe dovuto rinunciare ad aderire o a collaborare con alleanze militari o difensive, salvo in caso di aggressione, e non partecipare a conflitti militari tra Stati terzi. Soprattutto, avrebbe incontrato forti limitazioni nell’adozione di sanzioni contro Stati belligeranti: sarebbero rimaste possibili quelle decise dalle Nazioni Unite, ma non, in linea generale, altre misure coercitive.
Grandi sconfitti: Pro Svizzera, l’UDC e Christoph Blocher
Per i promotori dell’iniziativa, la decisione della Svizzera di adottare le sanzioni dell’Unione europea contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina aveva segnato «un allontanamento dalla neutralità tradizionale». Dal loro punto di vista, una Svizzera realmente neutrale avrebbe dovuto mantenere una maggiore distanza dalle parti in conflitto. In campo è sceso anche Christoph Blocher, il «fondatore dell’UDC moderna» e per lunghi anni l’uomo simbolo della crescita del partito. Il suo impegno – definito dagli osservatori come la sua «ultima battaglia» – non ha convinto il popolo. Anche le ingenti somme investite nella campagna non hanno mobilitato un elettorato più ampio rispetto a quello del suo partito. Pro Svizzera, l’associazione all’origine dell’iniziativa, ritiene che l’incomprensione riguardo alla cooperazione militare con altri Paesi sia la ragione del netto rifiuto del testo. Dal canto suo, l’UDC afferma che la battaglia per una neutralità più restrittiva non è finita e mette in guardia dagli sviluppi nocivi per il Paese nel caso in cui vengano riprese anche in futuro sanzioni decise da Stati terzi.
La neutralità resta così come è: soddisfatto il Consiglio federale
Durante la campagna di votazione – piuttosto sentita e agguerrita – il Consiglio federale e il Parlamento hanno sostenuto invece che la neutralità svizzera disponesse già di basi solide e che non fosse necessario irrigidirne la definizione costituzionale. La Confederazione non aderisce ad alleanze militari come la NATO, non partecipa militarmente alle guerre tra Stati terzi e rispetta gli obblighi derivanti dal diritto della neutralità. Allo stesso tempo, la prassi svizzera lascia a Berna un margine di manovra per decidere, caso per caso, quali misure siano nell’interesse del Paese. Di questo si è rallegrato anche il Consiglio federale, che vede così confermata la propria linea d’azione in relazione alle guerre in corso tra Russia e Ucraina e in Medio Oriente.
Per Berna si apre ora la fase forse più difficile, indipendente dall’esito della votazione: dimostrare che neutralità e capacità di agire sulla scena internazionale possono continuare a convivere. In un’Europa attraversata da guerre e nuove contrapposizioni geopolitiche, la domanda è quale tipo di neutralità possa permettere alla Svizzera, domani, di rimanere sicura, credibile e capace di parlare con tutti.
Ora si guarda al referendum sull’esportazione delle armi
Il dibattito sulla politica di sicurezza non scompare però dall’agenda politica. Già a novembre il popolo si esprimerà su una modifica della legge sul materiale bellico, che mira a facilitare l’esportazione e la riesportazione di armi svizzere. Il PLR e le associazioni economiche, nelle loro reazioni al voto di fine settembre, hanno affermato che «un’industria degli armamenti efficiente è essenziale per rafforzare la capacità di difesa e ridurre le dipendenze della Svizzera». La Gazzetta presenterà questa votazione nel prossimo numero.
Sicurezza alimentare: un No a una svolta troppo radicale
«No a una dieta vegetale»: è così che molti quotidiani hanno sintetizzato nei titoli la prevedibile bocciatura dell’iniziativa sulla «sicurezza alimentare». Il 72,52% dei votanti si è opposto, mentre i favorevoli si sono fermati al 27,48%. Il testo partiva da una preoccupazione tutt’altro che marginale: come garantire alla popolazione svizzera cibo a sufficienza, di buona qualità e a prezzi accessibili in un mondo sempre più esposto a crisi geopolitiche, cambiamenti climatici e interruzioni delle catene di approvvigionamento?
La risposta proposta dai promotori era ambiziosa: la Confederazione avrebbe dovuto creare le condizioni affinché almeno il 70% degli alimenti consumati in Svizzera fosse prodotto sul territorio nazionale. L’agricoltura avrebbe dovuto modificare profondamente il proprio orientamento, producendo meno carne e più alimenti di origine vegetale; inoltre, sarebbe stato previsto un impiego ridotto di prodotti fitosanitari e concimi, insieme a una maggiore protezione dell’acqua potabile, della fertilità dei suoli e della biodiversità.
Oggi l’agricoltura svizzera copre poco meno della metà del fabbisogno alimentare nazionale; il resto viene importato. Per i promotori dell’iniziativa, questa dipendenza dall’estero rappresenta una vulnerabilità, soprattutto in caso di crisi. Nella loro visione, una maggiore produzione in Svizzera avrebbe permesso di rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento e, contemporaneamente, di rendere il sistema alimentare più rispettoso dell’ambiente. La proposta riuniva quindi tre temi destinati ad avere un peso crescente nel dibattito politico: sicurezza, agricoltura e sostenibilità.
Soddisfatti i partiti borghesi e l’Unione svizzera dei contadini
A prevalere alle urne è stata tuttavia la preoccupazione per la portata degli interventi richiesti. Consiglio federale e Parlamento avevano definito gli obiettivi dell’iniziativa eccessivi e difficilmente realizzabili nei tempi previsti. Secondo il Governo, raggiungere un grado di autoapprovvigionamento netto del 70% in dieci anni (questa la richiesta dell’iniziativa) avrebbe richiesto trasformazioni profonde non soltanto nelle aziende agricole, ma anche nell’industria alimentare e nelle abitudini di consumo della popolazione.
Nel suo commento al voto, l’Unione svizzera dei contadini ha affermato che «la popolazione svizzera desidera mantenere la libertà di scelta in materia di alimentazione». Secondo l’associazione, ogni persona deve poter scegliere i propri consumi e il tipo di produzione agricola che desidera avere in Svizzera. Dal canto suo, il PLR ha affermato che demonizzare la carne non è accettabile.
Troppo radicale nelle sue conseguenze: il popolo si è nettamente opposto all’iniziativa per la sicurezza alimentare.
Per i Verdi è stato lanciato il dibattito su problemi reali
I Verdi sono stati l’unico partito a sostenere l’iniziativa. Secondo il partito, i grandi problemi legati alla protezione delle acque e all’agricoltura nel contesto del cambiamento climatico sono ben reali. «Non ci aspettavamo di vincere, ma le questioni che l’iniziativa ha sollevato sono fondamentali».
Per gli svizzeri all’estero, il tema può sembrare a prima vista molto distante. In realtà, riguarda un dibattito che verosimilmente interesserà tutti i Paesi industrializzati. La pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni commerciali hanno mostrato quanto le catene alimentari internazionali possano essere vulnerabili. Al tempo stesso, il cambiamento climatico rende più difficile affidarsi esclusivamente alla produzione locale: siccità, alluvioni, nuove malattie delle colture e perdita di biodiversità non rispettano i confini nazionali. La Svizzera si trova quindi davanti a un equilibrio delicato. Da una parte, deve mantenere una produzione agricola sufficientemente forte e diversificata; dall’altra, non può ignorare il fatto che la sua economia alimentare è inserita in una rete internazionale dalla quale dipende una parte importante dei consumi. Anche in questo caso, il dibattito non si conclude di certo con la votazione sull’iniziativa.
Angelo Geninazzi

Fonte: Swissinfo.ch
https://developer.srgssr.ch/api-catalog/srgssr-polis

La neutralità, così come viene interpretata oggi, è approvata da oltre due terzi dei cittadini svizzeri.

Fonte: Swissinfo.ch
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Troppo radicale nelle sue conseguenze: il popolo si è nettamente opposto all’iniziativa per la sicurezza alimentare.
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